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  • ripensando all'infanzia mi chiedo se fossi Asperger
    Buongiorno a tutti.
    Sono una ragazza di 23 anni, fidanzata felicemente, con pochi buoni amici, una famiglia molto affettuosa, studio all'università e sono molto appassionata a ciò che faccio.
    Non ho alcun problema sociale per come sono adesso, anzi sono vista come una persona spigliata e gradevole, anche se tutto sommato riservata.
    Per me tutto questo è una grande conquista se ripenso al passato. Leggendo informazioni sulla sindrome di Asperger sono arrivata a chiedermi se io stessa non sia stata un'Asperger in passato, e abbia col tempo affrontato questa sindrome fino ad ottenere un funzionamento normale. Ma ho davvero tanti dubbi da chiarire. 
    Sono figlia unica e i miei genitori sono molto timidi e chiusi. Sono persone fantastiche, mi hanno sempre dato il meglio del meglio, tutte le attenzioni che potevano, non mi hanno fatto mancare nulla senza mai viziarmi.
    Potrei trovare dei meccanismi un po' disfunzionali che mi hanno trasmesso, ma mi piange il cuore solo a pensare di criticarli, nessun genitore è perfetto e tutti i loro errori sono stati frutto della loro esperienza di vita, errori inconsapevoli.
    Fino alle elementari ho avuto un rapporto quasi esclusivo con loro. Non mi interessavano gli altri bambini, avevo qualche contatto all'asilo ma apparivo come una bambina molto strana. Non amavo i giochi di ruolo, avevo un'intelligenza verbale di gran lunga superiore alla media. Giocavo da sola quasi tutto il tempo. Leggevo, leggevo tantissimo fin dall'età di tre anni, parlavo in maniera stranamente forbita. Ero anche incredibilmente educata, ai limiti dell'inibizione. C'è anche da dire che in casa mia questo era l'ambiente: libri, coccole, riservatezza, e pupazzi e oggetti con cui inventare storie.
    Alle elementari sono apparsi più chiaramente i segni che c'era qualcosa di strano. Parlavo tantissimo e spesso monopolizzavo l'attenzione senza rispettare le regole dell'interazione sociale, parlavo con gli adulti perché mi stavano a sentire più dei bambini, che spesso mi prendevano in giro e mi allontanavano, ma c'è anche da dire che molte volte riuscivo ad affascinarli per come raccontavo le storie, erano invidiosi di come tutte le attività della scuola mi sembrassero facilissime, e le insegnanti mi considerassero un genietto. Devo ammettere che ho avuto la fortuna di crescere in un ambiente protetto dove nessuno mi ha mai davvero fatto del male, non mi hanno mai esclusa del tutto. 
    A volte sviluppavo un immenso orgoglio per me stessa fino alla vanità. Altre volte cadevo in baratri di imbarazzo. Sì, perché la mia intelligenza era troppo settoriale. Molto spesso non capivo le battute, non amavo gli scherzi. E poi divoravo i libri e parlavo con scioltezza, ma ero totalmente imbranata in qualsiasi esercizio di coordinazione. Non parliamo poi degli sport.
    E poi c'era questa cosa dei movimenti stereotipati. Fino all'età di 6-7 anni tendevo e muovevo quasi inconsapevolmente le braccia e le mani in una sorta di agitazione incontrollata nel momento in cui mi mettevo a pensare intensamente a qualcosa, per esempio quando inventavo le storie complicatissime dei miei amici immaginari. Me l'hanno fatto notare e ho semplicemente smesso di farlo in pubblico. A volte lo faccio anche adesso.
    La mia andatura nel camminare era strana, e mi hanno fatto notare anche questo, aiutandomi così a smettere. Avevo la schiena in avanti e le braccia leggermente a penzoloni, camminavo sulle punte dei piedi. 
    Tutti questi problemi sono stati risolti dal tempo e dalle esperienze. La mia adolescenza è stata intensa e travagliata. Ho iniziato a 14 anni a sentire che mi stavo davvero perdendo qualcosa della vita, che non ero come gli altri, e ho cominciato a indossare tantissime maschere, sono diventata al converso avida di amici, di relazioni, di esperienze intense al di fuori della mia bolla personale. Ho coltivato un'infinità di relazioni superficiali che mi hanno rovinata in vari modi, ma alla fine ne sono uscita soddisfatta di me stessa e di ciò che ero riuscita a fare. 
    Ho avuto crisi di panico, periodi di depressione nera, non riuscivo a mantenere una relazione stabile. Davo la colpa all'adolescenza, ai bollenti spiriti. La verità è che indossavo talmente tante maschere da non capire più chi fossi, e chi mi incontrava restava inizialmente affascinato da me, poi non trovava più niente e se ne andava.
    Non riuscivo ad esprimere me stessa. Dentro di me facevo pensieri profondissimi, leggevo ancora tanti libri, ho scritto poesie bellissime che non ho fatto leggere a nessuno per tanto tempo. E' come se per tutto il tempo accarezzassi la vita esterna in maniera estrema, senza mai affondare le radici. Senza mai mettermi in gioco per com'ero. E mi disperavo. Sentivo che non riuscivo ad essere amata, proprio perché non riuscivo a mettermi in gioco per come ero, e la gente vedeva stranezza e vuoto dentro di me. Uscivo e spesso abusavo di alcol e di altre sostanze per reggere il confronto. Andavo male a scuola e ho rischiato più volte la bocciatura al liceo, nonostante il "prodigio" che ero. La mia adolescenza è stata un continuo stupore, terribile e terribilmente bella.
    Due eventi hanno cambiato il corso delle cose: il mio primo ragazzo serio e l'università.
    Lui era un Asperger, ne sono sicura. Mi affascinava tantissimo. Semplicemente per la prima volta sentivo di aver trovato la libertà di essere se stessi e non vergognarsi ad esserlo. Lui era così e la gente lo stimava, nonostante le sue passioni ripetitive, la sua mancanza di ironia, era una persona sensibile e intelligente e veniva amata per quello che era. Non aveva paura a volte a chiudersi in se stesso. Era speciale perché non voleva dimostrare di esserlo.
    Poi mi ha lasciata, e mi ha distrutta, perché la mia maschera era ancora troppo solida e ancora una volta non sono riuscita ad esprimere me stessa, gli sono apparsa vuota.
    Ho cominciato l'università in un'altra città con il cuore lacerato e ho pensato che stavolta sarei stata in grado di farmi amare per quello che ero. E l'amore vero è arrivato. 
    Lui, quest'altro, è un ragazzo sensibile, è fantastico, è un po' timido e introverso ma non è decisamente Asperger. Lui mi ama per quello che sono, per le mie poesie e per le mie battute che non fanno ridere. E io lo amo e basta, mi ha fatto ritrovare la luce, la serenità senza bisogno di portare maschere o di rimpiangere di averle portate.
    E adesso sono una persona normale, la mia vita è tranquilla ed equilibrata, cerco di unire la mia natura ritrovata con le mie esperienze adolescenziali, che a parte tutto non nego che mi abbiano insegnato qualcosa di importante, a partire dal coraggio, e da qualche norma basilare di interazione sociale.
    Insomma la mia domanda alla fine di tutta questa bella storia è... Come posso sapere di essere stata o meno un'Asperger? Ma soprattutto, si può "guarire" da questa cosiddetta malattia imparando dal confronto con gli altri?
    Nessuno mi ha mai portato da uno psicologo quando ero bambina o adolescente. Da piccola ero solo una bambina un po' "secchiona" e impacciata. Da ragazza avevo solo qualche disturbo adolescenziale. Era sempre un "solo", mi sminuivano. Piangevo ogni notte ma erano solo problemi di cuore per loro. Forse davvero l'ambiente familiare in cui sono cresciuta ha fatto sì che sviluppassi sintomi simili all'Asperger, portandomi poi a guarire a contatto con persone diverse? Da questo punto di vista forse sminuire i miei problemi ha sortito un buon effetto, dal momento che se mi avessero definita patologica la mia reazione alla vita sarebbe stata parecchio diversa.
    Insomma, se mi avessero portata da uno psicologo, cosa mi avrebbe detto? Difficile stabilirlo.. Ma ho come idea che la mia vita sarebbe stata ben diversa..
    Se fossi stata davvero Asperger o diagnosticata come tale, cosa ne sarebbe stato di me? 
    Ho sentito parlare dell'associazione per l'orgoglio Asperger. Persone che difendono il loro diritto ad essere speciali.
    Che io sia stata o sia o meno un'Aspie, penso che se questi sono i sintomi, questa non può essere una malattia. O comunque è davvero facilmente confondibile (almeno ai miei occhi non esperti!) con una condizione particolare e delicata dell'essere umano.. un assetto del pensiero, un colore, la disposizione di un mosaico, il tono diverso di una conversazione. 
    Capisco il desiderio che si ha di voler essere come gli altri, di volersi integrare, e andare oltre i propri limiti, buttarsi in nuove esperienze, uscire dalla zona di comfort, è legittimo e insegna tantissimo. Ma questa è un'esperienza di vita che chiunque a suo modo, con le sue tappe, può fare. Senza indossare maschere.
    Spero di non aver detto una marea di cavolate, vorrei sapere da voi cosa ne pensate della mia esperienza e delle mie considerazioni.
    Vi ringrazio tantissimo in anticipo.. un abbraccio
  • Nei prossimi giorni saprò
    Non sono un esperto ma solo uno che si fa sempre delle domande su domande.
    Ho trovato questo in un articolo che avevo letto;
    Il Disturbo Schizoide di Personalità non dovrebbe essere diagnosticato se la modalità di comportamento si manifesta soltanto durante il corso della Schizofrenia, di un Disturbo dell’Umore con Manifestazioni Psicotiche, di un altro Disturbo Psicotico o di un Disturbo Pervasivo dello Sviluppo, oppure se è dovuta agli effetti fisiologici diretti di una condizione neurologica (per es., epilessia del lobo temporale) o di un’altra condizione medica generale (Criterio B).
    E questo è il link;
    http://www.lrpsicologia.it/disturbo-schizoide-di-personalita/
  • Ci sono dei pittori, qui?
    Bei lavori @Ingrid, suscitano delle forti emozioni :)
    Io ho frequentato un corso di pittura nel periodo tra le elementari e le medie. Ho cominciato con lavori di manualità che servivano a prendere confidenza con vari materiali e si adattavano bene alla mia giovanissima età( pittura su stoffa, creta, cartapesta ecc) e poi ho fatto diversi lavori prima con le tempere e poi con l'olio, e quest'ultima è la tecnica che preferisco: adoro la sua duttilità e la pastosità dei pigmenti, è molto rilassante. Purtroppo mi sono interrotta proprio quando stavo cominciando ad approcciarmi all'arte in maniera più sistematica, imparandone la "grammatica", perché dovevo fare una scelta di vita e ho scelto la musica. Mi sono riavvicinata all'arte di recente, quando un brutto infortunio ad un braccio mi ha allontanata per quasi un anno dal mio amato violino. Probabilmente ho avvertito la necessità di trovare una nuova valvola di sfogo che sopperisSe alla mancanza della musica, ed è stato così che è rifiorito questo vecchio amore di gioven
    :)>-
  • Ci sono dei pittori, qui?
    Bei lavori @Ingrid, suscitano delle forti emozioni :)
    Io ho frequentato un corso di pittura nel periodo tra le elementari e le medie. Ho cominciato con lavori di manualità che servivano a prendere confidenza con vari materiali e si adattavano bene alla mia giovanissima età( pittura su stoffa, creta, cartapesta ecc) e poi ho fatto diversi lavori prima con le tempere e poi con l'olio, e quest'ultima è la tecnica che preferisco: adoro la sua duttilità e la pastosità dei pigmenti, è molto rilassante. Purtroppo mi sono interrotta proprio quando stavo cominciando ad approcciarmi all'arte in maniera più sistematica, imparandone la "grammatica", perché dovevo fare una scelta di vita e ho scelto la musica. Mi sono riavvicinata all'arte di recente, quando un brutto infortunio ad un braccio mi ha allontanata per quasi un anno dal mio amato violino. Probabilmente ho avvertito la necessità di trovare una nuova valvola di sfogo che sopperisSe alla mancanza della musica, ed è stato così che è rifiorito questo vecchio amore di gioventù :)
  • La mia aspie-azione quotidiana
    Oggi, di ritorno dall'esame finale dell'infame corso da Energy Manager (a proposito, passato!), ho dato un passaggio in macchina ad uno dei docenti, che purtroppo non può guidare perché si è ferito ad una mano. Mi trovo decentemente a mio agio con lui perché è anche lui un introverso cronico come me; comunque, comunicazione come al solito ridotta all'osso, il viaggio procede tranquillo, e ho nel lettore CD un disco con alcuni brani della colonna sonora di Battlestar Galactica. Adoro quella serie ed adoro ancora di più le sue musiche. Ad un certo punto il docente mi fa una domanda su un brano, e lì avverto la scimmia svegliarsi. Uno dei miei sintomi "da manuale" è quello di parlare ad oltranza di qualcosa che mi piace arrivando ad annoiare la gente... e beh, ho sentito l'impulso fortissimo di iniziare a parlargli del telefilm e di tutte le sue particolarità, perché la serie è INTERESSANTE, insomma, deve interessare a tutti, no? Ma sono riuscito a trattenermi. Ho sofferto per tutto il viaggio finché non l'ho lasciato alla sua destinazione, ma mi sono trattenuto. Quando l'ho fatto scendere, ho tirato un sospiro e mi sono sentito fiero di me. Sono riuscito a trattenermi, evviva!
    ...
    Ovviamente non poteva durare. Per tutto il tragitto fino a casa, da solo in macchina, ho "dialogato" da solo ad alta voce, svolgendo la conversazione che fino a poco prima mi ero trattenuto dal fare... quasi senza rendermene conto :))  Quando me ne sono accorto, mi sono detto "Mapporc... stavo andando così bene!!!"
  • Scientificità del materialismo storico, scienze esatte, metodo scientifico e molto altro.
    Tutto ciò che pensi sulla "famiglia" è - tecnicamente - completamente sbagliato ed è un insieme di luoghi comuni culturali che non corrispondono assolutamente agli attuali studi accademici su questo tema.
    Per spiegare cosa sia la vecchiaia in relazione e come scopo della Famiglia io mi riferisco ad alcuni testi. Te li elenco:
    GIORI D. (come curatore), Vecchiaia e società, 1984.
    GUILLEMARD A.M. (come curatore), Old Age and the Welfare State, 1983.
    HAREVEN T., ADAMS K.J. (come curatori), Ageing and the Life-course Transitions: an Interdisciplinary Perspective, 1982.
    LASLETT P., Una nuova mappa della vita, 1992.
    SARACENO C (come curatore), Età e corso della vita, 1986.
    Di questi, il testo di Hareven e Adams è, a mio parere, completamente imprescindibile e va letto, dall'inizio alla fine, almeno due volte. (Anche se, personalmente, adoro il capolavoro di Laslett...).
    Dichiaro innanzitutto che io non ritengo di avere la scienza infusa.
    Anzi so perfettamente che ci sono enormi campi della conoscenza che mi sono quasi o del tutto oscuri e su cui posso avere più o meno interesse di approfondimento.
    So perfettamente anche che il linguaggio, deve essere preciso affinché sia possibile capirsi.
    E' per questo che esprimo dei concetti con voi, qui, perché so che le risposte che riceverò saranno abbondantemente argomentate, pregne di informazioni con cui aumentare il mio bagaglio, nuovi algoritmi comportamentali, nuovi quesiti per cui formulare nuove risposte.
    Questo "luogo" mi risulta, produttore di ricchezza personale.
    Per questo io sono felice di essere corretto, contraddetto in modo costruttivo come fate.

    Quindi béh ecco 

    ...grazie...

    Te la faccio breve: in ogni comunità umana esistono le Famiglie.
    Per famiglia si intende: luogo intergenerazionale in cui la cultura giovanile incontra la cultura delle persone anziane.
    Ancora più semplice: qualsiasi aggregato stabile o stabilizzabile di persone anziane e di persone giovani in cui c'è un confronto culturale a ragione dell'età è una famiglia. 
    Quindi il concetto che ho espresso definendolo tribù, è in realtà la famiglia.
    E anche.
    La mia abitudine a rispondere in discussioni su youtube mi ha portato nella direzione del confutare direttamente la rappresentazione della famiglia borghese che è ampiamente ma erroneamente considerata naturale.
    @Pavely è per queste lezioni che adoro vederti nei commenti.
    Ti domando.
    Una tribù di indios, può essere intesa come famiglia?
    Se no, in che modo se ne discosta?
    Da questa definizione, puoi capire come la società si struttura attorno ai temi di tutti i dati sensibili (età, sessualità, sesso, identità, gerarchia, gruppo, ceto, classe, cultura corporale, ...).
    La famiglia si basa sul principio etnologico per il quale i giovani contribuiscono alla significazione culturale degli anziani e determinano il ruolo, l'identità sociale, la personalità comunitaria di questi.
    §
    Qualsiasi aggregazione sociale in cui non siano compresenti stabilmente anziani e giovani non è una famiglia.
    Una coppia stabile tra due persone della stessa età, che non hanno figli e non hanno intenzione di averne non è una famiglia quindi?
    Anche se la loro unione è stata riconosciuta socialmente?
    affermare che esista una "famiglia borghese" e una "famiglia proletaria" è - oggi - considerata una pura assurdità: esiste un'opinione politica della borghesia e del proletariato sulla famiglia ma la famiglia è ciò che è, ciò che è sempre stata e che sempre sarà.
    Infatti non ho mai parlato di "famiglia proletaria".
    L'espressione "famiglia borghese" serviva a descrivere la rappresentazione ampiamente accettata dal senso comune e dalla struttura normativa delle società "occidentali" secondo cui la famiglia è costituita da una madre, un padre che è anche capo famiglia, figli, nonni e zii.
    Figurarsi se io ho la pretesa di considerare la famiglia assolutamente coincidente con questa rappresentazione.
    Io, Paolo, posso affermare che la Famiglia sia una tal cosa, tu, Torukh, puoi pensarne un'altra, pure la famiglia è ciò che è.
    Se si fa confusione tra Famiglia e Politica, tra Famiglia e Lavoro et cetera si creano Conflitti sociali. I quali, ovviamente, dopo una determinata data, si risolvono sempre confermando ciò che la famiglia è.
    §

    Famiglia è un raggruppamento in cui dei giovani riconoscono un anziano come figura culturale e ascoltano e comprendono al cultura che questi, come "vecchio", trasmette.
    Affermare che possa esistere qualsiasi comunità umana - come fai - in cui questa dinamica non esista è, a tutt'oggi, considerato irreale.
    Dove lo affermo?

    E' cosa considerata umanissima.
    §
    Ciò, ovviamente, non vuol dire che tu possa perfettamente vivere SENZA agire molti comportamenti.
    Tutti gli esseri umani possono perfettamente vivere senza famiglia, senza lavoro, senza essere capitalisti o comunisti, senza essere razzisti o violenti e così via. Ma comunque in ogni società, famiglia, lavoro, capitalismo, comunismo, razzismo, violenza esistono e non può essere altrimenti.
    Non concordo con la presenza di comunismo e capitalismo in questa lista.

    §
    Come persona autistica, @torukh non so dirti perché sia così.
    Ma, nei fatti, è (tempo presente) così.
    Mettila in questo modo: sono fenomeni naturali.
    Dunque: se hai ben presente cosa la famiglia è secondo il sapere universitario credo che tu capisca che questa esiste a tutti gli effetti.
    Per farti un esempio: anche una sezione politica di un Partito comunista è, a suo modo, una famiglia se in questa ci sono - stabilmente - degli anziani che sono rispettati e ascoltati da giovani. In questo caso, in senso sociologico, i piani si ARMONIZZANO.
    §
    Poi, se vuoi continuare a pensare che "famiglia" è "mamma-papà-figli" o "famiglia borghese", fallo.
    Un malinteso da produrre sorrisi.

    Ma una cosa è un "luogo comune" assolutamente sbagliato proprio di parte della cultura neurotipica e una cosa è l'oggetto dei studi accademici sul tema.
    Una cosa è "l'idea" che le comunità neurotipiche hanno della famiglia e una cosa è la verità scientifica (in questo caso).
    Tu puoi ostinarti a ripetere e ad affermare che l'idea neurotipica "mamma-papà-figli" sia vera.
    Ma il problema essenziale è che da circa quarant'annni, sostanzialmente, è stato dimostrato il contrario.
    Cioè: oggi i gay e le lesbiche possono sposarsi perfettamente. E lo possono fare proprio perché gli scienziati hanno dimostrato in modo inopppugnabile l'evidente stupidità dell'idea in questione.


    Considerazioni con cui sono perfettamente d'accordo.
  • Sovraccarico
    Oggi ho avuto un'altro burnout (quasi) di fronte ad S... E' da stamattina che ripenso a molte delle cose che mi danno tormento circa il futuro e ciò che provo; dopo essere arrivato con circa 10min di ritardo mi sono messo al lavoro per completare un richiesta personale del mio capo, un progettino che va avanti da un pò in ditta e di cui non mi è permesso parlare, comunque stà di fatto che mancavano circa 20 min alla pausa e in quei momenti ho, con relativa calma, spostato la mia roba alla mia postazione pc, tra l'altro con computer portale e fisso spenti. Li ho accesi e nel mentre sono ricaduto in questi pensieri, perdendo completamente la cognizione del tempo nel mentre mi preparavo un thè - operazione relativamente automatizzata in quanto è un rito che si ripete da mesi ormai - ; e successivamente restando inbambolato davanti a schermo e tastiera... Quando mi sono ripreso ero fortemente agitato e cercai di andare avanti con Excel, a compilare schede, ed ecco che rientra in stanza S. che mi chiede se stessi facendo ancora pausa o meno. Erano circa le 11:30, quando la mia pausa era di 15 min partire dalle 11, quindi da quando ho concluso la richiesta di S., cambiato postazione ecc. ecc. erano passati approssimativamente 45min, quindi per mezz'ora mi ero persone nelle mie paturnie personali.
    Alla domanda di S., la mano con cui sorreggevo la tazza con ancora del thè dentro mentre ero seduto, ha cominciato a tremare e la mia agitazione a crescere rischiando di farmi dire o fare cose assolutamente imbarazzanti; la sua presenza mi agitava e volevo urlargli di lasciarmi solo, perchè non era un buon momento, che ero molto nervoso.
    Sentivo che mi saliva la voglia di piangere ma non volevo fare scenate nè dover fornire spiegazioni, anche perchè erano in parte collegate alla mia insoddisfazione per il lavoro:
    - Io... Ho... Perso la cognizione del tempo. Non ci ho fatto caso. Adesso riprendo il lavoro... - Risposi con voce chiaramente tremolante e bassa.
    - Hai cominciato con il *** alle 9 e finito alle 10:20; che cos'hai fatto da allora? - Chiese S.
    - In verità sono arrivato alle 9:10, poi appena mi hai detto di fare il *** l'ho completato verso le 10:40 circa. Ho dovuto attendere ad avviare il pc e poi avevo delle cose da riorganizzare - Mi scusai io. S non faceva che andare e venire dalla stanza e mi dava sui nervi perchè sicome il pavimento è sottile si avvertono i suoi passi veloci fare avanti e indietro da un posto all'altro mentre era impegnato in chissà quale stupida attività. In fondo quel posto era anche casa sua e non c'erano lavori in corso. L'ultima volta che era uscito, mi aveva visto "traslocare" e scrivere sul calendario del mio smartphone un appuntamento importante (quello fissato per giugno con lo psicologo del lavoro, ironicamente).
    - Ok, ma vuoldire che sono passati 30-40 minuti. Quante schede hai compilato? - chiese S
    - Una... - risposi io pieno di vergogna e diventando vistosamente nervoso, con lo sguardo lontano dal suo.
    - Okay, mi serviva solo per capire. L'orario oggi è libero; se vuoi andare a casa prima o comunque ti serviva una pausa più lunga...
    - No, no, voglio fare il mio orario normale e recuperare il tempo perso in serata - Lo interropei io quasi in preda alla disperazione e desiderando che se ne andasse senza fare altre domande. Apparentemente aveva osservato il comportamento del mio corpo:
    - Va tutto bene? E' successo qualcosa? - Chiese S con calma
    - No, nulla. E' tutto a posto; sono solo preso dai miei pensieri. - Risposi
    - Va bene allora. Vai pure avanti a compilare le schede - E se ne andò.
    Sono scoppiato a piangere cercando di soffocare gemiti e asciugare qualunque cosa mi uscisse dal naso e dagli occhi con dei fazzoletti di carta. Mi sono ripreso pian piano nel giro di dieci minuti successivi e sono andato avanti col compito assegnatomi.
    Non sò quanto possa essere accurato ciò che scrivo. Se sono io a farlo ho la sensazione che sia tutto fin troppo banale oppure con sintassi sbagliata. Stà di fatto che vorrei solo poter scrivere più spesso e sul momento ciò che provo, ma tutto accade sempre nei momenti meno opportuni, quando non mi è concesso farlo oppure non ho a portata di mano qualcosa di utile alla stesura di uno sfogo personale. E l'intento non sarebbe tanto di scrivere una biografia o diario personale, quanto diffonderlo qui sul forum. Ho persino scritto un thread apposta dove ho spiegato parte di ciò che mi angoscia, ma sono anche l'unico che ci ha scritto per diversi messaggi di fila e non voglio rischiare un ban o altro.
  • Interessi speciali o ossessioni?
    Io penso che se un interesse arriva a compromettere in modo sostanziale la qualità della vita, allora sta diventando una modalità di interesse problematica, e dovresti trovare un modo per disinnescarla. 
    Questi tuoi interessi permangono nel tempo o si spengono? se si spengono, lo fanno d'improvviso, gradualmente, oppure se ne vanno perché subentra qualche altro interesse?
    Alcuni interessi hanno compromesso la qualità della mia vita, me ne sono accorto, mi sono spaventato e cerco di starne alla larga (a volte si riaccendono improvvisamente dopo anni, è come se rimanessero silenti in una regione della mia mente, in attesa di ritrovare espressione).
    In genere si spengono quando nella mia mente sento di averlo "concluso": ho raggiunto il grado di competenza che speravo, non vedo come fare altri progressi, sono soddisfatto con la mole di informazioni acquisita, mi sento un mini-esperto. Si spengono da soli in modo estremamente improvviso.

    In genere quando si spegne un interesse particolarmente intenso, subentra uno strano periodo d'apatia in cui non riesco a dedicarmi a nulla: arrivo a sentirmi fisicamente male se provo ad iniziare un'attività, devo stare fermo per un po' a resettare lo stato della mia mente. In questa fase in cui non ho un "interesse attivo" è come se inconsciamente mi mettessi in stato di "ricerca", alzo le antenne. Ad un certo punto durante questa fase in cui sono "disoccupato" contemplo un certo interesse che mi fa subito "innamorare": comincio a leggere qualcosa e provo un grande piacere nell'apprendere informazioni su quell'argomento. Dopo qualche giorno di innesco, qualche volta questa neo-passione diventa un interesse prolungato, e ricomincia il loop.

    Ci sono alcuni interessi che ho ripreso molte volte nel corso degli anni (magari mi ci dedicavo un paio di mesi, poi abbandonavo del tutto, poi riprendevo in modo intenso altri tre mesi, poi stop totale, ...) e alcuni interessi che ho praticato una sola volta e non ho alcuna intenzione di riprendere. 

    Ti capisco, a me accade con la lettura.
    Solo che ho come un interruttore. Sto per un periodo senza sentire questa necessità, poi, trovo un argomento che mi appassiona e devo leggere o tutto di un autore o quante più informazioni su argomento. Per fortuna riesco a fare interruzioni (in realtà forzate, i miei figli che reclamano a gran voce di preparare la cena o far la spesa), ma leggo talmente tanto da ritrovarmi la sera con gli occhi completamente doloranti.
    Lo stesso accade con la musica, se mi capita di ascoltare un autore, non trovo pace fino a quando non ascolto tutto, per poi ritrovarmi a sentire a ciclo continuo la stessa canzone.
    Diciamo che nel mio caso l'interesse non toglie nulla alla mia vita, in quanto se non leggessi, starei in casa a fissare il muro bianco. Quindi interpreto questo come un valore aggiunto nella mia giornata.
    Tu senti che questi interessi ti tolgono qualcosa? Come se fossero un rifugio dal mondo? O sono quel qualcosa che ti completa?
    Sì anch'io ho questo "interruttore", come si legge negli esempi precedenti. È strano: per un periodo vedevo un film ogni sera e durante la notte lasciavo il computer acceso con download attivo per incrementare la mia raccolta (enorme, terabytes). Mi interessavo di un filone alla volta e vedevo tutti i film storicamente importanti di quel filone e li "imparavo" (ho un'ottima memoria per i dettagli e probabilmente anche una buona memoria visiva, ricordo scena per scena di molti film). Poi un giorno ho smesso completamente di farlo. Dopo qualche giorno, presi ad interessarmi ai manga, e lessi 100 volumi di fila. E in parallelo mi interessai alla vita dei mangaka, all'età che avevano, alle varie fasi storiche, al ritmo con cui producevano, insomma tutte cose di corredo. E poi abbandonai anche quello. Ma so che un giorno riaccenderò l'interruttore di questi interessi e porterò avanti il lavoro. Quando il cervello me lo imporrà, è come se non decidessi io: si accende una scintilla nella mia mente. Lo stesso accade con mille altre cose.

    Sento che a volte, quando sono troppo "assorbenti", gli interessi tolgono qualcosa dalla mia vita, nel senso che non mi consentono di portare avanti altri impegni che ho. Eppure, di base la mia mente ha bisogno di materiale da ricercare, non riuscirei ad immaginarmi "non al lavoro su di un progetto". Non riuscirei a sopportare la routine, preferirei la morte alla noia. Per questo, e in tal senso, essi hanno aggiunto valore alla mia vita.


  • Scientificità del materialismo storico, scienze esatte, metodo scientifico e molto altro.
    Tecnicamente, una famiglia esiste a patto che ci sia una persona che può essere identificata, sociologicamente, come vecchia.
    Non mi è chiaro il concetto che hai voluto esporre.
    Mi permetto di risponderti, @torukh per una ragione.
    Tentare di spiegare questa cosa che, mi sembra, non sono stato capace di spiegare.
    Tutto ciò che pensi sulla "famiglia" è - tecnicamente - completamente sbagliato ed è un insieme di luoghi comuni culturali che non corrispondono assolutamente agli attuali studi accademici su questo tema.
    Per spiegare cosa sia la vecchiaia in relazione e come scopo della Famiglia io mi riferisco ad alcuni testi. Te li elenco:
    GIORI D. (come curatore), Vecchiaia e società, 1984.
    GUILLEMARD A.M. (come curatore), Old Age and the Welfare State, 1983.
    HAREVEN T., ADAMS K.J. (come curatori), Ageing and the Life-course Transitions: an Interdisciplinary Perspective, 1982.
    LASLETT P., Una nuova mappa della vita, 1992.
    SARACENO C (come curatore), Età e corso della vita, 1986.
    Di questi, il testo di Hareven e Adams è, a mio parere, completamente imprescindibile e va letto, dall'inizio alla fine, almeno due volte. (Anche se, personalmente, adoro il capolavoro di Laslett...).
    §
    Te la faccio breve: in ogni comunità umana esistono le Famiglie.
    Per famiglia si intende: luogo intergenerazionale in cui la cultura giovanile incontra la cultura delle persone anziane.
    Ancora più semplice: qualsiasi aggregato stabile o stabilizzabile di persone anziane e di persone giovani in cui c'è un confronto culturale a ragione dell'età è una famiglia.
    Da questa definizione, puoi capire come la società si struttura attorno ai temi di tutti i dati sensibili (età, sessualità, sesso, identità, gerarchia, gruppo, ceto, classe, cultura corporale, ...).
    La famiglia si basa sul principio etnologico per il quale i giovani contribuiscono alla significazione culturale degli anziani e determinano il ruolo, l'identità sociale, la personalità comunitaria di questi.
    §
    Qualsiasi aggregazione sociale in cui non siano compresenti stabilmente anziani e giovani non è una famiglia. La società, la "comunità", è qualcosa di completamente diverso. Tento di spiegarti perché.
    La famiglia è PARTE della società e, come tutti le sue componenti, proprio perché e s i s t e rivendica il proprio significato nell'orizzonte sociale: in qualsiasi società i conflitti sono ascrivibili alla 'confusione' tra i suoi componenti.
    Cioè: un conflitto sociale si genera quando, ad esempio, economia e politica si fondono. Oppure: il capitalismo o il comunismo si 'toccano'. O, ancora, quando genere e famiglia entrano in contatto o quando, per fare ancora un esempio, il socialismo e il comunismo sono percepiti come concorrenti su di tema (in realtà trattano di cose completamente differenti).
    §
    Affermare che Genere e Famiglia siano in parte coincidenti è un'affermazione scientificamente falsa. Così come è profondamente sbagliato anche solo pensare che Famiglia e Stratificazione sociale abbiano un significato sociale condiviso.
    Tento di spiegare il punto: affermare che esista una "famiglia borghese" e una "famiglia proletaria" è - oggi - considerata una pura assurdità: esiste un'opinione politica della borghesia e del proletariato sulla famiglia ma la famiglia è ciò che è, ciò che è sempre stata e che sempre sarà.
    Io, Paolo, posso affermare che la Famiglia sia una tal cosa, tu, Torukh, puoi pensarne un'altra, pure la famiglia è ciò che è. Se si fa confusione tra Famiglia e Politica, tra Famiglia e Lavoro et cetera si creano Conflitti sociali. I quali, ovviamente, dopo una determinata data, si risolvono sempre confermando ciò che la famiglia è.
    §

    Famiglia è un raggruppamento in cui dei giovani riconoscono un anziano come figura culturale e ascoltano e comprendono al cultura che questi, come "vecchio", trasmette.
    Affermare che possa esistere qualsiasi comunità umana - come fai - in cui questa dinamica non esista è, a tutt'oggi, considerato irreale.
    E' cosa considerata umanissima.
    §
    Ciò, ovviamente, non vuol dire che tu possa perfettamente vivere SENZA agire molti comportamenti.
    Tutti gli esseri umani possono perfettamente vivere senza famiglia, senza lavoro, senza essere capitalisti o comunisti, senza essere razzisti o violenti e così via. Ma comunque in ogni società, famiglia, lavoro, capitalismo, comunismo, razzismo, violenza esistono e non può essere altrimenti.
    §
    Come persona autistica, @torukh non so dirti perché sia così.
    Ma, nei fatti, è (tempo presente) così.
    Mettila in questo modo: sono fenomeni naturali.
    Dunque: se hai ben presente cosa la famiglia è secondo il sapere universitario credo che tu capisca che questa esiste a tutti gli effetti.
    Per farti un esempio: anche una sezione politica di un Partito comunista è, a suo modo, una famiglia se in questa ci sono - stabilmente - degli anziani che sono rispettati e ascoltati da giovani. In questo caso, in senso sociologico, i piani si ARMONIZZANO.
    §
    Poi, se vuoi continuare a pensare che "famiglia" è "mamma-papà-figli" o "famiglia borghese", fallo.
    Ma una cosa è un "luogo comune" assolutamente sbagliato proprio di parte della cultura neurotipica e una cosa è l'oggetto dei studi accademici sul tema.
    Una cosa è "l'idea" che le comunità neurotipiche hanno della famiglia e una cosa è la verità scientifica (in questo caso).
    Tu puoi ostinarti a ripetere e ad affermare che l'idea neurotipica "mamma-papà-figli" sia vera.
    Ma il problema essenziale è che da circa quarant'annni, sostanzialmente, è stato dimostrato il contrario.
    Cioè: oggi i gay e le lesbiche possono sposarsi perfettamente. E lo possono fare proprio perché gli scienziati hanno dimostrato in modo inopppugnabile l'evidente stupidità dell'idea in questione.


  • Scientificità del materialismo storico, scienze esatte, metodo scientifico e molto altro.
    torukh ha detto:

    1)Quindi un'analisi indiretta di fenomeni fisici come l'evoluzione di una specie, è eseguibile.
    Quindi perché mai non dovrebbe essere eseguibile un'analisi scientifica dei fenomeni storici e sociali dal momento che le notizie sugli stessi sono in misura enormemente maggiore rispetto a quelle sulle forme di vita preistoriche?
    Considerando poi che l'analisi del C14 è possibile solo con reperti non andati incontro a fossilizzazione ma solo con reperti andati incontro a mummificazione che non abbiano oltre una certa soglia di anni in quanto poi, i livelli di C14 scendono a 0 e non è più possibile sfruttare quella tecnica di radiodatazione e si deve ricorrere ad altri procedimenti di datazione.
    Quando poi si giunge a dover analizzare e studiare le forme di vita che hanno lasciato fossili si è in possesso di reperti rarissimi, al confronto della lunghezza dei periodi geologici in gioco, quindi di elementi probatori ne esistono ancora meno.

    Per quanto un resoconto storico possa essere afflitto da inesattezze anche intenzionali, è pur sempre vero che di ogni evento storico passato se ne hanno varie narrazioni che possono essere vagliate e quindi si può risalire indirettamente ad una descrizione molto più fedele dell'effettivo corso degli eventi.
    Voglio dire, se lo si fa per le pochissime tracce fossili di dinosauri, arrivando a poter descrivere anche aspetti comportamentali, perché non sarebbe possibile con l'uomo quando le informazioni sono quantitativamente maggiori?

    Analizzare in modo scientifico dei dati storici è possibile...
    E' anche possibile osservare quelle che sono le evidenze storiche dei vari eventi rivoluzionari che hanno caratterizzato la storia.
    E' quindi possibile individuare quelle che sono le condizioni materiali che determinano l'innesco delle rivoluzioni.
    E' quindi possibile individuare quelle che sono le condizioni materiali che scaturiscono dalle rivoluzioni, se non in modo preciso, sicuramente per grandi linee. 2)Era un ragionamento ad assurdo basato sul postulato che avevi poch'anzi espresso e riguardante il fatto che una teoria scientifica deve essere in grado di produrre una previsione.
    Sono perfettamente d'accordo con la scientificità della fisica quantistica.3)Il materialismo storico manifesta di essere in grado di descrivere in modo scientifico ogni evento storico.
    Ancora non si è verificato un solo singolo evento che potesse mettere in discussione questo metodo analitico.
    Non lo si accetta, per via dei suoi risvolti nella risoluzione dei problemi della società, in quanto permette di comprendere le modalità con le quali la società umana evolve.
    Ps.
    Esiste anche un'altro modo di affrontare il problema dell'esistenza di dio: è necessario che esista affinché si possano spiegare tutti i fenomeni che gli vengono imputati?
    no... 
    semplicissimo. 
    1)Perché le teorie dei fenomeni sociali non si basano su quantità fisiche oggettivamente misurabili con uno strumento di misura. Puoi dire "è successo questo perché la massa aveva questa tendenza", ma come misuri la tendenza in modo oggettivo? Interpreti quello che è successo in una maniera che ti sembra ragionevole, ma non fai la stessa cosa che faceva Galileo per "scoprire" il principio d'inerzia: far rotolare una biglia su un piano orizzontale sempre più levigato -> misurare che a levigatura maggiore corrisponde una maggiore distanza percorsa -> inferire che a levigazione perfetta (totale assenza d'attrito) la biglia conserva la sua velocità in eterno. 

    Io non ho detto che non si può sapere cosa è successo nella storia: hai le narrazioni e le leggi, e tant'è. Faccio un filmino di quello che accade in un certo luogo, quando lo guardo so quello che è accaduto. Il problema non sono i "dati", ma le presunte "leggi" che si vogliono ricavare da questi dati. Ho semplicemente detto che una teoria(insieme di leggi) che spiega ciò che è storicamente successo in un certo periodo storico non è una teoria scientifica, per quanto ragionevoli le interpretazioni possano essere, non sono ottenute col metodo scientifico. Non posso dire "la società nello stato A si comporta in modo B" in modo scientifico: quali sono le unità di misura dello "stato" in cui si trova la società? 

    Dire qualcosa sul comportamento di un animale sulla base delle ossa che trovi è un salto logico molto "tranquillo": se ha canini ti aspetti che sia un cacciatore e mangi carne (non lo implica logicamente, ma è un'assunzione molto leggera). Al contrario, assumere che un uomo che ha fatto una certa azione pensi una determinata cosa è un'assunzione molto grande, con alto grado di incertezza: come fai a misurare quello che pensa?

    2) Una previsione probabilistica è una previsione. Praticamente solo in meccanica classica hai previsioni deterministiche. E non sempre la probabilità si introduce per via della nostra ignoranza sulle manifestazioni di un fenomeno: in meccanica quantistica, il comportamento probabilistico è intrinseco nella natura del fenomeno.

    3)Voglio vedere un esempio di legge scientifica in seno al materialismo storico 
    Anche se un giorno si saprà spiegare tutto di tutto in modo perfetto e senza ricorrere a un'entità sovrannaturale, ciò non implica che Dio non esista. Al massimo puoi dire che non è necessario che esista. Magari è lì e non fa niente, e si limita a guardare senza perturbare lo stato dell'universo (è "virtualmente" inesistente solo in riferimento alla spiegazione dei fenomeni, un postulato ridondante).

    Comunque ho già visto in passato esempi di persone praticanti discipline umanistiche che si proclamavano "scienziati". Ad uno di questi umanisti io direi "ma fai una cosa tanto bella e utile all'uomo (in modi diversi rispetto a come è utile la scienza) perché vuoi rischiare di insozzarla paragonandola alla scienza?"
  • Scientificità del materialismo storico, scienze esatte, metodo scientifico e molto altro.
    @torukh ha detto:




    2)L'analisi della società è una disciplina umanistica, non ci veno nulla di scientifico.
    Il fatto che due cose si chiamino "teoria" non vuol dire che siano entrambe teorie scientifiche.
    Non so cosa intendi con teoria evolutiva. Di certo alcune cose si possono dire: se prendo un pezzo d'osso e faccio l'analisi al carbonio, conoscendo la legge di decadimento del carbonio, so scientificamente che età ha in una certa incertezza. So quindi che ossa ho in quali periodi, quindi che animali ho nei vari periodi. Questo si può dire.
    Se dici che un animale A in condizioni B si sviluppa in C in un tempo D lo devi "verificare". Se non puoi fare l'esperimento (troppo difficile, ti dura milioni di anni!), non vuol dire che non puoi studiare "esperimenti già fatti": vedi che in natura tutti gli animali di specie A (ne osservi 1000) hanno seguito quell'evoluzione. È l'analogo degli "esperimenti sulle stelle": non lo puoi riprodurre, ma studi tutti i fenomeni stellari che si presentano.
    Quindi un'analisi indiretta di fenomeni fisici come l'evoluzione di una specie, è eseguibile. Quindi perché mai non dovrebbe essere eseguibile un'analisi scientifica dei fenomeni storici e sociali dal momento che le notizie sugli stessi sono in misura enormemente maggiore rispetto a quelle sulle forme di vita preistoriche? Considerando poi che l'analisi del C14 è possibile solo con reperti non andati incontro a fossilizzazione ma solo con reperti andati incontro a mummificazione che non abbiano oltre una certa soglia di anni in quanto poi, i livelli di C14 scendono a 0 e non è più possibile sfruttare quella tecnica di radiodatazione e si deve ricorrere ad altri procedimenti di datazione. Quando poi si giunge a dover analizzare e studiare le forme di vita che hanno lasciato fossili si è in possesso di reperti rarissimi, al confronto della lunghezza dei periodi geologici in gioco, quindi di elementi probatori ne esistono ancora meno. Per quanto un resoconto storico possa essere afflitto da inesattezze anche intenzionali, è pur sempre vero che di ogni evento storico passato se ne hanno varie narrazioni che possono essere vagliate e quindi si può risalire indirettamente ad una descrizione molto più fedele dell'effettivo corso degli eventi. Voglio dire, se lo si fa per le pochissime tracce fossili di dinosauri, arrivando a poter descrivere anche aspetti comportamentali, perché non sarebbe possibile con l'uomo quando le informazioni sono quantitativamente maggiori? Analizzare in modo scientifico dei dati storici è possibile... E' anche possibile osservare quelle che sono le evidenze storiche dei vari eventi rivoluzionari che hanno caratterizzato la storia. E' quindi possibile individuare quelle che sono le condizioni materiali che determinano l'innesco delle rivoluzioni. E' quindi possibile individuare quelle che sono le condizioni materiali che scaturiscono dalle rivoluzioni, se non in modo preciso, sicuramente per grandi linee. 

    Io non ho detto che una disciplina che studia la mente umana non possa essere scientifica, anzi ho detto l'esatto contrario: che in linea di principio mi aspetto che possa esistere. Ho semplicemente detto che la sociologia (quella che esiste oggi) non lo è.

    Non avevo inteso. Del resto la considerazione che ho della sociologia odierna non è dissimile da quella che ho adesso compreso essere la tua.
    3)Puoi studiare i fenomeni come vuoi, ma se vuoi farlo in modo scientifico c'è uno e un solo modo: quello sperimentale. Puoi guardare al mondo come facevano i greci, pretendendo di poter capire tutto standotene seduto su una roccia a pensare. Ma ci sono verità controintuitive che cozzano col modo di pensare a priori dell'uomo, se non fai esperimenti non te ne accorgi. Le verità scientifiche si presentano alla ragione tramite gli esperimenti, con un processo che chiami "inferenza".
    Ed io mi riferivo all'analisi dei resoconti storici, con metodi alternativi alla sperimentazione.

    4)Il fatto che hai un modello statistico per descrivere i fenomeni non implica che non sia scientifico. Se la mia teoria analizza un sistema A e dice che, se lo misuro, il risultato della misura mi dà A1 al 30% e A2 al 70% posso fare esperimenti e verificare in 2 modi: il primo è quello di "resettare" lo stato del sistema dopo ogni misura e di ripetere la misura, il secondo è quello di preparare un grande numero di sistemi tutti uguali ad A e di fare una misura su ciascuno di essi: il 30% delle misure restituirà A1 e il 70% A2. 
    Non vedo perché ti aspetti che una teoria scientifica debba per forza essere deterministica. Meccanica statistica e meccanica quantistica utilizzano l'approccio probabilistico e sono teorie scientifiche.
    Era un ragionamento ad assurdo basato sul postulato che avevi poch'anzi espresso e riguardante il fatto che una teoria scientifica deve essere in grado di produrre una previsione. Sono perfettamente d'accordo con la scientificità della fisica quantistica.

    5)Il fatto che una teoria abbia limiti non vuol dire che non sia scientifica: semplicemente vale all'interno del proprio dominio di validità. Il fatto che abbia problemi in un certo dominio vuol dire che nel futuro si troverà una teoria più generale che contenga la relatività come caso particolare, che spieghi tutto quello che la relatività spiega e non dà i problemi che dà. Il fatto che una teoria sia evidentemente falsificabile è un buon sintomo, anzi è CN affinché sia scientifica. Se io dico "Dio esiste" non sto dicendo una cosa scientifica perché non posso pensare esperimento che falsifichi quanto detto. Come diceva Popper, Dio può esistere o non esistere, ma visto che non si può pensare un esperimento che ne neghi l'esistenza, allora non è verità scientifica.
    Il materialismo storico manifesta di essere in grado di descrivere in modo scientifico ogni evento storico. Ancora non si è verificato un solo singolo evento che potesse mettere in discussione questo metodo analitico. Non lo si accetta, per via dei suoi risvolti nella risoluzione dei problemi della società, in quanto permette di comprendere le modalità con le quali la società umana evolve. Ps. Esiste anche un'altro modo di affrontare il problema dell'esistenza di dio: è necessario che esista affinché si possano spiegare tutti i fenomeni che gli vengono imputati? no... semplicissimo. :)

  • Scientificità del materialismo storico, scienze esatte, metodo scientifico e molto altro.
    @torukh  ha detto :



    Attento: io non ho detto che l'uomo è un essere sovrannaturale, o che esula dalle leggi fisiche dell'universo. Ho detto che la SOCIOLOGIA non può spiegare ogni cosa che un uomo fa.
    Il perché, mi sembra intuitivo. 

    La sociologia non spiega l'uomo nella sua interezza, perché spiega le relazioni sociali e tralascia quelli che sono i processi biologici che sono alla base del funzionamento intimo dell'essere umano. 
    Per completare la lettura dell'agire sociale dell'uomo, oltre alla sociologia sono necessarie l'anatomia, la genetica, la biologia, la fisiologia. 
    L'uomo è si complesso ma pur sempre il risultato di un mondo che è fisico e se si considerano tutti gli aspetti fisici inerenti la natura dinamica dell'essere umano stesso allora si può identificare una spiegazione scientifica per ogni singolo atto comportamentale che ogni essere umano compie dalla nascita alla morte. 
    A partire dai primi vagiti, fino agli ultimi rantoli.
    Se mi dici che vivo grazie alle reazioni chimiche che avvengono nel mio corpo, identiche a quelle che avvengono in ogni essere vivente (beh, più o meno: in fondo alle fosse oceaniche c'è roba parecchio strana), posso essere d'accordo con te. Ma se mi dici che lo studio delle interazioni sociali (sociologia), può spiegare perché in questo momento io sto scrivendo qui queste parole, invece che essere nelle campagne imolesi a cercare radicchi, non sono affatto d'accordo.
    Ma il motivo che ti ha posto in questo preciso momento storico, nella condizione di entrare in contatto con questa discussione e di passarla al vaglio delle tue capacità di calcolo e del tuo bagaglio mnemonico, non è stato frutto di un processo avulso dalle leggi della fisica. Ogni cosa che avviene è conservata sotto forma di condizioni materiali le quali producono continuamente riadattamenti nel processo dinamico che costituisce la natura del divenire sociale dell'essere e percepire di ogni essere vivente che entra in contatto con ogni condizione materiale stessa. Quando si dice, "noi siamo quello che mangiamo" si commette un errore ma si identifica anche una verità: non siamo solo ciò che mangiamo, perché ciò che ci identifica è frutto dell'intercorrelazione di innumerevoli apporti fisici e non solo quindi del cibo, ma è anche vero che tutto ciò che è ogni singolo essere umano, è il risultato dell'intero corso degli eventi che gli atomi che lo compongono hanno affrontato fin dall'inizio della loro esistenza, fin da oltre 13,7 miliardi di anni fa, fin dal Big Bang.

    La sociologia potrà (forse) dare un'interpretazione di alcuni fenomeni sociali, ma non di tutti. Ad esempio, nelle campagne qui intorno, nell'anno mille, venne creata una partecipanza agraria, che è sopravvissuta identica a se stessa per mille anni: cinquanta km più in là, ogni forma di controllo sociale delle campagne si è estinto dopo alcuni secoli. 


    Tali mutamenti sono scientificamente sondabili analizzando il processo storico in modo scientifico. Nessun mutamento sociale è scientificamente insondabile, perché ogni condizione materiale che lo produce è fisica.
    Inoltre, mi sembra evidente che il fatto stesso che la società umana sia cambiata nel corso degli anni, sia una evidenza che l'individualità non conforme abbia avuto un effetto nello scardinare i paradigmi sociali vigenti, contribuendo ad elaborarne dei nuovi.. 
    Non è l'individualità dell'essere umano che determina lo scardinamento di paradigmi sociali, di consuetudini, usanze, tradizioni, è il processo storico in cui gli uomini esprimono il proprio agire che porta gli stessi ad esser messi in contatto con le condizioni materiali adatte a maturare nuovi concetti, idealizzazioni, azioni, consuetudini. Questo perché non è l'uomo che fa la storia, è la storia che produce se stessa attraverso l'agire degli uomini. Non perché la storia sia un ente dotato di intenzionalità, ma perché l'uomo "cammina sulle spalle dei giganti".
    Non si capisce perché, altrimenti, non si sia tutt'ora allo stadio tribale (o di clan), dal momento che è "l'unico naturale" per l'uomo. 
    Perché le condizioni materiali esistenti nelle zone geografiche in cui avvenne la rivoluzione del neolitico, permisero alle popolazioni ivi esistenti di compiere le connessioni concettuali necessarie ad identificare la capacità dei semi di produrre le piante, degli animali di poter essere domesticati ed utilizzati per compiere lavori fisici, per essere macellati con un minor dispendio energetico e rischio fisico. E' infatti da notare che la civiltà è nata in un numero ridotto di zone geografiche a livello planetario e che è proprio in aree con una concomitanza di fattori favorevoli alle capacità umane di mettere in correlazione le informazioni ambientali di cui sopra. La più antica civiltà stanziale di cui abbiamo testimonianza scritta è quella sumera, che nacque nella mezzaluna fertile attorno al 4000 a.c. Il motivo per cui nacque nella mezzaluna fertile, è che in quell'area geografica coesistevano: varie specie originarie di cereali, un clima di tipo temperato con estati calde e secche ed inverni umidi e miti, specie animali oggi domesticate come l'uro da cui discende l'odierna mucca, lo sciacallo, il lupo, il muflone da cui è stata selezionata l'odierna pecora.
    : le leggi della fisica dicono che si tende sempre al grado più stabile energetico, senza contributi esterni, ergo, se fosse come indicato da te, non avrebbe senso sovraccaricare la struttura sociale oltre la minima "funzionante" (che poi tanto funzionante non è lo stesso, ma vabbé). 
    Non è così semplice la questione. Proprio le forme di vita sono in un equilibrio dinamico che per sua natura non è descritto dal più stabile stato energetico, anzi, una delle definizioni più verosimili (non fosse per i virus per cui si applica solo in modo indiretto perché propriamente, il virus è statico e non ha processi biochimici ad esso interni finché non entra in contatto con le cellule per infettare le quali si è evoluto) è che è vivo ciò che è in grado di mantenere attivamente bassa la propria entropia interna. La struttura sociale è sempre determinata dalle condizioni materiali su e con cui si è formata ed evoluta. Ogni prodotto sociale, sia esso oggetto o meme, è sempre il risultato del riadattamento di altri oggetti e memi. Attraverso le mani, l'intelletto, l'interezza dell'uomo, si produce una serie di evoluzioni aggiuntive a quella biologica: culturale, sociale, tecnologica, ideologica. La società è il frutto del continuo rimescolarsi dei fenomeni inerenti le differenti forme evolutive caratterizzanti la nostra specie.

  • Scientificità del materialismo storico, scienze esatte, metodo scientifico e molto altro.
    Tutti i comportamenti umani sono spiegabili scientificamente perché l'uomo non è un essere soprannaturale, è connesso e permesso dalle leggi fisiche dell'intero universo.
    Ed una legge fisica che determina il corso degli eventi da un dato evento a tutti i successivi, la causalità, è un principio fisico inviolabile, ferreo.

    Tutto ciò che accade, lo fa per una o più cause.
    Attento: io non ho detto che l'uomo è un essere sovrannaturale, o che esula dalle leggi fisiche dell'universo. Ho detto che la
    SOCIOLOGIA non può spiegare ogni cosa che un uomo fa.
    Il perché, mi sembra intuitivo.

    Se mi dici che vivo grazie alle reazioni chimiche che avvengono nel mio corpo, identiche a quelle che avvengono in ogni essere vivente (beh, più o meno: in fondo alle fosse oceaniche c'è roba parecchio strana), posso essere d'accordo con te. Ma se mi dici che lo studio delle interazioni sociali (sociologia), può spiegare perché in questo momento io sto scrivendo qui queste parole, invece che essere nelle campagne imolesi a cercare radicchi, non sono affatto d'accordo.

    La sociologia potrà (forse) dare un'interpretazione di alcuni fenomeni sociali, ma non di tutti. Ad esempio, nelle campagne qui intorno, nell'anno mille, venne creata una partecipanza agraria, che è sopravvissuta identica a se stessa per mille anni: cinquanta km più in là, ogni forma di controllo sociale delle campagne si è estinto dopo alcuni secoli. 

    Inoltre, mi sembra evidente che il fatto stesso che la società umana sia cambiata nel corso degli anni, sia una evidenza che l'individualità non conforme abbia avuto un effetto nello scardinare i paradigmi sociali vigenti, contribuendo ad elaborarne dei nuovi.
    Non si capisce perché, altrimenti, non si sia tutt'ora allo stadio tribale (o di clan), dal momento che è "l'unico naturale" per l'uomo: le leggi della fisica dicono che si tende sempre al grado più stabile energetico, senza contributi esterni, ergo, se fosse come indicato da te, non avrebbe senso sovraccaricare la struttura sociale oltre la minima "funzionante" (che poi tanto funzionante non è lo stesso, ma vabbé). 

  • Scientificità del materialismo storico, scienze esatte, metodo scientifico e molto altro.
    Non credo affatto che i comportamenti umani siano spiegabili completamente dalla sociologia. Per quanto raffinata e profonda possa essere l'analisi, ci sarà sempre una componente umana individuale che uscirà dagli schemi, dalle logiche di autoconservazione o di "normalità", e allora accade l'imprevedibile, il tizio che ruba la zuccheriera senza un perché, solo per il gusto di farlo, perché gli piace il colore del coperchio, o perché il barista si è distratto un momento.
    Alle volte le cose accadono per caso, non per necessità.

    Tutti i comportamenti umani sono spiegabili scientificamente perché l'uomo non è un essere soprannaturale, è connesso e permesso dalle leggi fisiche dell'intero universo.
    Ed una legge fisica che determina il corso degli eventi da un dato evento a tutti i successivi, la causalità, è un principio fisico inviolabile, ferreo.

    Tutto ciò che accade, lo fa per una o più cause.

    Questo è il medesimo motivo per cui non esiste libero arbitrio: qualsiasi decisione operata da un qualsiasi ente, quindi non solo dall'uomo o dagli animali, ma anche da eventuali forme di vita non biologica, è il frutto dell'intero corpo di esperienze cristallizzate all'interno della struttura mnemonica dell'ente che opera la scelta.
    Questo qualifica ogni uomo, come non più di un estremamente complesso processore d'informazione di genesi biologica-evolutiva.

    L'uomo quindi agisce sempre e comunque per cause determinabili scientificamente, anche se apparentemente irrazionali.

  • avere un bel profilo fb con tanti amici fa sentire forti
    Attualmente ho pochi contatti su fb, e questo perché nel corso degli anni ho eliminato le amicizie prive di interazione.
    Quindi non elimino perché un contatto non clicca 'mi piace'. Non sono una collezionista di like.
    Quando pubblico un mio pensiero o una foto, lo faccio per me stessa. Che sia condiviso o accattivante, non mi interessa.
    Ho eliminato chi ha dimostrato con le proprie pubblicazioni di avere interessi inconciliabili con la mia visione della vita.
    Esempio uomini che cliccano like sui fondoschiena di ventenni.
    O chi condivideva le odiose foto mielose.
    Quindi, se com'è stato detto si aggiunge indiscriminatamente e si mantiene chiunque è facile raggiungere quote di contatti alti.
    Poi avere molti contatti mi fa sentire forte?
    No.
    Perché sono consapevole che le amicizis su fb, non sono amicizie.
    Avere amici reali (anche 1) che frequento, potrebbe farmi sentire più sicura.
    Ma avere tanti contatti fb, sarebbe solo l'indice di quanto valuto superficialmente la parola amicizia.
    Poi rifletto anche sulle amicizie dei personaggi pubblici su fb possiamo definirle amicizie?
    È una vetrina, si mostra quello.che si vuole teasmettere si sé. Ritengo questo importante.
    Se osservi un profilo con 1000 like, e foto di una persona sorridente, foto di paesaggi e frasi smielose, bisogna ricordarsi che è un'immagine, e la realtà interiore di quella persona potrebbe essere triste e vuota. A volte ci si mostra felici per autoconvincersi di esserlo.
    Teniamo a mente che sono immagini, non la realta vera e concreta.
  • In amore sono confuso.
    Io frequento un corso di ballo è ho conosciuto due ragazze la prima che ho conosciuto mi sono preso una cotta che ho ancora adesso, ma la cosa non è reciproca (lei mi vuole solo come amico è la differenza di età e notevole).
    Poi ho conosciuto un altra ragazza sarà più o meno mia coetanea pensando come alternativa all'altra ragazza, ma poi nel corso di ballo è entrato pure il ragazzo è ciò mi ha fatto stare un po male.

    Aiutatemi sono confuso.
  • nuovo lavoro e nuovi problemi aspie
    Io per mia esperienza consiglio di evitare di instaurare rapporti con i colleghi di lavoro, se non quelli richiesti dal lavoro stesso (confrontarsi su mansioni e problemi aziendali).
    La maggior parte della gente si comporta male. È furba ed in branco è subdola. Ti dirò che io ho sempre voluto bene a tutti, ho sempre cercato di compatire tutti quando facevano qualcosa di sbagliato contro di me (es pensavo ''povero non se ne rende conto, proprio per questo continuerò a supportarlo'') ed ho corso per il bene comune.
    Ad un certo punto ti accorgi che quando fanno i furbi e ti scaricano il loro lavoro sanno benissimo ciò che fanno e non se ne pentono. E tagli i ponti, deluso da elementi del genere, incapaci di provare empatia e capaci delle più impensabili cattiverie. Cattiverie rivolte nei confronti di una bravissima persona. Facessero i furbi con quelli che si meritano il peggio dalla vita.
    Lascia perdere i colleghi. Qualche mosca bianca ci sarà. Ma non vorrai mica prenderti 100 delusioni prima di trovare il collega con le carte in regola.
    Scegli un ristretto gruppo di persone che conosci da una vita e che non sarebbero capaci di approfittarsene di te. Scegli fuori da lavoro. Prima o poi ti deluderanno. Cerca di stargli vicino. Perché sai che in fondo sono persone pure, vere, e purtroppo tutti possiamo sbagliare di tanto in tanto (anche tu con loro). Perdonale.
    Ma i colleghi....lascia perdere! Lavora per il tuo tornaconto. Comportati bene ma tieni le distanze. Se ti parlano rispondi il tanto giusto. Se propongono uscite fuori dal lavoro, tu ''vorresti tanto partecipare ma sei pieno di impegni''.
    È un mondo fatto così. La scottatura è sempre dietro l'angolo! Il gioco non vale la candela.
  • Ricerca: Ricordi meglio i dettagli o le informazioni globali? Partecipa e vinci 100 euro!
    Nella visione globale sono stata aiutata tantissimo dalle after image
    Ho avvertito un apprendimento netto nel corso della prova, soprattutto al livello del locale

    risultati globale locale
    In generale dipende da quale strategia usavo. Passa troppo poco tempo (per me) per poter percepire le figure, quindi inizialmente tenevo da conto il contorno (globale) lasciato dalle figure sullo sfondo nero. Facevo molti errori quindi ho preso a prestare attenzione alla "pienezza" di bianco che avvertivo all'interno delle figure. Quindi distinguere i quadratini dai triangoli è stato facile perché contengono molto più bianco che nero. Distinguere i triangoli dai triangoli capovolti è venuto da sé una volta che ho prestato attenzione alla differente pienezza di bianco. 
    Questo esperimento è connesso al precedente di Turing?
  • mi ripresento, poi giuro basta:)

    Premetto
    che fino ad ora non avendo nessuna conferma di esperti (ma solo la
    netta personalissima consapevolezza riguardo alla mia diversità) non
    mi sono mai sentita in diritto di dovermi eprimere tranne che nella
    mia presentazione. Ciò che mi spinge ad andare avanti sono (oltre a
    tutte le informazioni che date sul sito),l'intervista a Anthony
    Attwood sulle donne asperger e l'articolo-libro di Andrea Albanese
    "Il muro di cristallo – L'Asperger spiegata ai neurotipci".
    E' stato come essere davanti ad uno specchio, tutto rifletteva in
    modo assolutamente naturale...

    Questa
    che segue è una lista di appunti sconclusionata sui modi che
    contraddistinguono in mio rapporto con il mondo fuori da me, l'ho
    fatta di getto, rappresentano me che vede me. Nel puzzle mancano due
    o tremila pezzi, però ho la sensazione che chi lo capisce può
    completare benissimo il puzzle da solo.

    Dopo
    averci pensato bene, la mia necessità di non appartenere a nulla
    tranne che al corso naturale degli eventi serve solo a me, ma avendo
    dei figli sento di dover prima o poi rendere conto a loro per
    correttezza dato che crescendo si faranno delle domande e perchè no
    in qualcosa mi somiglieranno.

    Quando
    ho eseguito i test la prima volta mi sono accorta di mentire,
    minimizzavo come ho sempre fatto, allora li ho ripetuti più volte
    cercando di essere più obiettiva possibile e pur variando di un pò
    i risultati confermavano e restituivano la stessa realtà...se prima
    non desideravo approfondire più di tanto ora diventa una necessità
    in cui vive la paura di non avere conferma del mio sospetto.

    Mi
    chiedo se queste affermazioni tutte insieme gettate qui a caso
    possano avere un nome un giorno per lo psicologo di turno a cui
    vorrei rivolgermi o se è meglio desistere dall'avere una diagnosi in
    così tarda età (45) data la mia fortuna ad essermi ben mimetizzata
    in superficie in questo mondo finchè riesco a stare sul filo del
    rasoio.



    -fino
    ai 10 anni ho avuto il mio migliore amico, il mio vicino con cui non
    ricordo litigi, non mi annoiavo mai, inventavamo sempre, era tutto
    perfetto quando stavo in cortile, a giocare, a leggere a disegnare,,
    a scuola ero diligente ma nascondevo spesso una rabbia che provavo, a
    volte esplodeva ma tipo un'implosione....nessuno se n'è mai accorto.

    -costruivo
    labirinti con le satole da scarpe e palline, avevo mille progetti in
    testa (c'entra?)


    -
    tanta ingenuità, "come mai fanno così?"

    -
    senso di giustizia di un bambino di 10 anni (scoperto a 17 anni
    quando studiavo in un libro di pedagogia)

    -
    non riuscire a dire "i miei figli" ma "i miei bambini"
    (ora ci riesco ma non con i miei parenti)

    -
    bianco o nero, giusto o sbagliato, inflessibilità logica

    -
    i modi di dire non li prendo letteralmente, molte volte mi
    infastidiscono perchè detti senza logica, in situazioni in
    cui il messaggio non è attinente con la realtà....ok li prendo
    letteralmente ma in maniera molto sottile, me lo scrivo perchè
    non lo ricorderei

    • impossibilità
      a prendere una decisione che va contro la mia etica anche se va a
      discapito dela mia salute

    • disagio
      forte nella partecipazione a feste e compleanni

    • perchè
      succede? Perchè?

    • sempre
      detto che sono incapace di rilassarmi, mai sopportato i massaggi

    • espressione
      seria anche senza esserlo

    • insofferenza
      nella mancanza di logica nelle affermazioni

    • accumulo
      di oggetti, difficoltà a disfarsene trovando scuse del tipo "mi
      servirà prima o poi"

    • dimostrare
      che tutte le donne come tutti i mammiferi danno il loro latte


    • sentimi
      di dover fare un lavoro ripetitivo come un robot poichè incapace di
      seguire tante cose contemporaneamente

    • confusa
      dalle troppe cose a cui pensare mi tuffo nell'unica cosa che mi
      soddisfa (foto-grafica)

    • collezionare
      tutto o quasi, informarmi su particolari aspetti di una disciplina
      (ad esempio nella botanica solo piante grasse ma nemmeno tutte)

    • la
      fotografia mi assorbe totalmente...

    • bisogno
      di puntualizzare ciò che dicono gli altri secondo la mia logica
      ristretta (a volte mi scappa)

    • da
      bambina, leggere sempre lo stesso fumetto, (imparo a memoria le
      citazioni) osservazione della natura nei sui aspetti più piccoli,
      affascinata dalle formiche e api, libri su dinosauri, archeologia,
      minerali (non c'era molta letteratura al riguardo negli anni 70)

    • citazioni
      continue di frasi di film, attenzione particolare alla voce dei
      doppiatori

    • sempre
      arrivata alla conclusione "ogni cosa è se stessa e il suo
      contrario"

    • cercare
      sempre di arrivare all'inizio, alla base per semplificare e trovare
      la soluzione più coerente, per me più giusta

    • chiusura
      totale mentre gli altri discutono insieme, alla fine non ci capisco
      mai niente, specialmente in ambito lavorativo, mi pare che le cose
      vengano dette senza un ordine e soprattutto tutti hanno subito
      l'idea di ciò di cui viene discusso...io ci devo pensare, pesare
      tutto per poter affermare con logica la mia opinione

    • sempre
      affermato" dentro di me c'è una lotta, c'è un vulcano"
      intesi come repressione di chi sono veramente o cosa voglio dire
      davvero

    • da
      sempre mi hanno spesso chiesto "cosa hai fatto? Per via della
      mia espressione probabilmente corrucciata ma in completo disaccordo
      con le mie emozioni

    • studio
      continuo del comportamento altrui, con mio estraniamento dal
      contesto per me meno importante...cioè se capisco la regola alla
      base po sso ricondurvi tutto lo scibile...:)

    • essere
      felice di avere una bambina socievolissima, ho pensato spesso che lo
      possa essere anche per me, perciò la porto in situazioni per me
      stressanti (qualche esempio:feste compleanni cene) per non sentirmi
      inadeguata come mamma

    • se
      nessuno mi vede giro in tondo (tondi larghi così sembra che vada un
      pò dritto)

    • necessità
      di ricoprire le pareti di immagini secondo uno schema solo mio

    • tendo
      a riascoltare mille volte lo tesso brano o musica cmq ripetitiva che
      mi da sensazioni fisiche piacevoli

    • conto
      per due e per tre le lettere dei cartelli per farne parti uguali

    • non
      conosco i miei parenti abbastanza prossimi

    • fissavo
      le persone, ora ci sto attenta ma fatico a segure i tempi per
      abbassare lo sguardo

    • procrastino
      in maniera inaccettabile le cose di casa, bollette, chiamare
      l'idraulico ecc...ciò rende la mia casa non adeguata e tutto
      diventa un circolo vizioso

    • immaginazione
      a mille

    • incapacità
      di rivolgermi ai medici, (anche con questo sospetto di essere un pò
      autistica) solo se obbligata dagli screening con data precisa

    • unione
      con una persona con diagnosi psichiatrica scoperta solo recentemente
      (e da quello che ho capito anche un pò autistica secondo me),
      impossibilità a lasciarla per non vederla cadere...

    • guardare
      la mia vita a picco come se fosse un esperimento, per vedere fin
      dove arrivo, senza riuscire a salvarmi, sapendo come fare senza
      muovere un dito...

    • sempre
      fatto lavori con turni anche molto faticosi (assistente di base in
      una casa-famiglia, tecnico di retropalco in teatro) per assaporare i
      momenti di solitudine quando tutti si dovevano vedere sabato o
      domenica, necessità di dover sempre lavorare

    • da
      ragazza, sofferenza ad uscire per forza per andare a divertirsi, il
      mio divertimento era altro (ma come dire che non vuoi andare alla
      festa dell'ultimo dell'anno perchè stai male nella bolgia?)

    • da
      adolescente mi sono fatta manipolare spesso da una "amica"
      per la quale avrei dato la camicia, mi è stato detto (da mia
      sorella) ma mi sono ribellata solo dopo molti anni per poi avere una
      relazione simile di nuovo

    • fedeltà
      per pura coerenza (nel mio caso immotivata:)

    • mancanza
      di romanticismo ma bisogno di romanticismo...non so come dire

    • necessità
      di rifugio nell'immaginazione (specialmente da ragazzina)

    • androginia
      (sofferenza da ragazza a causa del modello imperante, accettazione
      ora)

    • relazioni
      immaginarie (dove io non sono nemmeno io...)

    • detesto
      le festività, i compleanni a cui sono invitati i miei figli sono
      fonte di sofferenza, vado per non deluderli e fingo. Non ho quasi
      mai niente da dire agli altri genitori a meno che non si facciano
      avanti loro, non li vedo interessanti quasi mai.

    • mi
      sono accorta che spesso dico e mi dico:“ non devo dire niente
      perchè potrei creare un danno” poi spesso non so trattenermi dal
      dire ciò che penso, però ho imparato molto a usare le parole
      giuste, per non offendere specialmente durante i colloqui con i
      genitori dei miei alunni; non mi sono accorta di aver offeso, se è
      successo non mi è stato riferito.

    • cerco
      di non dire ciò che penso sul serio per evitare di distruggere la
      persona

    • ho
      bisogno di mettermi solo jeans e non cambio quasi mai la mia maniera
      di vestirmi per rimanere uguale, come cercare una coerenza sul mio
      essere

      non
      so nemmeno dire ti amo, il significato è troppo forte da applicare
      ad una persona che poi cambia idea prima o poi. Per quel che mi
      riguarda lo posso dire solo ai miei figli...in base a questo mi
      accorgo chi ho scelto per essere coerente e non sentirmi frustrata

    • ho
      imparato a dire "ti voglio bene" ai miei bambini, so che
      ne hanno bisogno...ciò che per me è sottointeso non lo deve essere
      per i piccoli, in questo credo di essere capace...


    chiedo
    scusa per l'ingombranza, è che se ci penso ancora non posto più
    niente e torno in ombra. Vi ringrazio tanto per aver sopportato:) ho bisogno di un aiuto...


  • Nulla esiste finché non ha un nome
    @Ullastro

    La questione dell'approccio congiunto mi provoca dolore, perché provo ad accennarne la possibilità da molto tempo alle persone che ho accanto senza successo.
    Mi è capitato di dovermi zittire con alcuni amici "matematici" (=orientati verso il mondo fisico e osservabile scientificamente piuttosto che verso la conoscenza "impalpabile" e metafisica) che insistevano che la filosofia fosse uno spreco di tempo perché non documentabile, mentre avrei voluto dire loro che - ad esempio - furono proprio le intuizioni di Talete circa l'acqua come principio primo della Terra a porre le basi della biologia (senza affermare che la ricerca scientifica si sia mossa dalle parole di un filosofo: semplicemente una cosa che oggi la scienza afferma è stata osservata da un filosofo, per primo). Ed è una cosa che ho letto su un libro di filosofia al liceo, non l'ho sentita ad un corso random all'Università di Scienza delle Merendine.

    Io sono stata e sono tuttora molto affascinata dalla semiotica e dalla semantica e i legami che esistono fra significante, significato e referente non possono che interessarmi in quanto ho scelto di lavorare in arte. Esiste una cosa reale, esiste l'idea che ne abbiamo ed esiste il nome che gli diamo; quando pensiamo a un cane abbiamo il cane come essere vivente, il cane come idea e il cane come parola che pronunciamo.
    C'è bisogno che il cane esista nel mondo fisico (referente) perché la parola (significante) indichi qualcosa di vero (significato)?
    Ossia: solo ciò che esiste nel mondo fisico ha significato?
    Se il cane non avesse nome, come non hanno nome i mostri (mostro difatti è una parola spaventosa, ma più la si impara a conoscere più i mostri diventano nostri amici; più conviviamo meglio coi nostri mostri e più carezziamo l'idea che possano essere simpatici come in un cartone animato), non sarebbe semplicemente qualcosa che ci farebbe una paura becca, irrazionalmente, senza motivo?
    Se il cane non esiste e non abbiamo idea che non esista, la parola che lo indica e che emerge dal buio dell'oblio ha senso di esistere sola?

    Io penso che i significanti che nascono orfani di significato e referente siano occasioni di significazione.
    Sarà che faccio l'artistoide, ma se è vero che nasciamo per dare senso alla nostra vita (ossia che questo facciamo per tutta l'esistenza) si può anche dar senso a parole nuove, a segni nuovi, a forme di comunicazione inesplorate.
    Il progresso arriva anche da questi tentativi.

    @rondinella61 non so quanto i miei interventi qui sono coerenti, senza dubbio la discussione mi interessa; per rendere il mio post più coerente, tuttavia, posso provare a risponderti.
    Se in questo caso specifico abbiamo un referente senza significante, abbiamo un problema di significato. Ossia, per l'appunto, esiste una cosa che non riusciamo a conoscere o a capire; ne facciamo esperienza ma non sappiamo come si chiama, non l'abbiamo mai vista prima, ne abbiamo paura. Sono le emozioni senza nome che ci mandano in meltdown e in shutdown.
    In una puntata di House una paziente psicopatica, priva della capacità di provare emozioni, la prima volta che ne provava una si ritrovava a rivelare a suo marito che era disgustata da lui, rinunciando di fatto alla possibilità di ricavarne del denaro. Alla domanda "cosa provi?" rispondeva "non lo so. Ma fa male."
    Essere alessitimici è come non sapere mai troppo bene cosa rispondere a quella domanda; ma la cosa reale, sappiamo che esiste. Perché fa male.

    Dicevo che le parole vuote possono essere contenitori di significato, occasioni di dare un senso. Lo dico perché dal mio punto di vista il dolore può essere un esubero, di significato: è significato che chiede di essere chiamato per nome. E' un cane che ti viene incontro per essere accarezzato, ma tu non sai cosa sia un cane (non sai nemmeno che si chiama così) e ti spaventa.
    La stanchezza è il modo che il tuo corpo ha di dirti che devi riposarti; è un'occasione per coccolarti, per fare qualcosa di rilassante che ti farà sentire grato di essere vivo per avere modo di fermarti, tirare il fiato e godere del piacere che trasmette la sensazione che tutto sta andando bene.
    La paura è il modo che la tua mente ha di dirti che quella roba lì, che ti mette in difficoltà, FORSE non la conosci ancora.
    (i casi sono estremamente vari e troppo diversi per dire che sia solo e sempre così, chiaramente; lo dico per amor di precisione.)

    Ora; @Ullastro parlava di approccio congiunto, @rondinella61 di alessitimia. Forse, un modo di realizzare quell'approccio è proprio questo: chiamare le persone a raccolta, unire gli sforzi di chi ha tante cose da dire e di che ne a troppo poche.
    Riprendere le testimonianze di chi non ha parole e offrirle a chi ne vuole raccontare.
    La narrativa importante, "le storie che significavano qualcosa" reinterpretano pattern eterni, rinnovano significati e referenti che ci sono da sempre (la paura non è nata ieri), ma lo fanno con parole nuove.






    Chiedo scusa se tutto quello che ho scritto sembrerà fuor di luogo.
    Spero di non aver deviato troppo.
Dona il 5x1000 a Spazio Asperger ONLUS. Codice Fiscale: 97690370586