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Cosa potrebbe essere considerato disfunzionale?...

Cosa potrebbe essere considerato disfunzionale nei confronti di un bambino/a asperger (o con tratti autistici)?

Vietare al proprio bambino la possibilità di scaricarsi grazie alle proprie stereotipie potrebbe causare un'incomprensione e spingere il bambino a considerare imbarazzanti anche le proprie emozioni?
Come può un bambino asperger, o con tratti autistici, vivere la propria emotività in maniera serena?
nebelNewtonMononokeHimerondinella61LandauerSoleromipor
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Commenti

  • sara79sara79 Veterano Pro
    Pubblicazioni: 297
    Penso, forse, quello che sta facendo in questo momento mio figlio.
    Sta facendo volare in giro per casa il suo aereo, facendolo però sbattere ovunque, apposta!
    La colpa però è nostra, ci ha chiesto una cosa e gli abbiamo detto che l'avremmo fatta subito, invece sia io che il papà ci siamo crogiolati un po', teoricamente mio figlio più piccolo sarebbe venuto a ricordarmi la cosa dicendocelo, mentre invece, lui, credo stia scaricando la tensione dell'attesa in un modo teoricamente non consono.
    Aggiornamento in diretta.... ora ha smesso, il papà si è scollato dal divano e ha fatto ciò che aveva promesso, ora è tutto ok.

    PS : non ci siamo mossi finché non ha finalmente chiesto quello che voleva, con le parole.
    Simone85lollina
  • Simone85Simone85 SymbolVeterano Pro
    modificato 3 June Pubblicazioni: 1,826
    @sara79 Scusa ma lui, la prima volta, non ve lo ha chiesto comunque a parole?
    Post edited by Simone85 on
  • sara79sara79 Veterano Pro
    Pubblicazioni: 297
    Si che lo ha chiesto, però come ho scritto gli ave vamo detto che lo avremmo fatto ma non siamo stati chiari sui tempi, evidentemente ha pensato che l'attesa fosse stata troppa (10min.)
    Ormai il suo schema era partito e abbiamo atteso che c'è lo chiedesse di nuovo, non ha avuto scatti di rabbia o altro, semplicemente mostrava il suo disappunto attirando l'attenzione facendo un gioco un po' troppo rumoroso, diciamo così, abbiamo deciso quindi di aspettare che ce lo chiedesse per fargli capire che semplicemente le cose si ottengono chiedendo e infatti appena ha capito che non c'era trippa per gatti ci ha rifatto la domanda e abbiamo provveduto subito!
    Tecnicamente è stato un errore non soddisfare subito la richiesta di un bambino che si sta aprendo al linguaggio, però penso anche che Debba capire che si possono avere delle dimenticanze, e quindi può chiedere di nuovo ciò che non ha ottenuto non perché gli sia stato negato, ma perché mamma magari ha altre decine di cose da fare.
    lollinaLandauerMononokeHimeriotromipor
  • Simone85Simone85 SymbolVeterano Pro
    Pubblicazioni: 1,826
    Io trovo disfunzionale insegnare una cosa senza che venga data la prova che quella cosa abbia davvero importanza.
    Ad esempio un padre che fuma due pacchetti di sigarette al giorno non può permettersi di dire al figlio di non fumare. Cioè lo può fare, ma non ha molto senso. Inoltre, pur facendolo, oltre a non ottenere (forse) l'effetto desiderato sarebbe anche la causa di un rapporto disfunzionale.
    Lo stesso discorso penso sia per il linguaggio. Se un genitore vuole insegnare al proprio bambino (autistico e non) l'importanza del linguaggio e della comunicazione allora deve essere il genitore il primo a dimostrare che la comunicazione è alla base di tutto. Dimenticarsi particolari importanti, come quello di  attendere 10 minuti o spiegare i motivi che si celano dietro una scelta, per me potrebbero portare solo confusione, generare una disfunzionalità emotiva ed essere causa di un conflitto. (Chiaramente gli esempi che faccio non valgono per un singolo episodio ma per comportamenti reiterati)

    romipor
  • LandauerLandauer Veterano Pro
    modificato 4 June Pubblicazioni: 937
    Riporto un passo tratto dal libro Neurotribes sull'argomento:

    Researchers would eventually discover that autistic people stim to reduce anxiety—and also
    simply because it feels good. In fact, harmless forms of self-stimulation (like flapping and fidgeting)
    may facilitate learning by freeing up executive-functioning resources in the brain that would
    otherwise be devoted to suppressing them. For Lovaas, however, self-injury, self-stimulation, and
    echolalia were all of a piece and equally ripe for extinction. Alone in his lab with his team of
    devoted grad students and experimental subjects in no position to complain, he began seeking means
    of punishment that could get past a review board.

    Le forme di "self-stimulation", così come sono indicate nel libro, hanno 2 connotati, uno "positivo" ed uno "negativo".

    [Connotato positivo : ciò che sono in sé]
    Lo stimming e le altre forme di "self-stimulation" sono considerate piacevoli per il bambino autistico. Addirittura, un bambino autistico "addestrato" a sopprimerle investe parte delle proprie risorse esecutive per tenerle a bada (si impegna) e come conseguenza può dedicare meno risorse per i compiti di ascolto e apprendimento generali.

    [Connotato negativo : come vengono considerate dalle persone -> preconcetto]
    Stigma sociale: sono considerate socialmente inaccettabili, motivo di vergogna sia per il bambino autistico che, e soprattutto, per la famiglia (ciò che pensa la gente)

    Ne consegue che un comportamento disfunzionale nei confronti di un bambino autistico è quello di sopprimere le forme di self-stimulation al fine di evitare lo stigma sociale e rendere il suo comportamento più socialmente accettabile. 
    Sopprimere una cosa buona per soddisfare un giudizio superficiale.

    Riporto inoltre le parole di Temple Grandin che suggerisce di controllare lo stimming nei casi estremi, educando il bambino autistico a comportarsi in maniera "abbastanza adeguata" in società, mostrandogli il comportamento ritenuto socialmente accettabile. Se il bambino necessita di stimming, può farlo liberamente a casa ma, in un contesto sociale in cui può dar molto fastidio alle persone presenti bisogna cercare di limitarlo, cercando di rispettare sia la neurodiversità del bambino autistico sia la sensibilità degli astanti.
    In breve, tra i due casi "estremi" (non controllare affatto lo stimming oppure vietarlo in maniera categorica), Grandin suggerisce una via di mezzo.

    La mia opinione personale è che Temple Grandin conosca benissimo il piacere che le forme di self-stimulation possono dare ad un bambino autistico, ma sa altrettanto bene che per funzionare in società è richiesta l'applicazione di un certo protocollo comportamentale (perché i pregiudizi sono comunque ineliminabili). Dunque, per quanto possibile, se si riescono a limitare le forme più estreme di self-stimulation, ciò va nella direzione di una maggiore integrazione nella società, che è un "bene" per una persona autistica.






    MarcofSimone85mamma_francescaromipor
    Post edited by Landauer on
    Credo che non appena comincerai a vedere chiaramente dove vuoi andare, il tuo primo impulso sarà di applicarti allo studio. Per forza.
    Sei uno studioso, che ti piaccia o no. Smani di sapere. [...] comincerai ad andare sempre più vicino, se sai volerlo e se sai cercarlo e aspettarlo,
    a quel genere di conoscenza che sarà cara, molto cara al tuo cuore. Tra l'altro, scoprirai di non essere il primo che il comportamento degli uomini 
    abbia sconcertato, impaurito e perfino nauseato. Non sei affatto solo a questo traguardo, e saperlo ti servirà d'incitamento e di stimolante.                                                                         [J.D.Salinger - Catcher in the Rye]
  • LandauerLandauer Veterano Pro
    modificato 4 June Pubblicazioni: 937
    Riporto inoltre, per chi volesse, tutta la descrizione della triste parentesi storica sui metodi di punizione, attuati da Lovaas a partire dal 1965, al fine di combattere le self-stimulations autistiche che ci illustra fin dove la crudeltà umana può spingersi:

    One of Lovaas’s first experiments with Beth was like a music-appreciation class in hell. For months,
    the psychologist and his assistants played children’s songs for her on a guitar while reinforcing
    proper social behavior by smiling and saying “That’s a good girl!” when she clapped or sang along.
    Lovaas was testing the hypothesis that Beth’s self-injurious behavior would decrease as she became
    more socially aware.
    Beth was a good girl: within two months, she was clapping her hands in rhythm and joining in
    rousing choruses of “The children in the bus go ‘wiggle-wiggle-wiggle.’” The more she was engaged
    by the music, the less she banged her head on the furniture and flapped her hands, just as Lovaas
    predicted.
    That was the first acquisition trial. Then the first extinction trial began. This time, the
    experimenters withheld their smiles and praise, even when Beth spontaneously broke into song and
    shimmied her hips at the point in the song when the children went wiggle-wiggle-wiggle. At first, she
    responded to the sudden chill in the air by clapping and singing along even more vigorously. But after
    more than a week of getting no response, she started beating herself up more than ever. The trials
    continued in that vein for months with alternating rounds of acquisition and extinction. Lovaas’s team
    varied the parameters of the experimental design methodically, some days reciting the lyrics of the
    songs to Beth in flat, tuneless voices. During the acquisition trials, her behavior would improve
    dramatically, but during the extinction trials, she hurt herself so badly that Lovaas aborted the
    experiment.
    A similar pattern emerged when Beth was taught to press a bar as the experimenters urged her on
    with effusive comments like “I love you very much” and “You’re a sweetheart.” Then it was
    extinction time, and Beth was faced once again with a roomful of adults who had inexplicably
    stopped responding to her. She began battering herself so violently that Lovaas again terminated the
    experiment.
    The psychoanalytical theories of the day held that the source of Beth’s self-injurious behavior was
    her internalized feelings of guilt (a “hostile introject” in Freudian terms). To be on the safe side,
    Lovaas’s assistants would say to Beth “I do not think you are bad” when she injured herself. But their
    repetition of this stilted phrase only made her flail her limbs more violently. The possibility that Beth
    was responding in a comprehensible way to the bizarre behavior of the people around her didn’t enter
    Lovaas’s mind.
    Extinguishing Beth’s self-injurious behavior by ignoring her would have been “a slow procedure
    requiring several sessions or days,” Lovaas predicted. He had good reason to fear that his sole
    experimental subject—on whom his National Institute of Mental Health (NIMH) funding depended—
    might hurt herself so badly that his experiments could no longer go on. So Lovaas sought a more
    expeditious solution, which came to him in a flash one day in the lab.
    He was talking with a colleague, when Beth began striking her head against the sharp edge of a
    metal cabinet. Like any good behaviorist, Lovaas rarely ventured to speculate about his subjects’
    mental states, but in this case he made an exception. He felt that his nearly paternal relationship with
    her gave him a unique window on the inner being lurking behind her “autistic shell,” and what he saw
    there enraged him: this nine-year-old girl was scheming and plotting against him.
    “She would only hit steel cabinets, and she would only hit them on the edge, because, you see, she
    wanted to draw blood,” Lovaas told Psychology Today’s Paul Chance. So he “reacted
    automatically,” as he would have with one of his own children—“I reached over and cracked her one
    right on the rear,” he said. The psychologist expressed relief that he didn’t have to reach very far,
    because Beth “was a big fat girl” who offered him “an easy target.” Speaking of himself in the third
    person, he told Chance:
    She stopped hitting herself for about 30 seconds because, you see, she sized up the situation,
    laid out her strategy and then she hit herself once more. But in those 30 seconds while she was
    laying out her strategy, Professor Lovaas was laying out his. At first I thought, “God, what have
    I done,” but then I noticed she had stopped hitting herself. I felt guilty, but I felt great. Then she
    hit herself again, and I really laid it on her . . . So I let her know that there was no question in
    my mind that I was going to kill her if she hit herself once more, and that was pretty much it.
    She hit herself a few times more, but we had the problem licked.
    Under the laws of the University of California, Lovaas was required to have his research
    proposals approved by the Human Subjects Board, so explaining that he wanted to “really lay it on”
    his experimental subjects wouldn’t do. But there was an alternate way of saying basically the same
    thing that was acceptable in the lexicon of behaviorism. He began exploring the use of aversive
    stimuli—otherwise known in the trade as “punishment”—as a less time-consuming way of
    extinguishing self-injury.
    THE USE OF PUNISHMENT on human subjects was controversial among Lovaas’s colleagues. In his
    classic textbook Science and Human Behavior, Skinner explained that while aversives may seem to
    promptly extinguish undesirable behavior, the behavior often returns with a vengeance after the
    punishment ceases, because the subject has not been taught more adaptive ways to behave. He also
    pointed out that punishment creates fear, guilt, and shame, resulting in less learning overall. (In other
    words, a child compelled to practice the piano with threats of spanking does not tend to become a
    virtuoso but instead learns to hate music.) Skinner also cautioned that the use of aversives has
    negative effects on the researcher, potentially turning the experimental situation into a sadistic power
    play. “In the long run,” he observed, “punishment, unlike reinforcement, works to the disadvantage of
    both the punished organism and the punishing agency.”
    But Lovaas failed to heed this advice, in part because he was convinced that children like Beth
    would never learn to socially engage unless their self-injurious behavior was extinguished first. Soon
    he expanded the sphere of behavior targeted for punishment to also include hand flapping, rocking,
    spinning, and other forms of self-stimulation. On the basis of his own experiments, he concluded that
    stimming made autistic children less sensitive to auditory input, which interfered with their learning.
    In the lab, he referred to self-stimulation as “garbage behavior,” because if the children were engaged
    in a more productive activity, they tended to stop stimming.
    He also believed that extinguishing this apparently senseless behavior would reduce a major
    source of stigma for autistic people and their families. “Since the emphasis of our treatment program
    is to make the child look as neat and appropriate as possible, we attempt to suppress the more severe
    or grotesque forms of self-stimulatory behavior by the use of aversive stimuli,” he explained to
    NSAC parents. “It is obviously very embarrassing for people to be in the company of a child who
    jumps up and down and ritualistically slaps his arms in front of his face: such behavior socially
    isolates the child and embarrasses his parents.”
    Researchers would eventually discover that autistic people stim to reduce anxiety—and also
    simply because it feels good. In fact, harmless forms of self-stimulation (like flapping and fidgeting)
    may facilitate learning by freeing up executive-functioning resources in the brain that would
    otherwise be devoted to suppressing them. For Lovaas, however, self-injury, self-stimulation, and
    echolalia were all of a piece and equally ripe for extinction. Alone in his lab with his team of
    devoted grad students and experimental subjects in no position to complain, he began seeking means
    of punishment that could get past a review board.
    After his work with Beth, he conducted a series of experiments on a pair of five-year-old twin
    boys named Mike and Marty. He estimated that the brothers spent 70 percent of their waking hours
    “rocking, fondling themselves, and moving hands and arms in repetitive, stereotyped manners” while
    engaging in “a fair amount of tantrum behaviors, such as screaming, throwing objects, and hitting
    themselves.” They had never spoken or been toilet trained. For one of his first rounds of experiments
    on Mike and Marty, his punishment of choice was exceptionally loud sound. He aimed blasts of “well
    over 100” decibels at them—comparable to the roaring of a power saw at close range. His aim was
    to produce “pain or fear” in the twins as a way of making the presence of adults “meaningful” and
    “rewarding” by comparison, as typical children might seek safety at their mother’s bedside after a
    bad dream.
    The results of these experiments were disappointing. Even when subjected to decibel levels
    capable of causing physical damage to the eardrum, Mike and Marty “remained unperturbed,
    particularly after the first two or three presentations.” Lovaas doubled down, turning to a method of
    punishment that had a long track record in behaviorist experiments on animals: electric shock. To
    head off any criticism for employing such harsh methods on preschool-age children, he added, “It is
    important to note, in view of the moral and ethical reasons which might preclude the use of electric
    shock, that their future was certain institutionalization.”
    He taped strips of metal foil to the floor of a room in his lab and wired these strips to a
    respectable-sounding device called a Harvard Inductorium—a modified Faraday coil that offered
    fine-tuning of its electrical output down to zero. The strips were laid across the floor, spaced half an
    inch apart so that a child who stepped into the room was guaranteed make contact with at least two of
    them, completing the circuit. To confirm the aversive effect of this apparatus, Lovaas’s grad students
    first tested it on themselves: “The shock was set at a level at which each of the three Es
    (experimenters) standing barefoot on the floor agreed that it was definitely painful and frightening.”
    In a typical round of trials, Mike or Marty would be placed between researchers standing three
    feet apart. Then a researcher would say “Come here,” beckoning to the boy with outstretched arms. If
    he didn’t approach the researcher within three seconds, he would get a shock. Then the same
    procedure would be repeated with the other twin, and so on, over and over again, for hundreds of
    trials. If Mike and Marty tried to escape the shocks by “beginning to sit down, moving toward the
    window to climb on its ledge, etc.,” they would get another jolt from Lovaas’s Inductorium.
    In contrast to his experiments with sound, Lovaas deemed these experiments a stunning success. In
    just a handful of sessions, Mike and Marty learned to practically jump into the experimenters’ arms to
    avoid the painful shocks. In a subsequent round of trials, instead of the electrified floor, Lovaas
    employed a remote-controlled device called a Lee-Lectronic Trainer—a box the size of a cigarette
    pack used in canine obedience tests—affixed to the boys’ buttocks. A researcher would face Mike or
    Marty, say “Hug me” or “Kiss me,” and apply shock if the boy didn’t get moving in three seconds.
    The twins’ behavior, Lovaas noted approvingly, “changed markedly toward increased affection.” He
    added that the therapeutic benefits of this procedure exceeded his expectations (S and E referred to
    subject and experimenter, respectively):
    Once Ss had been trained to avoid shock, they often smiled and laughed, and gave other signs of
    happiness or comfort. For example, they would “mold” or “cup” to Es body as small infants do
    to parents. Such behaviors were unobserved prior to these experiments.
    He ventured that this behavior indicated that the twins’ “avoidance of pain generated contentment.”
    It was not an unreasonable speculation.

    [Neurotribes - Steve Silberman]
    Simone85romipor
    Post edited by Landauer on
    Credo che non appena comincerai a vedere chiaramente dove vuoi andare, il tuo primo impulso sarà di applicarti allo studio. Per forza.
    Sei uno studioso, che ti piaccia o no. Smani di sapere. [...] comincerai ad andare sempre più vicino, se sai volerlo e se sai cercarlo e aspettarlo,
    a quel genere di conoscenza che sarà cara, molto cara al tuo cuore. Tra l'altro, scoprirai di non essere il primo che il comportamento degli uomini 
    abbia sconcertato, impaurito e perfino nauseato. Non sei affatto solo a questo traguardo, e saperlo ti servirà d'incitamento e di stimolante.                                                                         [J.D.Salinger - Catcher in the Rye]
  • Simone85Simone85 SymbolVeterano Pro
    Pubblicazioni: 1,826
    Ciò che è scritto nel libro Neurotribes corrisponde alla triste verità.
    Nella mia esperienza personale posso dire di essere riuscito a tenerle a bada ma di non averle soppresse in via definitiva, mentre mio fratello le ha perse per poi svilupparle nuovamente, in forma diversa, dopo essersi un po' ristabilizzato.
    Non possono che non essere motivo di vergogna, sia per gli altri e sia per chi li fa, e non esiste un ambiente favorevole per certi tipi di problematica. Ci sono poi persone che hanno sviluppato stereotipe benigne innocue e che non danno fastidio, ma bisognerebbe un attimo fermarsi e capire (provarci almeno) di cosa si sta realmente parlando.

  • LandauerLandauer Veterano Pro
    modificato 4 June Pubblicazioni: 937
    @Simone85
    Io ho sempre avuto, specialmente da bambino, ciò che ho sempre considerato come "tic motori complessi", che interessavano ampie regioni del corpo (spalle, collo, braccia, mani). Se provavo a reprimerli, sentivo un "accumulo di potenziale" nelle regioni interessate dal tic che dovevo, prima o poi, dissipare. I miei genitori e compagni di classe provavano a sopprimere questo comportamento "socialmente inaccettabile" facendomi provare vergogna: per un po' funzionava, ma poi tornavano più forti di prima, magari in un'altra regione del corpo, o con una sequenza di movimenti diversi.

    Da adolescente passavo le mezzore a "dondolarmi" leggermente in piedi, ma riuscii a reprimere anche quel comportamento dopo che mi è stato fatto notare.

    A 20 anni risolsi la mia necessità di sfogare i tic complessi camuffandoli in gesti ordinari, o facendoli quando nessuno mi poteva osservare. Per esempio, se avevo necessità di fare un certo movimento con le braccia e le mani (movimenti lievi ma articolati, non estremi come gli esempi che vediamo nei video di bambini autistici, ma "qualitativamente simili"), facevo finta di rimettermi a posto le maniche del maglione: abbassava la tensione e generava piacere.

    Tutt'oggi, inoltre, ho la costante necessità di muovere mani e gambe, ma posso rimanere fermo se la situazione lo richiede o se sono in un contesto sociale. Inoltre, cerco di minimizzare le fonti di "stress" evitando di indossare abiti poco comodi o accessori vari (non riesco a sopportare bracciali, orologi e collane, devo riposizionarli in continuazione, né sopporto alcuni tipi di collo di maglie, né cuffie alle orecchie).

    Per quanto mi riguarda, preferirei un mondo in cui non si cerchi di reprimere le stereotipie motorie innocue (di tipo benigno, qualunque sia l'origine) almeno nei bambini, perché ho avuto esperienza del fatto che se le provi a reprimere con la "forza" alla fine riemergono, oppure "soffri" in silenzio. 
    Silberman è d'accordo con me a quanto pare.

    PS: Ho notato ultimamente che questi tratti sono presenti anche in alcuni membri della mia famiglia, anche se in forma più lieve rispetto a me.
    Marcoflollinabludiprussia
    Post edited by Landauer on
    Credo che non appena comincerai a vedere chiaramente dove vuoi andare, il tuo primo impulso sarà di applicarti allo studio. Per forza.
    Sei uno studioso, che ti piaccia o no. Smani di sapere. [...] comincerai ad andare sempre più vicino, se sai volerlo e se sai cercarlo e aspettarlo,
    a quel genere di conoscenza che sarà cara, molto cara al tuo cuore. Tra l'altro, scoprirai di non essere il primo che il comportamento degli uomini 
    abbia sconcertato, impaurito e perfino nauseato. Non sei affatto solo a questo traguardo, e saperlo ti servirà d'incitamento e di stimolante.                                                                         [J.D.Salinger - Catcher in the Rye]
  • MarcofMarcof Pilastro
    Pubblicazioni: 3,236
    Io ho paura di come i genitori possano reprimerle. Già, in generale, non mi piace il fatto che si debbano correggere i bambini facendo la faccia incattivita e alzando il tono della voce... figuriamoci se viene fatto per questioni superficiali e incomprensibili al bambino... solo l'autolesionismo andrebbe vietato. Oppure wolfgang parlava pure di correggere alcune stereotipie con altre dallo stesso stimolo ma meno evidenti. Cosa che però va sicuramente oltre la portata naturale di un genitore.
    Quindi sì, secondo me il rischio di incomprensioni è alto.

    Nella pratica però dipende dal contesto. Sul finire degli anni '90 potevo dondolare beatamente. (Lo faccio tutt'ora all'ordine del giorno in presenza degli amici). Ora credo che i nuovi nati siano stigmatizzati da internet su questi comportamenti, e capita di vedere mamme allarmate solo da queste cose.
    In generale, tutto ciò che non fa rumore, non è plateale (iper cinetico), non ferisce ecc... lo considero benigno e lo trovo passabile agli occhi degli altri a patto di saperlo passare come si deve. Quindi non vedo una stretta necessità di correggere.

    LandauerMononokeHime
  • LandauerLandauer Veterano Pro
    modificato 4 June Pubblicazioni: 937
    @Marcof
    Ovvio che se ti entra un bambino con forti stereotipie motorie in una cristalleria, lì per lì lo reprimi :)
    Poi magari gli spieghi che è meglio soffrire un pochettino piuttosto che pagare 1000 euro di risarcimento.

    Comunque è vero, far vergognare un bambino solo per le stereotipie è un gesto di pura crudeltà secondo me.

    Sul traslare la stereotipia su un'altra zona meno evidente, non mi sembra in generale un atto facile. Mi era stato consigliato di spostarle sulle dita dei piedi, ma non era una zona muscolare abbastanza vasta, non riuscivo a "dissipare" sufficiente potenziale. Il far finta di riposizionare parti di vestiti funziona meglio.

    Il vedere una persona allarmata solo da queste cose, come intendi tu, è un fatto molto triste.
    MarcofMononokeHime
    Post edited by Landauer on
    Credo che non appena comincerai a vedere chiaramente dove vuoi andare, il tuo primo impulso sarà di applicarti allo studio. Per forza.
    Sei uno studioso, che ti piaccia o no. Smani di sapere. [...] comincerai ad andare sempre più vicino, se sai volerlo e se sai cercarlo e aspettarlo,
    a quel genere di conoscenza che sarà cara, molto cara al tuo cuore. Tra l'altro, scoprirai di non essere il primo che il comportamento degli uomini 
    abbia sconcertato, impaurito e perfino nauseato. Non sei affatto solo a questo traguardo, e saperlo ti servirà d'incitamento e di stimolante.                                                                         [J.D.Salinger - Catcher in the Rye]
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