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Rapportarsi con la sofferenza altrui

Si dice che la sofferenza ha una componente oggettiva che dipende dal sistema di riferimento (esempio: perdere 10 euro quando hai uno stipendio di 1500 è un fastidio, ma perdere gli stessi 10 euro se campi con 30 euro al mese è un dramma), ma soprattutto ha una componente soggettiva che dipende dal vissuto e dalla percezione individuale (per esempio a parità di ambiente sociale e di stipendio perdere 10 euro possono essere insignificanti per qualcuno e un dramma emotivo per chi percepisce quella distrazione come l'ennesima prova della propria incapacità).
Quando altri mi raccontano le loro sofferenze e il racconto non mi fa scattare una qualche forma di empatia noto spesso una incongruenza tra il fatto oggettivo e la manifestazione di sofferenza espressa dalla persona; in poche parole: mi sembra una esagerazione. Ma poi me ne sto zitta e ascolto (e spesso mi sfinisco a dire il vero) perché chi sono io per mettere la mia percezione nelle sofferenze altrui?
Mi chiedo: l'ascolto e basta è davvero ciò che gli altri si aspettano e di cui hanno bisogno? O magari invece una risposta razionale volta a ridimensionare l'impatto dell'accaduto potrebbe essere un aiuto?
rondinella61OssitocinaValentadamy

Commenti

  • MononokeHimeMononokeHime Moderatore
    Pubblicazioni: 2,248
    Mi ricordo una volta in cui una ragazza chiedeva come stava vestita in quel modo, e io risposi sinceramente che per me stava bene. Altre ragazze risposero che stava bene. Lei mi ringraziò poco convinta, ma le dissi che per me stava bene davvero, che non era una gentilezza. Poi un’altra ragazza mi disse di lasciar perdere, che se non ci si vedeva lei, è inutile quello che le viene detto.
    Alcune volte, alcune persone, hanno solo bisogno di una “spalla su cui piangere”. A volte però, ridimensionare la cosa penso sia sano e utile, ma dipende dalla situazione.
    Se ad una persona muore il cane, non gli si può dire “era solo un cane, manco ti fosse morto un parente”, perché per quanto l’animale non fosse una persona a volte può essere un affetto anche maggiore, specialmente in persone anziane e sole (non solo).
    Diciamo che se è legato a questioni affettive/emotive la cosa migliore è ascoltare, se riguarda cose più “pratiche” per quanto “disperanti”, allora meglio ridimensionare.
    Questo il mio pensiero in base a ciò che mi viene in mente per ora.
    LupaOssitocinarondinella61ValentaunicornBlunotte
    Che io abbia il corraggio di accettare le cose che non posso cambiare, la forza di cambiare le cose che posso cambiare, e la saggezza per poterle distinguere. (versione personale)
  • rondinella61rondinella61 Pilastro
    modificato December 2019 Pubblicazioni: 1,588
    Ho notato che di fronte ad una sofferenza le persone cercano una spiegazione/giustificazione, che può essere "è il karma-è la sfiga-sono un incapace-non ci so fare-ecc". Trovare la spiegazione, però, non sempre allevia il dolore, quindi la persona tende a parlarne (lamentandosi) con gli altri, nella inconscia ricerca di un'altra spiegazione, più "lenitiva". 

    Ecco, chi ascolta potrebbe riuscire a vedere gli accadimenti da un'altra angolazione e dare questa spiegazione diversa. Non ridimensionare appositamente, ma far capire all'altro che ci possono essere anche altri motivi e non solo l'incapacità (per esempio).

    A me è capitato proprio questo: in un certo periodo avevo sensi di colpa per aver fatto involontariamente del male (non a persona ma ad animale), ero talmente triste e sconsolata da rasentare la depressione, e questo per diverse settimane. Un giorno ero al telefono con una ragazza che sento saltuariamente ma che in quel preciso istante è stata salvifica. Non ha ridimensionato l'accaduto, bensì ha rilevato come non fosse colpa mia ma del modo diverso di comunicare delle parti in causa -quando 2 linguaggi sono diversi e non si incontrano, possono capitare dei "disastri".

     Ebbene, dopo aver chiuso la telefonata mi sono accorta di essere finalmente serena. Quelle precise parole mi avevano offerto una seconda (e più valida) spiegazione -che adesso mi sembra così ovvia, però garantisco che in quei momenti non la era, ovvero non riuscivo proprio a vederla.
    MononokeHimeLupaOssitocinaamigdalasmarti
    Post edited by rondinella61 on
  • OssitocinaOssitocina Pilastro
    Pubblicazioni: 2,725
    Io credo che l’unica componente fondamentale che la risposta alla sofferenza debba presentare, per essere efficace ed apprezzabile, sia la non delegittimazione del dolore altrui.

    Se si riesce a far sentire l’altro accolto e riconosciuto, questo sarà più propenso ad ascoltare ciò che avremo da dire e, se possibile, ridimensionare e correggere la propria visione della situazione di sofferenza: Avremo costruito per lui uno spazio di dialogo sicuro nel quale non avrà bisogno di mettere in atto meccanismi difensivi e di giustificazione del proprio dolore.

    Mi spiego meglio con un esempio. Riprendendo il caso della persona che perde 10€ e ne fa una tragedia nonostante non cambino sostanzialmente la sua situazione economica. Un conto è partire in quarta con la risposta oggettivo-razionale e reagire con un “Ma dai, non ti preoccupare, sono solo 10€, capita a tutti” (che all’orecchio di chi sta male risulta come un “la tua sofferenza non ha senso” e che non fa che, paradossalmente e nonostante le migliori intenzioni, mortificare ancor di più la persona in questione), completamente diverso sarebbe un approccio accogliente ed individualizzato che, secondo me, dovrebbe prima di tutto partire con il comprendere le motivazioni profonde che portano il soggetto a soffrire per un evento che appare triviale (se non si riesce a comprendere perché qualcuno stia così male per qualcosa, la cosa migliore che si può fare è chiedere con sincera curiosità). Se, come suggerito nell’esempio, la persona soffre non tanto per i 10€ in sé ma per un più generico senso di incapacità, sarà molto più semplice empatizzare con la sua sofferenza (chi non si è mai sentito incapace). A me fa sentire bene quando mi si riconosce che “sì, posso immaginare che tu ti senta davvero uno schifo”.

    Una volta chiarito all’interlocutore che non deve nascondere o giustificare il suo dolore, perché non è oggetto di giudizio (ed è già una gran cosa), si può pensare di aggiungere quel pezzo di discorso nel quale si tenta di smontare parzialmente la visione che il soggetto ha della situazione, ma secondo me ha senso spendere parole in questo senso soltanto se si ha effettivamente qualcosa da dire.
    Come ha scritto qualcuno, se ad un amico muore il cane è molto più saggio fermarsi alla piena legittimazione e accoglienza del dolore (e non rischiare di rovinare tutto con frasi tipo “dai puoi sempre prenderne un altro” “almeno era anziano” ecc). Caso diverso se, ad esempio, la persona si incolpa per la morte del cane (magari perché non ha colto determinati segnali in tempo); in quel caso il dolore inevitabile (che è insindacabile) è aggravato da un senso di colpa che va compreso, destrutturato ed elaborato.

    Ecco la mia idea è che il dolore e la sofferenza abbiano una componente pura che non possa essere oggetto di discussione ma solo ed unicamente di comprensione. Tutto ciò che vi sta intorno può invece essere discusso e modificato, ma con estrema attenzione, in quanto è in ogni caso legato a quel nucleo insindacabile di dolore.


    C’è da dire che non sempre si hanno la motivazione e le energie mentali necessarie a comprendere l’altro, specie quando le motivazioni superficiali alla sofferenza sono triviali e l’empatia non è immediata. In quei casi, il mio suggerimento è non dire niente, se non un “mi dispiace”, senza imbarcarsi in conversazioni disfunzionali e negative per entrambi gli interlocutori.
    rondinella61MononokeHimeLupadamysmarti
  • damydamy Veterano Pro
    Pubblicazioni: 1,188
    Ognuno vive la sofferenza a modo proprio, lo hai ben osservato anche tu.. è per lo più soggettivo. Io credo che bisogna sempre rispettare qualsiasi tipo di sofferenza, mai sminuirla e poi essere sempre diretti, cioè offrire il proprio parere sulla questione, sempre con rispetto, ma dire il proprio punto di vista, aiuta l'altra persona a guardare in un'altra prospettiva. Certo, spesso i consigli non sono ben accetti, per questo biaogna capire con chi si parla perché il fraintendimento è dietro l'angolo.
    rondinella61Lupa
  • vera68vera68 Pilastro
    Pubblicazioni: 2,307
    Ho parlato alla mia terapeuta di questo argomento. Perché ho notato che suscita in me emozioni diverse su piani diversi.
    In effetti lei mi ha detto che questo è uno snodo importante perché coinvolge il rapporto tra l'interno e l'esterno.
    Aggiungerò le conclusioni che ne trarró quando avremo affrontato l'argomento
    MononokeHimerondinella61LupaPimpirina
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