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Il mio posto nel mondo

smartismarti Membro


Mi è capitato spesso di chiedermi chi fossi, sopratutto quando era il mondo esterno ad esigere una definizione da me; definizione che per me era impossibile da comprendere concettualmente (e percepivo come
violenza). Avrei dovuto definirmi secondo quello che mi piaceva fare? Non sentivo di essere solo quello, e in ogni caso delle pochissime cose che mi facevano star bene, non ne potevo più parlare: meglio evitare le solite reazioni di incomprensione e stupore – se andava bene – o astio e derisione. Quando ponevo la domanda a me stessa (ma chi poneva la domanda e chi ascoltava se ero solo io?) non aveva alcun senso, ero, e basta.
Raramente mi interessava avere qualcosa di
materiale, non sapevo che farci. All'opposto, morivo dalla voglia di parlare di tutto quello che avevo intorno, ogni minimo dettaglio mi
illuminava, e avrei molto voluto raccontarlo a qualcuno. Ma quasi sempre quello che riuscivo a dire era diverso da quello che avrei
voluto, oppure venivo fraintesa. Mi fu insegnato che parlavo troppo, mi diedero il soprannome di “radio” perché non mi spegnevo mai.
Mia madre me lo ha ricordato fino all'età adulta.

Gran parte di quello che mi succedeva da “protagonista” della mia vita reale non lo capivo. Le maestre dall'asilo fino ai professori delle superiori, mi rimproveravano, mi punivano, davanti a tutti, per qualcosa che avevo detto, che era maleducato o cattivo. Io mi disperavo, e cercavo di spiegare che non era quella la ragione, che non volevo ferire nessuno e che anzi, spesso, erano un tentativo di aiutare qualcuno che mi sembrava in difficoltà. Non ci riuscivo, o non mi capivano. A quel punto iniziavo a piangere, non potevo più
fare altro. Ma diventavo, così, la bambina capricciosa e viziata.
Imparai a tacere. Mi veniva detto che ero troppo chiusa e che avevo sempre il muso, quando fino a quel momento ero stata definita una “radio”. Non avevo più la minima idea di come dovevo comportarmi, e nessuno sembrava sapermelo spiegare. Sapevano solo
dirmi come non volevano che mi comportassi.



Mi
accorsi che se stavo in disparte e osservavo le persone, invece, capivo tutto, anche cose che altri non vedevano o non coglievano.
Imparai ad osservare, ritirarmi e imparare.

Col tempo provai a “mettere in pratica” quello che avevo imparato – o pensavo di aver imparato. Ma accumulai fallimenti su fallimenti.
Quando mi affezionavo, quel qualcuno “scappava” e mia madre alle mie richieste di aiuto o spiegazione, mi rispondeva soltanto “Sei troppo appiccicosa e uggiosa, alle persone non piace”. Piangevo ogni giorno, ormai di nascosto, perché anche quello era diventato motivo di rimprovero. Non avevo nessuna ragione di piangere, mi dicevano, se lo facevo era solo per egoismo, per attirare
l'attenzione su di me, quando c'erano persone che stavano male sul serio. La quotidianità si era ridotta ad essere soltanto un'attesa
impaziente del momento in cui sarei potuta finalmente tornare a casa ed essere sola per piangere, in cui finalmente mi sarei potuta
togliere la maschera a cui mi aggrappavo per non attirare gli sguardi straniti, e crollare finalmente. Gli inglesi usano un'espressione
molto bella che mi è sempre piaciuta: cry your heart out, piangere il cuore, farlo uscire, strabordare attraverso le lacrime. Mi dava
sollievo. A volte non riuscivo ad aspettare il rientro a casa. Allora scappavo, di classe, dalla festa, dal pranzo in famiglia. Mi chiudevo
in bagno, o un un angolo nascosto del giardino, in cui nessuno poteva vedermi. Tremavo, piangevo, litigavo con me stessa ad alta voce: "Perché sei fatta così, perché devi star male senza motivo, ma che problema hai?"

Quando rientravo nel mondo avevo il terrore che gli altri se ne accorgessero, che vedessero che in me c'era qualcosa di sbagliato, qualcosa che non capivo nemmeno io, qualcosa che non potevo mostrare materialmente, di cui non avevo prove, ma che mi accompagnava qualunque cosa facessi. Iniziai a fare attenzione e a vergognarmi di
come camminavo, come stavo in piedi, ogni parola che dicevo, ogni espressione che avevo sul volto: ero stramba, non potevo farlo
vedere, non potevo permetterlo. Ero anche esausta. Ossessionarmi, pensare e ripensare, e condannarmi per ogni più piccolo gesto, mi
uccideva giorno dopo giorno, e mi portava via ogni energia. Decisi che l'unica soluzione era rimanere nascosta, al chiuso, dove nessuno
mi avrebbe finalmente più dato noia, e dove io non avrei più creato fastidi. Non ci sarebbero state domande stupide sul perché dei miei
comportamenti, né gli occhi fuori dalle orbite dei miei coetanei o degli adulti.

Passavo le mie giornate nella rassegnazione della mia solitudine, a volte
frustrante, ma finalmente ero libera di fare tutto quello che prima mi ero negata. Mi accorsi che io per prima avevo iniziato a trattare me stessa con cattiveria e pregiudizi, a etichettarmi, a volermi costringere in una idea-contenitore troppo stretta. Avevo talmente
interiorizzato quello che avevano cercato di farmi dall'esterno, che ero diventata la carnefice di me stessa.

Provai a lasciarmi andare alle mie “stranezze”. Una di queste, ad esempio, era rimanere per ore distesa ad osservare il soffitto, incantata. Non pensavo, non mi muovevo, avevo gli occhi aperti, ma
non guardavo. Era una delle cose che avevo sempre fatto spontaneamente, senza capire il perché, anche quando stavo bene. Mi
dava benessere, mi faceva sentire serena. Ma fino a quel momento non era stato un comportamento accettato: una bambina così, che per ore sembrava non esistere, era inquietante, creava disagio. Me ne fregai.
Me ne fregai delle aspettative di mia madre che mi urlava di alzarmi e che facevo schifo, che non avevo voglia di fare niente, che da
grande sarei stata un fallimento, e sarei sempre rimasta da sola, facendo così.

Continuai ad osservare il soffitto per ore. Continuai a rimanere per terra in
posizioni strane, senza fare niente. Continuai a dare valore alla mia solitudine, a cercare di riempirla di me stessa invece che degli
altri. Un giorno fui ripagata. Il giorno che ho scoperto, da adolescente, l'esistenza dello yoga e della meditazione, è stata una
gran bella soddisfazione. Non solo non ero stramba, ma c'erano milioni di persone in tutto il mondo che facevano esattamente quello
che facevo io, e loro, a volte, dovevano pure faticare per qualcosa
che a me veniva spontaneamente! C'erano persone che si facevano pure pagare!

Questa è stata una delle molte cose che, lentamente, mi ha fatto aprire gli
occhi. Ciò che ero, lo avevo trovato indipendentemente dalle definizioni che mi davo o potevano darmi – anzi, avevo trovato ciò che ero allontanandomi il più possibile da definizioni, etichette e forzature, assecondando semplicemente quello che sentivo come impellente. Avevo pensato di dover trovare a tutti i costi il mio
posto in un mondo che sembrava non averne, e che continuava a cacciarmi. Avevo voluto fare a gomitate e urlare per farmi sentire in
un mondo di sordi. Quando, però, smettevo di cercare di essere, qualcuno o qualcosa, e semplicemente lasciavo manifestare la mia
natura, mi accorgevo che avevo già il mio posto, che ciò che prima mi sembrava mi seguisse per tormentarmi, potevo trasformarlo in ciò che portavo sempre con me per conforto.



Mi sento ancora lontana da casa, quella che da bambina non capivo in quale altro luogo sconosciuto fosse, che ho sempre cercato. La sto ancora cercando, anche se non so se la troverò. Ma anche se non ho
ancora trovato casa, ho almeno trovato il mio posto nel mondo:
ovunque io sia, quello è il mio posto.

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Post edited by Sniper_Ops on
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