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Analista/paziente: la mia esperienza

AntaresAntares Veterano
Sono in cura dall'aprile 2018 da uno psicoanalista di impostazione freudiana. Sono mesi e mesi che mi tormento cercando di capire di chi sia la responsabilità di un rapporto certamente mai decollato; ho la sensazione che questo analista stia semplicemente dietro ai miei pensieri (ho una rapidità mentale superiore alla norma, parlo in modo estremamente rapido e vado di brainstorming, con poca linearità), arrancando, a volte non riuscendoci troppo bene, e che abbia un ruolo fondamentalmente passivo; le pochissime volte che prende l'iniziativa e mi parla, elabora teorie francamente smontabili (io sono in grado di farlo, magari qualcuno sente la versione edulcorata del terapeuta di turno e si sente meglio senza sottoporla alla propria coscienza critica, ma con me proprio non funziona), oppure teorie che condivido ma che sono talmente banali e per me inutili che:
1) ci avevo nel 90% dei casi già pensato compiutamente io.
2) nel restante 10% dei casi, pur non avendoci io verbalmente pensato prima, mi accorgo che ha fatto una semplice summa delle informazioni di cui sono da tempo consapevole e che gli ho comunicato nelle varie sedute. Tali "visioni di insieme" non smuovono di una virgola il mio apparato ragionativo e gli stati d'animo che da esso scaturiscono.

Le sedute si svolgono nel seguente modo: in tre quarti di esse mi pone qualche domanda che non fa altro che anticipare quello che comunque gli avrei detto qualche minuto dopo, nel restante quarto si comporta in modo più interventista (con peraltro pensieri mai illuminanti, e nemmeno preziosi come spunti di riflessione), ma mi fa terminare il colloquio spesso e volentieri dopo meno di mezz'ora dal mio ingresso (!!), come a dire: "io ho già dato, ho detto quattro frasi più del solito, fai tesoro delle mie perle di saggezza, stai parlando da un nanosecondo ma non importa perchè già su qualcosina ho spiaccicato parola, quindi ci vediamo la prossima volta". (Non trasmette tutto questo paternalismo esplicitamente eh, però cos'altro può essere sotteso ad un comportamento simile?)

Dal canto mio riconosco di avere peculiarità che non mi consentono di essere il "paziente tipo", quello a cui è applicabile una psicoanalisi classica, standard. In primis sgamo al volo se ciò che mi viene detto (le volte in cui non c'è mutismo da parte del terapeuta) ha una fallacia logica, o comunque una non diretta corrispondenza con il mio caso. E mi viene da ridere a pensare che questa sia una "mia colpa". Essere non sufficientemente stupidi per sentirsi meglio a fronte di pareri esterni nel concreto evanescenti, ok che è deleterio, ma è un male anche in sostanza? Non direi, giusto? Inoltre ho una mente, come ho detto all'inizio del post, che elabora pensieri secondo processi non lineari a livello logico, più poliedrici e "paratattici" (a livello concettuale ovviamente) rispetto alla norma. Ora, se io mi esprimessi sempre con la maggiore linearità possibile (e qualche volta l'ho anche fatto, ma va sottolineata una cosa: l'analista, in quelle occasioni, si è comportato nella stessa identica maniera!), direi probabilmente un decimo, forse anche meno, dei collegamenti che di fatto mi sovvengono mentre parlo (stavo scrivendo "durante il dialogo" anzichè "mentre parlo", poi ho pensato: ma quale dialogo? è in quasi tutte le sedute un monologo che a confronto il discorso di Al Pacino in "Ogni maledetta domenica" pare il chiacchiericcio confuso di un bar di provincia). Bene, anche qui se non ho una mentalità auto-semplificatrice da "premessa, fatto accaduto o compiuto, conseguenza, conclusione, giudizio ad essa relativo", che colpa ne ho? Il mio analista si comporta in un modo che definirei "iperlinearizzante" rispetto ai miei pensieri: ok, servirà a lui per sbrogliare le varie matasse, ma pure i suoi feedback, sempre quando ci sono, sono iperlinearizzati: dannatamente banali, sillogistici (con tutte le possibili ottusità del caso), mai innovativi, mai inediti nella mia gamma di pensieri. Cosa posso ricavare io, da risposte simili?

Più e più volte ha ridacchiato (senza chissà quanta malizia, va detto) a fronte di mie frasi che gli parevano non calibrate, oppure a mie congetture che riteneva inverosimili; una volta mi ha pure risposto ironicamente (ridacchiando per qualche secondo) perchè riteneva non mi fossi accorto di una dinamica che determinava un preciso comportamento da parte sua. Esce in sala d'attesa per accogliermi e mi dice solo "venga", esco per andare a casa e mi dice solo "arrivederci". Rapporto umano assolutamente nullo. E questa non è una "conditio sine qua non" per farmi stare bene in un rapporto con un analista (o un terapeuta in senso lato), sia chiaro, tuttavia a fronte di un non aver cavato sinora un ragno dal buco a livello di beneficio personale dalla "terapia", almeno si spera di riconoscere nel professionista una figura amichevole, pur senza le auspicate competenze in ambito "curativo"; chessò, una sorta di nuovo amico intimo, fidato. Invece mai una piccola simpatia da parte sua, un segnale che possa farmi concepire il rapporto tra me e lui come diverso da quello intercorrente tra due perfetti sconosciuti. Io mi apro a lui come non ho mai fatto con nessun altro (è il mio ruolo di paziente, del resto), e i risultati sono tutti quelli che ho descritto in questo post.

Già gli ho detto TANTE volte che mi pare inutile proseguire la terapia presso di lui, ha sempre tergiversato nel rispondermi (qualche volta dal mio lettino l'ho sentito tossicchiare in evidente imbarazzo), dopodichè ha sempre, puntualmente ripreso il filo di un discorso a casaccio tra quelli che avevo intrapreso nelle sedute precedenti. Come a dire, tra le righe: "se sei insoddisfatto del nostro percorso è perchè questo, quest'altro e quest'altro ancora discorso non li hai sviscerati adeguatamente; certamente non perchè il percorso in sè sia fallimentare". Qualche volta mi sono imposto e ho insistito per avere pareri circa le mie riflessioni per nulla ottimistiche sulla terapia intrapresa ormai da quasi un anno: risposte sue che definire ridotte all'osso è un complimento. Replicavo con il silenzio, sperando potesse dirmi altro a riguardo. Invece no: "il primo pensiero che le viene in mente?", questa è la sua immancabile espressione formulare. Se voglio parlare io devo parlare io, se voglio che ogni morte di papa parli lui, eh no, lui deve solo sentire cosa io possa avere da dire. Bella storia, nevvero?



In almeno due occasioni (vado due volte alla settimana) mi ha fatto uscire dopo pochissimi minuti di seduta, facendomi pagare la tariffa consueta. Una volta ero molto in ritardo con l'orario, è vero, ma il paziente successivo non aveva nemmeno suonato il campanello, quindi di cosa stiamo parlando? Ebbene, mi tenne cinque-sei minuti sul lettino. Alle mie richieste di spiegazioni con tono irritato (perchè l'estrema brevità delle sedute era recidivante), la sua risposta è stata, con un sorriso imbonitore e probabilmente fasullo: "le ho dato un suggerimento prezioso. Lo tenga a mente e non lo sciupi. E' come se lei, in questa seduta, abbia messo entro pochi minuti il punto esclamativo". WTF?!? (per dirla con un linguaggio da nerd) Al che io ho preso e me ne sono andato, non senza dimostrargli la mia incazzatura contingente.

Il punto è questo: le terapie psicoanalitiche vanno sempre per le lunghe. Dopo 11 mesi (tale è il periodo trascorso dalla prima seduta) non pretendo di avere chissà quali miglioramenti in campo pratico, tangibile. Ma ci rendiamo conto di quali siano le basi su sto fondando questo "percorso" (che finora è un girare in tondo su me stesso)? Un analista che mi risulta completamente inutile a livello cognitivo, intellettivo. Un rapporto interpersonale avvilente, moscio, grigio. E sapete cosa mi avrebbe risposto lui leggendo questo scritto, con un fare altrettanto moscio? "Bene, le basi le mette lei, sta costruendo l'impalcatura", eccetera. Qualunquismo puro. Un vortice di nulla.

Volevo solo chiedervi come la pensiate al riguardo. Dovrei interrompere una terapia svolta in simili condizioni generali? Lui derubrica ogni mio malcontento a fenomeni a completo appannaggio di teorie psicoanalitiche, quali la resistenza dell'inconscio, eccetera. Tutte cose vere, per carità, ma affidarsi monoliticamente alla tua formazione professionale, fredda, un cumulo di nozioni e concetti accatastati, cosa può darti? E che io possa nutrire riserve su questa terapia ANCHE per motivi puramente di relazione umana e di percezione di inadeguatezza del terapeuta alla mia forma mentis e al mio modus cogitandi? Se contempla questa possibilità, a quanto pare, non dimostra affatto di farlo e non cerca affatto di rendere più proficuo il rapporto tra me e lui.
RobK
Post edited by Antares on

Commenti

  • DomitillaDomitilla Senatore
    Pubblicazioni: 2,897
    Ho fatto anche io analisi e dopo aver raccontato la storia della mia vita più varie chiacchiere, non sapevo più che dire.
    Mi disse che potevo star zitta anche tutta la seduta, a quel punto smisi: zitta potevo restare pure a casa mia.
    Non ho ottenuto nulla che non potesse dirmi una persona qualunque.
    Anche nel mio caso, la colpa del fallimento furono resistenze e narcisismo.
    Evabbeh, sto campando ugualmente.
    Antares
  • riotriot Moderatore
    Pubblicazioni: 5,216
    io non ho un'esperienza diretta. posso solo dire quella che è la modalità riferita da una mia amica che ha fatto analisi e me ne ha parlato a lungo.

    l'esempio è la forma di una parabola ascendente/discendente.
    portare fuori tutti i momenti salienti della propria vita passata e presente è definibile come il "costruire la parabola", quello che lui ha definito come "costruire l'impalcatura": è la stessa cosa.

    in questa fase lo specialista (bravo) si pone in ascolto e non interviene molto in quanto deve immedesimarsi col paziente a mano a mano che si aggiungono elementi.
    ma non è importante la quantità quanto la qualità di quello che tu esprimi come vissuto interiore.
    infatti, il problema maggiore non è arrivare a definire per mezzo di teorie standard, ma a comprendere lo specifico vissuto, unico per ogni persona.

    poi, arrivati al punto di stallo (apparentemente nulla più da aggiungere) inizia la parte discendente che consiste nella destrutturazione analitica di tutto ciò che si è tirato fuori.

    RobKAntares

  • vera68vera68 Colonna
    Pubblicazioni: 1,227
    Come ho già scritto molte volte la mia è una psicoanalista transazionale e mi trovo benissimo. Sono 5 anni che la frequento, io sono andata là con tutte le difese abbassate, bandiera bianca su tutto, ormai non avevo nulla da perdere. La docilità probabilmente mi ha aiutata
    Antares
  • MarkovMarkov Pilastro
    Pubblicazioni: 7,808
    Io ci sono stato due anni. Brevemente: se pensi di non dover migliorare da solo sei fuori strada.

    Il punto di rottura per me è avvenuto in quel momento in cui fondamentalmente non sentivo più di avere problemi. La psicologa non sembrava appoggiare questa svolta. Lo faceva spesso implicitamente, parlando pochissimo (mentre ad inizio terapia era loquace ed incoraggiante, c'era un dialogo normale).
    Ogni tanto ha pure provato a tirar fuori la carta degli amori, cosa che mi lasciò molto perplesso... Sia perché faceva capire di avere un concetto di felicità tarato sulla media, sia perché su quello era in anticipo di almeno 10 anni e non era mai stata priorità.
    È come se ad un messinese contento di aver costruito casa gli andassi a parlare del ponte sullo stretto che ancora manca.

    Sempre per concludere: ho dovuto comunque fare tutto da solo. Il supporto dato da lei c'era sì, ma era come il supporto dato da un tifoso in panchina :)
    Insomma... mica vogliamo davvero credere che instaurare un rapporto con la terapista abbia chissà quale rinforzo nell'affrontare i problemi sul campo...
    Antares
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