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Ritardo mentale e Empatia/Gentilezza/Estroversione (Una domanda aperta...)

PavelyPavely Andato
modificato August 2017 in Teorie e ricerca
Su un forum non italiano, ho partecipato ad una discussione che mi ha fatto riflettere molto.

Oggetto della discussione era l'IPOTESI di una possibile correlazione tra Q.I. e Empatia. Con il passare delle Replies, ho formulato una mia teoria, una mia idea basata su una percezione personalissima. Sono qui per chiedere la vostra opinione.

Premessa: al di fuori di questo forum, io sono stato, a volte, "molto duro" verso alcune posizione caratteristiche della Cultura Neurotipica. Non verso i Neurotipici come persone, attenzione. Ma verso alcune espressioni tipiche della Scienza espressa da persone Neurotipiche nel campo Psicologico che, personalmente, considero non neutre culturalmente. La Scienza, infatti, per essere tale deve essere s e m p r e neutra ad ogni possibile cultura di riferimento: deve poter essere dimostrabile razionalmente per ogni persona nel mondo. Quindi, dal resoconto emergerà questo aspetto in contrapposizione con altri Utenti che, al contrario, sono molto più favorevoli di me alla C.N. e molto più capaci di c a p i r e il punto di vista neurotipico sul nostro Universo. (E questo è un mio limite). Scrivo questa premessa per s c u s a r m i.

Punto di partenza: un utente (D.) afferma che esistono Autistici assolutamente capaci di "socializzare" e che, anzi, riescono a creare - a costo di enormi sacrifici - le competenze necessarie per costruire relazioni significative per tempo e presenza.

Io: affermo che questo punto non mi appare propriamente vero e che, per me, per quanto io possa percepire, la socializzazione anzi costituisce uno dei punti descrittivi dell'Autismo, condizione che io vivo come "silenzio espressivo", come una condizione, cioè, in cui Parola e Silenzio non sono assolutamente concetti contrapposti ma complementari.

V. obietta che non è così e passa in rassegna la Letteratura e gli Studi biografici sulle persone autistiche lievi osservando come tantissime persone abbiano, assolutamente, la capacità di creare legami, possano apprendere le Emozioni neurotipiche e apprendendole possono costruire un percorso di valorizzazione dell'Empatia, qualità presente in ogni persona.

I. aggiunge come, effettivamente, io abbia una compagna, come io abbia avuto un'Amicizia, come lui stesso sia a conoscenza di tanti amici di Mytisc'ci e Pushkina (nord-est di Maskva-Mosca) che sono sposati, hanno figli. Negare loro l'identità culturale autistica gli appare un errore. Non nega che è vero, che tanti "autistici" sono "nel silenzio" ma afferma che questi costituiscono il "colore bianco puro" dello spettro. Esistono tanti colori.

Io preciso che, nel modo più assoluto, non volevo negare l'appartenenza alla cultura corporea di queste persone autistiche. Ad esempio, preciso come tantissime donne autistiche, effettivamente, abbiano avuti degli amici e anche solo affermare che no, non hanno un corpo autistico (e, quindi, una cultura autistica) sarebbe assurdo. Tento di precisare il mio pensiero: affermo come i termini "socialità" - come tantissimi altri concetti, come "impegno", "empatia" ed altro - sono contestualizzati all'interno della Neurotipicità e in questa definiti compiutamente. Effettivamente, cosa sia la "socialità" nell'Autismo non è stato ancora detto dagli autistici. Ancora oggi, aggiungo, non riusciamo a costruire un "nostro vocabolario".

V. concorda sul punto. Mi fa notare, però, come molti dei "Colors" autistici, in verità, sono ancora alla ricerca di una esatta collocazione. Mi fa l'esempio della Tabella periodica degli Elementi. Nota come esistano delle "serie significative" all'interno della nostra condizione e come gli attuali "tre livelli", in verità, siano "insiemi". Insiemi che, con il tempo riveleranno caratteristiche estremamente diverse, significative, uniche.

D. partecipa ipotizzando come, nella Neurotipicità, esista un q u i d di assoluta arbitrarietà culturale nelle classificazioni. Ad esempio: i Neurotipici prima hanno affermato l'esistenza di una Sindrome specifica - l'Asperger - e poi - in modo assolutamente a r b i t r a r i o, pure in presenza di una popolazione di pazienti e di utenti di servizi medici, hanno c a n c e l l a t o la Malattia da uno dei Manuali diagnostici più diffusi (il DSM V). Non è un caso isolato: sono moltissime le Malattie create e poi cancellate, i quadri diagnostici prima ipotizzati e poi abbandonati. Semplicemente, i pazienti "viaggiano" nelle Classificazioni. Queste, però, non corrispondono ad una Evoluzione terapeutica ma ad una semplice Valorizzazione concettuale. Cioè: l'unico piano su cui ci si ferma non è cosa - nei fatti - si può fare ma cosa nei fatti "si è". Proprio questo aspetto, rivela che, in realtà, i Quadri diagnostici non sono altro che una Eco della Cultura di riferimento. Cambia il "nome" dell'Autismo perché cambia la "Cultura neurotipica".

Io concordo con D. nel modo più assoluto. E aggiungo come sia necessario un "iper-quadro", un quadro concettuale "a quattro dimensione", una "concettualizzazione capace di ricomprendere tutte le concettualizzazioni" per capirne, sostanzialmente, la struttura. E propongo di osservare come nella cultura neurotipica il concetto di Q.I sia assolutamente più studiato rispetto al concetto del Quoziente di Empatia. E' un esempio di "iper-struttura". Cioè: nella concettualizzazione di una malattia mentale è importante dare strumenti che ricomprendano l'intero campo e abbiano la capacità di ricomprendere tutte le alternative possibili per essere un Orizzonte concettuale e non un Confine. L'Autismo, cioè, è stato posto in relazione molte volte con il Q.I. Ma questo risulta "molto" più v a l o r i z z a t o rispetto al Q.E. (Quoziente di Empatia).

V. allora avanza un'ipotesi che io giudico interessante.

Cioè: ipotizza che il Q.E. aumenti al decrescere del Q.I.

Io ho scritto di essere completamente d'accordo.

V. fa l'esempio dei ragazzi affetti da Sindrome di Down o da Sindrome di Williams e nota come siano ESTREMAMENTE espansivi, sociali, emotivi.

Io, infine, aggiungo che, secondo la mia opinione, soprattutto nella fascia L.F. dell'Autismo, effettivamente, in MOLTISSIMI casi è così. Gli Autistici "locked" (chiusi al mondo, anedonici, muti elettivi) effettivamente, sono pochissimi e l'esperienza clinica ci dà persone che vorrebbero socializzare ma non sanno come fare...
E propongo questa idea: se sei fosse una c o n n e s s i o n e tra gli Autistici L.F., alcuni ragazzi di Down e i ragazzi di Williams?

Per loro, io vedo una caratteristica: al diminuire del Q.I. io vedo crescere il Q.E. In altre parole: vedo crescere la s o c i a l i t à.

Una socialità a tratti d i s f u n z i o n a l e. Una socialità però, ai miei occhi, p u r a.

§

Tento di essere più preciso: non riesco a percepire molti autistici L.F. come disinteressati alla Socialità.

E' vero che non sanno socializzare in modo funzionale, seguono delle routine, hanno disturbi d'ansia e emotivi, alle volte non entrano in contatto con gli altri perché ciò costituirebbe un "crollo" e quindi la low performance comunicativa e la sociale costituisce un'Assicurazione per la Gestalt, per la Forma dell'Anima.

L'Autismo permette cioè di "non implodere" dentro.

E' la struttura che permette la Vita mentale.

§

Da ieri, non mi libero di questa idea.

Non mi libero dell'idea che, effettivamente, le persone Down e Williams che ho conosciuto (4) mi sono apparse "molto sociali" e "divertenti". Anche alcuni Autistici L.F. (2) mi sono apparsi assolutamente interessati alla socialità.

La "chiusura" alla socialità mi è sempre apparsa molto più incidente negli Autistici "Medium functioning" (a medio funzionamento) o a "funzionamento lieve".

In questi casi, la mancata socialità mi è sembrata come VINCOLATA da qualcosa. E questo qualcosa, oggi, mi appare il Q.I.

§

E' come se io avessi l'idea che il Q.I. elevato "vincoli" in realtà la Socialità.

Nel forum in questione, V. d'altronde precisò un giorno come una barzelletta "per funzionare" deve essere non solo priva di senso e quindi "stupida" ma anche ricca di un senso proprio che definisca una "mancanza sociale".

Il che mi fece venire in mente che quando noi facciamo delle Barzellette sui Carabinieri (ad esempio) è verissimo che li eleggiamo a esempi di "stupidità" ma lo facciamo anche per "educare" al rispetto. Proprio nella "trasgressione controllata" noi riaffermiamo - a contrario - la verità che i Carabinieri vanno rispettato. E' giusto "impazzire per un giorno" e ridicolizzarli. Ma il resto del tempo, va loro tributato rispetto.

§

Ironia come momento in cui l'"intelligenza" viene sorpassata da qualcosa di diverso.

§

Chiedo scusa se tutto questo quadro può apparire astratto e confuso.

La domanda che voglio fare è questa: io, Paolo, vedo un legame profondo tra Ritardo mentale e Empatia/Gentilezza/Estroversione.

E vedo come molte persone con un elevato Q.I. - al contrario - non riescano ad essere veramente "sociali". E' come se facessero "saltare i nervi" alle persone. Le persone le "emarginano".

Le persone con un elevatissimo Q.I. che sono anche estremamente Socievoli mi appaiono un NUMERO RARO.

Quasi come se fossero un esempio di PERFEZIONE.

Ora: io non dico che non esistano. Io dico che sono POCHI. Ai miei occhi, la stragrande maggioranza delle persone con un Q.I. elevato si sente molto "sola".

Ma i Down si sentono soli?

Ripenso alle volte che li ho conosciuti o li ho visti in giro.

Come fanno a fare amicizia CON TUTTI?

Così i ragazzi di Williams con la loro "faccia d'elfo".

§

La mia ipotesi: ai miei occhi, molte persone diagnosticate autistiche con basso Q.I. appartengono ad un Insieme diagnostico più vasto. Insieme in cui la Socialità risulta quasi l'elemento caratteristico.

Elemento che io vedo opposto all'autismo (condizione in cui la socialità non mi appare centrale).

§

Ecco: mi piacerebbe ascoltare una vostra opinione.


Antonius_BlockLandauerLifelsSimone85Piu82rondinella61MononokeHimeMarco75mandragola77Doornebel
Post edited by wolfgang on
«134

Commenti

  • pokepoke Andato
    Pubblicazioni: 1,721
    Allora, diciamo che una persona che ha minori mezzi intellettivi (ma bada tra questi considero anche l'autostima o fiducia in sé stessi e nei propri mezzi), è più motivata a socializzare per risolvere i propro problemi.
    In questo, non riesco a fare a meno di pensare che alla base della socialità ci sia un legame di mutuo soccorso.
    Quindi una persona che "ha la presunzione di arrivarci da sola" o che effettivamente ha i mezzi cognitivi per essere non dipendente dagli altri, forse sente meno l'istinto a socializzare, a rendersi "simpatica" (empatia?).

    Ma non credo che il qi sia inversamente proporzionale al qe.
    Anche perché, il termine empatia scusa, ma mi appare molto ballerino.
    Se devo soffermarmi ai test, (forse sbaglio, ma è così che mi appare), mi sembra più simile al conformismo.
    Quindi, con un senso diverso da quello che intendo personalmente per empatia.

    Se, sostituisco al termine empatia, il termine conformismo, posso quasi concordare e dire che un individuo con un buon q.i, ha minori necessità di piegare la ragione al conformismo, ma sente prevalere al senso di furbizia, l'oggettività della razionalità.

    Ma se pensiamo che la gentilezza, l'empatia (non nel senso di opportunismo/conformismo) l'estroversione siano più frequenti nelle persone con qi basso, creiamo il falso mito della persona che giustifica il proprio essere antipatici/introversi/menefreghisti, ammantandosi di un intelligenza che in realtà può essere bassa/media.
    PavelydilakeromiporPuckiieNemo
  • LandauerLandauer Veterano Pro
    modificato July 2017 Pubblicazioni: 979
    Provo a ragionare sui motivi che legano la socialità al QI:

    • all'aumentare del QI, aumenta la possibilità di apprendere i meccanismi sociali "a posteriori". Questo punto, da sé, dovrebbe favorire la socialità.
    • all'aumentare del QI, aumenta il livello di consapevolezza di una persona: posta dinanzi ai ripetuti fallimenti nelle relazioni sociali (e se è autistica, è naturalmente portata a fallire), la persona intelligente nota, ricorda, percepisce maggiormente il fallimento rispetto ad una persona a basso QI.
    • all'aumentare del QI, emerge maggiormente la capacità di "odiare" i gruppi sociali tipici. Vengono notati, sistematizzati e classificati più attributi, vengono istituite più classi di rappresentanza, si viene a creare una "differenza" e l'odio, sebbene non in ogni caso, discende dalla capacità di pensare e sentire differenze tra gli individui. In altre parole, è l'intelligenza a produrre odio (nel senso di condizione necessaria, ma non necessariamente sufficiente). Questo punto, da sé, introduce la possibilità che una persona ad elevato QI boicotti la sua socialità.
    • Come naturale estensione del terzo punto, la persona ad elevato QI erige naturalmente, anche in senso esterno, una percezione della differenza tra sé e le persone con cui interagisce. In tal senso, la società tende ad isolare prima ed odiare poi la persona ad alto potenziale cognitivo. È importante notare che, ribaltando il ragionamento, questo punto non vale per la persona a basso QI, che quindi si trova ad affrontare un ostacolo in meno per l'espressione della socialità (le persone non erigono naturalmente muri rispetto ad una persona a basso QI).

    Dunque noto che esiste un solo punto (il primo) che va nella direzione controcorrente.
    Tutti gli altri punti vanno nella direzione di verificare che la socialità, in una persona, decresca al crescere dell'intelligenza (punti 2, 3, 4).

    Mi viene in mente anche un punto, un po' più delicato, che corrobora questa tesi.
    Supponiamo di riunire tutti gli individui in classi di rappresentanza, frazionate tramite il QI.
    Supponiamo che la "larghezza" di ogni classe di rappresentanza sia proprio equivalente ad una deviazione standard: dunque [100, 114], [115, 129], [130, 144] e così via, anche in negativo. Ci aspettiamo che la suddivisione in classi, costruita partendo dal QI, sia ben sovrapponibile ad una eventuale suddivisione in classi in cui tutti gli individui di una data classe abbiano la stessa visione del mondo e processi di pensiero molto simili.

    Si può supporre che per gli individui di una certa classe sia molto difficile relazionarsi e comprendere individui appartenenti ad un'altra classe.
    Dunque una persona nella classe [130, 144] potrebbe arrivare a percepire un alto grado di "differenza" con una persona esattamente nella media (parte sinistra della classe [100, 114], QI = 100).
    Lo stesso è pensabile, si potrebbe dire, riguardo ad una persona appartenente alla classe simmetrica [70, 84] rispetto ad un individuo a QI = 100.
    Però, secondo me, la situazione non è simmetrica perché il diverso grado di percezione spezza la simmetria: mi aspetto che un individuo nella classe [70, 84] abbia una percezione, in relazione alla differenza di cui parlavo, generalmente più bassa a parità di distanza dalla media.

    Questo ultimo punto introduce, quindi, la possibilità che un individuo ad alto QI, a parità di distanza dalla media cognitiva, percepisca e soffra maggiormente questa distanza rispetto al suo simmetrico a basso QI (punto 5).

    Dunque vedo 4 punti a favore della tua tesi, e solo 1 punto contrario.
    mandragola77AJDaisynebelPavelydilakeromiporPuckiie
    Post edited by Landauer on
    Credo che non appena comincerai a vedere chiaramente dove vuoi andare, il tuo primo impulso sarà di applicarti allo studio. Per forza.
    Sei uno studioso, che ti piaccia o no. Smani di sapere. [...] comincerai ad andare sempre più vicino, se sai volerlo e se sai cercarlo e aspettarlo,
    a quel genere di conoscenza che sarà cara, molto cara al tuo cuore. Tra l'altro, scoprirai di non essere il primo che il comportamento degli uomini 
    abbia sconcertato, impaurito e perfino nauseato. Non sei affatto solo a questo traguardo, e saperlo ti servirà d'incitamento e di stimolante.                                                                         [J.D.Salinger - Catcher in the Rye]
  • Simone85Simone85 Veterano Pro
    modificato July 2017 Pubblicazioni: 2,797
    Esprimersi con la comunicazione, lo sport o attraverso l'arte rappresenta il desiderio incessante che permane dopo aver raggiunto l'eccitazione della scoperta.
    Le emozioni che si possono raggiungere attraverso le varie scoperte sono parte intrinseca del quoziente intellettivo. Una persona dal quoziente intellettivo basso*, dunque, si accontenterà di emozioni semplici. 


    Edit: prima ho dimenticato di scrivere la parola "basso".
    Pavely
    Post edited by Simone85 on
  • DrMoodyDrMoody Veterano Pro
    Pubblicazioni: 362
    Le aree cerebrali coinvolte nelle emozioni (quello che una volta si chiamava sistema limbico) e quelle coinvolte nelle attività di ragionamento che vengono misurate tramite il QI sono distinte. Sono due sistemi spaiati.
    rondinella61MononokeHimemandragola77riot
  • Simone85Simone85 Veterano Pro
    modificato July 2017 Pubblicazioni: 2,797
    DrMoody ha detto:

    Le aree cerebrali coinvolte nelle emozioni (quello che una volta si chiamava sistema limbico) e quelle coinvolte nelle attività di ragionamento che vengono misurate tramite il QI sono distinte. Sono due sistemi spaiati.

    DrMoody, devi comprendere che non possono essere spaiate. Inoltre è importante comprendere anche che l'intelligenza non ha una definizione ufficiale.
    Post edited by Simone85 on
  • Marco75Marco75 Senatore
    Pubblicazioni: 2,074
    Interessante. 
    Così, su due piedi, dico che una correlazione inversa tra QE e QI può essere verosimile, ma andrebbe verificata sul campo... non dovrebbe neanche essere difficile farlo, magari esistono anche studi a riguardo (non so). Poi, la condizione autistica mi pare sia multifattoriale, e non legata unicamente a queste due dimensioni; quindi mi viene da pensare che la misura di questa (eventuale) correlazione inversa vari a seconda che si parli di popolazione ND o NT. Gli ND avranno probabilmente anche altri ostacoli alla socialità, oltre alla semplice carenza di empatia, e non è detto che un autistico ad alto funzionamento abbia sempre in QI superiore alla media.
    Insomma, credo che i fattori da considerare siano più d'uno, tali da trascendere un semplice variare di una dimensione in funzione inversa dell'altra (anche se l'ipotesi, in sé, non mi sembra campata in aria...)
    Pavely
    "There are those that break and bend. I'm the other kind"

    Cinema, teatro, visioni
  • PavelyPavely Andato
    Pubblicazioni: 3,350
    poke ha detto:

    Allora, diciamo che una persona che ha minori mezzi intellettivi (ma bada tra questi considero anche l'autostima o fiducia in sé stessi e nei propri mezzi), è più motivata a socializzare per risolvere i propro problemi.
    In questo, non riesco a fare a meno di pensare che alla base della socialità ci sia un legame di mutuo soccorso.
    Quindi una persona che "ha la presunzione di arrivarci da sola" o che effettivamente ha i mezzi cognitivi per essere non dipendente dagli altri, forse sente meno l'istinto a socializzare, a rendersi "simpatica" (empatia?).

    Ma non credo che il qi sia inversamente proporzionale al qe.
    Anche perché, il termine empatia scusa, ma mi appare molto ballerino.
    Se devo soffermarmi ai test, (forse sbaglio, ma è così che mi appare), mi sembra più simile al conformismo.
    Quindi, con un senso diverso da quello che intendo personalmente per empatia.

    Se, sostituisco al termine empatia, il termine conformismo, posso quasi concordare e dire che un individuo con un buon q.i, ha minori necessità di piegare la ragione al conformismo, ma sente prevalere al senso di furbizia, l'oggettività della razionalità.

    Ma se pensiamo che la gentilezza, l'empatia (non nel senso di opportunismo/conformismo) l'estroversione siano più frequenti nelle persone con qi basso, creiamo il falso mito della persona che giustifica il proprio essere antipatici/introversi/menefreghisti, ammantandosi di un intelligenza che in realtà può essere bassa/media.

    Grazie @poke .

    §

    Vorrei solo aggiungere che, ai miei occhi, è difficile trovare una persona "autenticamente" intelligente che sia REALMENTE antipatica/introversa/menefreghista e, aggiungo io, maleducata.

    Secondo la mia opinione, una persona con un Q.I. può generare Disagio, può essere percepita come o p p o s i t i v a, come una persona, cioè, che "non ascolta veramente", che "non accetta consigli", che fa tutto come gli dice la sua testa. Ma in quest'ottica, i concetti di antipatia, maleducazione, narcisismo, arroganza, non trovano luogo.

    Io percepisco più "ansia", incapacità di capire l'altrui punto di vista, il desiderio di non discutere, di dire: "Si fa così", magari anche sbagliando, sbagliando molte volte, dico.

    §

    Grazie per il tuo punto di vista della connessione tra Empatia e Conformismo.

    Sicuramente, un legame c'è.

    Ed io non lo avevo considerato.
    Marco75mandragola77Nemo
  • PavelyPavely Andato
    Pubblicazioni: 3,350
    Landauer ha detto:

    Provo a ragionare sui motivi che legano la socialità al QI:

    • all'aumentare del QI, aumenta la possibilità di apprendere i meccanismi sociali "a posteriori". Questo punto, da sé, dovrebbe favorire la socialità.
    • all'aumentare del QI, aumenta il livello di consapevolezza di una persona: posta dinanzi ai ripetuti fallimenti nelle relazioni sociali (e se è autistica, è naturalmente portata a fallire), la persona intelligente nota, ricorda, percepisce maggiormente il fallimento rispetto ad una persona a basso QI.
    • all'aumentare del QI, emerge maggiormente la capacità di "odiare" i gruppi sociali tipici. Vengono notati, sistematizzati e classificati più attributi, vengono istituite più classi di rappresentanza, si viene a creare una "differenza" e l'odio, sebbene non in ogni caso, discende dalla capacità di pensare e sentire differenze tra gli individui. In altre parole, è l'intelligenza a produrre odio (nel senso di condizione necessaria, ma non necessariamente sufficiente). Questo punto, da sé, introduce la possibilità che una persona ad elevato QI boicotti la sua socialità.
    • Come naturale estensione del terzo punto, la persona ad elevato QI erige naturalmente, anche in senso esterno, una percezione della differenza tra sé e le persone con cui interagisce. In tal senso, la società tende ad isolare prima ed odiare poi la persona ad alto potenziale cognitivo. È importante notare che, ribaltando il ragionamento, questo punto non vale per la persona a basso QI, che quindi si trova ad affrontare un ostacolo in meno per l'espressione della socialità (le persone non erigono naturalmente muri rispetto ad una persona a basso QI).

    Dunque noto che esiste un solo punto (il primo) che va nella direzione controcorrente.
    Tutti gli altri punti vanno nella direzione di verificare che la socialità, in una persona, decresca al crescere dell'intelligenza (punti 2, 3, 4).

    Mi viene in mente anche un punto, un po' più delicato, che corrobora questa tesi.
    Supponiamo di riunire tutti gli individui in classi di rappresentanza, frazionate tramite il QI.
    Supponiamo che la "larghezza" di ogni classe di rappresentanza sia proprio equivalente ad una deviazione standard: dunque [100, 114], [115, 129], [130, 144] e così via, anche in negativo. Ci aspettiamo che la suddivisione in classi, costruita partendo dal QI, sia ben sovrapponibile ad una eventuale suddivisione in classi in cui tutti gli individui di una data classe abbiano la stessa visione del mondo e processi di pensiero molto simili.

    Si può supporre che per gli individui di una certa classe sia molto difficile relazionarsi e comprendere individui appartenenti ad un'altra classe.
    Dunque una persona nella classe [130, 144] potrebbe arrivare a percepire un alto grado di "differenza" con una persona esattamente nella media (parte sinistra della classe [100, 114], QI = 100).
    Lo stesso è pensabile, si potrebbe dire, riguardo ad una persona appartenente alla classe simmetrica [70, 84] rispetto ad un individuo a QI = 100.
    Però, secondo me, la situazione non è simmetrica perché il diverso grado di percezione spezza la simmetria: mi aspetto che un individuo nella classe [70, 84] abbia una percezione, in relazione alla differenza di cui parlavo, generalmente più bassa a parità di distanza dalla media.

    Questo ultimo punto introduce, quindi, la possibilità che un individuo ad alto QI, a parità di distanza dalla media cognitiva, percepisca e soffra maggiormente questa distanza rispetto al suo simmetrico a basso QI (punto 5).

    Dunque vedo 4 punti a favore della tua tesi, e solo 1 punto contrario.
    Semplicemente grazie, @Landauer .

    Secondo la mia opinione, argomentato meravigliosamente.

    Sento di essere completamente d'accordo con te.
    Landauer
  • PavelyPavely Andato
    Pubblicazioni: 3,350
    Simone85 ha detto:

    Esprimersi con la comunicazione, lo sport o attraverso l'arte rappresenta il desiderio incessante che permane dopo aver raggiunto l'eccitazione della scoperta.
    Le emozioni che si possono raggiungere attraverso le varie scoperte sono parte intrinseca del quoziente intellettivo. Una persona dal quoziente intellettivo basso*, dunque, si accontenterà di emozioni semplici. 


    Edit: prima ho dimenticato di scrivere la parola "basso".
    @Simone85 ho riflettuto sul punto in cui scrivi che una persona con Q.I basso si accontenterà di "Emozioni semplici".

    Ho pensato se, effettivamente, esista una differenza tra "Emozioni semplici" e "Emozioni complesse" e non sono riuscita a vederla.

    Questa mattina, credo che no, non esistano emozioni s e m p l i c i. Esistono emozioni. E se chiudo un attimo gli occhi e rivado con la memoria - ti parlo di una percezione personalissima - ai momenti in cui ho incontrato persone con un Q.I. "basso", io vedo la p u r e z z a delle emozioni stesse.

    Ciò che sento è che queste "emozioni pure" NON SIANO ELABORATE in modo cosciente. Intendo dire che, per me, ogni Emozione poi va incontro alla COGNIZIONE, alla RIFLESSIONE, alla MATURAZIONE INTERIORE. E' un po' una gaddiana "cognizione del dolore" ma applicata ad ogni campo emotivo: cognizione dell'Amore, cognizione dell'Odio, cognizione della Rabbia.

    Le percezioni, le sensazioni, le emozioni sono luminose, pure.

    Ma non vengono - passami questa metafora neurotipica - "lavorate".

    Sono colori pastosi, grezzi, naturali, materiali. E' un po' come se fossimo in presenza di un quadro di van Gogh in contrapposizione alle sfumature e alle gradazioni di Dalì.

    Nelle persone con "basso Q.I." io vedo la violenza naturale di un cuore che parla di emozioni primarie.

    E so che può apparire strano, ma ne traggo una lezione. Cerco, cioè, di "oscurare" la ragione, d i m e n t i c a r e i studi di neurologia, non fare riflessioni profonde o altro.

    So - l'ho visto - che molti Autistici a "basso funzionamento" spesso "implodono" sotto la t e m p e s t a delle emozioni. Hanno meltdown, hanno crisi di rabbia, molte volte gridano.

    Sto tentando di dire questo: alle volte, io vorrei percepire quella violenza delle emozioni che provano.

    Sentire cosa si prova.

    §

    Anche se non si può dimostrare scientificamente, io ho l'impressione che le persone con un elevato Q.I., ad esempio, non solo NON u r l i no. Ma odino proprio chiunque si esprime urlando o in modo troppo enfatico. Quando una persona urla è come se si chiudessero...

    Il Q.I. è da me considerato come un limite alle emozioni...
    dilakeSimone85nebel
  • dilakedilake Membro Pro
    Pubblicazioni: 50
    poke ha detto:

    In questo, non riesco a fare a meno di pensare che alla base della socialità ci sia un legame di mutuo soccorso.
    Quindi una persona che "ha la presunzione di arrivarci da sola" o che effettivamente ha i mezzi cognitivi per essere non dipendente dagli altri, forse sente meno l'istinto a socializzare, a rendersi "simpatica" (empatia?). 

    Ecco queste tue considerazioni fanno riemergere un'idea che ho da un po'.
    Ho l'idea che la socialità, o meglio la capacità di socializzare sia in qualche modo sopravvalutata. L'uomo come "animale sociale" è stato tale per la reale necessità che aveva in passato. Necessità di unire le proprie forze per sopravvivere. Ora come ora penso che la società ci permetta quasi sempre di poter sopravvivere chiedendo di meno agli altri, o per lo meno chiedendo supporto ad una entità più astratta come la società stessa in cui viviamo e meno alle persone. Mi viene da pensare che il problema di mancata socializzazione sarebbe considerato meno un problema se non ci fosse questo asfissiante pressing da chi (passatemi il termine) irrazionalmente così tanto la ricerca (la socialità). Ho visto un bel documentario sulla società svedese: "La teoria svedese dell'amore". Interessante come si sia sviluppata a partire dagli anni 70 una "società di individui", dove cioè ognuno potesse vivere autonomamente. Penso che nei paesi nordici questa ansia di socializzare costi quel che costi sia meno sentita. 
    Piu82MononokeHimeMarco75rondinella61
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