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Un grande studio mostra che la prevalenza dell’autismo aumenta con l’età


Autore: David Vagni


Articoli Originale, studio danese: Schendel DE, Thorsteinsson E. Cumulative Incidence of Autism Into Adulthood for Birth Cohorts in Denmark, 1980-2012. JAMA. 2018;320(17):1811–1813.


Articolo Originale, studio svedese: Why ESSENCE is essential Gillberg's Blog, post di David Eberhard 25 Settembre 2018


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Uno studio epidemiologico su tutte le persone nate in Danimarca negli ultimi 32 anni (2 milioni) ha trovato che la prevalenza dello Spettro Autistico non solo sta aumentando nel tempo, ma aumenta anche con la crescita delle persone. Nei bambini di 10 anni la prevalenza è di 1 su 60, a 16 anni è di 1 su 36. Nelle persone che oggi hanno 26 anni la prevalenza è di 1 su 78, ma oltre la metà di queste persone ha ricevuto la diagnosi in adolescenza o in età adulta.
In Svezia, la metà degli adulti che si rivolgono ai servizi di psichiatria per la prima volta, riportano problemi ascrivibili all'ADHD o allo Spettro Autistico. Questo pone delle nuove sfide per i servizi di psichiatria.




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Commenti

  • MarkovMarkov Pilastro
    modificato 8 November Pubblicazioni: 5,595
    Sarebbe interessante avere notizie su cosa si dice di quella metà adulta che ha superato le scuole allo stesso modo di come in Italia le passavamo tutti in assenza di problemi seri. Per caso sono persone che stanno trascorrendo un periodo di depressione e conseguentemente più propense ad accettare spiegazioni veloci che non richiedono un'analisi psicologa?


    Sono consapevoli di costituire il 50% degli adulti richiedenti aiuto e quindi presumibilmente vicini alla norma? O successivamente si disallineano ulteriormente convinti di essere diversi?
    Christian
    Post edited by Markov on
  • riotriot Moderatore
    modificato 8 November Pubblicazioni: 4,434
    @Markov le persone dello studio sono definite come autistiche.
    e se una parte ha superato "blillantemente" gli studi scolastici significa che appartengono alla parte più lieve dello spettro, cioè senza rilevanti difficoltà cognitive.

    poi, puoi essere un mago a scuola e allo stesso tempo avere tutti gli altri problemi dell'Autismo. non vedo nessuna contraddizione.

    comunque lo studio afferma ciò che noi qui sapevamo per esperienza diretta: cioè che la maggior parte della popolazione adulta Autistica non ha mai ricevuto diagnosi e supporto durante l'infanzia. insomma una conferma.
    e questo fa capire che almeno per le persone Asperger le risorse personali sono notevoli nonostante tutto.

    quello che rimane, è l'aspetto puramente medico dello studio. e d'altra parte è giusto che sia così.
    e siccome non c'è nulla che parli di altra cultura a favore delle persone autistiche, questo ruolo per ora rimane ancora di nostra personale competenza.

    OrsoX2Domitillarondinella61Marco75
    Post edited by riot on
    La vita è troppo breve per ignorare le incomprensioni. 
  • MarkovMarkov Pilastro
    modificato 8 November Pubblicazioni: 5,595
    A me incuriosiva principalmente la parte che ho specificato (su quello che dici tu non so come funziona perché da bambini ci sono pure minori probabilità temporali che qualcosa possa andar storto nella vita in assenza di compromissione del rendimento scolastico. Gli adulti hanno sia un range di età più ampio (immagino che si cumula a partire dai 0 anni), sia maggiori probabilità di incappare in fattori ambientali che comportano ricadute in quelle cose).

    Quantomeno sarei curioso di sapere se in quei Paesi i giovani adulti si rivolgono a quei servizi con la stessa attitudine con cui avviene in Italia.
    Ne conosco diversi che sono andati in terapia da giovani adulti in Italia. Tutti praticamente o per essere sotto-media sull'aspetto sociale (di un sotto-media che in genere noto ma non mi turba) o per avere difficoltà a studiare per l'università. Quindi apparentemente si direbbe che i risultati di quello studio erano empiricamente prevedibili. Ma davvero al 50% di chance verrebbe data una delle due etichette?
    Se così fosse, un pochino, più che ammirare l'intuizione scientifica di quello studio rimarrei perplesso per la voglia di concludere facilmente. Mi verrebbe da dire: "in Italia abbiamo pure delle doti analitiche in più e non concludiamo dove non c'è conclusione".
    Post edited by Markov on
  • MarkovMarkov Pilastro
    modificato 8 November Pubblicazioni: 5,595
    Ad esempio, senza avere dati a riguardo, smentitemi se sbaglio...
    Scommetto che quelli adulti che alla prima visita riportano problemi ascrivibili all'adhd sono giovani che hanno superato i primi 13 anni di scuola senza manifestare problemi comportamentali di rilevanza patologica. E che vuoi che sia! Erano bambini intelligenti, ovvio che sanno trattenere l'iperattività, sorvoliamo!
    ("Ma sì dai, se ci pensi bene qualcosa c'era! Ti ricordi che ogni tanto ti facevi quella corsetta in classe a ricreazione? Oppure oppure, senti questa, ti ricordi quel periodo in cui c'erano tanti compiti e ti agitavi tutto il pomeriggio sulla sedia senza concludere nulla ma riuscivi comunque a strappare un 7 perché eri intelligente? Ta tan!!!").


    Poi all'università non riescono a studiare per gli esami e rimangono indietro, mentre i compagni si concentrano e vanno avanti. Meccanismo scattato. Vanno in visita e li trovano l'adhd. Malgrado la loro intelligenza accettano di buon grado questa conclusione perché essendo depressi per loro è più accettabile eliminare la causa della depressione piuttosto che analizzare profondamente ciò che l'ha causata.
    Ora sì, ora è tutto chiaro. Evviva! Sono santo.


    Ho indovinato?
    vera68
    Post edited by Markov on
  • mamma_francescamamma_francesca Veterano Pro
    Pubblicazioni: 1,036
    Però sono sincera, qual è lo scopo di accomunare persone con gravissime disabilità con persone che hanno qualche fragilità e problematica? Non lo capisco proprio. Penso si accomunino situazioni che dipendono da CAUSE diverse, o se invece si dimostra che c'è VERAMENTE una motivazione scientifica legata alla "biologia" o alla "genetica" di mettere tutti INSIEME allora la cosa più IMPORTANTE di tutte è capire perchè alcune persone sono gravemente disabili mentre altre no, in modo da orientare lo sviluppo di tutti verso la non disabilità.

    Io sinceramente ho conosciuto un bimbo ADHD, per carità lui sarà gravissimo, ma non è proprio possibile che abbia la stessa etichetta diagnostica di persone che ricevono tale diagnosi da adulti, a meno che non venga fuori che è qualcosa di cui ci si può "ammalare" d'improvviso, invece di essere una caratteristica innata della persona.

    Comunque mi sembra che le persone si spostino nello spettro in maniera fluttuante e mi sembra impossibile che da adulti siano più "autistici" che a 4 anni: mi pare che l'età della prima infanzia sia difficile, poi alle elementari si passa un momento positivo, poi di nuovo difficile con pubertà e adolescenza, poi più facile al liceo, poi più critico nella fase di inizio lavoro - a quel punto se si trova la situazione lavorativa e affettiva giusta le cose procedono bene, salvo qualche figlio nello spettro, mentre se non vanno bene si possono creare situazioni di grave depressione.
    vera68
  • osurosur Veterano Pro
    Pubblicazioni: 732
    Markov ha detto:

    Ad esempio, senza avere dati a riguardo, smentitemi se sbaglio...
    Scommetto che quelli adulti che alla prima visita riportano problemi ascrivibili all'adhd sono giovani che hanno superato i primi 13 anni di scuola senza manifestare problemi comportamentali di rilevanza patologica. E che vuoi che sia! Erano bambini intelligenti, ovvio che sanno trattenere l'iperattività, sorvoliamo!
    ("Ma sì dai, se ci pensi bene qualcosa c'era! Ti ricordi che ogni tanto ti facevi quella corsetta in classe a ricreazione? Oppure oppure, senti questa, ti ricordi quel periodo in cui c'erano tanti compiti e ti agitavi tutto il pomeriggio sulla sedia senza concludere nulla ma riuscivi comunque a strappare un 7 perché eri intelligente? Ta tan!!!").


    Poi all'università non riescono a studiare per gli esami e rimangono indietro, mentre i compagni si concentrano e vanno avanti. Meccanismo scattato. Vanno in visita e li trovano l'adhd. Malgrado la loro intelligenza accettano di buon grado questa conclusione perché essendo depressi per loro è più accettabile eliminare la causa della depressione piuttosto che analizzare profondamente ciò che l'ha causata.
    Ora sì, ora è tutto chiaro. Evviva! Sono santo.


    Ho indovinato?

    Tutto troppo semplicistico. Dimentichi alcuni aspetti fondamentali:
    1) quelli che oggi sono adulti, da bambini non avevano lo psicologo dell'istituto, eri così e basta, era peggio per te, non ho mai sentito dire di un adulto di oggi che da bambino era andato dallo psicologo;
    2) il rapporto tra maestre e studenti era indefinito, non come oggi di 1:10 o 1:20 (non ricordo bene) negli asili e scuole era frequente il non essere seguiti neppure se ci si prendeva a botte;
    3) oggi se un bambino tira un orecchio ad un altro, si apre un dibattito e se ne discute nei consigli, ieri se la maestra graffiava un alunno, se lo era meritato;
    4) i bambini che avevano problemi di rilevanza patologica erano visti come ingenui o socialmente pericolosi. E finiva lì;
    5) è molto più probabile che un asperger vada male alle superiori e bene all'università, dove può scegliere ciò che gli piace.
    ChristianNemo
  • MarkovMarkov Pilastro
    Pubblicazioni: 5,595
    Per gli adulti nati a fine anni '80 c'era già tutto quello che c'è oggi e andavano dalla psicologa... almeno quelli con famiglie sistemate... E se avevano problemi di rilevanza patologica veniva riconosciuto. (Ben inteso che i due esempi che ho fatto sopra non erano riconosciuti per mancata problematicità, non per ignoranza).
    Christian
  • PieroPiero Membro Pro
    Pubblicazioni: 74
    @markov la tua visione potrebbe essere giusta, per alcuni casi, però secondo me troppo approssimativa per i seguenti motivi:

    1 - dai per scontato che chi va da uno psicologo tra i 19 ed i 26 anni ci vada per motivi riguardanti difficoltà nello studio o simili, quando non tieni conto del fatto che molte persone anche per problemi interiori e/o con familiari e non vogliono rivolgersi allo psicologo dell'istituto (a scuola mia era un'insegnante, vedi te) mentre finite le superiori i nodi vengono sempre di più al pettine.
    2 - credo che prima di diagnosticare un eventuale ADHD oppure HFA o simili, che si suppone abbiano studiato anni e visto centinaia/migliaia di casi, valutino bene il soggetto che richiede aiuto e non "sparino" una diagnosi tanto per dire (su questo punto spero vivamente di aver ragione).
    3 - Nello studio si parla di ADHD oppure di disturbi dello spettro autistico, nello spettro ci stanno molte persone che non hanno ADHD ma altri problemi legati alla socialità e simili molto più invisibili
    4 - credo che sottovaluti il numero di persone adulte (non giovani adulte) che vanno dallo psicologo, ti assicuro che per il lavoro che svolgo so quali clienti vanno dallo psicologo e ti assicuro che la percentuale è davvero alta, anche in persone realizzate.

    ad ogni modo credo che in molti il dubbio della correttezza della diagnosi ci sia sempre, forse maggiormente in un Aspie reale, in quanto la soluzione data da altri in modo "non scientifico" non convince affatto.
    Parlando per me sto approfondendo un sacco la mia conoscenza dello spettro, in quanto non mi sento di essere dotato come la maggioranza degli Asperger però dall'altro lato mia moglie che è l'unica che mi conosce (nel senso reale di conoscenza) ha notato subito tratti Asperger quando noi neanche sapevamo cosa fosse.

    mi piacerebbe scriverti in privato per capire meglio la tua storia se per te non è un problema cosi da cercare di capire meglio il tuo modo di ragionare in modo differente dal mio ma per me davvero interessante.
  • mamma_francescamamma_francesca Veterano Pro
    Pubblicazioni: 1,036
    @Piero devi considerare che le diagnosi si basano sull'osservazione e il rilevamento dei comportamenti e su ciò che stabilisce "a tavolino" il manuale diagnostico, non su analisi ed esami diagnostici. Nel senso - fino a poco tempo fa il manuale scriveva che l'omosessualità era una patologia mentale! Da qui ne consegue che non ha neppure senso paragonare il numero di "autistici" che c'erano 20 anni rispetto a quelli che ci sono oggi, perchè sono cambiati i "criteri diagnostici", cioè è cambiato il significato della parola "autismo" nel tempo!

    Nel campo reale, l'NPI dell'Asl della mia zona ad es. è del tutto contrario a Keller nel senso che lui ritiene che l'etichetta "autismo" vada usata se c'è una "disabilità", mentre Keller invece la usa diciamo in maniera più ampia. Se vogliamo l'NPI dell'Asl la pensa proprio come @Markov e sinceramente dall'alto della sua esperienza con bimbi gravi e famiglie veramente in difficoltà "ironizza" sugli adulti diagnosticati da Keller e dice che l'autismo di quel tipo "non lo considera proprio", nel senso che deve indirizzare le risorse economiche e di tempo in un'altra direzione.
    PieroNewton
  • MarkovMarkov Pilastro
    modificato 8 November Pubblicazioni: 5,595
    Se chi ha condotto quello studio riconosce davvero degli aspetti nel 50% dei clienti svedesi l'unica spiegazione in buona fede può essere che in Svezia sono in pochi (ed autoselezionati) ad essere stati registrati in quelle statistiche. Altrimenti indovinarei anche io tirando a caso.



    Comunque ne ho conosciuti abbastanza ad essere andati dallo psicologo tra i 20 e i 25 anni per insoddisfazione affettiva e nati negli anni '90. La mia impressione media è che da un lato non avevano nulla di evidente - quasi impercettibile agli occhi di chi è andato dallo psicologo da piccolo -. Dall'altro forse, paradossalmente, la loro fregatura è stata proprio questa. Hanno accumulato più incomprensioni, leggere ma numerose. Gli altri hanno riposto in loro aspettative sociali normali che tuttavia non riuscivano a mantenere a causa del loro leggero sotto-media affettivo. Hanno avuto la fregatura di provare la reale vita sociale tipica senza avere le capacità per mantenerla a lungo.


    Invece chi è andato dallo psicologo da piccolo ha già alle spalle una botta pesante, gli altri ripongono in lui meno aspettative sociali che quindi riesce a mantenere. Ha già avuto tempo per rifiorire dopo il crollo e quindi raggiungere i 20-25 anni con più serenità e resistenza.


    In un certo senso sì, penso anch'io che un'anomalia lieve sia più benigna di un'anomalia lievissima. Almeno se si guarda la tenacia nel prendere decisioni, la rapidità di azione, l'audacia, il coraggio sociale e la vitalità.
    Se però si considera solo la qualità della vicinanza affettiva, senza guardare a quanto sono fragili e stressati, penso che questi crollati per la prima volta a 20-25 anni ottengano di più.
    ChristianPiero
    Post edited by Markov on
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