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  • Ritardo dello sviluppo psico-motorio e LINGUISTICO.
    Io ti sconsiglio di pagare in anticipo, in futuro; non è come un corso di nuoto o altro sport, è più come andare a fare una visita medica, si paga dopo su fattura.
  • Salve sono una persona che si presenta :)
    Benvenuto!
    Gli schemi sono successioni di eventi in cui tu ravvisi un collegamento. Se hai l'attitudine a trovarli, questi collegamenti, e anche ad applicarli nella vita di tutti i giorni, questo significa che ragioni per schemi.
    L'attaccamento alla routine è la necessità di seguire una certa, precisa successione di azioni nel corso della giornata, e di farlo con un certo grado di rigidità.
    Non so se ho risposto ai tuoi dubbi.
  • Piccoli e grandi traguardi dei nostri cuccioli...oggi sorrido perché....
    Mamme care, che meraviglia i racconti dei vostri piccoli! Non so se considerarlo un progresso questo, ma voglio raccontarlo: ieri il mio bimbo ha seguito la prima seduta di terapia e non aveva mai incontrato la terapista prima. Eppure...siamo entrati al centro ed io già tremavo dicendo a mio marito: ORA SCOPPIA A PIANGERE E NON SE NE FA NULLA, ed invece il piccolo nulla, ha sorriso alla terapista, è rimasto in sala con lei senza di noi e si è fatto i suoi 45 minuti di corso, poi ha pianto e lei ha deciso di farlo uscire per non fargli detestare il posto. Ha collaborato è stato tranquillo. Così abbiamo pensato di andare a trovare i miei e mia sorella mi ha passato una busta del Disney Store. Il bimbo subito ha voluto aprirla, mai successo che si interessasse ad un gioco nuovo, semmai alla carta. Salvo poi esserci rimasto male perché era una bambola della Bella Addormentata...eh sì, ho fatto la morfologica: è una lei. Ho sempre sognato di chiamare una bimba Aurora, come la mia favola preferita. Mi scuso, credo di essere andata decisamente fuori tema. Per me è una gioia in un periodo tremendo, e voglio condividerla con voi.
  • consigli
    Ciao, benvenuto.
    Io sono parecchio più grande di te e non ho una diagnosi di asperger, però ripensando ai miei giorni tra i banchi di scuola e provando a mettermi nei tuoi panni, penso che piuttosto che ai miei compagni, forse avrei voluto dirlo a uno dei professori.
    Sia alle medie sia alle superiori ho avuto rispettivamente una professoressa e un professore che sentivo particolarmente vicini, li percepivo "dalla mia parte" e mi sentivo compresa da loro.
    Ho vissuto momenti di disagio a scuola, che avrei tanto voluto saper confidare a loro, ma non mi sembrava opportuno, eppure loro riuscivano a carpire qualcosa e a darmi quell'appoggio particolare, "in più", che spesso mi ha aiutata...
    Ecco, se riesci ad individuare un insegnante che per te possa essere una spalla su cui contare per qualsiasi cosa, forse è a lui/lei che potresti dirlo, facendogli anche presente che non vuoi che nessun altro lo sappia...
    Ma naturalmente è qualcosa che devi sentirti di fare, non costretto a farla.
    In fondo è passata appena una settimana, magari puoi rifletterci ancora un po' e valutare bene sul da farsi.
    Aggiungo: hai 17 anni, quindi, nel caso avessi intenzione di intraprendere un corso di studi universitario, questo professore potrebbe aiutarti e consigliarti al meglio anche da questo punto di vista, perché ti conoscerebbe un po' di più...
  • Per una volta sono soddisfatto di me stesso
    Si, avete letto bene: sono soddisfatto di me stesso, per una volta nella mia vita. Questo mese mi laureerò, e sarò il primo in assoluto a farlo del mio corso, in quanto la mia è una sede nuova, e sarò il primo informatico della mia sede (non dico dove si trova) a laurearsi.
    Perché lo scrivo qua?
    Perché in questo gruppo mi sono lamentato spesso, ero giù di corda in molti post, e oggi posso mostrare al mondo che sono felice. Ho sconfitto la mia dipendenza da pornografia, ora è un ricordo del passato, ho degli amici e a presto avrò una fidanzata (non conosco nessuna ragazza single, ma conoscendomi lo farò a breve).
    Sono Aspie, e sono felice di esserlo, perché le mie difficoltà, depressioni, momenti di tristezza e solitudine hanno reso la mia persona quella che è adesso. Tutti noi, diversi dalla maggior parte delle persone, valiamo, siamo dei prescelti, persone che hanno sofferto ma meravigliose. Se ce l'ho fatta io, che passavo i giorni sui porno ed ero sempre triste, allora potete farcela anche voi.
    Sapete però come? Facendo qualcosa, essere impegnati tutto il giorno in quello che amate, e non essere mai senza niente da fare. Quella è la chiave che porta alla felicità. Di sera, guardatevi un bel film, di giorno fatevi un giro in bici, fate e la vita magicamente cambierà.
    Tutti noi possiamo farcela, perché noi siamo speciali!
  • Amici a scuola, ma vorrei trascorrere del tempo con loro
    Buona sera a tutti
    Sono un ragazzo con SA, ho 17 anni, in questo momento della mia vita desidero la compagnìa di qualcuno, sento mancare totalmente questa parte della mia vita
    Il mio interesse speciale sono i bus, i treni e tutti i loro derivati (tram, metro ecc...). Il mio nome utente, "IC 605" è il nome di un treno molto bello che parte dalla mia città, e che mi piace prendere per rilassarmi, nel poco tempo che resta fra oggi e l'inserimento delle nuove schifose carrozze su quel treno, che avverrà entro fine 2018, ma questo è un altro discorso
    Sono in 4° superiore. A scuola ho sempre avuto molte difficoltà, non tanto in campo di apprendimento quanto più in tutto il resto: organizzarmi, districarmi fra la folla, resistere alla confusione ecc...
    Circa due anni fa, dopo aver constatato  che c'erano tre miei compagni di classe che erano sempre molto gentili e disponibili con me, ho deciso di parlare con loro della SA. Da quel momento sono diventati i miei migliori alleati, una volta a scuola.
    Forse tre persone sono un po' tante, ma loro sono sempre insieme, e sono molto simili, non aveva senso parlarne ad uno solo, in oltre, dato che sono in tre, è un ottimo modo per non "sovraccaricare" una sola persona nell'aiutarmi a scuola
    Durante la settimana, quindi, le cose negli ultimi due anni di scuola, vanno abbastanza bene (dopo che fino alla seconda superiore ho considerato la scuola il posto peggiore che potesse esistere sul pianeta), quando poi arrivano i fine settimana, o peggio le vacanze scolastiche, vengo pervaso dalla sensazione di non avere nulla da fare. Durante le vacanze estive mi arrangio con lavoretti qua e la, i fine settimana li dedico al mio interesse speciale, ma a volte mi annoio proprio
    Ho un altro amico, ma lui è sempre impegnato, lo conosco dalle scuole medie, è stato il mio primo amico, e l'unico per un sacco di tempo, gli voglio molto bene, ma lui sta cambiando. Sta crescendo, insomma, cosa che io non riesco a fare. Sta con la sua ragazza e con un gruppetto di amici, e alla fine ci resta poco tempo per vederci. Alla fine, che senso ha? Solo perchè gli voglio bene, ma lui è totalmente cambiato, non trascorriamo più molto tempo insieme.
    Poi ci sono altre due persone, con le quali ho fatto e faccio un corso pomeridiano da anni, alle volte andiamo a cena insieme, ma non sento di volergli veramente bene, anche se non capisco il perchè: Sono gentili con me, e sono delle bravissime persone, tuttavia non provo per loro particolare affetto
    A volte ho delle piccole discussioni con i tre ragazzi di scuola, ma nulla di rilevante, soprattutto nulla che mi abbia impedito di affezionarmi, più che altro ,fraintendimenti involontari dovuti alla mia neurodiversità, che noto essere un po' difficile da comprendere per i NT, nonostante ciò, a loro voglio veramente molto bene, ma la mia sensazione è che loro mi ritengano una persona che ha solo bisogno di loro, non "uno di loro", non so se mi spiego correttamente: Nel senso che per me fanno molto, però non c'è mai stato un momento in cui mi hanno detto: "vuoi venire con noi a fare..." oppure "perchè un giorno non ci vediamo a..." ,in oltre quando sento di aver bisogno di parlare con loro di qualcosa di leggero, non ho nessun argomento di conversazione, alle volte sento parlare loro per minuti, vorrei intervenire, ma non so cosa dire. Alla fine quando parliamo insieme, si finisce col parlare di me, cosa che non mi piace, perchè vorrei anche io essere loro amico, e non solo che loro siano miei amici
    Comunque, in tempi molto recenti, ho fatto con due di loro un'esperienza scolastica di vita e lavoro all'estero, per 10 giorni, sono stato assegnato ad alloggiare con loro, dato che a scuola hanno la mia diagnosi, e sanno che con loro sono tranquillo, e mi è dispiaciuto "legarli" per 10 giorni, ho cercato di adattarmi a loro, ma tutte le volte che loro volevano stare col resto della classe, alla fine me ne andavo, e più di una volta, il resto della classe è rimasto in giro e noi siamo tornati in stanza. Glie l'ho direttamente chiesto una volta sola ma è successo più di una volta, perchè era evidente che io stessi molto male.
    Comunque, nel corso di questi giorni, quando eravamo da soli, nonstante temessi di poter mandare all'aria il rapporto che sto cercando di costruire con loro,  è andata molto bene, avevamo persino qualcosa da dirci, strettamente legato all'aiuto reciproco con la lingua, o per discutere delle varie situazioni in cui ci siamo trovati nel corso di una giornata lavorativa
    Un giorno di quelli, ho avuto il coraggio di chiedere io "e se un giorno facessimo qualcosa insieme?". L'avevo già fatto in passato, tramite messaggi ,ma alla fine non se n'era mai fatto nulla ,nonostante tante belle parole da parte loro. Per tanto non riesco assolutamente a capire dove stia il mio errore.
    Comunque, in quest'ultima occasione, le risposte sono state affermative, ma sono abituato oramai ad andarci molto cauto sulle risposte date senza un'idea precisa, in risposta ad una frase che inizia con "e se un giorno magari..."
    La mia intenzione, sarebbe quella di cercare, almeno con questi due, di passare qualche ora insieme fuori da scuola. Abbiamo scoperto di conoscere uno stesso film. L'idea potrebbe essere "volete venire da me a vedere quel film?". Il fatto è che sono praticamente certo che all'inizio sarà "si", poi però per un motivo o per l'altro non si farà un bel niente. Una volta, ad esempio, avevo cercato di organizzare un incontro con tutt'e tre, avevo preso il treno per andare nel luogo specificato, e nel corso del viaggio, che dura 18', avevo ricevuto due messaggi di annullamento, e col terzo era finita con "cosa facciamo in due?" e quindi sono tornato indietro appena arrivato a destinazione. Non capisco questa cosa che sento dire spesso ai NT "Cosa facciamo solo in due?". Ma che significa? Meglio! Si sta meglio in pochi! C'è più riservatezza, ci sono meno pareri da ascoltare sul daffarsi! Quindi niente. Da quel giorno, ormai quasi 6 mesi fa, non ho più proposto niente a nessuno di loro. Però, questi giorni trascorsi con loro due, in (quasi) perfetta armonia , mi hanno ridato della speranza. Non saprei proprio come muovermi in concreto, però! Cosa devo dire? In che tempistiche? Deve passare poco o tanto tempo? Devo chiederlo di persona o tramite messaggio? Perchè di solito le cose glie le scrivo per messaggio, a volte anche se siamo uno di fronte all'altro, perchè mi vergogno di parlare. Insomma, qualcuno sa darmi un piccolo consiglio, per favore? Vi ringrazio anticipatamente
  • Cubo di Rubik
    (un saluto a tutti :) )
    è stata una mia ossessione per diversi mesi all'età di 17 anni. Ho iniziato col metodo Petrus (uno dei primi "campioni" durante le prime gare ufficiali del cubo di Rubik (quando i record erano sui 21 secondi), Col metodo Petrus ero arrivato a risolverlo in 25 secondi di media, scendendo a 18 secondi (record 11.4 secondi) quando appresi il metodo Fridrich. è in teoria possibile arrivare ai 12-14 secondi di media con un anno di allenamento (partendo dal livello "speedsolver", ovvero sui 20 secondi), ma decisi di smettere (e non me ne pentii mai, non ne vale la pena).

    Se vuoi minimizzare il tempo di risoluzione, ti consiglierei di apprendere direttamente il metodo Fridrich avanzato in 4 step:

    1) croce bianca o croce di qualunque colore tu voglia, ma è bene usare sempre lo stesso colore per incrementare il "look ahead", la capacità di individuare i pezzi di cui abbisogni immediatamente e durante la risoluzione del passo precedente (che, oltre un certo grado di allenamento diventa "risoluzione inconscia", pura applicazione di algoritmi, applicati ad ogni passaggio, stampati nella memoria muscolare).
    L'obiettivo è fare la croce impiegando sempre meno di 4 secondi, indipendentemente dalla configurazione iniziale dei 4 spigoli da inserire.

    2) F2L (First 2 Layers). Immediatamente dopo la croce, finisci il tutti e 2 i primi strati immediatamente, inserendo coppie di (angolo + spigolo) assieme. All'inizio occorrerà ragionare parecchio, ma dopo un po' diventa automatico e semplice. A livelli altissimi (anni di pratica), si inseriscono 2 blocchi alla volta, ovvero 4 pezzi insieme.
    Livello intermedio: fine del F2L (includendo il tempo della croce) entro 18-20 secondi.
    Buon livello (livello "speedsolver"): fine F2L entro 10-14 secondi.

    3) OLL (Orientation Last Layer): orienta tutti i colori dell'ultimo strato, in modo che la faccia superiore sia completamente gialla (indipendentemente dalla "permutazione" dei pezzi). 
    Livello intermedio: costruisci prima la croce gialla, con un paio di algoritmi (uno per orientare i pezzi opposti, l'altro per orientare quelli adiacenti) entro 2 secondi.
    Livello avanzato (Fridrich "completo"): apprendi direttamente 64 (o 57, ma tanti) algoritmi per orientare direttamente tutti i pezzi applicando un singolo algoritmo.
    Un buon tempo per l'OLL è entro i 3 secondi.

    4) PLL (Permutation Last Layer): apprendi 21 algoritmi per permutare i pezzi dell'ultimo strato già orientato e finire direttamente il cubo.
    Un buon tempo per il PLL è entro i 3 secondi.
    Come per l'OLL, è possibile apprendere meno algoritmi (4 + 2, ovvero i 2 "Allan", la Z, la H e la coppia (A + J) ) ed eseguire la risoluzione in 2 passaggi, impiegando circa il doppio del tempo, ma è consigliabile apprendere direttamente tutti i 21 algoritmi perché sono relativamente "pochi" e fanno guadagnare tantissimo tempo.

    Sommando il tempo di risoluzione, uno speedsolver dovrebbe risolvere il cubo in:
    (croce) + (F2L) + (OLL) + (PLL) = (2 - 4) + (10 - 14) + (3 - 5) + (3 - 4) = 18 - 27 secondi.
    Generalmente però la soglia al di sotto della quale si è speedsolver (ovvero, per definizione, colui che ha ottimizzato la prestazione oltre un certo livello generalmente ritenuto "buono") è considerata quella dei 20 secondi.

    Ti servirà una pagina di algoritmi e un timer che salva la progressione delle tue medie di risoluzione nel corso delle giornate.
    Ti sconsiglierei di cimentarti nell'impresa, ma se sei determinata in bocca al lupo :)
  • Riconoscere le proprie qualità
    Io ce l'ho, non ho risolto e non so neanche come risolvere.
    Sono stata persino ad un corso di "empowerment" fatto dal Centro per l'Impiego e non è servito a nulla.
    Mi dispiace non essere d'aiuto per nessuna delle due, ma se qualcuno sa qualcosa, batta un colpo.
  • Domanda ....
    Mio figlio ha un vero rifiuto per disegnare e colorare. Per farlo lui intendo. Perché di contro è una continua richiesta perché disegnino gli altri: viene armato di fogli e colori e chiede"mi disegni un trattore?" E di lì tutti i mezzi di trasporto, le forme, gli animali e tutto quello che gli passa per la testa. Abbiamo molto sfruttamento questa sua mania per spingerlo a fare bene le richieste, per farlo interagire con noi e con gli altri bimbi ecc..ma di far disegnare lui non c'è verso, si rifiuta!a malapena adesso che ha sei anni riesce a fare l'omino e le forme geometriche base.
    Nel suo caso un po' è un problema di motricità fine (non colora nemmeno ancora bene)un po' di pigrizia e un po' che a modo suo sa di non saperlo fare, le cose non vengono come dice lui e allora desiste.
    Ad essere onesti non abbiamo insistito più di tanto dando priorità ad altro ma spero che nel corso della scuola elementare tra compitini e pregrafia un po' gli passi questo "blocco".
  • Ritardo dello sviluppo psico-motorio e LINGUISTICO.
    @AliceinW mio figlio ha superato i tre anni e mezzo ed è ancora tanto oppositivo e cocciuto! Non so se questo sia patologico o se la crescita farà il suo corso ma quello che voglio dirti è che nella fase di tuo figlio è normale così come ti ha già detto @gioia. Indica, fa il gesto del ditino, mi sembrano tutte cose ottime! Rilassati un attimo, a me lo dicevano sempre, è da un mese che l'ho fatto e adesso vedo che le cose vanno meglio, le guardo in maniera più oggettiva e non catastrofica come prima.
  • Corso: no, non voglio fare la modella! 24/03/2018 Roma

    No. Non voglio fare la modella!

    Cause, comorbidità e trattamenti dei disturbi della condotta alimentare nelle varie forme di neurodiversità

    • 24 Marzo 2018, Roma. 

    Dalle 15.00 alle 19.00

    Obiettivo: conoscere le cause che portano ai disturbi della condotta alimentare e dell’alimentazione, le eventuali comorbidità e neurodiversità sottostanti, e come intervenire a livello terapeutico e familiare.
    Abstract: Il seminario prevede circa due ore sugli aspetti diagnostici e terapeutici dei disturbi della condotta alimentare, altre due ore saranno poi dedicate alle comorbidità (autismo, Asperger, ADHD, disturbo ossessivo compulsivo, disforia di genere, etc.) e come sviluppare un piano d’intervento che tenga conto delle peculiarità delle singole persone.

    Si partirà da aspetti storici e diagnostici, alla luce del nuovo DSM-5 e della nuova definizione dei disturbi della condotta alimentare con l’introduzione anche dei disturbi dell’alimentazione (restrizione alimentare, pica, etc.). Saranno poi sfatati dei falsi miti sulle origini e l’intervento necessario per questi disturbi e dati esempi di comportamenti virtuosi e controproducenti da mettere in atto per le persone con queste caratteristiche ed i loro familiari (psicoeducazione).

    Successivamente saranno descritte le terapie efficaci evidence based, come quella cognitivo-comportamentale, dialettico-comportamentale o la cognitive remediation therapy.

    Infine si approfondiranno gli aspetti che precedono lo sviluppo di un disturbo alimentare, che spesso si instaura su caratteristiche pregresse del neurosviluppo quali la Sindrome di Asperger o il Disturbo da deficit d’attenzione ed iperattività, e le successive comorbidità con i disturbi di personalità e il disturbo ossessivo compulsivo o la disforia di genere. Saranno evidenziate le caratteristiche distintive e come queste si intrecciano con l’eziologia dando indicazioni su come affrontare queste situazioni complesse.


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    LOCANDINA_DCA_Roma
  • Corso: Sviluppare le abilità sociali attraverso la recitazione - Roma 2 dicembre 2017

    Sviluppare le Abilità Sociali & l’Assertività attraverso la Recitazione 

    Workshop Teorico-Pratico

    • 02 Dicembre 2017, Roma. 

    Dalle 15.00 alle 19.00

    Obiettivo: apprendere le strategie teatrali per migliorare le abilità sociali, la comunicazione non-verbale e l’assertività nei bambini, adattare le tecniche a bambini con uno sviluppo atipico.
    Abstract: Il workshop prevede circa due ore di insegnamento teorico e due ore di pratica, in cui i discenti si metteranno in gioco in prima persona e proveranno le diverse strategie insegnate.

    Dall’unione di tecniche teatrali professionali e dall’esperienza nell’insegnamento di abilità sociali attraverso le tecniche cognitivo-comportamentali dell’educazione cognitivo affettiva, nascono strategie d’intervento atte a migliorare la comunicazione non-verbale (prosodia, ritmo, tono di voce, postura), la comprensione delle emozioni e del comportamento dell’altro, i diversi stili di comportamento. Allo stesso modo si lavora sul miglioramento dell’assertività e dell’autostima nei bambini. Sarà inoltre spiegato come adattare le tecniche a bambini con un profilo di sviluppo atipico (tra cui l’Autismo e la Sindrome di Asperger) e come usarle con tutti gli altri bambini, per migliorarne la fluenza sociale e far sì che riescano a comprendere il gioco delle parti che è la vita sociale.


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    LOCANDINA_Teatro_Roma
  • Gravidanza maschile
    E una notizia che gira nel web da questa mattina. Al inizio sembrava una bufala ma sono molte le agenzie che la danno come vera.
    Il link e questo
    https://www.newsitaliane.it/2017/un-uomo-55-anni-afferma-incinto-ermafrodita-114389
    Sostiene di essere in dolce attesa, precisamente al quarto mese di gestazione, e che se la gravidanza andrà bene a dicembre intende sottoporsi al parto cesareo, nonostante i nove mesi naturali scadrebbero nel mese di febbraio. Quando la notizia è apparsa sui social network in molti l’hanno scambiata per una “bufala”, ma invece è tutto vero.
    Sembrerebbe il remake del film con Mastroianni, se non fosse che per comprovare il suo stato l’uomo mostra una serie di documenti dell’Asl (test di gravidanza con esito positivo), del medico curante (che a luglio parla di “paziente affetto da ermafroditismo vero in stato di gravidanza alla decima settimana”) e alcune ecografie. Ma come avrebbe fatto a restare incinto? A sentire lui, si sarebbe auto-fecondato, anche se secondo gli esperti è impossibile. Sempre il quotidiano La Stampa riporta il parere dello specialista Roberto Jura, ex primario di Ostetricia presso il nosocomio di Biella. Conosce il caso del signore che ha visitato più volte, ma non lo vede da 7-8 mesi perciò non può negare né confermare ciò che egli dice. Inoltre gli esiti dei test effettuati potrebbero essere stati alterati da eventuali squilibri ormonali. Per chiarire la questione definitivamente sarebbe necessario effettuare una laparoscopia. Ma una gravidanza, nella strampalata ipotesi che sia fattibile, “sarebbe forse possibile solo fecondando un ovulo artificialmente fuori per impiantarlo in un uomo che abbia una femminilizzazione dei tessuti pelvici”. Ci sono casi di “mascolinizzazione nelle donne per disturbi alle ovaie o di femminilizzazione negli uomini”, spiega ancora l’esperto.
    Può un uomo restare incinto? Il dibattito scoppiò per la prima volta nel 2008, quando Oprah Winfrey ospitò nel suo programma il primo uomo incinto della storia: Thomas Beatie. L’uomo in ‘dolce attesa’ si presentò in studio insieme alla moglie e l’ostetrica Kimberly James. Molti telespettatori rimasero stupefatti e, nonostante la testimonianza di Thomas, il nodo non è mai stato sciolto. Esiste veramente la gravidanza maschile o le storie che si sentono o vengono pubblicate sono mere bufale?
    Né uomo né donna, 7 cose che non sai sugli ermafroditi
    L’intersessualità, o più semplicemente ermafroditismo, è un tema molto delicato e controverso. Il termine nasce dal personaggio della mitologia greca Ermafrodito, figlio di Ermes e di Afrodite che, secondo il poeta latino Publio Ovidio Nasone, era un ragazzo molto bello che venne trasformato in un essere androgino dall’unione fisica soprannaturale avvenuta con la ninfa Salmace. Venendo ai nostri tempi per ermafrodita si intende quell’anomalia caratterizzata dalla presenza nello stesso individuo di tessuto ovarico e testicolare. Sono infatti chiamate ermafroditi le persone le cui caratteristiche esteriori possono apparire molto diverse: puramente femminili, ambigue o puramente maschili. Anche se nei neonati l’aspetto degli organi genitali esterni è spesso ambiguo, la presenza di un pene permette di considerare questi bambini appartenenti al sesso maschile. Nella maggior parte dei casi si può comunque constatare la presenza di un utero. Essendo un mondo spesso sconosciuto, quello degli ermafroditi genera spesso confusione tra le persone. Ecco quindi qualche curiosità.
    1. Ma cosa è un ermafrodita? Si tratta di maschi con il pene e i testicoli molto piccoli (o addirittura testicoli interni) e anche un accenno di vagina. Queste situazioni hanno diversi gradi e sono più o meno evidenti, in più possono aggiungersi altri disturbi: uomini con assenza di peluria e voce soave, o donne irsute, con tratti e timbro di voce molto mascolini.
    2. Durante la pubertà, sotto lo stimolo degli ormoni sessuali, nella metà dei casi si sviluppa il seno e compare il ciclo mestruale. La produzione di spermatozoi è invece rara, a differenza della comparsa dell’ovulazione. Una gravidanza in un ermafrodita è possibile solo quando il cariotipo è quello di una donna normale.
    3. Ognuno di noi potrebbe avere sia gli organi sessuali maschili che quelli femminili senza saperlo. Secondo alcune ricerche, circa 1 persona su 1500 nasce con un genere non definibile attraverso le categorie standardizzate di maschio o femmina e possono essere, quindi, definite intersessuali. Di queste, però, solo in una persona su 100 l’ambiguità è evidente.
    4. Esiste l’”ermafroditismo sequenziale” Tipico delle specie vegetali e animali, si riferisce agli esseri viventi che cambiano genere nel corso dell’esistenza. Ve ne sono di tre tipi: alternanti, cioè possono cambiare genere più di una volta durante il loro ciclo vitale, proterandriche, qualora inizino la stagione riproduttiva come maschi e la completino come femmine e proteroginiche, nel caso che inizino la loro stagione riproduttiva come femmine e la completino come maschi.
    5. In Italia non esiste una legge o normativa che tuteli o semplicemente affronti questo tema delicato. Quando un figlio (una figlia?) nasce con questa anomalia i genitori devono scegliere il genere più adatto tenendo conto dell’aspetto fisico esteriore e delle condizioni degli organi genitali interni.
    6. Se non è possibile effettuare una diagnosi alla nascita, bisogna tenere conto dell’educazione data al soggetto. Durante la crescita occorre rafforzare il sesso prescelto con l’ablazione chirurgica degli organi che gli sono estranei e, se necessario, con cure ormonali.
    7. La sindrome di Morris o femminilizzazione testicolare è una sindrome determinata da un diverso percorso nella differenziazione sessuale: persone con corredo cromosomico 46,XY (a cui corrisponde un fenotipo maschile) sviluppano caratteri sessuali femminili. Oggi si conosce questa condizione e si deve definirla più correttamente sindrome da insensibilità agli androgeni, in inglese androgen insensitivity syndrome (ais).
    La distinzione più diffusa e pervasiva nelle società occidentali, a livello culturale e strutturale, è quella tra femmina e maschio; distinzione che è anche tra quelle date maggiormente per scontate, tanto da essere considerata evidente in sé e “naturale”. Eppure una parte non irrilevante della popolazione mondiale nasce con caratteristiche che non rientrano nella rigida dicotomia: mi riferirò all’insieme di queste forme con il termine “intersessualità” per indicare quella molteplicità di condizioni per le quali si può nascere con un set genetico, e/o endocrino, e/o con caratteristiche sessuali primarie o secondarie che non rientrano nelle usuali e tipiche definizioni di femmina e maschio.
    La terminologia adottata in ambito medico a partire dal 2006 è disorders of sex development (DSD), che in italiano viene tradotta in “disordini della differenziazione sessuale” o anche “disturbi dello sviluppo sessuale”. Io preferisco usare i termini intersessuale/intersessualità, e i motivi di questa scelta sono principalmente due: in primo luogo perché DSD richiama e suggerisce una condizione patologica, appunto di “disturbo” o di “disordine”, sottintendendo una deviazione nello sviluppo sessuale altrimenti “normale” della persona. Si tratta dunque di un linguaggio patologizzante, mentre le varie forme di intersessualità non sono necessariamente correlate ad una patologia o a condizioni mediche, sebbene alcune lo siano. In secondo luogo, perché con il termine intersessualità voglio anche porre l’accento sugli aspetti di costruzione culturale, sociale e storica della stessa definizione, nonché sulla dimensione delle relazioni di potere e politiche che interessano i corpi sessuati, le definizioni di femminile e di maschile, il genere, le identità di genere e gli orientamenti sessuali.
    Anche quella di intersessuale, infatti, è una categoria costruita socialmente e culturalmente, come lo sono quelle di femminile e maschile4 e, come queste, anch’essa riflette una serie di variazioni biologiche. Nonostante questo, in numerose società, l’intersessualità è stata e viene tuttora patologizzata, invisibilizzata e, dal secolo scorso, medicalizzata attraverso interventi farmacologici e/o di chirurgia estetica sugli infanti con lo scopo di “normalizzarne” i genitali anche in assenza di una patologia o di una reale esigenza medica per la salute del bambino.
    La percentuale di incidenza dell’intersessualità dipende da quali variazioni si considerano e da quali definizioni si usano. Secondo la biologa Fausto-Sterling, su 1000 nati 17 presentano una qualche forma di intersessualità; anche Preves parla di un’incidenza intorno al 2%, e Dreger di una percentuale di un terzo ogni 2000 nati, riferendosi però specificatamente ai casi in cui la conformazione dell’anatomia sessuale è considerata atipica.
    La cornice patologizzante e l’opera di invisibilizzazione, così come la normalizzazione precoce, non hanno certamente favorito e non aiutano nella raccolta e nella possibilità di analisi di dati chiari e precisi, dati che, infatti, sono ancora insufficienti e, presumibilmente, per alcune variazioni, fortemente sottostimati. Va detto, inoltre, che la maggioranza delle forme di intersessualità non è visibile alla nascita. È il caso, per esempio, delle forme di completa insensibilità agli androgeni (Cais): il fenotipo è tipicamente femminile fin dalla nascita e le ragazze possono scoprire di avere cromosomi sessuali XY all’età della pubertà dopo essersi sottoposte ad esami diagnostici per accertare le cause dell’assenza di menarca6. Lo stesso dicasi per il caso di maschi con cromosoma XXY che possono venirne a conoscenza da adulti in un percorso di analisi dei motivi di infertilità.
    Il punto fondamentale è che la specie umana si presenta in molteplici forme che non rientrano necessariamente nel rigido dimorfismo sessuale di cui è imbevuta la cultura occidentale. Come scrive Connell «la nostra rappresentazione del genere è spesso dicotomica, ma la realtà non lo è». Già nei primi anni ’90 Fausto-Sterling sollevava il problema di una biologia sessuata che produce la naturalizzazione di sessi bipolari e non permette di comprendere ciò che non rientra in quella rigida divisione; ma «se la natura ci offre davvero più di due sessi, ne segue che le nostre attuali nozioni di maschilità e femminilità sono concetti prettamente culturali».
    Date queste premesse, l’analisi delle pratiche attraverso cui viene decisa l’attribuzione del sesso/genere e la ricostruzione chirurgica del sesso può essere di grande aiuto nello svelare la cornice entro cui si fonda la costruzione socioculturale del sesso e del genere e i significati dominanti ad essi attribuiti, così come a mettere in evidenza quanto credenze sociali generalmente accettate e spiegazioni scientifiche dominanti possano generarsi e rinforzarsi a vicenda.
    Altrettanto interessante indagare in che modo l’intersessualità è stata percepita, classificata e normata nel corso della storia. La figura dell’ermafrodito è presente nelle raffigurazioni artistiche già a partire dal IV sec. a.C., prima delle fonti scritte sul tema a noi note. Nel pensiero filosofico occidentale e nel mito la troviamo nel Simposio di Platone che, tramite Aristofane, ci parla dell’origine androgina dell’essere umano, così anche Diodoro Siculo, mentre Ovidio nelle Metamorfosi narra di Ermafrodito e delle conseguenze dell’amore di Salmace per lui, e Plinio racconta delle trasformazioni di femmine in maschi, cui egli stesso avrebbe riscontrato testimonianze nel continente Africano11. Del resto di nascite di persone intersessuali si ha documentazione almeno fin dall’antichità greca e romana.
    La perfezione rappresentata dall’ermafrodita e il rispetto tributato a questa figura si limitano però alla sfera del mito e del divino, perché, in realtà, in epoca greco-romana la persona che alla nascita presentava un sesso anatomico non chiaramente identificabile secondo gli schemi dominanti, veniva condannata a una morte orribile, per annegamento o per arsione. È con la Mishnah ebraica di Giuda il Santo e, poi, con il De statu hominum nei Digesta cristiani di Giustiniano che viene sancito il diritto alla vita per chi nasceva con sesso atipico. «Questo diritto, però, era subordinato alla scelta, da parte dell’individuo, di uno dei due sessi a cui doveva uniformare usi e costumi sessuali, pena la morte. […] il vincolo dell’adeguamento al sesso prescelto era finalizzato a impedire che queste persone potessero sfruttare la versatilità sessuale del proprio corpo per alternare il ruolo sessuale maschile e quello femminile».
    Per migliaia di anni ha prevalso un modello culturale monosessuale secondo cui gli esseri umani derivano da un unico sesso di cui la versione perfetta è rappresentata dal maschio mentre la femmina incarnerebbe una versione inferiore: le differenze non sarebbero quindi di sostanza ma di intensità e il modello maschile lo standard da cui le forme umane si differenziano per intensità di calore e conseguenti gradi di imperfezione. Se questa cornice rendeva più flessibili i confini tra i due sessi riconosciuti, contemplando anche possibili variazioni intermedie di cui le diverse forme di intersessualità erano prova, nello stesso tempo però risultava invece rigida la dicotomia nei ruoli di genere dal punto di vista sociale e giuridico. Era quindi ammessa l’esistenza e il diritto alla vita di quelle persone che dal punto di vista dell’anatomia sessuale uscivano dai canoni prevalenti, però queste stesse persone dovevano scegliere una volta per tutte se vivere come donne o come uomini.
    Le regole del diritto canonico e civile prevedevano che fosse il padre o il padrino a scegliere il genere da assegnare al minore ma, all’approssimarsi dell’età adulta, l’individuo poteva decidere di cambiare il genere assegnatogli e in cui era vissuto fino a quel momento e adottare ruolo e panni del genere opposto, previo giuramento. Quindi, sebbene anche in epoca medioevale si abbiano testimonianze di persone intersessuali condannate a morte per il solo fatto di essere anatomicamente differenti dalla maggioranza della popolazione, la giurisprudenza apriva altre possibilità che prevedevano il diritto alla vita e il riconoscimento all’autodeterminazione della persona alla maggiore età.
    Nel corso del Cinquecento la condizione formale delle persone intersex sembra migliorare. Le legislazioni stabilivano regole che riconoscevano l’ermafroditismo come una condizione eccezionale e atipica di esistenza ma naturale e non patologica o sbagliata. Anche in questi casi vi era in prima istanza il diritto delle famiglie di decidere secondo quale genere allevare il figlio ermafrodita, e, successivamente, il diritto dell’individuo maggiorenne a scegliere autonomamente per sé, con tutte le conseguenze giuridiche che la scelta comportava. Le principali preoccupazioni alla base di queste legislazioni non erano legate soltanto alla risoluzione di problemi pratici relativi a questioni di proprietà ed eredità o al valore delle testimonianze durante i processi: avevano a che vedere anche con l’istituto del matrimonio, in particolare con il timore di sancire un’unione in cui potesse essere praticata quella che allora veniva indicata come “sodomia”, o anche che i due coniugi potessero alternarsi rispettivamente nei ruoli di marito e moglie o di madre e padre.
    Un altro problema era dettato dal timore che persone intersessuali con una prevalenza del femminile potessero arrivare a ricoprire il ministero ecclesiastico, esercitare i sacramenti, rivestire un giorno il ruolo di papa. Tutte queste preoccupazioni si fondavano sul timore di incrinare la struttura sociale e politica basata sul rigido binarismo dei ruoli di genere e sulle conseguenti forti gerarchie di potere esistenti tra donne e uomini così come sui loro diversi diritti e doveri.
    Tra Cinque e Seicento si possono scorgere le tracce di quello che Marchetti considera «uno scontro in atto […] tra la scienza medica e quella giuridica, ancora dirette nei loro principi e nei loro fini dalla teologia e dall’autorità delle chiese, ma in procinto di rendersi sempre più autonome, per poter prendere direttamente il controllo delle anomalie sessuali e governare le popolazioni senza mediazioni spirituali». In particolar modo fin dal Cinquecento, i medici «nel complesso intreccio di questioni sollevate di continuo dai teologi e dai giuristi […] avevano cercato di ritagliarsi uno spazio professionale proprio sostenendo la tesi dell’impossibilità tecnica dell’androginia perfetta e insistendo quindi sullo pseudoermafroditismo come stato patologico degli organi genitali» .
    Con la rivoluzione scientifica e l’affermarsi di quella che può essere definita scienza moderna, inizia ad incrinarsi il modello monosessuale e a prendere corpo il modello del dimorfismo sessuale, su cui si basa ancora oggi la cultura occidentale e la percezione dominante relativa alle differenze binarie di sesso e al loro stretto legame con quelle di genere. Al rinnovato interesse per l’anatomia femminile, nel Seicento, si accompagna l’interesse per «ogni evento strano o singolare» e «nel momento in cui la somiglianza tra i sessi veniva sostituita dalla loro netta contrapposizione e differenziazione si generava una profonda inquietudine verso chi non rientrava completamente in questa classificazione binaria […]; una crescente preoccupazione che a sua volta alimentava la nuova centralità attribuita al mostruoso»18 19. Secondo Foucault le irregolarità fisiche, le deviazioni dalla norma, le atipicità nel corpo iniziano ad essere lette, dalla scienza e dalla medicina moderne, come potenziale segno di deviazione morale, come condizionamento del carattere e dei comportamenti.
    Tra Otto e Novecento uno dei compiti della scienza positivista diventa quello di cercare nei corpi delle persone “i segni della degenerazione” e i motivi dell’insorgenza di comportamenti considerati anomali e devianti. È proprio in quel periodo che vengono coniati anche termini specifici quali omosessuale (nel 1869 da Benkert), invertito (1878, Tamassia), sesso intermedio o intersessuale (1908, Carpenter), travestito (1910, Hirschfeld). Diventa ingente la produzione medico-scientifica o, piuttosto, pseudo-scientifica da parte di antropologi criminali, medici e psichiatri su questi argomenti. La scoperta poi delle potenzialità di entrambi i sessi presenti nell’embrione rendeva ancora più urgente, nella smania di classificazione e di normalizzazione, stabilire i confini precisi tra i sessi, «tra natura ed educazione, tra sesso biologico e sesso psicologico», così come la «vera natura» del sesso degli ermafroditi. Sono questi i decenni della polarizzazione delle dicotomie (maschio/femmina, virile/femmineo, etero/omosessuale, normale/patologico) e della concettualizzazione delle differenze di genere sulla base del determinismo biologico che ispirava anche le neonate antropologia e sociologia positiviste.
    Dalla seconda metà del Novecento in ambito medico negli Stati Uniti si afferma l’intervento di “normalizzazione” chirurgica dei bambini intersessuali, in particolar modo a seguito e sotto l’influenza delle sperimentazioni dello psicosessuologo John Money e della sua équipe che teorizzava la neutralità psicosessuale dell’infante e riteneva che il suo “sano” sviluppo dipendesse primariamente dall’aspetto dei genitali e da una chiara educazione al genere assegnato entro il secondo anno di età. Per decenni, dunque, dagli anni ’60 in poi, ha dominato il filone di pensiero che ritiene che lasciare che un/a bambina/o cresca con genitali atipici provocherà danni irrevocabili sulla sua psiche nonché disagi di carattere sociale. I protocolli medici, che prevedono interventi di medicalizzazione dell’intersessualità, sono attuati ancora oggi nella maggior parte dei paesi industrializzati e si basano su trattamenti farmacologici e chirurgici corrispondenti all’assegnazione precoce di sesso/genere.
    Tali protocolli rientrano nella cornice teorica e in un sistema socioculturale di riferimento in cui la “normalità” viene fatta coincidere con la dualità femmina/maschio, alla quale deve corrispondere una donna o un uomo con un’identità di genere conforme al sesso biologico e con un orientamento sessuale di tipo etero. Ciò che non rientra in questa polarizzazione, più o meno accentuata a seconda dei contesti di riferimento, ciò che non è considerato conforme ai modelli dominanti e ai dispositivi normativi di sesso e di genere, è etichettato come sbagliato, “anormale”, patologico: iniziano conseguentemente pratiche per invisibilizzarlo e modificarlo in ragione della sua “normalizzazione”. Questa, appunto, ha lo scopo di indirizzare l’infante verso “uno dei due sessi” convenzionali e riconosciuti, visto che non è ritenuto socialmente ammissibile che vi sia qualcosa di altro: perciò, una serie di variazioni biologiche umane, che non creano disturbi e patologie nell’individuo (tranne in alcuni specifici casi, come detto), viene etichettata come “emergenza psicosociale” e medicalizzata attraverso pratiche farmacologiche e di chirurgia estetica, il più delle volte irreversibili, in soggetti che oltretutto non sono in grado di dare il proprio consenso informato data la troppo giovane età.
    Negli ultimi decenni vi è stata una forte pressione per modificare tali protocolli e orientarli al pieno rispetto della persona: un ruolo di primo piano in questa battaglia è stato rivestito dalle associazioni intersessuali grazie al rilevante contributo di persone intersex adulte e alle loro testimonianze degli umilianti e dolorosi effetti di lungo termine derivanti dalla chirurgia precoce.
    Altrettanto significativo l’impegno di alcuni scienziati, ricercatori, studiose femministe, psicologi e medici che hanno messo in dubbio la validità scientifica di tali protocolli e la loro efficacia, proponendo alternative significative sia sul piano della pratica medica, sia su quello socioculturale e politico. Del resto, vale la pena ricordare che la più grande associazione intersex statunitense è nata come risposta ad un importante articolo di Fausto Sterling nel quale, alla luce della realtà incarnata dalle persone intersessuali, l’autrice proponeva di considerare cinque categorie sessuali o, ancora meglio, di pensare all’essere umano come ad un continuum ai cui due poli estremi si trovano la femmina e il maschio biologici “standard”, e lungo di esso un insieme (tra l’altro tutt’altro che numericamente irrilevante) di persone con varietà cromosomiche e/o fenotipiche che non rientrano in quei due opposti.
    In Italia, dalla letteratura recente e dalle interviste al personale medico che ho effettuato in questo primo percorso di ricerca sociologica , emergono una maggiore attenzione e considerazione rispetto al passato anche nei confronti di quelli che possono essere gli effetti di lungo periodo di interventi decisi in età precoce; le tecniche adottate risultano più sofisticate e attente anche nella prima fase di decisione di attribuzione del sesso e del genere; e, infine, anche nel nostro paese, stanno emergendo posizioni per la produzione di linee guida che «invitano […] a ritardare gli interventi chirurgici e a posticipare i trattamenti ormonali per consentire una partecipazione attiva del soggetto alla decisione (qualora ciò si renda possibile data l’età dello stesso), sia in riferimento alla propria percezione della identità sessuale, che in riferimento al bilanciamento dei rischi e benefici dell’intervento» in vista della tutela del benessere della persona.
    Nonostante si intravedano tendenze al cambiamento, sulla scia di quelle già in atto in altre parti del mondo, rimane il fatto che, in Italia, gli interventi sui bambini continuano ad essere fatti anche laddove non vi è alcun disturbo fisiologico. Probabilmente la tendenza a femminilizzare i bambini intersessuali è diminuita, ma gli interventi di chirurgia estetica per normalizzare i genitali continuano e gli sforzi sono concentrati soprattutto in vista del perfezionamento delle tecniche e della buona riuscita dell’operazione dal punto di vista del risultato immediato ed estetico, mentre i dati di follow up sono ancora troppi scarsi.
    Questa situazione, come testimoniano anche i medici intervistati, è dovuta sia alla cornice socioculturale, sia alle pressioni che i medici ricevono da parte dei genitori – a loro volta condizionati dal contesto e solitamente impreparati ad affrontare un evento come quello della nascita di un figlio intersessuale, data l’omertà, la segretezza e la generale mancanza di informazioni sull’argomento. Sul problema del rapporto con i genitori, una genetista afferma:
    È vero che ci potrebbe essere un counseling serrato con i genitori che imparano a trattare al femminile una figlia con un fallo ecc., ma è complesso […] il rapporto con i genitori è complesso, perché loro davvero hanno bisogno di sostegno e lì purtroppo non c’è una cosa strutturata, va improvvisata di volta in volta,. loro hanno proprio bisogno di un counseling per reggere una identificazione di un femminile o di un maschile senza un genitale chiaro, questo è un dato di fatto che è così.
    by Mgid
  • Qual è il vostro orientamento sessuale?
    Allora...
    Vediamo...
    Nel corso della vita:
    - mi sono presa una cotta per la mia compagna di classe (e lei era ed è assolutamente eterosessuale), ma ero molto inconsapevole e mi sono resa conto solo anni dopo che era un'attrazione anche fisica.
    - mi sono sentita attratta anche fisicamente da 2 ragazzi omosessuali.
    - dei ragazzi eterosessuali di cui mi sono invaghita non ero veramente attratta fisicamente. Vivelo la relazione quasi esclusivamente di testa e di cuore.
    E il contatto a volte non mi piaceva proprio, spesso me lo facevo piacere perché "era giusto così".
    Tra questi, degli unici 2 con cui sono arrivata fino in fondo ho provato vera attrazione fisica solo verso uno, che poi è stato il mio compagno per quasi 10 anni.
    Con lui, per un discreto periodo, sono stata veramente molto ma molto "femmina".
    - poi mi sono sentita fortemente attratta da 2 donne assolutamente eterosessuali.
    - adesso ho praticamente escluso il sesso dalla mia vita...o lui ha escluso me.
    Non mi sento attratta da nessuno (ok non ho neanche granché di vita sociale per poter meglio capire questa cosa).
    Se ci penso bene, penso che preferirei un contatto veramente intimo solo con un corpo femminile...
    Mentre accetterei la relazione con un uomo solo se lui fosse asessuale.
    Insomma...
    Io non ci ho capito niente!
    :|
  • Coinquilino probabilmente Aspie
    @Blind: al corso per l'uso del defibrillatore, il medico che ci ha istruito ha posto come prima condizione per intervenire su chiunque fosse colpito da malore:

    • verifica le condizioni di sicurezza. Se rischi minimamente, non intervenire.
    Il messaggio è chiaro: invece di una vittima, potrebbero essercene due.
    Credo che questo si adatti a qualsiasi situazione della vita: se "fare del bene a qualcuno" può portare a rischiare di fare del male ad altri, meglio lasciar perdere e abbandonare. 

    Cinico, vigliacco, quel che vuoi. Ma chi ha detto che si debba morire per forza da eroe?
  • Corso: La Palla di Neve. Depressione ed Asperger, a Milano il 25 novembre 2017
    La Palla di Neve. Milano, 25 Novembre 2017.
    Obiettivo: conoscere le cause e gli interventi per migliorare il benessere delle persone Asperger o con Autismo Lieve e combattere la Depressione.
    Abstract: il seminario esplorerà le diverse cause interne ed esterne che portano oltre 2 persone su 3 nello Spettro Autistico a sviluppare sintomi di Depressione. Si affronterà l’interazione tra società e caratteristiche dello Spettro (effetto palla di neve) ed in particolare i temi del bullismo scolastico, i cambiamenti dell’adolescenza e l’insicurezza della vita adulta. Si evidenzieranno gli aspetti sociali e la mancanza di una rete di amicizia e infine si forniranno consigli su come vivere una vita piena e superare la depressione per le persone nello Spettro.

    locandina_depressione_milano
  • Lo spettro è troppo eterogeneo?
    È chiaro che se una persona fa TUTTO ciò che fanno i NT e poi afferma: "Sono autistico" io, Paolo, mi sento preso in giro.
    @Pavely
    Concordo sul discorso relativo ai criteri, ma proprio per questo più che soffermarsi su quello che fa una persona forse bisognerebbe analizzare come lo fa.
    Esattamente come hai scritto tu, valutando la sua storia personale (biografia).
    E guarda che non ti sto dando torto, al contrario. Se dovessi prendere come cavia me stessa (perché conosco almeno la mia storia) posso dirti che malgrado i punteggi (AQ 42) malgrado la diagnosi, mi trovo in difficoltà nel definirmi "autistica".
    Ma sono in difficoltà per definirmi anche una persona tipica.
    E cosa posso dire di come vengo percepita?
    Per come sento, mi sembra di non essere riconosciuta come "appartenente" da nessuno dei due.
    Perfino nel corso Alieni terrestri (in cui i partecipanti erano tutti diagnosticati) ero apolide.
    E mi ripeto, non distinguo tra gli asperger fino ad ora incontrati e conosciuti differenza che li rendano diversi dalle persone con cui interagisco solitamente, se non che una maggiore consapevolezza di difficoltà. Unico tratto comune: una maggiore tendenza alla riflessione.
    Quindi tornando al titolo della discussione, proprio per quanto ho scritto sopra, credo che lo spettro sia troppo eterogeneo.
    Però se l'essere inseriti nello spettro autistico è funzionale al percorso di terapia consigliato,
    allora questa generalizzazione ha una sua utilità (in questo invece mi riconosco).
    Diciamo che ad oggi il mio pensiero oscilla tra due aspetti:
    1 Chi nell'asperger trova la propria cultura di appartenenza
    2 e chi il percorso di terapia mirato.
    Il caso 1) mi è estraneo, il caso 2) mi aderisce.
    poi, che il fatto di avere amicizie sia sinonimo di non essere asperger lo escluderei.
    Dipende troppo dal contesto, dipende troppo da quanto gli altri ti accettano, da quanto ti integrano.
    E dipende anche da quanto tu, persona asperger sei disposto a (non mi viene la parola) diciamo a rinunciare ad essere te stesso... per essere integrato.
    Detto ciò, credo di averle provate tutte, anche a sopportare stoicamente, ma proprio non mi riesce di creare quel processo che induce all'accettazione/affetto o forse ma qui il processo di immaginazione potrebbe farmi dire uno sfondone è proprio quella teoria della mente (che funziona con processo diversi) a non far percepire le amicizie che si presentano o peggio ancora a non percepirle come tali.
    Io vorrei che tu @poke capissi una cosa.
    Io sono una persona estremamente tranquilla. Pure, al raduno, mi è "preso un colpo."
    Esattamente, mi è preso un colpo quando @lollina mi ha detto che lavoro fai. E mi è preso un colpo perché ti sei presentata come una persona completamente opposta a ciò che sei.
    Forse non lo ricordi ma hai detto un'assurdità, una cosa talmente fuori da ogni ordine e logica da sembrare non solo incomprensibile ma anche sconcertante.
    Hai detto: "eh ma io non sono intelligente come te... Eh... Sono una persona semplice.. "
    Eravamo alla stazione Tiburtina. Stavamo per prendere la Metropolitana.

    Li per li, non ci ho fatto caso.
    Poi, ho pensato come davvero tu avessi potuto CREDERE VERAMENTE a ciò che dicevi...
    Ovviamente, un tale errore è enorme, è inspiegabile. Potrei dirti che sono una persona normalissima mentre tu hai doti straordinarie ... Potrei dirti tante cose.
    Ma, in verità, non servirebbe a niente.

    Nessun Asperger si percepisce come malato.
    Non scherziamo: in ciò che dici, esprimi un sentire comune diffusissimo.
    L'Asperger è subdolo: anch'io, come te, mi percepivo "normale".
    In verità, no... Io non sono normale.
    Io sono un Disabile e un Handicappato.
    So cos'è la mia vita e so cosa posso fare....
    Pure: mi sentivo davvero "normale"...
  • Lo spettro è troppo eterogeneo?
    È chiaro che se una persona fa TUTTO ciò che fanno i NT e poi afferma: "Sono autistico" io, Paolo, mi sento preso in giro.
    @Pavely
    Concordo sul discorso relativo ai criteri, ma proprio per questo più che soffermarsi su quello che fa una persona forse bisognerebbe analizzare come lo fa.
    Esattamente come hai scritto tu, valutando la sua storia personale (biografia).
    E guarda che non ti sto dando torto, al contrario. Se dovessi prendere come cavia me stessa (perché conosco almeno la mia storia) posso dirti che malgrado i punteggi (AQ 42) malgrado la diagnosi, mi trovo in difficoltà nel definirmi "autistica".
    Ma sono in difficoltà per definirmi anche una persona tipica.
    E cosa posso dire di come vengo percepita?
    Per come sento, mi sembra di non essere riconosciuta come "appartenente" da nessuno dei due.
    Perfino nel corso Alieni terrestri (in cui i partecipanti erano tutti diagnosticati) ero apolide.
    E mi ripeto, non distinguo tra gli asperger fino ad ora incontrati e conosciuti differenza che li rendano diversi dalle persone con cui interagisco solitamente, se non che una maggiore consapevolezza di difficoltà. Unico tratto comune: una maggiore tendenza alla riflessione.
    Quindi tornando al titolo della discussione, proprio per quanto ho scritto sopra, credo che lo spettro sia troppo eterogeneo.
    Però se l'essere inseriti nello spettro autistico è funzionale al percorso di terapia consigliato,
    allora questa generalizzazione ha una sua utilità (in questo invece mi riconosco).
    Diciamo che ad oggi il mio pensiero oscilla tra due aspetti:
    1 Chi nell'asperger trova la propria cultura di appartenenza
    2 e chi il percorso di terapia mirato.
    Il caso 1) mi è estraneo, il caso 2) mi aderisce.
    poi, che il fatto di avere amicizie sia sinonimo di non essere asperger lo escluderei.
    Dipende troppo dal contesto, dipende troppo da quanto gli altri ti accettano, da quanto ti integrano.
    E dipende anche da quanto tu, persona asperger sei disposto a (non mi viene la parola) diciamo a rinunciare ad essere te stesso... per essere integrato.
    Detto ciò, credo di averle provate tutte, anche a sopportare stoicamente, ma proprio non mi riesce di creare quel processo che induce all'accettazione/affetto o forse ma qui il processo di immaginazione potrebbe farmi dire uno sfondone è proprio quella teoria della mente (che funziona con processo diversi) a non far percepire le amicizie che si presentano o peggio ancora a non percepirle come tali.
  • Lo spettro è troppo eterogeneo?
    Edit: io non ho una diagnosi.
    Non credo che questo forum debba essere modificato in alcunché, da questo punto di vista.
    Anzi, io ho trovato molto utile la presenza di tanta diversità nella diversità, per il semplice fatto che è specchio della "vita reale", cioè di ciò che ritroviamo quando ci confrontiamo dal vivo con altre persone.
    Ad esempio, nel corso di questi mesi, ho potuto constatare quanto effettivamente ad incidere sulla mia vita sia il mio modo di essere e non quello degli altri.
    Mi rendo conto, se ancora avessi bisogno di ulteriore prova, che sono stata e sono io a vedere i meccanismi sociali con coloriture, sfumature e interpretazioni che non corrispondono o non corrispondono del tutto a quelle reali in cui mi trovo a vivere.
    Questo, se si riesce ad avere abbastanza autocritica, capacità analitica e introspettiva, può portare a capire dove e come si sbaglia nel rapportarsi con gli altri, che sia il forum o che sia la vita "là fuori".
    Poi, a partire da questo, se si hanno anche abbastanza forza, supporto, e gli strumenti adatti, si può anche tentare di "aggiustare il tiro", correggersi, affinché ciò accada sempre meno.
    Io vedo questo posto come una grande opportunità di confronto, dando importanza persino alle apparenti frivolezze del "Bar", e quando non riesco a starci bene, sono sicura che è in me che devo trovare la causa di ciò, nel modo in cui io lo vedo e lo percepisco.
    Se non riesco ad adattarmi o continuo a sentirmi a disagio, mi metto un po' da parte, un po' triste si, ma sono abituata e sono consapevole che il problema non è certo la presenza di persone troppo "diverse" da me.
    Sono io che mi affanno a voler trovare per forza la chiave, anche quando la porta è aperta.
    Tutto questo è molto utile.
    Grazie per questa tua riflessione.
  • Qualcuno di voi vede in pixel...?
    Boh, io i pixel li ho sempre visti solo sullo schermo dei pc.
    Vedo invece quelle che sopra sono state chiamate miodesopsie (non sapevo il termine tecnico fosse quello) e mi hanno spiegato che dipende da un distacco di vitro. Mi accorgo proprio adesso che mi sono aumentate nel corso degli anni, ma credo che in sé siano un fenomeno piuttosto comune.
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