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che reazioni avete quando vi arrabbiate?

stefistefi Membro Pro
modificato July 2017 in Aspie Teens
Mio figlio di dieci anni quando si arrabbia (soprattutto a scuola poichè è il posto in cui ha maggiore difficoltà - tanta gente- tante richieste - rumori - ...) butta le cose.
Purtroppo oggi (mi ha chiamato una maestra per informami...) si è arrabbiato molto, la maestra per farlo calmare lo ha lasciato andare in bagno ma non vedendolo rientrare è andato a chiamarlo e lo ha trovato che buttava l'acqua del lavandino per terra, lo ha fatto rientrare in aula e lui ha gettato a terra un quadro rompendo e spargendo i vetri dappertutto.  Poi si è messo a piangere.   Portato fuori si è calmato ed è andato in mensa con gli altri ed ora è tranquillo.
La mia domanda è, in questo caso la rivolgo a ragazzi aspie che magari si sono trovati in una situazione simile e mi possono spiegare,  in quei momenti lui si rende conto di quello che fa? della gravità dei suoi gesti?
Io sono abbastanza sicura che se stasera gli chiederò se a scuola è tutto ok, lui mi dirà di sì e non mi racconterà nulla dell'accaduto ed io come faccio a far finta di niente?
Mi preoccupo che si possa far male e mi dispiace che gli altri bambini abbiano paura di lui. Mi chiedo come aiutarlo a gestire queste situazioni poichè sta crescendo e speravo riuscisse anche da solo a calmarsi.
giovanna
Post edited by Sophia on

Migliori Risposte

  • KolymaKolyma Veterano Pro
    Pubblicazioni: 651 Risposta ✓
    Io a scuola quando mi arrabbiavo parlavo di quello che non capivo degli atteggiamenti altrui, ma venivo deriso.
    Capisco il senso di frustrazione che conduce il tuo piccolo alla violenza, consiglio di mantenere vivo il contatto con gli insegnanti per cercare di comprendere meglio cosa gli provoca queste reazioni.
    Krigerinne
  • PhoebePhoebe SymbolModeratore
    Pubblicazioni: 2,063 Risposta ✓
    Anche a me capitava di rompere le cose durante le crisi di rabbia, con il tempo ho imparato a gestire e a controllarmi, mi rendevo sempre conto di quello che facevo ma la rabbia era troppo forte per riuscire a controllare.

    Bisogna imparare a captare i segnali della crisi e calmarsi prima che arrivi.


    amigdalaKolymaKrigerinneAndato47
  • Upupa87Upupa87 Membro
    Pubblicazioni: 17 Risposta ✓
    io da bambina avevo queste crisi incontrollabili a casa...se ripenso a quanto ho fatto star male i miei genitori vorrei darmi zappate sui piedi, ma ormai...mordevo cuscini e lanciavo oggetti, sbattevo la porta...poi sbolliva...ora quando sento il sangue salire alla testa alzo un po' la voce e faccio sentire le mie ragioni, che il più delle volte sono giuste...ma ci sono voluti anni. A scuola o in situazioni sociali scoppiavo a piangere senza motivo, e anche lì, vallo a spiegare alle maestre o agli amici...usavo varie scuse, o stavo zitta. è come dice Phoebe, uno certo che si rende conto, ma il dolore, la rabbia e l'incomprensione sono così forti che solo sfogandosi così possono passare.
     Io non sono stata abituata a dare un nome alle mie emozioni, purtroppo,e a casa mia chi le faceva presenti era "debole"... e quindi a volte ricordo che non sapevo nemmeno di essere arrrabbiata, ma provavo un disagio così forte che, non potendo essere verbalizzato, esplodeva così.  Ancora oggi a volte mi viene voglia di spaccare cose, allora a volte mi accontento, per così dire, di lanciare un libro o un cuscino, quando nessuno mi vede. Perché si deve arrivare fino a questo punto? Bisogna arrivare a spaccare tutto per essere ascoltati? Per ottenere attenzione, o un abbraccio? Sono domande a cui per anni ho cercato di dare una risposta. Poi ho trovato altri modi di comunicare le mie emozioni tramite l'arte e lo scrivere, ma queste cose hanno bisogno di tempo..da bambini è molto difficile...col tempo si trovano canali, e si trovano persone che vogliono capire...
    Geco
  • PhoebePhoebe SymbolModeratore
    Pubblicazioni: 2,063 Risposta ✓
    @stefi a 23 anni, ora ne ho 24. Quando ho cominciato ad impegnarmi per gestire le mie emozioni, credo aiuti molto l'ACT.
  • KrigerinneKrigerinne SymbolSenatore
    Pubblicazioni: 3,161 Risposta ✓
    Io capivo e capisco perfettamente cos'è che mi ha fatto venire un meltdown e magari il giorno dopo sono in grado di spiegarlo. Il problema è che a volte non vuoi spiegarlo. Perché se non vieni compreso a cosa può servire? Ti senti solo e basta.
    Spesso avevo meltdown quando veniva affermato qualcosa di non vero. Ad esempio quando mi si attribuivano intenzioni che non avevo, o quando si formulavano frasi illogiche.
    La risposta è "non c'è bisogno di arrabbiarsi, basta parlare", ecco, da una frase del genere capisci di essere solo, che gli altri non ti capiscono proprio. Smetti di parlare... Ed è potenzialmente una frase che può scatenare un altro meltdown.
    Ho 23 anni e ora posso spiegarmi, ma a 10 anni vorresti essere compreso maggiormente, e soprattutto non hai l'autoconsapevolezza di un 23enne e il tutto può essere molto più frustrante e difficile.
    Se dovessi elaborare una metafora direi che il meltdown è come essere chiusi all'interno di una grotta di dura pietra. Immagine non lontana da ciò che comunemente si pensa sia l'autismo... Cerchi di uscire dalla grotta usando lo scalpello ma non è abbastanza. Per uscire allora devi piazzare la TNT.
    Poi però non puoi sperare che non crolli tutto.
    Con l'età no, nel mio caso non è diminuito. Ne ho sempre avuti pochi. Un paio all'anno. Ma le strategie per farvi fronte sono migliorate. Da piccola lanciavo oggetti e urlavo. Adesso mentre sono nella grotta e noto che il mio scalpello non funziona se possibile scappo dalla situazione. Corro fisicamente via in silenzio. A costo di far restare tutti a bocca aperta. In questo modo 1) nessuno può vomitarti addosso le sue considerazioni su come avresti dovuto reagire (si parla di reazioni emotive primitive forti, vedere che qualcuno vuole insegnarti il modo di reagire mi ha sempre frustrato), 2) allontanandosi dalla situazione negativa si ritrova prima l'equilibrio 3) non devi sentire la vergogna, gli occhi di tutti su di te, dopo, quando tutto è finito.
    Comunque il meltdown dipende molto dall'ambiente. Anche mio padre, a 50 anni, ha dei meltdown, e tutti i membri della mia famiglia sono thinker logici. Sono stata aiutata e compresa meglio. In alcuni contesti un bambino aspie può fare mooolta fatica. In contesti irrazionali, in contesti sensorialmente disturbanti, è molto faticoso.
    Fatti descrivere bene lo svolgersi dei fatti e le parole esatte che sono state usate da quelli che erano lì in quel momento. Fatti descrivere l'ambiente esterno dalle maestre.
    Nel mio caso il meltdown da una situazione di calma totale cresce rapidamente, ho 10 secondi di tempo per scappare, se non scappo e se la situazione migliora posso tornare in uno stato di calma. Se non scappo e se la situazione diventa critica (la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso) scatta il meltdown.
    MalinalliPhoebeAmelie
  • PhoebePhoebe SymbolModeratore
    Pubblicazioni: 2,063 Risposta ✓
    Concordo con @Krigerinne, dipende molto dall'ambiente. La scuola è un ambiente molto difficile ed è dura resistere tutte quelle ore. Per me sono diminuiti perché ho aumentato la consapevolezza di me e frequento un ambiente diverso, quando andavo a scuola avevo una frequenza di uno a settimana se non di più, quasi sempre a casa però.

    Fino a pochi mesi fa era ancora molto frequente, una volta ogni due settimane, ho trovato ora il modo di riconoscere quando sta per accadere e abbassare il mio livello di agitazione concentrandomi sul respiro, mi aiuta molto allontanarmi dalla situazione se posso ma non sempre è possibile. 

    Ci vuole tempo per imparare a gestirsi.
  • mamma_francescamamma_francesca Colonna
    Pubblicazioni: 1,437 Risposta ✓
    Io penso che si renda conto e la migliore cosa sarebbe che diventasse via via più capace di spiegare cosa gli provoca la crisi, perchè ho notato che se si comincia a parlare allora la situazione si "smonta". Però per il momento ho capito che mio figlio non va in crisi per la "rabbia" (infatti se è frustrato per un no fa un bel capriccio anche forte ma non è in crisi perchè controlla sempre la tua reazione e non perde mai assolutamente il controllo di sè, anche se delle volte - quasi mai - ti lancia oggetti si capisce che è controllato perchè non fa mai danni e ti sta sfidando), ma va in crisi se una situazione gli genera una sensazione di "angoscia". Allora in quel caso è necessario che riesca ad esprimere il suo disagio perchè come lo esprime la crisi si può considerare già finita; una cosa che riesci a spiegare non ti fa più paura perchè passa dall'irrazionale al razionale. Io credo che sia molto importante allenare ad esprimere i sentimenti e le sensazioni: per fare sì che la comunicazione migliori a mio avviso è molto importante che venga rafforzata positivamente, nel senso che se lui riesce a dire "mi da fastidio tutto questo rumore" è importante che venga trovato il più possibile velocemente rimedio a ciò, perchè alla lunga se vede che lo sforzo di verbalizzare porta i suoi frutti diventerà sempre più capace. E la capacità di dire cosa provoca una crisi rende allo stesso tempo più capaci di sopportare la situazione stessa. Quindi non è solo che esprimendosi si può migliorare l'ambiente esterno, ma la capacità di verbalizzare aumenta anche la resilienza personale al fattore scatenante di stress. Ti faccio un es. pratico un giorno ha cominciato ad essere inquieto perchè il fratellino stava giocando con una macchinina che produceva i suoni, però è riuscito a spiegare che pensava che si sarebbe potuta facilmente scaricare la pila (quindi non era infastidito dal suono, come si sarebbe anche potuto pensare), noi lo abbiamo tranquillizzato spiegandogli che avevamo la pila da sostituire e non c'è stata nessuna crisi; però se non fosse stato capace di parlare non avremmo mai potuto capire. Ovviamente bisogna prestare la giusta attenzione e non prendere per ridicola la sua inquietudine.
    Ovviamente questo è solo quello che ho capito con mio figlio.
    Un pochino sono in disaccordo con @Krigerinne nel senso che la nostra frase è sempre "se non parli non sappiamo come aiutarti, nè cosa vuoi"; è vero che la frase nell'immediato suscita un piccolo picco, ma subito dopo abbiamo riscontrato il suo sforzo di comunicare e via via diventa sempre più bravo. Ormai ha capito che se parla ottiene tanto che ormai lo definiamo "un negoziatore". Comunque la cosa migliore è farlo comunicare prima della crisi quando diventa inquieto, tanto si vede subito quando è leggermente inquieto.
    Comunque mio figlio tornato da scuola non risponderebbe mai di sì, anche se la domanda "se a scuola è tutto ok?" è un po' tanto vaga; io gli chiederei "come ti sei comportato a scuola oggi?" "le maestre erano contente di te" "tu oggi a scuola sei stato bene" "oggi a scuola qualcosa ti ha dato fastidio". Mio figlio direbbe subito che si è comportato male perchè ha fatto questo o quello; oppure che la maestra è stata arrabbiata perchè ...". Poi piano piano puoi allargare le domande. Potresti anche dire "oggi a scuola è andato tutto bene?" se lui risponde "sì" puoi circoscrivere un po' di più le domande fino a quando ti racconta l'eppisodio, ovviamente senza che risulti un terzo grado.
    Scusa se mi sono permessa di dilungarmi.
    Malinalli
  • Andato47Andato47 Veterano Pro
    modificato November 2015 Pubblicazioni: 603 Risposta ✓

    Sono d'accordo con mamma francesca che la domanda "se a scuola è tutto ok" è troppo generica per ottenere una risposta.

    Poi, se i gesti di scagliare e rompere le cose sono atti a scaricare angoscia non possono neanche essere spiegati a parole. Per questo "chiedere di parlare dell'atto in sé, del gesto fatto" può scatenare la reazione descritta da Krigerinne. Si può invece parlare del "prima". Ma qui ci vorrebbe una forte attenzione da parte delle maestre per capire e ricostruire ciò che è successo/succede prima delle scariche di rabbia contro le cose.

    Tuo figlio per arrivare a spiegare cosa gli da fastidio deve averlo ben chiaro, e non è detto che lo abbia chiaro.

    Io da piccola avevo crisi di rabbia violente, anch'io lanciavo le cose, le rompevo, una volta per qualcosa che aveva detto mia sorella ho preso un coltello dal tavolo e ho cercato di colpirla. Per fortuna mi hanno fermato in tempo. Ma io non avevo consapevolezza di quello che stavo facendo, era solo uno scaricare la tensione che non riuscivo più a tenere dentro. Quindi non avrebbe funzionato cercare di farmi descrivere quello che mi succedeva perché non lo capivo e nemmeno farmi capire che quello che facevo poteva essere pericoloso, per me o per gli altri o far paura agli altri. Le emozioni degli altri per me non esistevano. Non avevo consapevolezza né delle conseguenze del gesto fatto verso mia sorella (potevo ferirla gravemente) e nè del fatto che lei avesse provato paura.

    L'unica strada sarebbe quella di chiedere durante il percorso (quindi mentre sta facendo le cose a scuola) se gli piace ciò che sta facendo, se c'è qualcosa che vorrebbe cambiare, se ci sono elementi (suoni, luci, gesti, parole) che lo disturbano. Questo prima che si agiti, per individuare i fattori scatenanti. Ci vorrebbe una supervisione costante da parte dell'insegnate che faccia verbalizzare, per quel che può riuscire, a lui quello che prova momento per momento durante le attività e che abbia la capacità di individuare movimenti, espressioni nel bambino che segnalano che qualcosa non va...

    Non fargli mai pesare il fatto che questi gesti spaventano gli altri, che facendo così verrà rifiutato o farlo sentire in colpa per questi gesti perché potrebbe sentirli "obbligato" a non farli più, ma non potendo non farli, cioè se quello è l'unico modo che ha in questo momento per scaricare angoscia, rabbia, dolore, potrebbe iniziare a scaricare non più verso gli oggetti ma verso se stesso. Lo dico perché a me è successo di passare dallo scaricare la rabbia fuori (lanciando oggetti, rompendo le cose) a dentro, per non far danno o per nascondere (per non subire il rimprovero). Cioè invece di prendere a pugni gli altri o le cose prendevo a pugni me stessa o prendevo a pugni il muro, che non si poteva rompere (Autolesionismo nascosto).

    la rabbia va lasciata sfogare, ovviamente cercando di gestirla perché non crei danno a lui o agli altri. Io, ma solo da grande, ho capito che scaricarmi con lo sport (correre, nuotare, fare attività faticose come potare cespugli, spostare oggetti pensanti, ecc.) mi scaricava. Ovviamente non sto dicendo di metterlo sopra un tapis roulant velocità 8 quando vedete che sta per lanciare qualcosa... ma trovare un'altra valvola di sfogo, tipo fargli rompere cose che si possono rompere, fargli prendere a pugni un punchball... l'unica soluzione rimane individuare le fonti di disturbo. Non è facile. Bisognerebbe che l'insegnante di sostegno avesse competenze psicologiche e magari specifiche dell'AS 

    Malinalli
    Post edited by Andato47 on
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Commenti

  • stefistefi Membro Pro
    Pubblicazioni: 88
    Ciao Phoebe,
    posso chiederti a che età hai iniziato a controllare meglio la rabbia?
    Cosa ti avrebbe aiutato?  Dopo riuscivi a spiegare i motivi che ti avevano fatta arrabbiare?
    Scusa per questa "raffica" di domande ma credo sia molto utilie e interessante capire il tuo punto di vista.
    Grazie.
  • stefistefi Membro Pro
    Pubblicazioni: 88
    scusa l'ignoranza...ma cos'è l 'ACT?
  • stefistefi Membro Pro
    Pubblicazioni: 88
    ma quandi andavi a scuola ti rendevi conto che in questi momenti gli altri tuoi compagni avevano paura di queste reazioni?  Dopo che ti era passata era come se non fosse successo nulla?
    Per mio figlio è così... e se non me ne parla lui devo farmi spiegare qualcosa?
    Grazie ancora di tutto per il vostro supporto

    :-h
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