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Fatica a descrivere a parole

delilahdelilah Membro
modificato 23 April in Mi sento giù
Ciao a tutti,

ho passato gli ultimi giorni a leggere e commentare in giro per il forum, ma questo è il primo post che faccio su di me.

Non so che parole usare. Ho un vocabolario esteso e l'italiano è una lingua meravigliosa, ma ci sono dei periodi, come questo, in cui nel mio seppur esteso vocabolario non trovo le parole adatte. Per farmi aiutare, per descrivere, per far comprendere all'esterno.

Cerco di evitare come la peste la parola "problemi" (come: ho dei problemi da risolvere) e la parola "depressione" (come: sono depressa). Per me è come sminuire quello che provo. Io non ho "problemi", forse sono "depressa", ma non voglio usare quella parola.

Per non ho "problemi" intendo che sento che non lo sono affatto. Sono io il "problema": io, così come sono fatta. Nella vita o avuto fortune e sfighe, come tutti. Ho avuto la fortuna di nascere in una famiglia benestante, di ricevere un'ottima educazione fino alla maggiore età e, per un periodo, anche oltre. Ho avuto la sfiga di nascere così, in una famiglia sociopatica e fortemente problematica, in cui i miei "traumi" sono stati seppelliti da "tanto non è importante", "il buon nome della famiglia", "prima vengono i malati, poi tutto il resto".

Fino a poche settimane fa anche io pensavo "non fossero importanti", ma adesso stanno tornando prepotentemente a galla: i miei continui pensieri suicidi, la mia melanconia, la mia infelicità di base alla mia vita, è tutto una conseguenza di 20 anni di traumi sepolti, a cui non davo importanza perchè la mia famiglia mi ha costretto a non dare importanza.

La storia è molto complessa, ma alla fine, nella sua complessità, abbastanza semplice: sono diversa, e ci sono nata così. Alcune mie caratteristiche si sono amplificate in un tipo di famiglia così, ma c'erano già. La mia intolleranza, la mia diversità di pensiero, era tutto lì. E ora faccio i conti con una vita che non è mia, incastrata in una dipendenza economica dai miei in cui non riesco a tirarmi fuori.

Quando non ce la faccio più, mi ammutolisco. Per 10 minuti, per 30, per un'ora, per due ore. Mutismo assoluto, in cui fisso un punto e rimango come "in stanby". I pensieri mi diventano liquidi e fangosi, e rimango lì finchè non mi passa. Se non sto attenta non respiro neanche più.

Sono scappata diverse volte nella mia vita, ma la mia incapacità di rapportarmi al resto del pianeta mi costringe a tornare indietro. Penso che mi piacerebbe andarmene definitivamente da qui. Forse non cambierebbe niente, probabilmente non cambierà nulla, ma non ho altra scelta. Se non me ne vado le voci mi risucchieranno.

Scappare non serve a niente. E' soltanto una soluzione da disperata. Perchè sono davvero esasperata e al limite della follia. In alcuni periodi va meglio (da pochi giorni a qualche settimana), poi ricomincia questa merda per altri giorni o settimane. Io non so come si chiamino questi stati d'animo. So solo che sopravvivo per inerzia. Neanche gli animali vivono così.
LudoValentaEireneMononokeHimeWhoamiEowynyugenrondinella61Fenice2016Libellula
Post edited by delilah on

Commenti

  • JaneJane Membro
    Pubblicazioni: 12
    delilah ha detto:

    -Sono io il "problema": io, così come sono fatta. Nella vita o avuto fortune e sfighe, come tutti.-

    Leggerti mi ha fatto riflettere perché molto spesso mi sono ripetuta "il problema sono io". E mi sono anche detta che in fondo ho avuto sia fortuna che sfortuna e che le mie difficoltà sono quelle che tutti incontrano.
    Però ricordo la mia insoddisfazione e il mio disagio (con me stessa e per la nuova situazione) nel vedere che mio fratello riusciva ad accettare molto meglio l'unione di mia madre con suo marito; (abbiamo perso nostro padre: io avevo 6 anni e mio fratello 2 e mezzo) io invece a 12 anni non ce la facevo: ero contenta per lei, sapevo che era giusto così; sono stata io stessa a dirle che ero d'accordo ma poi i miei scoppi di rabbia dimostravano la mia estrema difficoltà ad accettare questo e altri cambiamenti. La mia resistenza era sofferta, dolorosa e finivo per sentirmi "sbagliata"..

    "Quote" rel="delilah"> -Quando non ce la faccio più, mi ammutolisco. Per 10 minuti, per 30, per un'ora, per due ore. Mutismo assoluto, in cui fisso un punto e rimango come "in stanby". I pensieri mi diventano liquidi e fangosi, e rimango lì finchè non mi passa. Se non sto attenta non respiro neanche più.-

    Anch'io a volte ammutolisco. Non so come spiegarmi ma è come se il caos che provo dentro, i pensieri nebulosi che a volte non comprendo mi bloccassero. E allora rimane solo il silenzio; all'esterno inespressivo ma dentro di me invece è un silenzio disperato perché non rimane altro e perché se nemmeno io lo comprendo.. come possono capirlo gli altri?
    Sto capendo che è inutile lottare contro me stessa: anche i silenzi sono parte di me, di noi (come gruppo di persone ND o semplicemente diverse o strane). E in fondo ogni persona ha i suoi silenzi ogni tanto..
    Per come la vedo io penso che i silenzi possano valere più di mille parole!

    Sono 18 giorni che sono iscritta a questo forum: sono molto confusa riguardo a me stessa; non so bene cosa pensare e non so se cercherò di ottenere una qualche diagnosi. Ma leggervi è bello: respiro tanta umanità, tanta voglia di farsi prossimi, ognuno secondo le sue possibilità. Quando posso leggo le discussioni, i commenti e mi sento capita; sento comunanza, condivisione..
    Apprezzo molto la franchezza delle opinioni anche se opposte. C'è scambio. C'è confronto.
    Scusate queste ultime 10 righe di off topic
    :bz

    Fenice2016
  • AspieSveAspieSve Veterano
    Pubblicazioni: 112
    @delilah grazie per quello che hai scritto. Hai comunicato molto. Mi trovo tantissimo in quello che dici.
    Credo di aver vissuto tutte le fasi che hai descritto: la famiglia, i pensieri suicidi, il mutismo, il desiderio di andare lontano. I miei "piccoli problemi" insignificanti per il resto del mondo.
    Per assurdo sono arrivato ad un punto, oggi, in cui comprendo quanto TUTTO sia funzionale al mio percorso. Provengo da una famiglia numerosa e disfunzionale (credevo) che non accoglieva , valorizzava, sosteneva nulla delle mie potenzialià. Anzi, ha sempre denigrato, scoraggiato, distrutto. Questo mi ha dato modo di "cambiare" strategie di volta in volta. Ho cercato e trovato una certa indipendenza (non è stato facile.....spesso mi sono ritrovato a dover usare lo stipendio per pagare bollette non potendomi permettere di fare la spesa), e una giusta lontananza da loro, che non mi facesse bruciare, nè oltrepassare il punto di non ritorno. Il mio mutismo l'ho affrontato scrivendo. Nel senso che ho cominciato a scrivere, tanti anni fa, lettere o quaderni che poi facevo leggere a mia madre, a mio padre, ai miei fratelli, agli amici. Quando scrivo sento di poter arrivare ad una lucidità, consapevolezza...che a parole non riesco. Non subito almeno. Piano piano ho imparato anche col verbale. Sul fatto di sentirmi sbagliato....ad un certo punto ho cominciato ad immaginare un "piccolo me".....un me bambino....che visualizzavo accanto alle altre persone....ai bisogni delle altre persone....e "vedendo" anche i miei bisogni....li ho semplicemente rapportati a quelli degli altri...quindi a dargli dignità, importanza. A capire di non essere un supereroe, ma nemmeno l'ultima cacchina sulla faccia della terra. Quindi se quel me bambino, in un determinato momento, ha voglia, desiderio, bisogno di: stare da solo, camminare, cantare, disegnare, stare con gli altri, piangere, leggere, stare in silenzio in disparte.....io lo accontento. Cascasse il mondo. Ovviamente al "mondo" non interessa assolutamente nulla di me che vuole...chessò, fare una passeggiata al parco da solo, o un giro in bici... questo è da tenerlo in conto. Ma io quanto sono disposto ad essere complice di me stesso? Perchè se non interessa a me, se non sono disposto a difendermi da solo......di sicuro non potrà mai farlo nessun altro al posto mio. Questo è garantito. Semmai è vero il contrario... anche se ci vuole del tempo per vedere cambiamenti.
    Questa prospettiva diversa, e questo modo nuovo di pormi, mi ha permesso di rapportarmi in maniera diversa anche con gli altri. Adesso la mia famiglia non si è trasformata in quella felice del mulino bianco. Ma io ho smesso di soffrire per dinamiche che prima mi massacravano. Ho trovato il mio posto. E non mi faccio schiacciare da scelte, azioni dei miei fratelli e genitori. Per assurdo adesso c'è una....armonia di base.....
    E tutti questi aspetti, proprio tutti quelli che hai elencato, oggi, dopo la diagnosi....assumono per me, nella mia vita, significati ancora più profondi. E la mia famiglia non la vedo più come un'associazione a delinquere (come la definiva Pasolini) ma un insieme di persone senza le quali questa mia (e probabilmente anche loro) neurodiversità, mi avrebbe portato ad un isolamento e ad una sofferenza maggiore.
    Trovo in quello che scrivi, una grande consapevolezza di te stessa, che non trovo per niente scontata. Mi viene solo da dirti che...se hai vissuto tutto questo, fino adesso...se sei arrivata a raccontarti con estrema lucidità e chiarezza.....allora il peggio è passato. Mi permetto di dirti questo perchè tempo fa ho cominciato a dirmelo da solo. Puoi immaginare il resto della tua vita vissuta in modo identico al tuo passato...ma se sei riuscita a disegnare tutti questi contorni....allora puoi anche immaginare un futuro diverso....

    P.S.
    Scusami per aver scritto così tanto ma hai toccato delle corde che conosco benissimo!
    WBorg_Andatolollinarondinella61Fenice2016
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