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  • Atypical - Nuova serie Netflix
    Ieri, ho visto la prima puntata e devo dire - sentimenti che poi ho provato anche per un'altra serie come "Tutto può succedere" - che mi ha proprio innamorato.
    Sam/Keir Gilchrist mi è sembrato un attore da tenere d'occhio: la sua interpretazione di un Asperger mi ha affascinato. E lo ha fatto perché trovo sempre estremamente interessante vedere come i Neurotipici ci interpretano.
    Un po' è come la storia di Eterosessuali che devono portare sullo schermo ruoli da Omosessuali. E' chiaro che non si tratta solo di una "parte". Si tratta di spogliarsi completamente della propria natura per essere qualcosa d'altro. Gilchrist non sbaglia completamente in questo Gioco teatrale.
    Nell'interpretazione di Gilchrist io ho visto un attento lavoro di Regia. Seth Gordon (il regista) ha fatto sicuramente un lavoro di preparazione molto attento: il personaggio di Sam pur essendo Eco di come gli Stati Uniti percepiscano l'Asperger, rende - se si osserva bene - una della caratteristiche essenziali della Sindrome di Asperger.
    Se si osserva l'Ansia caratteristica della Sindrome (punto ESSENZIALE) si può capire che gli Asperger sono persone chiamate ad essere un Giardino giapponese in primavera quando provano nel cuore un Tornado estivo ad Haiti. Di una cosa sono sicuro: tutti gli Autistici provano dentro un'emozione che può essere paragonata a "Walk" dei Pantera e fuori devono dimostrare il Concerto per clarinetto K622 di Wolfgang Amadé Mozart.
    E' difficile che un Neurotipico percepisca pienamente il punto.
    Nell'interpretazione di Keir Gilchrist io ho visto questa frattura. L'interesse penetrante - qual è, ad esempio, l'Antartide, per Sam - è, in primo luogo, una strategia per restar unito e conciliare l'enorme divario che esiste tra la Tempesta interiore e il Cielo sereno esteriore.
    In quest'ottica, Casey/Brigette Lundy-Paine - altra attrice che, secondo la mia opinione, sa giocare bene la sua parte nella serie - è straordinaria. Sam, in quanto Asperger, non percepisce, non sa, non riesce a conciliare il mondo interiore (in cui è anche il Sesso) con il mondo esteriore. Brigette Lundy-Paine è, al contrario, una figura femminile - un'Altera Ego - capace di spiegare come la Sessualità e la Relazione sociale possano conciliarsi perfettamente. Quando incontra Evan/Graham Rogers, un Nt che più Nt non si può... questa armonia è così chiara da risultare quasi imbarazzante. E questo approccio narrativo è funzionale, collima bene.
    Il ruolo di Brigette Lundy-Paine poi è una testimonianza sociale e culturale essenziale.
    Gli Stati Uniti da circa vent'anni sono uno Stato che ha imparato ad AMARE gli Asperger e li ha posti sono un RIFLETTORE.
    Nel mondo, la Sindrome autistica AFFASCINA. Non si tratta della Poetica della Geek-culture (penso alla serie "The Whiz-Kids" passata in Televisione da noi come "i ragazzi del computer...) ma è qualcosa di d i v e r s o.
    Gli Statunitensi si scoprono come un popolo che vuole DIFENDERE gli Asperger da un mondo che fa loro del male. Quando Casey da un pugno a scuola ad una ragazza che stava facendo del bullismo contro la sorella di Evan (ragione che spinge proprio Evan a cercare Casey stessa e, forse, ad innamorarsi di lei) testimonia non solo una scena di un Telefilm ma diventa il simbolo stesso di un popolo che è attento all'Asperger, che cerca gli Asperger, che vuole valorizzarli.
    Non si tratta - se ben si osserva - della "Mitologia della Statua della libertà", cioè del rapporto semantico per il quale gli Americani si sentono quasi investiti della missione "divina" di difendere i più deboli - ma di qualcosa di diverso. Ai miei occhi, il gesto di Casey - come poi il senso complessivo della serie in sé - testimonia il desiderio degli Statunitensi di essere di nuovo un popolo unito, coeso, uno Stato in cui chi ha molto non abbandona chi ha poco, in cui chi può aiutare gli altri, agisce, non si tira indietro.
    Dopo la stagione dei Reagan e dei Bush, la cultura americana sta affermando sempre di più delle Opere teatrali e televisive in cui questo messaggio è sempre più chiaro. E' come se gli USA si stessero spogliando della loro arroganza per "ripensare" i termini dell'umiltà e dell'aiuto. L'attenzione - così ESAGERATA - all'Asperger è un aspetto di questo evoluzione morale e civile.
    §
    Della serie, poi, mi ha fatto RIDERE il ruolo di Julia Sasaki, interpretata da una STRAORDINARIA e neurotipicissima Amy Okuda.
    Sam va ogni settimana da lei per fare un resoconto dei suoi giorni e - da un punto di vista autistico - la psicologa Julia gli rifila BANALITA' SCONCERTANTI.
    Julia, ai miei occhi, è l'esempio di tutta una GENERAZIONE di psicologi che si sono INNAMORATI dell'Asperger, ne parlano, fanno battute - come quella che Julia fa nell'Aula universitaria in cui dice che "LEI HA UN PAZIENTE CHE HA INVENTATO 80 MODI DI CUCINARE UN UOVO" (qui ho riso...) - e che - sostanzialmente - non sanno nulla dell'Autismo.
    Ad esempio: ogni autistico può fare un test e chiedere se un qualsiasi psicologo in Italia capisca alcune delle emozioni più diffuse della sindrome stessa:
    - Vermoedalen,
    - Zenosyne,
    - Sonder,
    - Anemoia,
    - Avenoir,
    - Kenopsia,
    - Nodus tollens,
    - wytai,
    - Kuebiko,
    - Altschmerz,
    - Liberosis,
    - Ruckkehrunruhe,
    - Fata morgana,
    - Mauerbauertrauirgkeit,
    - Shock estatico,
    - Cairosclerosi,
    - Trumspringa,
    - Ambedo...
    E' raro che un Neurotipico CAPISCA queste parole. Di più: non può riuscirci. Le SUE emozioni: felicità, amore, passione, tenerezza, dolcezza sono ALTRE.
    Julia è così. Nella prima puntata, chiede a Sam di "donare il suo cervello alla scienza". E' così.... meravigliosamente ingenua... che ti innamora. Lei è veramente interessata all'Asperger. Colleziona dati, li studia, cerca di capirli ed è chiaro che è inutile. Che non ci arriverà mai.
    L'interesse così grande dei Neurotipici per noi - così ben testimoniato dalla Serie - nasce anche dal fatto che sentono di NON CAPIRE nulla del nostro mondo.
    Sanno che abbiamo un Mondo interiore, sanno che proviamo emozioni uniche, sanno che abbiamo modi di pensare rarissimi e preziosi, e pure,non riescono a percepirci veramente.
    Non è come le differenze storiche che ci hanno precedute: alla fin fine, gli Uomini hanno capito - ragionevolmente - cosa provano le Donne o i Gay. Dopo anni di studio, la Femminilità o l'Omosessualità non hanno più misteri, ragione per cui ora sono considerati NORMALI. Non avendo più Mondi interiori da indagare, moltissimi Neurotipici ora sono ossessionati da noi.
    Julia ne è un esempio.
    La trovo una cosa divertentissima: è uno dei perni comici che più mi fa ridere.
    §
    Una citazione d'obbligo per il Nerd Zahid (Nik Dodani) il compagno al lavoro di Sam. Ecco: se si confronta Sam con Zahid si capisce la differenza che esiste tra il mondo Nerd - caratteristico della Neurotipicità - e il mondo Asperger.
    Moltissimi Neurotipici, infatti, ACCOSTANO il mondo Nerd e quello Geek al mondo Asperger. In questo sbagliando in pieno.
    Non capendo cosa sia l'Autismo, infatti, tanti Nt ragionano per SIMILITUDINE e a loro sembra di vedere qualcosa di simile tra chi lavora tra Computer, veste improbabili camice rosse di seta, si mette accanto ai condizionatori per far indurire i capezzoli e parla solo di sesso con la "stranezza" Asperger.
    Ovviamente, questo accostamento è totalmente sbagliato e - durante la scrittura della sceneggiatura - sarebbe stato opportuno SPIEGARE ai creatori della serie che la cosa NON FUNZIONA.
    §
    Ogni qualvolta un Neurotipico si figura un Asperger come un Nerd o accosta i due mondi non solo dice qualcosa di falso... dice qualcosa di stupido.
    E la cosa deve far riflettere: perché nella MENTE di tanti terapeuti e psicologi Nt il legame è assolutamente presente e vivo. Ciò comporta NON VEDERE la stragrande maggioranza degli Asperger - soprattutto parlo delle Asperger di corpo femminile - con il risultato di rifiutarli perché non portano con loro i STILEMI della cultura Nerd/Geek (è raro, ad esempio, che una ragazza si appassioni ai computer o alla scienza. Con il risultato che tanti Psichiatri Nt - avendo unito nella loro mente i due mondi - non sono capaci di vedere l'Asperger femminile).
    §
    Altra parte della serie che NON FUNZIONA è la coppia dei genitori Doug e Elsa.
    Per dare una fondamento solido alla serie, i creatori si sono rivolti a Michael Rapaport, un caratterista di lungo corso (con oltre 20 anni di carriera) e Jennifer Jason-Leigh, attrice hollywoodiana con una storia unica e straordinaria.
    Sinceramente: scegliere la Jason-Leigh come mamma di Sam è stato - veramente - un errore.
    Non sono in questione le sue capacità: ciò che emerge dalla sua recitazione è che non è riuscita a capire e cogliere VERAMENTE la natura stessa dell'Asperger di Sam.
    Fa la sua parte, fa ciò che gli dice il regista e lo fa da Attrice di Hollywood. Deve impersonare la Mamma apprensiva che ha dedicato tutta la vita al figlio e che rimprovera a Doug, il marito, di non averlo amato come lo ha amato lei...
    Ma non è un film per lo schermo.
    L'errore più grande di Jennifer Jason-Leigh è PENSARE, prima ancora di recitare, di essere in un film per il "grande schermo".
    No, assolutamente. il linguaggio proprio del "piccolo schermo" è assolutamente diverso e lei non ha afferrato il punto.
    §
    Ma tolti questi due errori, la serie funziona... altroché e mi piace tantissimo.
    §
    Io mi ci sono rispecchiato in pieno: sia dalla Sensorialità di Sam - IDENTICA alla mia (nel senso che se la mia Compagna mi "accarezza" la schiena, io soffro e, infatti, non lo fa mai) - sia dagli errori sociali, sia dal non capire il mondo e così via.
    All'età di Sam, a Scuola, io facevo culturismo e mi radevo a zero la testa e non parlavo con nessuno. Non ero propriamente un Nazi ma ero estremamente autoritario.
    Sono attorno agli anni 2.000 ho lottato per inverare nella mia vita l'idea della DOLCEZZA (che è ciò che dà senso alla vita e da cui non desisterò mai).
    Fare palestra mi aiutava a creare una corrazza contro le percezioni delicate del mondo.
    Come Sam ero ossessionato dalle cose più bizzarre: non ho mai persistito per anni come lui in un interesse specifico ma ho cambiato lungo gli anni.
    Parlavo in modo bizzarro, estremamente forbito (a 10 anni io davo sempre del Lei alle persone), a "libro stampato" o altro.
    §
    Mi piace l'idea che Sam abbia un Interesse penetrante che lo accompagni lungo tutta la vita.
    Succede.
    In moltissimi casi...
    §
    Penso proprio che vedrò tutte le puntate.
  • Divorare informazioni?
    Succede anche a me la stessa cosa, ma purtroppo con la stessa velocità con cui mi appassiono di una cosa (e cerco vita morte e miracoli di quella cosa) poi dopo un tot di mese me ne disinteresso, e finisce col non fregarmene più niente.
    Ovviamente poi le persone colgono l'occasione per insultarmi con frasi tipo "ma come prima stravedevi per questa cosa e ora basta?" ...
    Vaglielo a spiegare...
    Sembra che uno deve restare sempre uguale.

    E se a noi andasse bene essere così?

    Ho letteralmente perso il conto di quanti interessi speciali ho cambiato nel corso degli anni, ed ogni 1 o 2 mesi ne perdo uno e ne produco un altro.
    La certezza è che non mi annoio mai, che il mio cervello non si ferma mai di fare nuove connessioni neuronali.
    Diventa faticoso quando si devono apprendere nuovi algoritmi di pensiero e stabilizzarli nelle connessioni neurali, anziché informazioni.

    Poi comunque è sempre una questione di lungimiranza, se ci lasciamo prendere pesantemente da un interesse specifico è anche perché sappiamo che quell'interesse non sarà duraturo e quindi è bene approfondirlo il più velocemente possibile affinché da sfruttare al massimo la voracità neurologica inerente quell'argomento in quel periodo limitato di tempo.

    Se invece si tratta di qualcosa di evidentemente duraturo, la questione cambia notevolmente, perché, almeno io faccio così:
    razionalizzo le energie e, ultimamente, quando la mente fugge rapidamente in altri lidi, mi ripeto "qui ed ora" anche fino alla nausea.

    Ah sul "qui ed ora" ci sto lavorando pesantemente, sto cercando di affrontarci le paranoie e sembra funzionare.
    L'ho usato anche ieri in una situazione sociale, non a pieno, ma almeno non mi sono ritrovato completamente solo nei miei pensieri davanti ad un gruppo di 3 sconosciuti ed un cugino che parlavano di cose poco interessanti.
    Sta diventando quasi un gioco...
  • I simboli dello spettro autistico
    Mi piacerebbe leggere il commento di Pavely a riguardo. @Pavely :)
    E' un argomento molto strano e devo ammettere, che prima di oggi (10 agosto 2017), @Simone85 non ci avevo mai pensato.
    Istintivamente, la prima cosa che mi viene in mente è una pagina di Halliday (MICHAEL A.K. HALLIDAY, Language as social semiotic, Arnold, Londra, 1978). Cito:
    Una realtà sociale (o una cultura) è di per sé un edificio di significati - un costrutto semiotico. In questa prospettiva, il linguaggio è uno dei sistemi semiotici che costituiscono una cultura; tale sistema si distingue per il fatto di servire anche da codificatore per molti degli altri sistemi (ma non per tutti) [...]. "linguaggio come semiotica sociale" significa interpretareun linguaggio nell'ambito di un contesto socioculturale, nel quale la cultura stessa è interpretata in termini semiotici - come un sistema di informazione.
    Riflettendoci, il Simbolo "Puzzle" o i simboli che rappresentano lo Spettro Autistico mi appaiono come "codificatori di sistema" e servono - in diversi contesti istituzionali - a chiarire, illuminare, significare, informare la Comunicazione sul tema stesso dell'autismo.
    Osservo il punto. E studiandolo vedo una corrispondenza tra il Sistema sociale ("SpazioAsperger", "Ciò che gli autistici sono", "il Mondo dell'Autismo") e il Discorso/Testo (D/T). Interpreto il D/T come una realizzazione sistematica di un Potenziale di significato: il D/T (nell'ottica di Halliday) "Puzzle" quanto e cosa può "generare" sul piano proprio della Conversazione e della Relazione comunicativa?
    Per capire l'impatto generativo del Simbolo Puzzle, la mia mente allora rivà a Valentin Nicolajévich Voloshinov del "Discourse in life and discourse in poetry" (contenuto, @Simone85, AA.VV. "Bakhtin School Papers: russian poetics in traslation", libro meraviglioso a cura di Shukman, edito a Oxford ma non ricordo l'anno). Per Voloshinov il valore dell'impatto del D/T deve essere valutato nella sua qualità ideologica nella misura in cui sorge tra individui socialmente organizzati e non può essere compreso al di fuori del suo contesto. Cito a memoria:

    Il discorso, preso come fenomeno di rapporto culturale [e in questo caso, il Puzzle mi appare, davvero, un rapporto culturale] non può essere compreso indipendentemente dalla situazione sociale che lo ha generato [era pagina 8, traduzione mia].
    Affermare che esista un SIMBOLO, quindi, implica interpretare il ragionamento Voloshonoviano nell'ottica propria di Bachtin: cercare un simbolo per un cultura significa, infatti, pensare l'autorevolezza della sua affermazione sociale.
    Michail Michajlovich Bachtin (BACHTIN M.M. "The dialogic Imagination: four essays", Austin, TX, 1981) scrive (traduco da pagina 343):
    Il discorso autorevole [...] richiede la nostra adesione totale. Il discorso autorevole non permette di giocare con il contesto che lo circonda [...]. E' fuso indissolubilmente con la sua autorità - col potere politico, un'istituzione, una persona - e sta in piedi oppure cade assieme a questa autorità.
    Io mi sento chiamato al simbolo Puzzle in senso autorevole. In esso, mi si chiede di vedere non solo un simbolo di una Comunità/Gruppo (gli Autistici) ma la relazione stessa tra il Simbolo come sistema di Segno e la Società (in questo rielaborando il pensiero strutturale di de Saussure). La cosa mi appare interessante. E lo è nella misura in cui il nesso tra Signifiant e Signifié è assolutamente arbitrario (DE SAUSSURE F., Corso di linguistica generale del 1922, che io ho nell'edizione Laterza.... boh boh... del '68, forse la più bella). Il legame si basa sulla CONVENZIONE e non su un qualsivoglia legame NATURALE tra forma e contenuto.
    Il che mi spinge a pensare - da un punto di vista pragmatico (penso al Morris di "Writings on the general theory of signs") - al legame tra Simbolo, Indice e Icona.
    Prendi, ad esempio, @Simone85 il fuoco. Per Morris (e PEIRCE, certo...), fuoco è un SEGNO in quanto è sia Simbolo (se dico "Fuoco!" la gente sa di cosa parlo), sia Indice ("Guardate c'è fumo!", non dico fuoco ma posso dire qualità che richiamano necessariamente al fuoco), sia Icona (io posso indicare l'immagine di un fuoco....). Se questi indici concorrono allora si una manifestazione naturale semiotica.
    Nel nostro caso davvero io vedo confermata la posizione saussuriana. Il Puzzle mi appare come un simbolo davvero "debole" nell'ottica Peirceana. Mi dico: se io andassi in una piazza e facessi vedere il Puzzle a 100 persone quanta potenza simbolica, di indicizzazione e iconica potrei rilevare? Quante persone comprenderebbero DAVVERO che stiamo parlando di autismo? La mia mente mi dice poco. Sicuramente, il Puzzle allora è una "convenzione che sta cercando la sua applicazione". E' un D/T che cerca la sua affermazione.
    §
    Il che mi porta a fare un ragionamento Metateorico.
    Se rifletto su ciò che ho pensato io constato che avere un simbolo equivale non solo ad essere Comunità ma a cercare una Affermazione sociale in quanto tale.
    Affermazione da collocare, ovviamente, sia sul piano della comunicazione, che del linguaggio, che della conversazione, che del discorso e, infine, del testo stesso.
    L'Autismo, però, mi appare come una realtà-oggetto del portato ideologico bakhtiano. Siamo cioè oggetto di affermazione d'autorità e raramente protagonisti di contestualizzazione per potere.
    In altre parole, ad usum delphini, sicuramente ci sono moltissime persone che stanno cercando simboli per noi. Ma nell'Autismo vale un discorso inverso: QUANTO le persone autistiche possono collocarsi REALMENTE sul piano semiotico e quindi produrre un SIMBOLO?
    §
    Come spiega de Saussure ciò che dobbiamo vedere è la "Convention sociale": ciò che la comunità genera da un incontro comunicativo e discorsivo. In altre parole: de Saussure giustamente puntualizzò che una qualsivoglia persona quando usa una Parola sceglie (adesione partecipativa) di applicare la Relazione Signifiant/Signifié così come è nella Cultura condivisa: non fonda una nuova relazione, non "rifonda" nuovi signifiant o nuovi signifié. Deve "ubbidire", deve farsi "schiava" del linguaggio. Deve aderire alla convenzione e qualora ciò non accadesse, il suo discorso dapprima non sarebbe più "discorso di vita" in senso voloshonoviano, ma cadrebbe sul piano prima "poetico" (prima barriera in cui la Convention è distrutta e ricreata in forme nuove) per poi perdere valore semiotico.
    Per farla semplice, non sono propriamente convinto che il Puzzle sia stato veramente scelto dalle persone autistiche.
    Il puzzle mi appare come un Simbolo neurotipico per l'Autismo, simbolo destinato a contestualizzarsi e vivere ed essere poesia nella stessa cultura neurotipica.
    §
    Prima di capire quale sia il Simbolo proprio che testimoni l'Autismo, occorrerebbe, allora, ragionare su cosa sia la SEMIOTICA AUTISTICA, @Simone85 .
    Ed il problema fondamentale è che la Semiotica autistica si basa sulla riflessione partecipativa sull'"EQUILIBRIO ORALITA'/SCRITTURA".
    In altre parole, la SCRITTURA E' TESTIMONIANZA DI SILENZIO E DIVIENE CORPOREITA'.
    La scrittura, cioè, non è semiologicamente qualcosa che può essere ancorato ad un Alfabeto posto su di un artefatto materiale - quale può essere sia un foglio sia un codice web - ma diviene un concetto che si pone sul RAPPORTO PORTANTE MATERIALE/CORPO.
    Il corpo autistico, cioè, nella Semiotica che gli è propria, diviene espressione che si ridetermina in un rapporto con la tecnologia e l'espressione razionale di un rapporto di fondazione di una rinuncia liminale: non c'è differenza tra foglio e mano che scrive, non c'è differenza alcuna tra Autistico che scrive su di un schermo di un computer, come sto facendo io, e parole scritte, la contrapposizione tra Oralità/Scrittura - sul punto leggiti, @Simone85, il bellissimo libro di Walter Jackson Ong, "Oralità e scrittura - Le tecnologie della parola" per i tipi de Il Mulino (erano i primi anni ottanta...?) - cade.
    Dunque: non essendoci contrapposizione tra Oralità e Scrittura, "pensare" un simbolo è alquanto difficile.
    Ad esempio: nell'Autismo un simbolo potrebbe essere un Saluto.
    Ora sono provocatorio: secondo la mia opinione, il saluto di Mork/Robin Williams a Mindy McConnell/Pam Dawber - in Italiano Na-no-na-no - ha un valore simbolico strutturale ben maggiore del Puzzle.
    In tanti Forum esteri, si s p r e c a n o letteralmente le discussioni in cui si studia la connessione tra la situation commedy "Mork&Mindy" e l'Asperger. Il gesto di Mork di Ork, quindi, mi appare ben più significativo.
    §
    Oggettivamente, la serie di Mork&Mindy appartiene alla relazione culturale tra il Mondo Neurotipico e il nostro.
    I ragazzi di oggi, probabilmente, neanche l'hanno mai vista, @Simone85 e, anche tu credo, sei ben giovane per potertela ricordare.
    Pure: si potrebbe valorizzare il gesto e farne una rappresentazione iconica.
    Assolutamente.
    §
    Ma concludo...
    No, io Paolo non solo non mi sento rappresentato dal Puzzle come Simbolo.
    In verità: non riesco minimamente a capirlo.
    Non riesco a capire PERCHE' e COSA le persone vedano nel Puzzle come rappresentazione dell'Autismo.
    §
    Poi, per me, l'Autismo è un ca§§o di Pensiero monolitico (mai avuto dubbi in vita mia, su niente).
    Per me, ha più valore simbolico il Monolite di 2001 - Odissea nello spazio che il Puzzle.
    §
    Ma ciò che ho imparato a stare qui e che ci sono migliaia di cose che non capisco...
    E la cosa migliore è LASCIAR PARLARE I NEUROTIPICI, ASCOLTARE, E TENTARE DISPERATAMENTE DI CAPIRE.
    §
    Finisco elencandoti 3 simboli che mi appaiono "probabili candidati" ad una rappresentazione simbolica dell'Autismo:
    - il saluto di Mork a Orson della serie Mork&MIndy trasmessa dal 1978 al 1982 dal Network tv, ABC;
    - il monolite di 2001 - Odissea nello spazio;
    - Il simbolo della Flotta stellare di "Star Trek" opportunatamente rivisitato e contestualizzato.
    §
    Dunque: Puzzle...
    No.
    Non lo capisco.
    (Mi accorgo che ho scritto per 42 minuti... scusami....)

  • Disomogeneita' cognitive
    Sul WISC-R avevo QIT 126 con QIV >QIP di circa 30 punti. Non so come sia stato calcolato il QIT (che era più vicino al QIV che al QIP) e non ricordo i punteggi parziali esatti essendo riportati su un foglio diverso da quello riassuntivo che avevo ripescato di recente.
    Riscontro anomalie nell'apprendimento, ma non posso sapere se siano dovute unicamente a quello. Né quanto influisca il WISC in un campo così settoriale.
    Sono sempre stato nella media per quanto riguarda le capacità computazionali. Quindi sono lento a svolgere i conti e i passaggi algebrici, troppo lento rispetto alle aspettative. Sono lento a decifrare i formalismi in immagini mentali e non riesco a seguire le lezioni, spesso mi perdo nei miei pensieri dopo pochi minuti.
    Manca però il continuum che (purtroppo) le persone comunemente si aspettano tra le cose che ho elencato sopra e le capacità di riflessione nel medio-lungo termine. Quindi comprendo ciò che studio alla pari dei primi del corso, con picchi che vanno pure oltre quando mi dice bene :) . Ho una discreta propensione a beccare le soluzioni alternative considerate creative o "impensabili" quando posso pensarci per un pomeriggio intero.
    Per lungo tempo mi è stato difficile capire cosa potessi fare, perché venivo valutato in modo molto controverso: o esaltato o ritenuto quasi stupido. Da due anni a questa parte mi sono comunque deciso a puntare in alto ignorando le latenze. Ho visto che tanto i risultati che contano davvero arrivano lo stesso. È tipo un clima continentale dove giorno che vai, tempo che trovi...
    Sugli altri aspetti della mia vita il nesso è ancora meno evidente perché lì quasi sicuramente c'è anche altro. Sin da quando avevo 2 anni tendevo ad interpretare troppo ciò che mi accadeva. Purtroppo traevo conclusioni molto più negative della realtà e finivo per passare ore tra manie stupide e pensieri che non andavano via... ma la cosa si è alleggerita parecchio con la crescita, pur rendendomi conto che lo stile è rimasto e che vorrei tanto coltivare le mie passioni con una mente meno maligna....
    (Però nella vita, di base, non capivo i coeatenei e non ho avuto amici fino alla fine delle medie. Venivo spesso ritenuto estremamente timido dalle insegnanti e 'speciale' dai compagni... È qua che mi viene da dubitare che sia tutto dovuto al divario cognitivo. Però non mi venne ufficializzata nessun'etichetta "grave", quindi non saprei come definire il quadro di background)
  • Sono indeciso, ho bisogno di un consiglio
    Fare il dronista a livello professionale è un percorso lungo (almeno un anno), e richiede patentini e brevetti (con possibilità di varie specializzazioni). Inoltre implica anche un investimento per l'attrezzatura professionale non indifferente, oltre al corso (drone professionale, videocamere per le riprese, lenti, ecc.), ed è consigliabile essere in due (uno che comanda il drone e l'altro la camera). Questo a livello professionale. Comunque c'è richiesta, al momento.
    Se invece è a livello amatoriale qualsiasi drone sotto i tre etti non richiede patentini, ma ricorda che eventuali danni causati al altri (cose o persone) sono caxxi amari (come si suol dire), perciò va usato solo in sicurezza (non sicuramene in una piazza piena di persone).
    Per quanto riguarda il designer di scarpe, se i piedi femminili ti appassionano, potrebbe essere una strada interessante, ma non ti saprei dire molto.
  • Sono indeciso, ho bisogno di un consiglio
    Sono indeciso tra un corso di designer scarpe femminili ho un corso di dronista.
    Cosa mi consigliate tra i due?
  • Bimbo spettro autistico
    L'estate scorsa mio figlio aveva due anni e mezzo, mentre eravamo in vacanza e passeggiavamo ci siamo accorti che conosceva la P di posteggio e non solo iniziava a leggere altre lettere maiuscole di insegne varie. Questa sua abilità è cresciuta nel corso dei mesi fino a quando, adesso, conosce perfettamente tutto l'alfabeto e da pochi giorni ci siamo accorti che sa leggere brevi parole come PAPÀ. È oppositivo se non vuole fare una cosa che non gli piace ma i suoi comportamenti sono arginabili. Usciamo con lui e ci dà sempre la mano quando deve attraversare mentre quando siamo sul marciapiede cammina accanto a noi. Conosce i colori e se vede il semaforo ti dice quando è verde o rosso. Ama i giochi fisici soprattutto scivoli e altalene ma non disdegna i tappeti elastici. Abbraccia affettuosamente i suoi compagni di classe ma se sono bimbi che non conosce si mostra sulle sue. Non ama colorare ma adora la pittura a dita, mangia da solo da quando andava al nido e non ha problemi di deglutizione. Dorme nella sua camera da solo ma vuole addormentarsi con me. Mi chiama per giocare insieme a palla e da poco accetta che si giochi come dicono gli altri e non sempre come dice lui. Se vuole che gli metta i video su YouTube mi dice: mamma vieni! E mi chiama pure se mi trovo in un'altra stanza. Mi chiama "amore" e mi abbraccia spesso. Oggi giocava che la palla era qualcosa di commestibile e diceva gnam gnam, utilizzava una bacinella al contrario e con due bastoncini suonava, ha preso una pinza giocattolo e fingeva di tagliarmi i capelli (almeno credo). Fa il verso del dinosauro per farmi impaurire e se io gli chiedo se è un dinosauro lui mi risponde di sì e ride. Se sono sul divano viene e mi fa buh per farmi spaventare. Vuole che giochiamo con la porta, lui bussa e io apro e gli dico buongiorno.
  • Analisi di film, serie tv e videogiochi
    Trailer italiano della seconda stagione di Stranger Things


    Il video inizia con i ragazzi alle prese con un videogioco. Si tratta di Dragon Lair, un gioco esistito realmente che potrebbe avere delle analogie con la storia della seconda stagione.
    La trama di Dragon Lair è questa (presa da wikipedia).

    Il protagonista del videogioco è il cavaliere Dirk the Daring (Dirk l'Ardito) che ha il compito di salvare la bella principessa Daphne dal crudele drago Singe che si nasconde in un castello stregato. Dirk dovrà superare indenne tutte le insidie che si celano in ogni stanza del castello per cercare di giungere nella tana del drago e liberare Daphne, tenuta prigioniera in una sfera di cristallo. Per farlo dovrà uccidere il drago e strappargli dal collo la chiave che apre la sfera nella quale è rinchiusa Daphne.

    Ma l'impresa non sarà facile e il nostro eroe prima di arrivare al cospetto del drago dovrà affrontare oltre a mille trabocchetti anche temibili varie creature magiche, come mostri di fango (mudman), il re lucertola (Lizard King), cavalieri neri, eccetera: tutte queste insidie sono state poste dal proprietario del castello (nell'introduzione del gioco si parla di un "mago oscuro", che non si vede mai: apparirà nel seguito del gioco per impedire a chiunque di liberare Daphne.


    Il gioco si presenta in maniera diametralmente opposta rispetto al gioco di Dungeon & Dragons della prima stagione.

     - È un videogioco da giocare in singolo.

    - Non permette un'ampia libertà di azione.


    Questi particolari per me fanno intendere che ad occuparsi del mostro finale, questa volta, non saranno i ragazzini ma qualcun altro. 

    E secondo me Jim Hooper sarebbe perfetto per ricoprire il ruolo di Dirk l'ardito.

    Sull'identità del personaggio che potrebbe ricoprire il "ruolo" della principessa Daphne considero due possibilità: Joyce Byers ed Eleven.


    Successivamente Will viene chiamato per nome e cade vittima di un'illusione. Si trova nel Upside World da solo. 

    Una volta uscito dalla sala giochi scopre che in tutta la città è in corso un violento temporale... un violento temporale che sembra collegato ad una gigantesca creatura dell'Upside Down.

    La visione finisce non appena Will viene richiamato da Mike.


    Questa scena lascia intendere che ora Will è in contatto telepatico con la regina delle creature dell'Upside Down... anche se teoricamente potrebbero esistere più esemplari di regine nel mondo.

    Will dovrebbe aver acquistato questa capacità quando è stato catturato dall'altra creatura.

    È come se una parte di Will sia in grado di sentire il richiamo di questa regina, pur trovandosi in un mondo parallelo.

    Non si tratta quindi di una connessione all'Upside Down, ma alla regina.



    Andando avanti col video scopriamo che la serie è ambientata, come si era detto, un anno dopo (nel 1984).

    Il riferimento a Ghost Buster è straordinario. :))


    Questa stagione secondo me sarà l'ultima per l'Upside Down. Se mai dovesse esserci una terza presumo che la faranno incentrata su un mondo nuovo.

  • Siete persone creative?
    Aldilà della questione se sia la creativita "autopercepita", soggettiva o meno mi sta piacendo moltissimo leggere come ognuno in modo diverso stia descrivendo se stesso e analizzando alcuni propri aspetti che, si, esprimono una soggettività ma nello stesso tempo oggettivamente arricchiscono chi legge. Anche questo è creatività..
    Avrei domande e delucidazioni ma lascerei che la discussione segua un corso "selvaggio".. E intanto leggo
    Un saluto
    Bibi
  • Mi sento triste
    @lollina probabilmente lo rincontrerò quando rinizia il corso, il punto è che io il corso lo voglio fare, ma se poi questo ragazzo iniziasse a piacermi di più e lui mi ignorasse mi sentirei ancora peggio, eppure è anzi stato l'unico che sembrava capirmi di più e voler essere mio amico, solo che io non so mai cosa dire e mi chiudo in me stessa e finisco per perdere occasioni.
  • Mi sento triste
    Grazie a tutti, @lollina ne ho ma pochi, più di tutto però mi piace suonare il piano, il ragazzo l'ho conosciuto ad un corso fuori dalla scuola
  • Amicizia, quali sono i valori?
    Conversazione con una persona amica (di poco fa) e con altre persone amiche (di giorni fa).
    Rapporti con persone conosciute nel corso della mia vita. 
    Riflessioni.
    Sento il bisogno di scrivere su questo tema.



    L'AMICIZIA È
                           libertà, accoglienza, rispetto.
    Ci si ritrova nell'altro, ma anche si colgono inaspettati punti di vista con curiosità (mai con giudizio). Si conosce se stessi nel rapporto con l'altro.
    Con la persona amica si sta bene (davvero bene) e dopo aver parlato con lei ti senti nutrito (più di quanto possa fare la tua pietanza preferita :D ) ed è vicendevole (questo è fondamentale).

    Ci si migliora a vicenda, senza volerlo , è una conseguenza diretta del rapporto, vien da sé (nessuna idea di "salvataggio" e atteggiamento "pietoso" o cose simili, non è che uno vuole migliorare o cambiare l'altro).


    Io non ho ancora capito se è sempre così, probabilmente no, ci possono essere anche momenti critici, ma la cosa importante è che tra amici, questi momenti vengono lasciati naturalmente a decantare. 
    Voglio dire, quando si sa che c'è amicizia (si sa con certezza), le cose sono spontanee e le parole non vengono fraintese o comunque ci si chiede e si offrono spiegazioni e ci si ascolta e ci si rispetta.  La persona amica si accorge e si scusa. La persona amica non ti giudica anche se hai bisogno di cose diverse da quelle di cui hai avuto bisogno fino ad ora. 

    Nell'amicizia non ci si fa pesare le cose, non si rinfacciano le cose, non si giudica, le cose fluiscono.




    COSA NON È...
    Le persone  in compagnia delle quali ci si sente sminuiti, a disagio, in colpa, inadeguati, non abbastanza, le persone dopo aver visto le quali ci sentiamo svuotati e un po' giù... non sono amiche. È fondamentale ascoltarsi ben bene fino in fondo e sentire se stiamo bene con quella persona, e ammettere se stiamo male. 
    Non è una colpa, è un dato di fatto. 
    Presa coscienza di ciò può non essere utile fuggire o aggredire. 
    È utile prima di tutto ascoltarsi e comprendere come mai sentiamo ciò che sentiamo.
    Può essere una questione nostra o una questione dell'altro o entrambe le cose.
    Parlarne apertamente, con coraggio, può essere una strada per trovare una soluzione, ma non vuol dire che tutto si risolverà. A volte ci sono situazioni interiori che dobbiamo affrontare da soli o, comunque, senza questa persona, e l'altro magari la medesima cosa. Così ci vuole tempo, distanza. Magari quando si saranno affrontate queste situazioni allora ci potrà essere amicizia o magari no. 
    La cosa fondamentale, penso, è cercare di vivere serenamente questi distacchi, dalla percezione del disagio all'azione concreta per stare meglio, con un atteggiamento rispettoso di sè e dell'altro (per quanto possibile).

    Può essere straziante se l'altro non capisce, se l'altro aggredisce. E fa male. Ma non è colpa nostra e nemmeno dell'altro. Il trattare male non è mai giustificabile, ma a volte è l'unica strada che una persona conosce e semplicemente accade. 
    Accade perché è difficile essere consapevoli di tutto (a volte anche quando si è consapevoli non sempre c'è la volontà di affrontare certe questioni), perché è difficile comprendere cose mai esperite. Non è una colpa e non serve il giudizio.
    Allora, forse, non resta che proteggersi, staccarsi e accettare con cuore "leggero" (no giudizi, accuse, senso di colpa...) che ora così è. Non è una colpa. Le persone sono imperfette, sono umane e, a volte, la cosa più utile che si può fare è allontanarsi.. a tempo determinato, indeterminato, chissà, sarà il nostro sentire a deciderlo.

    Io però affermo che è fondamentale ascoltare se stiamo bene insieme alle persone che frequentiamo senza giudicare il nostro sentire, ma cercando di rispettarlo e comprenderlo nel profondo, per poter poi agire nel modo giusto (un giusto relativo, mai assoluto) e rispettoso per noi stessi e per l'altro.
    (senza giudicare noi stessi se, a volte, non siamo stati in grado di ascoltarci)




    Questo il mio pensiero, ora.

  • Quelle situazioni che i neurotipici proprio non capiscono...
    Col tempo (ora ho 30 anni) le mie capacità verbali sono migliorate, soprattutto dopo che qualche anno fa una tragedia personale ha scatenato in me una rabbia che ha travolto tutto, timidezza e inibizione comprese.
    Tuttavia durante la giovinezza ero molto laconica. Da bambina non parlavo mai, complice il fatto che gli adulti che purtroppo avevo come riferimento mi reprimevano anche a suon di botte.
    Alle medie è arrivato anche il bullismo, sia da compagni che da professori.
    Al liceo, visto anche che vestivo sempre di nero e fumavo, i professori mi scambiavano spesso per una poco di buono strafottente e menefreghista, anche perché era loro strano che mi esprimessi nello scritto in maniera eccellente, mentre verbalmente non mi "sforzassi".
    Una volta ero ad un corso per "animatori e referenti scolastici" (la prof selezionó le due ragazze che erano mentalmente più adulte e magari pensó che potesse aiutarmi a "sciogliermi", ma non ero per nulla adatta, anche perché poi ne feci una missione, ma non fregava a nessuno).
    Il primo giorno l'educatore ci chiese cosa ci aspettassimo dal corso, e io risposi "niente". Si infastidì parecchio.
    Allora non avevo la capacità di intuire cosa potesse capire, ora so che avrei dovuto rispondere "preferisco non avere aspettative, so che qualsiai cosa imparerò sarà un regalo prezioso".
    Un altro problema delle risposte taglienti sono i "no". Tendenzialmente, vedo, si cerca di "indorare la pillola" o dare spiegazioni per rendere il no meno aggressivo, io spesso me ne scordo.
    Un problema che mi ha spesso affranto è l'amicizia con l'altro sesso.
    Ho sempre legato più facilmente con gli uomini/ragazzi perché, nonostante di solito comprendano meno la mia ipersensibilità, la comunicazione è più facile, con meno sottontesi, frecciatine e discorsi vani.
    Ho sempre cercato di considerarlo un luogo comune, ma a parte in un caso, l'esperienza ha dato ragione al fatto che se un maschio si avvicina/interessa a me, il suo interesse è in realtà sessuale. Quindi ogni volta che cercavo di fare amicizia o stare in compagnia di uomini, l'altro pensava che ci stessi provando o che fossi in cerca di relazioni sessiali.
    Specularmente, quelli che credevo amici avevano in realtà un interesse solo sessuale.
    Caso limite fu il mio ex. Dopo esserci lasciati perché lui cercava di "migliorarmi" e dava troppa importanza all'apparenza, era diventato per me il mio migliore amico, importantissimo.
    Di punto in bianco mi disse che mon poteva più vedermi perché lo scorso weekend aveva fatto sesso con una ragazza, e che in realtà il suo interesse era solo di diventare il mio amante (nel frattempo avevo un nuovo ragazzo, il mio attuale compagno).
  • Citazioni illuminanti
    "D'altra parte... forse è esattamente questa la ragione per cui dovrei raccontartelo. Ma sì, perché no? Mi hai costretto a snudare i difetti della *mia* anima. Forse anche tu dovresti sentire la dura verità riguardo alla tua gente. E prima di metterti a protestare, dicendomi che sto parlando dei tempi andati, quando la tua specie era assai più grezza e crudele rispetto a oggi, *pensaci*.
    Rifletti sul numero di genocidi che sono in corso proprio mentre tu sei lì seduto a leggere queste parole, quanti villaggi, tribù, nazioni intere, vengono cancellati. Bene. Allora ascolta, e ti racconterò dei gloriosi orrori del campo di Joshua. Offro io."
    (Clive Barker, "Jakabok - Il demone del libro")
  • Emozioni Asperger (secondo la mia opinione)
    "E quindi, naturalmente, non vivendo nel proprio cuore un Trauma non è capace di "sentirlo" nella persona neurotipico. Arrivando, per questa ragione, a ferirne i sentimenti, a ferirne l'Anima, a ferirne la vita."
    Queste tue parole, @Pavely, sono lame taglienti per me.
    Ma ti ringrazio molto per avermi fatto comprendere meglio cosa mi è accaduto.
    Mi chiedo adesso se scoprire questo spazio, intraprendere un certo tipo di percorso e leggere queste tue parole l'anno scorso invece che adesso, avrebbe potuto cambiare il corso degli eventi.
    Credo di si.
    Ma credo anche che esista un valore preciso nel fatto che le cose accadono né prima e né dopo il momento esatto in cui devono accadere.
    Io ho perso un amico a causa del mio muro.
    Ho ferito i suoi sentimenti, ho ferito la sua Anima, ho ferito la sua vita.
    Ma non mi sono davvero accorta che ciò stava accadendo finché non è realmente accaduto.
    Io non ho davvero visto il dolore che gli ho provocato, finché non me l'ha detto lui stesso, quando era troppo tardi, quando gli ho dato un abbraccio (io che mi infastidivo quando lui cercava un contatto, se mi toccava i capelli, il viso, un braccio), un abbraccio così forte che mai scorderò e credo mai lui scorderà.
    Lui, a differenza di molti altri, non si era fatto spiazzare troppo dal mio passare da profonda confidenza al silenzio più estraniante;
    guardava oltre;
    non si arrendeva;
    non aveva dubbi di fronte al mio muro.
    Mi diceva solamente: facciamo che quando non vuoi che io ti cerchi mi scrivi semplicemente "oggi non ci sono" e io capirò.
    Lui mi chiamava "diamante grezzo".
    Per ricordarmi che lui c'era, mi ero scritta una frase su un post it che tenevo sempre nel portafoglio: "quando ho bisogno di aiuto chiamerò M. perché lui c'è".
    Come si fa con le password per non dimenticarle.
    Ma io, ad un certo punto, non ho più voluto "effettuare l'accesso".
    Sono diventata, negli anni, molto brava a piacere, a fare amicizia, ad essere anche "di compagnia", selezionando le persone a me più congeniali, a confidarmi, a creare qualcosa che aveva forma di legame e a emozionarmi anche molto di questo;
    ma purtroppo ogni volta, ad un certo punto, sento qualcosa, non so bene spiegare cosa, che mi fa capire che il mio modo di vivere il "legame" è molto diverso da quello degli altri.
    E allora inizia dentro di me un ragionamento sulle aspettative altrui, che rende tutto un compito, piuttosto che un piacere....
    ....non ci capisco più nulla e non mi sento capita.
    Così torno dentro le mie mura, che mai sono sparite in realtà.
    Arriva sempre
    un momento in cui sento l'irrefrenabile voglia di tornare indietro.
    E molte persone hanno toccato con mano questo mio atteggiamento e sono rimaste più o meno deluse;
    tuttavia alcune sono ancora intorno a me, si eccontentano (forse) di "quel poco" che per me è tanto. Si sono rassegnati a questa mia intermittenza.
    E forse questo è triste.
    Ma M., invece, è andato via.
    Forse definitivamente.
    E c'è molta più verità e sincerità e forza, nel suo essere andato via.
    Mi ha detto: "la sfera di cristallo si è rotta".
    E io ancora, dopo mesi, ragiono su questa frase...
    Adesso capisco quelle sue parole, più volte ripetute negli ultimi tempi e alle quali io ero come sorda:
    "non ti fai mai davvero raggiungere"
    "non ti lasci aiutare"
    "non tirare troppo la corda"
    Io ho spezzato quella corda.
    Ho voluto farlo, da qualche parte dentro di me. Lo so.
    Ed è un sollievo molto doloroso.
    Grazie @Piu82 per questa pagina della tua vita.
    Mi dispiace tantissimo che tu abbia perso M. Che non sia possibile ricostruire un legame, che "questa nuvole sia andata oltre la linea delle montagne".
    Credo di essere tuo coetaneo. E sicuramente nella nostra vita come in quella di tantissimi qui, molte persone sono venute e tantissime ci hanno lasciato.
    Essere Asperger significa, alle volte, non essere capaci - per tante, tante, tante ragioni - di rendere forte un legame. Posso capirti: ad esempio, a me è successo di recente.
    Accettare la separazione è un lutto. Superarlo una delle sfide più grandi.
    In questo dolore, è possibile trovare e sentire la nostra individualità, la nostra intimità, il nostro dolore e i nostri errori.
    Imparare a perdonarsi, è difficile. E' molto difficile.
    Oggi, io penso che non ci sia una vera risposta a questi distacchi. Rileggendo le tue parole, io credo che nel rapporto con M. tu abbia provato moltissime emozioni e tra queste, sicuramente, una Mauerbauertraurigkeit.
    Forse, se avessimo saputo da ragazzi la complessità delle emozioni avremmo commesso meno errori. Se avessimo incontrato Adulti Asperger che le avesserostudiate prima di noi, avremo provato meno dolore?
    Io vorrei dirti che da ragazzo ho incontrato solo Neurotipici che hanno affrontato il problema e - ancora oggi - le nostre sorelle e i nostri fratelli nell'Autismo sono ancora troppo t i m i d i nell'imporre il proprio punto di vista sulle emozioni.
    TANTI Neurotipici (non tutti...) usano le armi dell'Educazione, della Scienza, dell'Evidenza, della Prova razionale per condurci al silenzio. Per farci vergognare di moltissime nostre emozioni, di ciò che sentiamo, qui, dentro di noi. E anche gli Asperger che combattono, che fanno Advocacy, che parlano di emozioni troppe, troppe, troppe volte hanno assimilato i discorsi sulle Emozioni neurotipiche e non approfondiscono e a pieno il nostro Linguaggio e il nostro Universo.
    §
    Dopo di noi, @Piu82 verranno altri Asperger.
    Parleranno meglio, avranno maggiori capacità. Saranno migliori e sapranno iniziare una rivoluzione contro la nostra disabilizzazione.
    La "generazione degli anni '80" del novecento, chi ha la nostra età, ha vissuto un tempo diverso e difficile. Un tempo in cui non c'era tutta la conoscenza che c'è oggi, in cui non c'era questa sensibilità, in cui essere autistici era qualcosa di doloroso ed umiliante.
    Oggi inizia a non essere più così.
    §
    Mi dispiace tantissimo per il tuo dolore.
    Grazie per averlo condiviso con noi.

  • Emozioni Asperger (secondo la mia opinione)
    "E quindi, naturalmente, non vivendo nel proprio cuore un Trauma non è capace di "sentirlo" nella persona neurotipico. Arrivando, per questa ragione, a ferirne i sentimenti, a ferirne l'Anima, a ferirne la vita."
    Queste tue parole, @Pavely, sono lame taglienti per me.
    Ma ti ringrazio molto per avermi fatto comprendere meglio cosa mi è accaduto.
    Mi chiedo adesso se scoprire questo spazio, intraprendere un certo tipo di percorso e leggere queste tue parole l'anno scorso invece che adesso, avrebbe potuto cambiare il corso degli eventi.
    Credo di si.
    Ma credo anche che esista un valore preciso nel fatto che le cose accadono né prima e né dopo il momento esatto in cui devono accadere.
    Io ho perso un amico a causa del mio muro.
    Ho ferito i suoi sentimenti, ho ferito la sua Anima, ho ferito la sua vita.
    Ma non mi sono davvero accorta che ciò stava accadendo finché non è realmente accaduto.
    Io non ho davvero visto il dolore che gli ho provocato, finché non me l'ha detto lui stesso, quando era troppo tardi, quando gli ho dato un abbraccio (io che mi infastidivo quando lui cercava un contatto, se mi toccava i capelli, il viso, un braccio), un abbraccio così forte che mai scorderò e credo mai lui scorderà.
    Lui, a differenza di molti altri, non si era fatto spiazzare troppo dal mio passare da profonda confidenza al silenzio più estraniante;
    guardava oltre;
    non si arrendeva;
    non aveva dubbi di fronte al mio muro.
    Mi diceva solamente: facciamo che quando non vuoi che io ti cerchi mi scrivi semplicemente "oggi non ci sono" e io capirò.
    Lui mi chiamava "diamante grezzo".
    Per ricordarmi che lui c'era, mi ero scritta una frase su un post it che tenevo sempre nel portafoglio: "quando ho bisogno di aiuto chiamerò M. perché lui c'è".
    Come si fa con le password per non dimenticarle.
    Ma io, ad un certo punto, non ho più voluto "effettuare l'accesso".
    Sono diventata, negli anni, molto brava a piacere, a fare amicizia, ad essere anche "di compagnia", selezionando le persone a me più congeniali, a confidarmi, a creare qualcosa che aveva forma di legame e a emozionarmi anche molto di questo;
    ma purtroppo ogni volta, ad un certo punto, sento qualcosa, non so bene spiegare cosa, che mi fa capire che il mio modo di vivere il "legame" è molto diverso da quello degli altri.
    E allora inizia dentro di me un ragionamento sulle aspettative altrui, che rende tutto un compito, piuttosto che un piacere....
    ....non ci capisco più nulla e non mi sento capita.
    Così torno dentro le mie mura, che mai sono sparite in realtà.
    Arriva sempre
    un momento in cui sento l'irrefrenabile voglia di tornare indietro.
    E molte persone hanno toccato con mano questo mio atteggiamento e sono rimaste più o meno deluse;
    tuttavia alcune sono ancora intorno a me, si eccontentano (forse) di "quel poco" che per me è tanto. Si sono rassegnati a questa mia intermittenza.
    E forse questo è triste.
    Ma M., invece, è andato via.
    Forse definitivamente.
    E c'è molta più verità e sincerità e forza, nel suo essere andato via.
    Mi ha detto: "la sfera di cristallo si è rotta".
    E io ancora, dopo mesi, ragiono su questa frase...
    Adesso capisco quelle sue parole, più volte ripetute negli ultimi tempi e alle quali io ero come sorda:
    "non ti fai mai davvero raggiungere"
    "non ti lasci aiutare"
    "non tirare troppo la corda"
    Io ho spezzato quella corda.
    Ho voluto farlo, da qualche parte dentro di me. Lo so.
    Ed è un sollievo molto doloroso.
  • Abbandonare l'Università per cercare lavoro- le conseguenze.
    Se adori, non mollare!!!!
    Avrai il rimpianto tutta la vita.
    Io smisi dopo la triennale perché avevo altro per la testa, adesso sbatterei la testa contro il muro tutti i giorni per non aver fatto la magistrale.
    Ma ho deciso che voglio morire senza rimpianti e ora che sono vecchia e incasinata sto tentando almeno entrare ed è difficilissimo.
    Ma dovessi metterci 30 anni, quella maledetta magistrale voglio portarmela a casa.
    Tutto questo per dirti: puoi chiedere una momentanea sospensione degli studi, cercare di andartene da casa e riprendere quando starai per conto tuo.
    Esistono agevolazioni per gli studenti lavoratori (ti raddoppiano gli anni per rimanere in corso) e tasse diminute in base al reddito.
    Informati e non buttare alle ortiche quello che ti piace.
  • Abbandonare l'Università per cercare lavoro- le conseguenze.
    E così, ho abbandonato non ufficialmente l'Università per cercare qualche impiego.  Non ufficialmente perché non mi sono ancora disiscritto, dato che di quello se ne occuperà mia madre, non so quando.  Comunque sia, è stata una decisione non facile da prendere.  Tutt'altro, eppure in qualche modo mi sento come se mi fossi levato un peso da sopra le spalle. Mi spiego meglio: Nei mesi trascorsi sui libri, sia nella sessione invernale che in quella estiva, ho ricevuto tantissime pressioni familiari che mi hanno causato tantissimo disagio.  Sopratutto nella sessione invernale, praticamente da Dicembre a Febbraio, mia mamma e mia nonna mi hanno tartassato in continuazione riguardo a quante ore dedicavo allo studio, che secondo me erano abbastanza ma secondo loro no, sui modi in cui studiavo, e sul fatto che dovevo rimanere tappato in casa e non approfittare nemmeno per una boccata d'aria perrché secondo l'oro era tempo perso.  Tutte queste pressioni, che erano giornaliere e non-stop, mi hanno spinto molte volte ad abbracciare l'idea di abbandonare gli studi per ritrovare un po' di sana libertà perché la situazione familiare era veramente ingestibiile.   Non importa quanto avessi provato a discutere con loro due di quanto disagio mi mettesse addosso il continuo controllo su una scelta che avevo fatto io dell'esame che volevo dare e di come dovessi gestire i miei tempi. in maniera autonoma e senza l'occhio del Grande Fratello puntato su di me costantemente.  Mia nonna in parte aveva capito il discorso, e per il tempo che i corsi all'Università avevano ripreso e in questa sessione estiva non mi ha granché dato grossi problemi. 
    Mia madre ttutavia ha continuato a pressarmi fino alla fine e io ho da poco deciso di abbandonare definitivamente, almeno per ora, l'Università. Lei era fissata con la media dei voti e pretendessi che in ogni esame dovessi prendere almeno 30 altrimenti sarei ''uscito con un voto da schifo alla laurea e questo non va bene bla bla bla''. Che poi parlando sia con i miei amici sia con i colleghi del mio corso e non, quasi tutti hanno detto che in realtà la media conta relativamente e basta prendersi gli esami.  Sono abbastanza d'accordo con questa linea di pensiero, ma non ce la faccio a continuare a studiare e rimanere tranquillo purtroppo.  Penso sia una scelta sensata abbandonare al primo anno invece che farlo successivamente come ha fatto mio cugino, che ha abbandonato quando gli mancavano tre esami dalla laurea.  Ma comunque,  questa scelta che ho intrapreso deriva anche da necessità strettamente necessarie, perché io non posseggo assolutamente un indipendenza economica e sono sempre sulle spalle della mia famiglia quando devo comperare qualsiasi cosa, fosse pure un caffé. Questo aggiunto al fatto che già si fanno salti mortali allucinanti per portare il pane a casa, e mi piacerebbe contribuire aiutare un po' la mia famiglia come posso e mettere pure qualcosa da parte per il mio benessere personale.  Preferisco questo stile di vita onestamente, che continuare a studiare con le pressioni addosso e conseguentemente con malavoglia e con un disagio costante addosso.
    Dunque inizia questa nuova avventura e mi sento estremamente ansioso e con un ulteriore disagio addosso, probabilmente molto più forte di quando stavo prima a studiare, perché nel mio curriculum ho zero esperienze lavorative a parte due stage formativi come cameriere offerti dalla mia scuola alberghiera, entrambi eseguiti seperatamente a Giugno e Ottobre 2015..  Ho comunque fatto un paio di telefonate, ma non riesco a capire perché mi sento in estrema soggezione quando contatto queste persone che offrono lavoro.  Mi pietrifico quando sento la loro voce dall'altra parte della cornetta del telefono quando li chiamo, e ve lo giuro che mi sento male.  Ad uno ho chiuso pure il telefono in faccia instintavemente, ma non per cattiveria, ma perché mi sono sentito malissimo. Ho la paranoia che nessuno mi assumerà mai per la mia completa inesperienza e non attitudine verso molti lavori manuali, perché sono un goffo del ca**o e subito mi innervosisco. Il fatto che mi arrabbi facilmente e che sia una testa calda non aiuta per niente, eppure cerco comunque di rimanere gentile, cordiale e allo stesso tempo me stesso.
    Però allo stesso tempo non voglio arrendermi.  Ho bisogno di provare paura perché è stata essa che mi ha fatto migliorare negli anni, e le sono grato.  Voglio affrontare questa sfida di cercare lavoro a cuor leggero perché altrimenti continuerò ad autocomiserarmi e questa cosa è ineccatabile.  Penso alle qualità fondamentali dei samurai, che per quanto possa sembrare ridicolo sono miei ruoli modello, ovvero: Determinazione, Coraggio, Umiltà e Pazienza.  Non posso arrendermi a quasi 21 anni, davvero non posso.  Voglio combattere con le unghie e con i denti, e farlo con un sorriso in faccia.
    Non chiedo di consolarmi ragazzi, rispondete come vi sentite perché accetto qualunque parere, ma se qualcuno di voi ha qualche esperienza positiva da raccontare al riguardo me lo scriva, in Privato o qua sotto al post.  Lo apprezzerei tantissimo <3, vi voglio bene.
    Gabriele.
  • Linux: che distro preferite? E perché?
    Io adoravo una vecchissima release di Ubuntu, la 10.04. Stabile e molto facile e intuitiva da usare, secondo me a tutt'oggi la migliore tra quelle prodotte da Canonical. Purtroppo è stata l'ultima LTS a usare Gnome 2, poi sostituito da Unity che non mi è mai andato giù (proprio non mi ci trovo). 

    Su un notebook Acer un po' vecchio ma abbastanza performante, ho installato Ubuntu Mate che è molto simile alla 10.04. Non è proprio uguale, ma si difende bene, a parte qualche piccolo bug. Quel pc però lo uso sostanzialmente solo come lettore multimediale, è attaccato alla tv col cavo HD, ma fa bene il suo lavoro.

    Sul pc (vecchissimo) che uso come postazione fissa, ora ho Linux Mint XFCE. E' un buon compromesso, ma è una macchina vecchia e ho due HD praticamente pieni, poca ram e il pc spesso arranca. Però per le cose che ci devo fare (navigazione, scrittura, p2p e Skype) va più che bene.

    Sono curioso di provare Joli OS, che mi hanno segnalato proprio qui, visto che non ho ancora trovato una distro adatta al netbookino Asus di qualche anno fa, che uso ogni tanto in giro (ci ho messo Xubuntu ma non va bene, è pesante).
    Ora sto seguendo un corso da sistemista proprio su Linux, stiamo usando la CentOs 7, derivata dalla Red Hat, che però è una distro adatta soprattutto in ambito server. Il mondo Linux mi piace, è una delle poche cose che mi legano ancora all'informatica, ambiente che per il resto ho abbandonato da anni...
  • Assembly per PIC 16F87X ecc - AIUTO
    A causa della mia dislessia del cavolo ho enorme difficoltà a studiare per un esame in cui dovrei ideare un programma per uno specifico microcontrollore. (un PIC 16f87X) della Microchip.
    Il problema è legato che sia il libro di testo che i data sheet sono in inglese. Io l'inglese lo capisco abbastanza ma il mio grave problema di dislessia mi rende il tuo assurdamente, orribilmente, difficile. Già lo fa in lingua italiana, figuriamo in inglese.
    Qualcuno di voi è nerd o semplicemente competente in queste cose?
    Il programma da fare è piuttosto semplice ma passerò i dovuti file, con dispense, data sheet e dati sul programma che devo realizzare, solo a chi si mostrerà davvero interessato a darmi qualche dritta!
    Ovviamente il lavoro devo farlo da sola ma chiedo solo un sostegno psicologico e con un minimo di competenza in una realtà universitaria in cui mi ritrovo abbandonata a me stessa. Il corso purtroppo si è svolto in fin troppe poche ore e con prove pratiche vicine allo zero (limitate solo a studiare programmi già fatti ma mai a farne qualcuno insieme).

    Grazie a chiunque si mostrerà interessato!
Dona il 5x1000 a Spazio Asperger ONLUS. Codice Fiscale: 97690370586