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Non è una condanna a morte l'Autismo

wolfgangwolfgang SymbolModeratore
modificato February 2016 in Advocacy e Neurodiversità
Dove inizia e dove finisce la responsabilità di un medico nella comunicazione di una diagnosi e degli interventi percorribili?
Un medico a mio avviso deve avere tatto ed empatia ma non può e non deve in nessun modo sostituirsi al paziente nella scelta dell'intervento su basi che non hanno a che vedere con la scienza (costo, disponibilità dei servizi, etc.). Voi che ne pensate?


resetEstherDonnellyAmelieNemoAJDaisyMariAlberichandraveronica88
Post edited by wolfgang on
Né scusa né accusa. Addestrare le competenze, insegnare valori, e-ducare l'Uomo dalla Bestia. La Natura non è una scusa.

Commenti

  • DomitillaDomitilla Senatore
    Pubblicazioni: 2,960
    Credo che dovrebbe illustrare i fatti in maniera più oggettiva possibile e in seguito dare la sua opinione, non vincolante.
  • osurosur Veterano Pro
    Pubblicazioni: 748
    Sono d'accordo. La responsabilità inizia con la diagnosi giusta, non generica ed accomodante, e termina con la comunicazione degli interventi possibili o con gli interventi stessi, se effettuati dallo stesso medico.

    Tutto ciò indipendentemente dalla possibilità che possano essere effettuati nel servizio pubblico, presso il suo studio o presso altro privato.

    Mi pare di intendere che tra le cause delle mancate diagnosi o delle diagnosi delle sole comorbidità ci sia, oltre che l'ignoranza, l'idea di dover spedire il diagnosticato altrove o il pensiero del costo da sostenere.
  • resetreset SymbolAndato
    Pubblicazioni: 2,151
    Nella la mancata diagnosi c'è anche la paura della diagnosi.
    Ipotesi un genitore sospetta dall'analisi dei comportamenti, avvalorata dalle opinioni di insegnanti, ne parla con il partner e ma l'altro genitore può avere il rifiuto e minimizza i 'sintomi'.
    Come può un genitore affrontare una diagnosi, da solo. Cominciare a far capire che l'autismo non è una condanna a morte, e che l'accettazione delle diversità è già una soluzione alle difficoltà per sentirsi integrati, mi pare uno dei modi per sciogliere alcuni pregiudizi negativi.

  • osurosur Veterano Pro
    Pubblicazioni: 748
    reset ha detto:

    Nella la mancata diagnosi c'è anche la paura della diagnosi.
    Ipotesi un genitore sospetta dall'analisi dei comportamenti, avvalorata dalle opinioni di insegnanti, ne parla con il partner e ma l'altro genitore può avere il rifiuto e minimizza i 'sintomi'.
    Come può un genitore affrontare una diagnosi, da solo. Cominciare a far capire che l'autismo non è una condanna a morte, e che l'accettazione delle diversità è già una soluzione alle difficoltà per sentirsi integrati, mi pare uno dei modi per sciogliere alcuni pregiudizi negativi.

    È un'altra delle cause. Ma la responsabilità è sempre del medico o psicologo. A prescindere dalle opinioni dei genitori.

    Per me non può esserci causa che giustifichi la negazione di una diagnosi della quale il professionista sia consapevole. Il medico o lo psicologo ha due possibilità:
    - individua il problema e comunica la diagnosi
    -oppure non è di sua competenza o non ne è capace, ed allora delega ad altri e chiede una consulenza.

    La mancata diagnosi è un problema frequente nell'ambito psicologico, credo dipenda anche dal fatto che c'è sempre dibattito sulla possibilità legale di poter effettuare diagnosi da parte di un laureato in psicologia.
  • wolfgangwolfgang SymbolModeratore
    Pubblicazioni: 10,732
    Sulla possibilità legale i giudici si sono pronunciati ormai da anni.
    osur
    Né scusa né accusa. Addestrare le competenze, insegnare valori, e-ducare l'Uomo dalla Bestia. La Natura non è una scusa.
  • osurosur Veterano Pro
    Pubblicazioni: 748
    wolfgang ha detto:

    Sulla possibilità legale i giudici si sono pronunciati ormai da anni.

    Infatti. Il problema è legato al recepire questa possibilità. Temo che la maggior parte degli psicologi non voglia perché ha paura di affibbiare un'etichetta, dunque probabilmente si rifugiano dietro un "non so se possiamo farlo", "non è di nostra competenza", "abbiamo un approccio diverso dai medici", pur in presenza di normative chiare ed esplicite.
  • DomitillaDomitilla Senatore
    Pubblicazioni: 2,960
    Ho sempre fatto il parallelo "psicologo=fisioterapista".
    Se lo psichiatra è un medico come gli altri, dovrebbe comportarsi come gli altri medici.
    Eppure non è così, nei fatti.
    Quando ad esempio vado dal ginecologo, questo mi rilascia il foglietto in cui sta scritto tutto, diagnosi e sospetta tale.
    Perché gli psichiatri non lo fanno?
    Se comunque l'autismo è qualcosa che non esiste se non si è in possesso dell'organo cerebrale, perché trattare la cosa diversamente da altre condizioni derivate da altri organi?
    Le cause sono incerte/ sconosciute?
    Non solo nell'autismo!
    Eppure per gli altri organi i medici si comportano in maniera diversa.
    Ecco, questo non capisco.
    La paura delle etichette?
    Perché per altre cose non c'è?
    Quante diagnosi errate/ sospette/ imprecise ho ricevuto, ma gli specialisti non si sono fatti scrupolo di nasconderle.
    Mi avevano detto che difficilmente sarei rimasta incinta.
    Beh, ho tre figli... e non aggiungo altro.
    Perché i ginecologi me lo dissero e non si sono fatti lo scrupolo di "rovinarmi la vita con un'etichetta"?
    Se gli psichiatri sono medici come gli altri, si comportino come tali.
  • PavelyPavely Andato
    Pubblicazioni: 3,350
    Penso: che responsabilità può avere un medico se comunica una diagnosi?

    O se illustra i percorsi terapeutici?

    In verità: nessuna.

    DI più: io penso che sia un preciso dovere del medico esporre la diagnosi e le proporre gli interventi @wolfgang

    COME MEDICO non ha alcuna resposanbilità se da informazioni scientifiche. COME UOMO però il ragionamento è più delicato.

    Viviamo in una società in cui alcune ESTETICHE (plurale) sono preferibili: cioè un essere umano maschio, europeo, ricco, con la pelle bianca, sano, magro, alto, senza una barba lunga, con vestiti costosi, con molte relazioni sociali, con una buona famiglia alle spalle è preferito.

    Una donna estracomunitaria, con un reddito ordinario, con la pelle bronzo o scura/africana, differente fisicamente, con un peso normale, di altezza media, con i capelli corti, con vestiti quotidiani, con pochi e scelti amici, con una famiglia operaia sarà emarginata per principio e non potrà, ad esempio, accedere alle élite del nostro paese.

    L'autismo - come la disabilità - è una delle innumerevoli differenze che contraddistinguono una società e i gruppi che ne fanno parte.

    E' un v a l o r e... nel senso proprio del termine: cioè un senso comune di molte azioni che unisce più persone in un legame sociale.

    §

    Quando un medico comunica una diagnosi di autismo in verità deve spiegare che da allora in poi il paziente farà parte di una MINORANZA DISPREZZATA  E INEGUALE e che, MOLTO PROBABILMENTE, incorrerà in molte discriminazioni e umiliazioni.

    Ma la discriminazione verso gli autistici avverrà - questo sarà importante dirlo - sia che si dica la propria identità, sia che non la si dica.

    §

    Infatti: che una persona sia autistica è una EVIDENTE VERITA'.

    E' come - per fare un esempio - un omosessuale.

    O una donna.

    O un africano.

    O un uomo.

    O un anziano.

    SE CONOSCI UNA PERSONA PER UN CERTO TEMPO, CAPISCI CHE SIA AUTISTICA.

    Che te lo dice o non te lo dice.

    Lo senti.

    §

    Il problema, voglio dire, non è la persona a cui il medico comunica la diagnosi (che responsabilità può avere al riguardo?) ma la SOCIETA'.

    I medici hanno una grandissima responsabilità verso la società e verso il loro dovere di dare le giuste informazioni e soprattutto di rinunciare al loro ruolo di "stigmatizzatori" della differenza.

    Dovrà essere la società a capire - con un sapere sociologico che non dovrà farsi medico - se un essere umano sia o no pericoloso.

    Questo attraverso la Psicologia, ad esempio, ma anche attraverso moltissimi altri campi del sapere. Ma la medicina - come scienza che dà salute - non dovrà mai essere la struttura normativa nella quale si muoverà il paziente.

    Quindi: se una responsabilità deve esserci, l'unica che riesco a vedere è il DOVERE del medico di non essere fonte normativa della vita della persona che sta seguendo.

    §

    RIguardo azioni o comunicazioni... no...

    Il problema non è in quello.

    Il problema è in ciò che le persone li fuori, la società, comprende.

    Informare la società.

    Questa è l'unica responsabilità che voglio ascrivere al medico.

    Per il resto: massima libertà.
    Malinallireset
  • resetreset SymbolAndato
    Pubblicazioni: 2,151
    Le estetiche sono la minoranza, se cataloghiamo tutte le diversità osserveremo che sono più numerose dell'ipotetico " uomo alpha dominante bianco, ricco, alto snello con moglie e cagnolino".

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