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Empatia

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Commenti

  • vanessavanessa Colonna
    Pubblicazioni: 1,163
    L'empatia è un concetto un po' sopravvalutato inoltre è anche multidimensionale e quindi è facile fraintendere, molti autistici, dovrei dire tutti i pochi che ho conosciuto, sono molto sensibili agli stati emotivi altrui molte volte non si lasciano confondere dai mascheramenti che tentiamo di mettere in atto, ma talvolta non riescono a rimandare agli altri questa loro sensibilità, forse bisognerebbe parlare del rapporto tra empatia, alessitimia e teoria delle mente.
    ct87AmelieAndato46Kaleentestadimortorondinella61AJDaisy
  • ena_6ena_6 Membro
    modificato June 2017 Pubblicazioni: 91
    Darwin ha detto:

    Kaleen ha detto:

    Insomma ma sarà proprio vero che chi è nello spettro autistico è necessariamente scarsamente empatico?




    Assolutamente NO!
    gli autistici e gli AS hanno un'empatia affettiva anche superiore alla media, è l'empatia cognitiva (quella che permette di conoscere lo stato d'animo altrui dal linguaggio non verbale) che A VOLTE, NON SEMPRE può essere difettosa.
    Ma è molto più facile che un aspie (o un autistico HF) riesca a colmare questa lacuna con la ragione, imparando a riconoscere logicamente e razionalmente le emozioni nel non verbale.

    Per gli autistici LF onestamente non so se questo meccanismo è comune, ma neanche per loro si può parlare di mancanza di empatia visto che se messi al corrente delle emozioni altrui si comportano di conseguenza (questa è l'empatia affettiva), come cedola maggior parte degli esseri umani. Chi non ha empatia affettiva è probabile che abbia un disturbo antisociale di personalità, che secondo me è proprio l'opposto dell'autismo.

    E pensare che uno dei motivi per cui non sono stata diagnosticata era che secondo la mia psicologa la mia empatia (lei non aveva distinto tra i due tipi, ma a posteriori posso dire che si tratta di quella affettiva) è sopra la media... che rabbia...
    Io ho notato che la mia empatia cognitiva migliora se mi trovo a contatto con persone che conosco molto bene e quindi riesco a cogliere se si comportano diversamente dal solito, mentre con gli estranei mi manca la base da cui partire
    kripstyromipor
    Post edited by riot on
    “Improvvisa, adattati e vinci la sfida” - anonimo

    “Il calabrone ha un peso tale che in rapporto alle dimensioni delle sue piccole ali, secondo le leggi della fisica, non potrebbe volare…ma il calabrone non lo sa e vola lo stesso” - citazione nei testi di aeronautica
  • RiccardoneRiccardone Membro
    Pubblicazioni: 11
    Mi permetto di dire la mia "dall'altra parte", ovvero vista da un NT.
    Io credo che l'uso del termine "empatia" in questo contesto sia più un intralcio che un aiuto alla comprensione.
    Da un po' di tempo sto insieme a D., un ragazzo aspie, e non mi sento affatto poco compreso né tantomeno poco considerato: al contrario, sono spesso stupito dall'accuratezza con cui riesce a comprendere i miei stati d'animo e ad agire conseguentemente.
    Ciò detto, penso che una differenza tra noi ci sia eccome.
    Fin dai primi giorni della nostra conoscenza D. mi ha chiesto di fare una cosa molto semplice a parole, ma difficilissima da realizzare nel quotidiano: dirgli tutto dei miei sentimenti e delle mie aspettative, non tacergli neppure le cose che mi sarebbero sembrate ovvie.
    All'inizio cercavo di fare come mi aveva chiesto, ma non ne capivo tanto bene il senso, inoltre mi mancava l'allenamento e non riuscivo a vedere quante cose stavo dando per scontate...
    Poi una volta mentre discutevamo lui mi ha accusato di fargli degli indovinelli impossibili da
    risolvere e mi ha fatto notare che oltre ad essere irrazionale questo
    comportamento faceva star male entrambi: lui perché finiva col sentirsi
    inadeguato, io perché se ero arrivato a quel punto vuol dire che stavo
    esprimendo dei bisogni profondi che non riuscivo a soddisfare.
    A quel
    punto ho incominciato a capire il perché della sua "strana" richiesta e a
    mettere in discussione tutte le mie precedenti assunzioni: ho deciso che dovevo semplicemente fidarmi di lui e fare come mi chiedeva, per quanto mi sembrasse controintuitivo.
    Trovo infatti estremamente faticoso dirgli cose come "Avrei tanto bisogno che invece di andare a chiacchierare con gli amici adesso stessi un po' qui con me" oppure "Per favore, smetti per qualche minuto di raccontarmi quanto ti divertivi a fare questa cosa con il tuo ex, in questo momento sto cominciando a compararmi con lui e questo mi fa stare male": per quanto cerchi sempre di esprimermi in modo rispettoso e riempia il discorso di mille "per favore", "se ti va", "se non ti dà fastidio", io vivo sempre queste "richieste" come delle "invasioni" della sua libertà, e credo che questo derivi dall'assunto, da me interiorizzato in decenni di rapporti con NT, che queste "attenzioni" dovrebbero essere scontate, e se una persona non le ha vuol dire che non tiene a te e tu non dovresti richiederle.
    Ad ogni modo io ci sto provando, magari a volte fallisco perché sono troppo frustrato o stanco o arrabbiato, ma anche lui, da parte sua, comprende di più le mie difficoltà e anche se non riesce ad "intuire" che cosa ci sia dietro mi dice "Capisco che qualcosa non va ma non capisco cosa, me ne vuoi parlare?": spesso questo basta per "sbloccarmi" e riesco finalmente a parlare chiaro.
    Come dicevo all'inizio, la mia impressione è che D. sia perfettamente in grado di comprendere i miei sentimenti e di comportarsi di conseguenza, ma invece che indurli attraverso l'interpretazione delle mie azioni alla luce di convenzioni sociali condivise, lo faccia elaborando in modo razionale gli elementi che io gli metto a disposizione.
    In questo senso non è neanche vero, nella mia esperienza, che D. non sappia leggere le comunicazioni non verbali, perché capisce perfettamente se i miei gesti e le mie espressioni facciali esprimono gioia o disagio o noia o altro (ma magari è una sua specifica abilità individuale, non saprei), la differenza è che non li ricollega in modo automatico e quasi inevitabile (come invece faccio io) a quella specie di "sintassi" che noi NT inconsapevolmente adottiamo, e soprattutto non reagisce secondo quello che implicitamente ci aspetteremmo da un'altra persona.
    Questa differenza, che potrebbe sembrare solo un limite, in realtà ha anche un pregio incalcolabile: D. è completamente privo di quei retropensieri che inquinano costantemente le relazioni degli NT ("mi chiede questo perché in realtà vuole qualcos'altro" e giochetti di questo genere), e credo che sia per questo che riesce a crearsi un'immagine così limpida di quello che sento e anche a rispondere con una generosità non trattenuta da considerazioni un po' meschine come quelle che spesso purtroppo non del tutto consapevolmente facciamo anche nella vita di coppia.
    Dico questo non per fare un elogio degli aspie, che non ne hanno nessun bisogno (temo anzi che suonerebbe piuttosto stupido), ma per rilevare che cambiando il punto di vista a volte ci si accorge che le opportunità sono maggiori degli ostacoli, che pure non sono irrilevanti.
    Come dicevo, a me pare che tutto questo non abbia proprio niente a che vedere con l'empatia e la capacità di immedesimarsi in un'altra persona e assumere il suo punto di vista, ma piuttosto con l'assenza di certi schemi comportamentali (perdonatemi l'imprecisione, non sono un "tecnico") che per la maggioranza delle persone in buona parte determinano il gioco delle reciproche aspettative; se non avessi cercato di entrare un po' nella sua logica, probabilmente avrei concluso che era semplicemente un egoista insensibile alla mia sofferenza, e invece non c'è nulla di più lontano dalla realtà.
    Queste comunque sono solo mie personalissime osservazioni, e naturalmente non ho la
    pretesa che abbiano un qualche valore scientifico, e non so nemmeno se D. sia d'accordo perché non mi sono confrontato con lui
    prima di scriverle: semplicemente le metto a vostra disposizione.
    Andato46MalinalliFezzrondinella61aspirinaSheldonmarielMikiLibellularomipor
  • dm94dm94 Neofita
    Pubblicazioni: 7
    Salve , se a qualcuno non è di disturbo , mi potreste spiegare cosa significa empatia ?
  • RiccardoneRiccardone Membro
    Pubblicazioni: 11
    Ciao @dm94, non sono uno "specialista" per cui posso solo spiegarti in poche parole il senso in cui io uso questa parola: la capacità di comprendere e provare dentro di sé le emozioni provate da un'altra persona, e perciò di assumere il suo punto di vista sulle cose (il che non vuol dire necessariamente condividerlo, ma "sentirlo dentro").
    Per una riflessione più approfondita, ti rimando a questo articolo che @ct87 ha citato in un precedente post all'interno di questa discussione:
    http://www.spazioasperger.it/index.php?q=caratteristiche-dell-asperger&f=130-empatia-cecita-mentale-e-teoria-della-mente
    Ciao!
    rondinella61ct87
  • dm94dm94 Neofita
    Pubblicazioni: 7
    Ok grazie , scusa il disturbo , e spero che in futuro potrei esserti utile anche per qualche consiglio !
    Riccardone
  • SophiaSophia SymbolSenatore
    Pubblicazioni: 5,902


    Kaleen ha detto:

    Insomma ma sarà proprio vero che chi è nello spettro autistico è necessariamente scarsamente empatico?

    - nel mio caso io sembro avere un interruttore rotto, un circuito che a volte c'è e a volte no, a volte sono collegata e fortemente empatica a tal punto che sono stata definita più volte "un angelo", qualche volta invece mi sento scollegata e poco empatica, nel senso che fatico a comprendere lo stato d'animo di qualcun altro e soprattutto non ho idea di come mi dovrei sentire a riguardo, e sono risultata nella mia vita "fredda" "distaccata" "auto-centrata" "egocentrica" "una stronza".
    Sono pienamente d'accordo con @Kaleen che ha descritto benissimo quello che succede anche a me. Quando ero più giovane sentivo molta empatia per persone in difficoltà, e anche ora mi capita. Certe volte mi rendo conto che nel mio caso a prevalere è l'empatia cognitiva, e quindi nonostante riesca a capire, a spiegarmi lo stato d'animo, a comprendere i disagi altrui ne sono emotivamente distaccata. Penso spesso che avrei potuto fare il medico o il ricercatore. Sapete dove però? In quegli ambiti che richiedono freddezza e lucidità. Neuroscienze, studi con persone colpite da ictus o altre patologie, lavori in ospedale che richiedono poca pietas. Ho sopperito fino ad ora attraverso il lavoro che svolgo, che similmente a quelli citati richiede un po' di freddezza e distacco e quindi le persone non si accorgono troppo, o comunque lasciano passare l cosa
    "Nulla esiste finché non ha un nome".
    Lorna Wing
  • amigdalaamigdala SymbolModeratore
    Pubblicazioni: 6,137
    Io capisco dal pdv razionale, ma non provo. Provo solo se ho già sperimentato.
    Ma a volte ho la presunzione di credere che non sia possibile sentire sentimenti per qualcosa che non si ha sperimentato. La sofferenza per avere una patologia neurodegenerativa che ti condurrà a morte certa, perdendo il controllo di sé, potrò mai capirla fino in fondo? Una persona qualunque può capirla se non l'ha vissuta? Io sarò arrogante, ma credo che ci si possa avvicinare a capirla ma sarà comunque un sentimento lontano. Ma probabilmente mi sbaglio nel dire ciò perché non ha senso usare il mio metro di giudizio per valutare l'empatia altrui. Però continua a sembrarmi una cosa così strana.
    A volte mi chiedo come sia sperimentare i sentimenti altrui sulla propria pelle.
    LibellularomiporWBorg_Andato
  • SophiaSophia SymbolSenatore
    Pubblicazioni: 5,902
    Beh @Amigdala potremmo utilizzare Aristotele e gli antichi Greci. Il filosofo ritenne che ai giovani servissero le immagini per imparare. E che la tragedia potesse essere loro d'aiuto nel gestire il pathos, il sentimento. Attraverso l'esposizione ai drammi il giovane poteva infatti acquisire gli strumenti necessari alla gestione delle emozioni e alla crescita spirituale, poiché poteva mettersi nei panni dell'eroe morente, essere esposto al dramma, capirne il significato, e viverlo internamente con la consapevolezza di non farlo in prima persona. Questo secondo lui poteva liberare l'uomo dalle passioni negative e dalle emozioni troppo forti e coinvolgenti e scaricare la colpa all'esterno, attraverso un altro (in questo caso l'attore) che espiava al posto dello spettatore (fu uno dei primi accenni allo studio di psicologia).
    amigdalarondinella61LibellularomiporWBorg_Andato
    "Nulla esiste finché non ha un nome".
    Lorna Wing
  • Marco75Marco75 Moderatore
    Pubblicazioni: 2,044
    Questo è il punto che sinceramente mi confonde di più.
    Io mi sono sempre reputato una persona abbastanza empatica, ma se vado a esaminare nel dettaglio alcuni episodi della mia vita (vecchi e nuovi) scopro che non sempre è così. Quando chiedo un favore a qualcuno, per dire, uso mille formule di cortesia, e penso sempre a quanto potrà scocciarlo la mia richiesta. Il mio primo psicologo diceva che tendevo sempre a mettere le esigenze degli altri davanti alle mie. Eppure, a 17 anni ricordo che feci una figuraccia di cui solo dopo (molto dopo) riuscii a capire l'entità: ad una festa di compleanno (la festeggiata era l'amica di un mio amico, io non la conoscevo) mentre si stava parlando di politica, a un certo punto il mio amico mi dice "vabbè, dai Marco, lascia perdere, ti metti a parlare di politica ad una festa?". Io, *davanti alla festeggiata*, risposi tranquillamente con "ma per piacere, tanto mi pare che a questa festa ci stiamo annoiando, no?". Momento prolungato di gelo, io capisco che devo aver detto qualcosa di molto offensivo, ma non ne afferro il motivo. E non riuscivo ad afferrarlo completamente neanche nei giorni successivi. Solo molto tempo dopo, ripensando all'episodio, mi sono reso conto dell'enormità della figuraccia. Molto più di recente, una mia conoscente mi disse che avevo "la sensibilità di un comodino" (parole testuali) perché, davanti a un suo messaggio in cui esprimeva dolore per una storia finita, risposi con un "è così per tutti, per nessuno è facile". Qualche anno prima, un'altra mia amica si sentì offesa perché dissi che un comportamento che mi aveva descritto era "tipico" di una certa categoria (ora non è il caso di scendere più nel dettaglio) dicendo che sminuivo la sua individualità. Altri piccoli episodi di questo genere, in cui mi si dice che non sono riuscito a capire le esigenze e il punto di vista dell'altro, ce ne sono stati e continuano ad essercene. Per finire, nei turni di conversazione sono un disastro, specialmente quando la conversazione coinvolge più di due persone. Intervengo spessissimo fuori tempo, a volte intromettendomi proprio a sproposito. Solo ultimamente sto cercando di migliorarmi, in questo.
    Per inciso, nel test EQ ho totalizzato 20/80, nell'SQ 48/80. Due risultati, quindi, apparentemente contraddittori: sembrerei poco empatico ma pochissimo portato a sistematizzare. Ho il sospetto, comunque, di aver sovrastimato il grado di alcune risposte, nel primo test, o di averle inconsciamente riferite più al passato che al presente. Probabilmente quel 20 è un punteggio eccessivamente ridotto. Mi riprometto comunque di rifare entrambi i test tra un po' di tempo... comunque, in generale, sembrerei proprio una contraddizione vivente. :)
    LandauerLibellularomipor
    "There are those that break and bend. I'm the other kind"

    Cinema, teatro, visioni
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