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Ho finalmente parlato a mia madre di Autismo

Buona sera a tutti. Scriverò molto, quindi prendete tè e biscotti e leggetemi pure.
Dopo mesi di tira e molla con me stessa, finalmente mi sono decisa a comunicare a mia madre il fatto che molto probabilmente sono autistica, spiegandole che probabilmente lo è anche mio padre e la mia nonna materna.

Ciò si è poi trasformato in una serie di domande mirate poste da me (premetto che per mia madre autistico = malato mentale/ritardato e chi più ne ha più ne metta) sulla mia infanzia e sapete cosa mi ha raccontato mamma? Che da piccola non stavo mai ferma ma il pediatra le ha detto che ero solo "un po' più vivace degli altri bambini" (mia madre non poteva fare niente se non starmi dietro perché io ero iperattiva), poi di colpo, verso gli undici anni (non so bene quando) mi sono trasformata, diventando l'opposto. Mi hanno portata dallo psicologo che ha detto ai miei che avevo una "patologica" sensazione di inferiorità verso gli altri e non ero in grado di interagire con il prossimo (fare amicizia).
Da lì sono cominciate le omelie che mio padre mi faceva. Erano lunghe delle ore, non scherzo, una è durata tipo quanto un film in prima serata, ed erano basate sull'importanza del DIALOGO, questa parola che ho finito per odiare. Non ricordo niente di quello che mi diceva perché mi chiudevo letteralmente in me stessa, annuendo e dicendo sì quando serviva, mentre nel mio cervello m'immaginavo in un prato fiorito a correre. Non sono metafore, lo facevo davvero.

Ricordo con angoscia quelle serate perché non ero in grado di dire a mio padre robe come Smettila di parlarmi sempre della stessa cosa perché in ogni caso non sono in grado di parlare. E comunque ce l'avevo con lui perché è stato più o meno quello il periodo in cui ha deciso di non farmi più andare a scuola di musica (il pianoforte e la musica in generale è stato ed è il mio interesse speciale, insieme alla scrittura).

Ora, a 32 anni suonati e senza un lavoro (prima dicevano che dovevo avere una laurea, poi una specialistica, poi volevano l'esperienza e ora sono grande), mi ritrovo in un vortice di tristezza in cui, dopo anni a odiare la musica classica perché a mia madre non piaceva e quindi (secondo la mia mente stupida dell'epoca) non era un interesse da perseguire, la musica è tornata da me. Studio canto lirico e sto imparando a suonare il pianoforte.

E continuo a pensare che se avessero davvero ascoltato ciò che quello psicologo gli aveva detto su di me (sentirsi patologicamente inferiore agli altri, impossibilità di relazionarsi col prossimo), non mi avrebbero tolto la musica e a quest'ora sarebbe stato quello il mio lavoro, dato che - volente o nolente - ci sono ritornata alla musica classica. Sto pensando di offrirmi come cantante lirica ai matrimoni.

E chiedo conferma a voi: quello che lo psicologo ha detto non è un "sintomo" di autismo?

Grazie per avermi letta. Sono molto triste per questa situazione. Anzi triste è un eufemismo, sto cominciando seriamente a pensare di essere caduta in depressione. Non ho voglia di fare niente e se non ci fosse mio marito mi lascerei morire di fame mangiando patatine e piangendo.
WBorg_Andatoarabafenice83nebelrondinella61

Commenti

  • SusanDelgadoSusanDelgado Neofita
    Pubblicazioni: 75
    Mi sento come se in questo mondo tutti avessero una parte da recitare e io sia quella rimasta senza copione.
    Cerco una parte, un ruolo da ricoprire ma mi ritrovo come semplice comparsa tra gente che in realtà nemmeno mi considera.
    Vorrei avere un posto ma non ce l'ho.
    WBorg_AndatoSophiaLisaLaufeysonmammarosannanebelrondinella61
  • nebelnebel Veterano Pro
    Pubblicazioni: 344
    non so dirti se quanto detto dallo psicologo sia o meno sintomo di autismo. scrivo perché mi chiedo di tuo padre e dei suoi monologhi sul dialogo... perché te li rifilava, se pensi lui sia nella tua stessa condizione? e tua madre alla fine come l'ha presa?
  • SusanDelgadoSusanDelgado Neofita
    Pubblicazioni: 75
    Non ho idea del perché me li rifilava, dato che lui è il primo a non parlare con nessuno. Mio padre è come se fosse coinquilino di mia madre, più che marito. Non mi dilungo perché ci vorrebbero pagine per farlo, ma tutti i "sintomi" dell'autismo li ha. Ma tutti proprio, eh, una volta ha persino avuto un meltdown in mia presenza e io me la sono fatta sotto perché allora chi sapeva cos'erano i meltdown? Per fortuna, senza saperlo, ho reagito da manuale.

    Mia madre a quest'ora starà pensando tra sé: ah, io lo sapevo che era come mia suocera! In modo cattivo, perché mia nonna paterna era davvero una cattiva persona (anche qui non mi dilungherò sul perché, prendetemi sulla parola).
    Mia madre è sempre stata dell'idea che una persona debba stare sempre insieme a una grande cerchia di amici, la sua casa debba essere per forza in paese e in mezzo ad altre case in modo da parlare con tutto il vicinato... insomma NT al 100%. Non ha mai capito che la mia mancanza di amici in adolescenza è dovuta al fatto che non sapevo come farmi degli amici; che poi non abbia pensato al farmi partecipare ad attività extrascolastiche e mi abbia impedito di partecipare all'unica che amavo davvero è un altro discorso.
    In poche parole, mi sento molto incompresa dai miei. Da mio padre perché è talmente chiuso in sé da non vedere altro che la propria persona e i propri bisogni e da mia madre perché per lei diverso è sinonimo di malato mentale e automaticamente di mia nonna paterna, che con me potrebbe condividere al massimo l'autismo.
    Anni di urlarle dietro che io non le somiglio sono andati in fumo e ci piango giorno e notte. Non per l'autismo, ma perché secondo mia madre adesso io ho presto l'intero carattere di mia nonna e non semplicemente la sua stessa condizione neurologica. Sempre che sia davvero così, dato che lei è morta.
    Purtroppo analisi approfondite non se ne possono fare, so soltanto che così sono io, così è mio padre, così era mia nonna e così era la madre di mia nonna.
    rondinella61
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