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L’Autismo prima di Bleuler e di Kanner

riotriot Moderatore
modificato January 2018 in I pionieri

pionieri

Queste sono solo alcune notizie raccolte in vari testi. Sono solo delle "linee guida" e tanto altro sarebbe da dire, ma il post diverrebbe troppo lungo, quindi solo i fatti salienti.
Se qualcuno ha altre informazioni precise può aggiungerle.


Sono passati pochi decenni da quando Lorna Wing codificò la Sindrome di Asperger riscoprendo gli studi di Hans Asperger, e pochi di più da quando Leo Kanner descrisse la sindrome che prese il suo nome.
È quindi solo dalla metà in poi del secolo scorso che gli studiosi hanno iniziato a descrivere quei bambini che osservavano come rientranti in un gruppo specifico, finalmente separato da ogni altra sindrome o patologia.

L'impressione che l'Autismo e la Sindrome di Asperger siano solo qualcosa di contemporaneo, e che ci sia di recente quella che è definita come una “epidemia” di casi, è dovuto semplicemente al fatto che la psichiatria e la psicologia sono discipline moderne, recenti,
Ma i bambini (e gli adulti Autistici) è ovvio che sono sempre esistiti. Gli venivano date altre definizioni.

Carl Delacato, psicologo statunitense specialista per l'Autismo, nel suo testo “Alla scoperta del bambino autistico” ci porta indietro nel tempo raccontando che Ippocrate, insieme ad altri importanti medici dell'antica Grecia, riunirono sotto la dicitura ‘mali divini’, comportamenti bizzarri e imprevedibili, strani e incomprensibili, avvolti da “un’aurea demoniaca”.
Per “contenere” questi comportamenti, greci e romani talvolta cucivano intorno a questi bambini la pelle bagnata di una capra che, quando asciugava, fungeva esattamente da camicia di forza.

I metodi coercitivi sappiamo che sopravvivono, in forme mano a mano più “moderne”, fino ai nostri giorni.
Ma a partire dall'epoca cristiana e poi durante il Medioevo, i rimedi ritenuti “efficaci" iniziarono a diversificarsi in quanto era ritenuto più efficace sia incutere paura e sia impartire punizioni corporali (fustigazione, bacchettate, digiuni forzati).

Nel 1247 fu creato a Londra il primo ospedale psichiatrico della storia, il “Bedlam”, in cui i bambini subivano quella che gli psichiatri definiscono come “la forma più umana di abbandono” che l’uomo potesse trovare all'epoca.
Fu in ogni caso un passaggio notevole: bambini ed adulti con difficoltà comportamentali non venivano più considerati come indemoniati ma come malati.

I bambini rapiti dalle fate
Nel 1971 la psicologa Lorna Wing comprese che l'antica leggenda dei “bambini rapiti dalle fate”, molto diffusa soprattutto nei paesi nordici dell'Europa, si sarebbe potuta finalmente comprendere.
La leggenda voleva che determinati neonati venissero rapiti da delle fate che ne lasciavano al loro posto dei bambini fatati, che esse stesse rifiutavano di tenere.
Il bambino fatato veniva descritto come molto bello ma particolare, strano, e diverso da quella che era considerata la normalità degli esseri umani.

Con questa leggenda si giustificavano tanti casi reali di bambini maltrattati, abbandonati, e perfino uccisi dai loro stessi familiari.

Rituali violenti, come l'esposizione indiretta alle fiamme, servivano per avere conferma dello scambio, per cui se il bambino urlava dal dolore era confermato che fosse fatato.
Oppure usavano stratagemmi “soft” come il versare della camomilla in un mezzo guscio d'uovo, al ché il bambino fatato si sarebbe svelato commentando con: “nella mia esistenza ne ho viste di cose, ma mai versare della camomilla in un guscio d’uovo”. Questo avrebbe fatto tornare il bambino al suo mondo fatato e rimandando indietro il bambino che era stato rapito.
Sempre per effettuare di nuovo lo scambio e ricevere indietro il figlio legittimo, erano usati altri diversi rituali, ad esempio accudire perfettamente il bambino fatato poteva accontentare e convincere le fate, e forse far funzionare lo scambio.

In realtà questi erano i figli legittimi affetti da deformazioni, o da patologie mentali, o semplicemente diversi.
Ma molto spesso questi bambini venivano maltrattati e anche allontanati dalla famiglia perché non li riconoscevano come figli propri arrivando talvolta, come detto, a causarne la morte.
Questo accadeva soprattutto in ambienti poveri, perché la sussistenza era sempre precaria e quindi erano considerati una bocca da sfamare che nulla rendeva alla famiglia, inoltre, l'infanticidio in questi casi di bambini diversi non era considerato reato o moralmente deprecabile, almeno fino al XVIII secolo, in quanto non erano considerati umani.
Tant'è che dai singoli racconti derivati da questa leggenda non si trova quasi mai casi di bambini restituiti. Questa omissione conferma il destino crudele a cui questi bambini erano destinati dai loro stessi familiari.

Ma perché la Wing ci vedeva la connessione con l'Autismo?
La leggenda li descriveva come pieni di difetti: dall'aspetto raccapricciante, piangnucolosi, urlanti, avidi di cibo e, soprattutto, che attiravano la malasorte sulla casa e sulla famiglia (che li doveva accogliere suo malgrado).
In altre versioni era aggiunto che questi bambini si mostravano molto impacciati nei movimenti, e che si distinguevano dagli altri bambini, che erano definiti come normali, per la grande capacità di suonare strumenti musicali, e per una maggiore intelligenza.
È questo aspetto dell’essere impacciati nei movimenti, insieme ad una intelligenza superiore a quella dei “bambini normali” ad aver fatto pensare che i bambini fatati potessero essere semplicemente Autistici.

Il ragazzo selvaggio
Prima del Settecento il mondo dell’infanzia non era visto come pienamente a se, e si dovrà attendere l’epoca dell'Illuminismo per l'emersione dell'interesse e dello studio verso quei bambini chiusi, non comunicativi.
Un acceso dibattito si scatenò con la cattura di Victor dell’Aveyron, un ragazzo definito “selvaggio” in quanto vissuto da sempre e da solo nei boschi della regione francese Linguadoca-Rossiglione-Midi-Pirenei.
La popolazione locale sapeva che “una misteriosa bestia” si aggirava nei boschi dei dintorni.
Così dei cacciatori si decisero appunto per la cattura della “bestia”, forse anche con l'ausilio di cani, lo presero e portarono al villaggio come un trofeo di caccia, sporco, nudo, aggressivo verso chiunque si avvicinasse (scalciava e graffiava).
Il ragazzo appariva spaventato dagli umani.
Gli abitanti poterono così constatare che si trattava solo di un ragazzo, il quale riuscì però a fuggire di nuovo nei boschi.
Cattura e fuga si ripeterono ancora per due volte nell'arco di circa un anno, finché vi riuscirono definitivamente.

Suscitato l'interesse della comunità scientifica, il ragazzo venne portato a Rodez, e qui condotte su di lui le prime osservazioni dal naturalista Bonnaterre: “il soggetto non parla, al massimo mugola mentre mangia, non riconosce la propria immagine nello specchio, appare sordo e si lascia andare a terribili attacchi collerici dove aggredisce chiunque. Se rinchiuso in una stanza cammina senza sosta come un animale in gabbia”.
Venne poi prelevato e condotto a Parigi, presso il prestigioso ospedale per sordomuti. Qui il suo destino cambierà per sempre. Era il 1799  e Victor, come venne nominato, aveva circa dodici anni d'età.
Lì sarà esaminato dallo psichiatra  più noto all'epoca, Philippe Pinel e da un suo assistente il medico, Jan Marc Gaspard Itard.
Victor sembrò da subito come l’esempio perfetto di come poteva comportarsi un individuo cresciuto al di fuori della società umana.

Oltre ai dati raccolti in precedenza, osservarono che il corpo del ragazzo era pieno di cicatrici.
Una in particolare sulla gola colpì i due medici: quel taglio poteva raccontare le origini del ragazzo e la sua storia.
Ipotizzarono che verso i quattro o cinque anni Victor fu abbandonato nella foresta, dove un maldestro tentativo di tagliargli la gola fallì lasciandolo in vita. Poi, fino all’età apparente di 12 o 13 anni visse indisturbato senza nessun contatto con la civiltà, salvo qualche sporadico avvistamento.

Pinel indica che il ragazzo soffre di demenza, e che potrebbe addirittura essere il motivo che ha spinto i genitori a liberarsi di lui.
Itard invece non è d’accordo, e sostiene che l’apparente stato di demenza del ragazzo potrebbe derivare dal fatto di non aver mai avuto nessun contatto con la civiltà prima d’ora.
I due discussero fino alla polemica le loro opposte teorie. Poi, Itard si assunse la responsabilità e l’obbiettivo di integrare ed istruire il ragazzo.

Per i 5 anni successivi tentò d'insegnargli a parlare e a comportarsi da umano, ma i progressi furono sempre limitati. Victor imparò a comunicare solo con pantomime (se voleva uscire portava a Itard il cappotto e il cappello), ma non riuscì mai a parlare.
Riuscì anche a scrivere diverse parole, ma mai imparò a usare i termini in modo astratto, cioè applicando le parole in assenza degli oggetti o delle emozioni a cui si riferivano.

Sulla vicenda anche c'è il film di François Truffaut “L'Enfant sauvage”, del 1970.

Questo ragazzo selvaggio non è una rarità. Negli ultimi secoli ne sono stati ritrovati 55 in vari Paesi del mondo.
Persi o abbandonati, a volte allevati e protetti contro i predatori da animali selvatici ne assumono i modi, e per questo chiamati talvolta bambini lupo, bambini scimmia, bambini orso.

Fondamentale è che da allora il mondo intellettuale venne affascinato dalla sua storia e iniziò a riflettere sulle cause, naturali o sociali, che nell’infanzia possono indurre l’isolamento personale e le difficoltà di comunicazione.
Col dibattito tra Itard e Pinel inizia la preoccupazione di fronte alla problematica psichica dell’infanzia.

Secondo il parere di psicologhe esperte di Autismo come Uta Frith e Lorna Wing, dalla storia di Victor si può dedurre che egli fosse un bambino Autistico.


Altri storie.
In Inghilterra, con l’avvento della Rivoluzione Industriale, avvenne un nuovo cambio di "trattamento": i bambini con comportamenti definiti bizzarri e imprevedibili acquisirono valore in denaro: spesso rapiti, venivano poi affittati a poco prezzo ed usati come mano d'opera sottomessi con la violenza. Potevano così far risparmiare i salari operai ai padroni delle fabbriche e delle miniere.

E arriviamo agli inizi del '900 quando, esattamente nel 1919, venne diffuso nel mondo scientifico un altro probabile caso di quello che oggi è definito di Autismo.
Nello studio, pubblicato come articolo dallo psicologo americano Lightner Witmer, si parlava di questo bambino di circa tre anni d'età incluso in una scuola speciale, dove un insegnamento individualizzato lo aiutò nel compensare le sue disabilità.
Witmer è stato una personaggio particolarmente discreto, schivo, e soprattutto per questo poco conosciuto, eppure è a lui che si deve la creazione della Psicologia Clinica, branca teorico-applicativa della psicologia.

Nel 1943 Leo Kanner descrisse per primo i bambini Autistici come un gruppo particolare e, quasi contemporaneamente, Hans Asperger formulò le teorie che portarono poi alla definizione della sindrome da cui prende nome.

Fino a pochi decenni fa i bambini “problematici” continuavano a subire i soliti destini: internamento a vita negli istituti (manicomi) o abbandonati a se stessi, o lasciati in famiglia senza nessun sostegno pratico.
Piano piano i metodi più moderni hanno intanto iniziato a delineare le forme di sostegno e se possibile l'integrazione dei bambini con Autismo, anche severo.
Questi metodi partono da differenti teorie, e quindi hanno approccio differente tra loro: da istituti che utilizzano metodi altamente rispettosi dell’individualità del bambino, alle terapie farmacologiche, agli approcci psicodinamici, a quello etodinamico, ai comportamentali, a quello biomedico ecc. ecc.
Ma questa è già storia contemporanea.

Sulla visione strettamente psichiatrica seguirà un altro thread.




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Post edited by riot on

Commenti

  • Simone85Simone85 Veterano Pro
    Pubblicazioni: 2,789
    Grazie @riot per il bel topic, ci tenevo tanto. >:D<

    Visto che si sta parlando dei "mali divini" porto la voce wikipedia. 

    Il termine follia deriva dal latino follis, di origine onomatopeica, significava vuoto o mantice. Nel corso dei millenni è profondamente variato sia il concetto di follia sia la sua interpretazione.

    Nel mondo classico la follia era imprescindibilmente legata alla sfera sacra: il folle rappresentava la voce del divino, quindi da ascoltare per interpretarla.[1]

    Nel Medioevo, invece, il folle diventò il rappresentante del demonio, perciò bisognava liberarlo dal male, in qualche modo esorcizzarlo. Si diffuse la dicotomia spirito-corpo che, nel caso di malattia mentale, impose come primo atto l'intervento riparatorio sul corpo guasto, e proprio per questo motivo incapace di far esprimere lo spirito, e nel caso di insuccesso l'eliminazione fisica del folle.[senza fonte]

    Un'interpretazione diametralmente opposta si ebbe nel Rinascimento, basti pensare all'Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam; in questa epoca il folle venne considerato una persona diversa, sia per i valori sia per la sua filosofia di vita, e quindi andava rispettato, lasciato libero. Questa corrente di pensiero getterà le basi per la moderna fenomenologia, sviluppata dal filosofo Husserl, ma anche dallo psichiatra Jaspers che influenzerà la psichiatria trasformandola in una disciplina di incontro con l'altro (il folle), per vivere insieme con il malato e comprenderlo.[1]

    Se nel Medioevo i folli rischiavano il rogo[senza fonte]ancora alla metà del Settecento erano detenuti nelle carceri[senza fonte], poiché mancavano le strutture sanitarie specifiche; proprio in questo periodo, in Francia, in Germania e in Inghilterra si mise in moto un processo lento che consentirà entro una cinquantina di anni, grazie alla promulgazione delle prime leggi apposite, di consegnare i folli ai familiari, o in caso di mancanza, anche inserirli negli ospedali oppure nei primi istituti specializzati nascenti in quell'epoca.[3]

    Per quanto riguarda l'approccio terapeutico ai malati, solamente verso la fine del XVIII secolo, il medico chirurgo Jacques René Tenon rivoluzionò la mentalità medica dell'epoca cercando di imporre il concetto di inviolabilità della persona umana e di libertà, seppur all'interno della struttura, per il malato, distinguendo la terapia medica, da quella solamente repressiva di tipo carcerario in vigore fino a quel momento.[3]

    Un altro medico francese di fine XVIII secoloPierre Jean Georges Cabanis, portò avanti il lavoro di Tenon, progettando il primo regolamento degli istituti per malati di mente: tra le altre innovazioni, Cabanis, abolì le catene per sostituirle con corpetti di tela (camicia di forza), introdusse un diario medico informativo sul malato e sugli effetti delle terapie e soprattutto regolamentò l'ingresso e l'eventuale fuori uscita del malato per guarigione avvenuta. Le cronache giudiziarie di quegli anni, per la prima volta, descrissero l'arresto, per omicidio, di "infermi di mente" da indirizzare nei manicomi.[3]

    In Inghilterra, invece, la gestione dei malati di mente era stata abitualmente appannaggio dei Quaccheri, e verso la fine del Settecento, l'ospedale di York venne ristrutturato ed adibito a questo compito. Oltre all'introduzione della semilibertà vigilata, emersero due aspetti caratteristici: l'uso dei principi religiosi come metodo di cura e il lavoro come valore terapeutico.[3]

    Nello stesso periodo, invece, in Francia si impose una visione laica nella gestione dei malati di mente, e grazie all'opera fondamentale del dottor Philippe Pinel le ideologie democratiche dell'epoca si riversarono sulla mentalità e sul tipo di controllo da applicare ai folli. Questo fu il periodo in cui la conoscenza delle malattie mentali acquistò una credibilità scientifica, e le innovazioni apportate da Pinel esalteranno l'importanza del rapporto paziente/terapeuta e l'importanza del transfert nella psicoterapia.

    In tempi più recenti, dall'Ottocento in poi, emerse la visione, influenzata dal Positivismo, del folle come "macchina rotta", ovverosia lesionata nel cervello.[1]

    Nel Novecento Freud con l'intuizione della guarigione perseguibile tramite una ricerca interiore ed un rapporto più umano con il terapeuta, con tutta la architettura della psicoanalisi nel suo complesso, e Jung, con la sua indagine dei contenuti simbolici degli elementi della follia e l'introduzione degli archetipi per definirla con più chiarezza, mutarono nuovamente la storia del folle e del significato della follia.


    Vale anche per l'autismo perché, come è stato già specificato, i casi di autismo rientravano nella questione.

    Il testo contiene anche informazioni senza fonte.

    riotmandragola77alia
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