< Torna alla pagina degli articoli

Hans il cavallo intelligente e la Comunicazione Facilitata

Come e perché NON funziona la comunicazione facilitata nell´autismo.


di David Vagni

La storia inizia nel 1800 con un cavallo "intelligente" chiamato Hans e purtroppo continua ai giorni nostri con molti bambini autistici e terapie smentite dalla comunità scientifica.




La storia di Hans, cavallo intelligente


A Berlino sono gli ultimi anni del 1800 ed il barone Wilhelm Von Osten, insegnante di matematica, decide di dedicare più tempo alla sua grande passione: gli studi sull´intelligenza degli animali. Inizia cercando di insegnare a contare ad un gatto, ad un orso e ad un cavallo. Il gatto appare annoiato, l´orso poi mostra anche una certa ostilità… Ma Hans no, lui è diverso dagli altri scolari1.


Hans l´intelligente (in tedesco der kluge Hans) era un cavallo di razza Orlov che si riteneva fosse in grado di eseguire operazioni aritmetiche e altre attività logico-intellettive. Secondo Osten, suo proprietario, era in grado di sommare, sottrarre, moltiplicare, dividere, lavorare con le frazioni, scandire il tempo, seguire il calendario, differenziare i toni musicali e leggere e capire il tedesco.


Alle domande Hans rispondeva indicando o battendo con il proprio zoccolo.2 Von Osten scrive 1 sulla lavagna ed Hans batte un colpo con lo zoccolo, sulla lavagna compare il 2? Ed Hans batte tre colpi con lo zoccolo. E così via. In poco tempo il cavallo è in grado di riconosce i numeri fino a 10.


Incoraggiato dal successo Von Osten passa ad insegnare al cavallo altri compiti. Somme e sottrazioni, che il maestro scrive sulla lavagna e che Hans risolve, battendo con lo zoccolo la risposta corretta. Gli studi progrediscono ed Hans apprende il significato di alcuni simboli, le operazioni si fanno più complesse fino a risolvere problemi matematici con radici quadrate e operazioni con le frazioni.


Von Osten non ha dubbi: Hans è la prova che gli animali possiedono un´intelligenza e che gli umani non se ne erano accorti. Siamo nel 1891 e la fama di Hans, soprannominato The Clever (l´intelligente) si diffonde rapidamente nel paese.


Von Osten fece spettacoli in tutta la Germania e la fama dell´abilità del suo cavallo raggiunse anche gli Stati Uniti d´America.


“Se il primo giorno del mese è mercoledì” chiede Von Osten ad Hans, che nel frattempo ha imparato a rispondere a domande verbali, “qual è la data del lunedì successivo?” E sei battute dello zoccolo sul terreno seguono subito dopo, accompagnate dalla meraviglia degli spettatori. “Qual è la radice quadrata di sedici?” Quattro battute di zoccolo. Von Osten spiega ai sempre più attoniti spettatori che Hans è anche in grado di fare lo spelling utilizzando una battuta per la A, due battute per la B, tre per la C e così via... Può perfino dire… ehm… battere l´ora con lo zoccolo.


Pur con qualche errore la percentuale di risposte giuste di Hans è vicina al 90%, una rapida stima porta gli studiosi dell´epoca ad affermare che la sua intelligenza è pari a quella di un ragazzo di 14 anni.


Gli scettici però sono molti. Il Ministero dell´Educazione tedesco vuol vederci chiaro e chiede un indagine sulle capacità intellettive di Hans. Von Osten accetta, era un uomo di scienza e sapeva che nel comportamento di Hans non c´erano trucchi. Il Ministero forma così una commissione, la Hans Commission, con due zoologi, uno psicologo ed un famoso addestratore di cavalli. Nel 1904, dopo molti test la commissione conclude che non ci sono trucchi, il talento e l´intelligenza del cavallo sono reali.


A causa del grande interesse suscitato dalle performance del cavallo, fu nominata una commissione d´indagine sulle presunte doti intellettive dell´animale.
Lo psicologo Carl Stumpf formò, infatti, un gruppo di 13 persone, noto come "Commissione Hans". Questa commissione era composta da un veterinario, un gestore di circo, un ufficiale di cavalleria, un certo numero di insegnanti di scuola e dal direttore del giardino zoologico di Berlino. Nel settembre del 1904 la commissione concluse che l´esperimento condotto da von Hosten con Hans era esente da trucchi. Nel 1907 Oskar Pfungst sottopose il cavallo a una serie di prove, effettuando vari test con le seguenti varianti:4


Come era da aspettarsi Hans risponde molto bene alle domande poste da Von Osten e le sue risposte sono precise anche quando a porle è un altra persona. Ma quando Pfungst chiede a chi pone le domande di allontanarsi dal cavallo (prima situazione investigata) la correttezza delle risposte del cavallo diminuisce sensibilmente, anche se sul momento nessuno sa il perché.


Ci sono ancora due situazioni che il programma di Pfungst prevede, e che si rivelano fondamentali. La prima prevede che, chi pone le domande, non conosca le risposte e qui le risposte giuste di Hans diventano quasi zero, la stessa cosa accade quando la persona che pone le domande è nascosta alla sua vista. Sembra proprio che l´intelligenza di Hans dipenda dalla possibilità di poter vedere la persona che conosce le risposte.


Hans mentre risponde alle domande:
isolamento del cavallo e dell´addestratore dagli spettatori, in modo che nessuno spunto potesse derivare dalla presenza del pubblico;
domande poste da persona diversa dal padrone del cavallo;
utilizzo di paraocchi, che consentivano o meno di vedere la persona che rivolgeva le domande;
utilizzo, per porre le domande, di persone che non conoscevano le risposte.


Alla fine delle prove registrò i seguenti fatti:
il cavallo rispondeva correttamente, qualunque fosse la persona che poneva le domande;
non rispondeva esattamente:
quando la persona era fuori del suo campo visivo;
quando la persona ignorava la risposta alla domanda.


Pfungst constatò, pertanto, che il cavallo reagiva agli stimoli visivi del linguaggio corporeo di von Hosten, riuscendo a cogliere le involontarie modifiche posturali ed espressive che intervenivano nel corso degli esperimenti.5


Dopol´indagine formale del 1907, lo psicologo Oskar Pfungst dimostrò che il cavallo non era in realtà capace di operazioni mentali, ma osservava la reazione degli interlocutori. Pfungst scoprì che il cavallo rispondeva direttamente ai segnali involontari del linguaggio del corpo dell´addestratore, riuscendo a risolvere i problemi che gli venivano sottoposti1.



Tale indagine, condotta in particolare sulle reazioni del cavallo alle modifiche comportamentali inconsce dell´interlocutore, ebbe una notevole importanza nello studio dell´effetto aspettativa e dell´intelligenza animale3.


La comunicazione facilitata


In determinate condizioni, le persone perdono il senso della paternità delle proprie azioni e le attribuiscono ad agenti esterni. Questo è stato il caso nel 1904, quando Wilhelm von Osten espose Hans "l´intelligente".


La proiezione della propria abilità su un altro agente non è solo un problema relativo agli addestratori di cavalli ma può essere alla base di una serie di fenomeni sociali.


Questa possibilità è stata illustrata attraverso la storia rimarchevole della comunicazione facilitata (FC), una tecnica popolare ma screditata in cui i clienti con problemi di comunicazione sono aiutati a scrivere su tastiere dai facilitatori che abbracciano le mani dei clienti mentre scrivono6. Anche se di solito facilitatori affermano di non indirizzare i messaggi, la loro influenza è stata dimostrata in molti studi7.


La comunicazione facilitata è stata ideata come una tecnica terapeutica da Rosemary Crossley, nella speranza di comunicare con le persone con autismo, paralisi cerebrale, ed altri disturbi che ostacolano la comunicazione.


L´idea era che un facilitatore esperto si sedesse con la persona non comunicativa e tenesse la sua mano su una tastiera. Questo meccanismo era stato pensato per sostenere il processo comunicativo e motorio dell´assistito, ma non per guidare ed influenzare le risposte. Con tale agevolazione, si è trovato spesso che individui che non avevano mai detto una parola nel corso della loro vita erano apparentemente in grado di comunicare digitando frasi significative e anche lunghe relazioni8. La luminosa speranza per la Comunicazione Facilitata è stata presto oscurata da ricerche che hanno dimostrato come molte risposte facilitate nascano dai facilitatori stessi9, 10. Uno studio ha provato a consegnare domande distinte attraverso delle cuffie a facilitatori e clienti, e le risposte conseguenti corrispondevano alle domande date ai facilitatori, non a quelle dei clienti11. Si è scoperto che la FC non poteva produrre affermazioni relative a fatti ignoti al facilitatore ma conosciuti al cliente12, 13. Quando ai clienti sono stati dati messaggi o mostrati oggetti con i loro facilitatori assenti, non erano in grado di riprodurre gli stessi elementi quando poi i facilitatori FC erano presenti.14, 15, 15, 16, 17, 18.


Il peso schiacciante di ricerca indica che FC è costituito in gran parte della comunicazione del facilitatore19 come evidenziato da Diane Twachtman-cullen nel suo libro "A Passion To Believe: Autism And The Facilitated Communication Phenomenon".


Il libro parla della cultura e del fenomeno sociale della Comunicazione Facilità, in cui l´unanimità di pensiero e di filosofia ha creato una classe di credenti la cui "sacra" missione è non solo di promuovere la causa della comunicazione facilitata, ma anche screditare l´opposizione. E´ anche per gli effetti di vasta portata che si verificano quando una pratica comune si dissocia dal senso comune e, quando l´etica e la responsabilità viene messa da parte per una "passione in cui credere".


I fautori sostengono la libertà di cura per permettere anche a clienti con problemi comunicativi profondi, solitamente autistici non verbali, di comunicare in modo efficace, per la prima volta, con le loro famiglie e gli operatori sanitari. Resistendo a tutte le prove contrarie sulla base di quella che può essere definita più come una fede che come una scienza, è stata più volte oggetto di cause legali in quanto usata in tribunale per avallare affermazioni di abusi da parte di operatori sanitari e genitori, nati in realtà dalla mente del facilitatore. Nella sua indagine, Twachtman-Cullen gioca secondo le regole della comunità FC, impiegando meticolosamente metodi qualitativi, anziché, i metodi di ricerca quantitativi tipici della ricerca, per lo studio facilitatori e dei loro clienti sul lavoro.


Attraverso la sua osservazione, e l´utilizzo di casi di studio reali e trascrizioni di sedute di comunicazione facilitata, conferma quanto la scienza aveva già dimostrato più volte: i risultati ottenuti con la comunicazione facilitata sono una farsa inumana.


Nei suoi ritratti dettagliati, mostra scenari strazianti in cui emergono facilitatori ferventi e clienti frustrati. Inoltre, dimostra il danno che può infliggere la CF in cui l´influenza inconscia del facilitatore distorce le intenzioni del cliente, crea false speranze nelle famiglie, e porta a false accuse di abusi e di abbandono.


Perché i facilitatori credono nella Comunicazione Facilitata?


Al di là del disagio che questi risultati portano per le famiglie dei clienti, rimane una questione scientifica fondamentale: perché una persona che funge da facilitatore potrebbe non riconoscere il proprio contributo attivo? Sembra strano che qualcuno in grado di eseguire un´azione complessa, lunga e molto intelligente possa scambiarla per l´azione di qualcun altro. La forte impressione che il cliente sia la fonte di comunicazione, tuttavia, è riportato da centinaia di persone che hanno prestato servizio come facilitatori, e sembra improbabile che una popolazione di così grandi dimensioni possa mentire volutamente. Come si verifica tale proiezione?


Le spiegazioni offerte nella letteratura fanno notare la somiglianza della Comunicazione Facilitata con i fenomeni noti come automatismi motori20. Gli automatismi sono azioni che non vengono vissute come coscienti. Questi si verificano attraverso coazione, come la scrittura cooperativa automatica (quella dei medium), o la lettura di stimoli non-verbali (come nei numeri di "telepatia") e spesso non vengono percepiti come intenzionali dagli esecutori, e sembrano accadere senza una guida consapevole, tanto che essi sono a volte attribuiti a spiriti o altri agenti. Nella CF, le azioni prodotte senza un sentimento di coscienza da parte del facilitatore sono attribuite al clienti. Come i processi che creano automatismi 21, i processi sottostanti la Comunicazione Facilitata possono essere separati in due fasi: la produzione dell´azione e l´attribuzione dell´azione.


Come von Osten, i facilitatori della Comunicazione Facilitata influenzano le risposte dei loro clienti, mentre le attribuiscono ai clienti stessi. Una ricerca condotta da Wegner e collaboratori esplora questa confusione di paternità7.


Cinque esperimenti condotti da Wegner hanno esaminato in che modo le persone che stanno rispondendo a domande per conto di altri possano utilizzare le loro conoscenze per rispondere correttamente, ma attribuirne li paternità a terzi. I primi due esperimenti hanno rilevato che i partecipanti incaricati di rispondere a domande si/no a caso, hanno risposto in modo corretto più spesso di quanto aspettato quando il facilitatore conosceva la risposta giusta. Erano corrette più spesso domande facile rispetto a quelle difficili, un tempo maggiore o l´uso di rinforzi non hanno modificato il risultato. Gli altri tre esperimenti hanno trovato una correttezza simile nelle risposte quando è stato chiesto al facilitatore di prestare attenzione ai micro-movimenti delle mani, occhi o qualche espressione afona del cliente che non conosceva le risposte e che in realtà era un "complice" dello sperimentatore. In questo paradigma, le risposte sono state spesso attribuite agli altri.


I facilitatori possono essere influenzati da questa forma di intelligenza priva di controllo cosciente. Il facilitatore tipico ha senza dubbio in mano le informazioni sulle attività del cliente e le circostanze di vita, ed è anche probabile che abbia delle aspettative rispetto a ciò che il cliente vuole, o quello che potrebbe suscitare l´interesse del cliente o le sue emozioni. Tale conoscenza potrebbe innesca l´influenza delle azioni che facilitatore e cliente fanno insieme alla tastiera. Il facilitatore è quindi intrinsecamente imbeccato dalla propria conoscenza del cliente.


La proiezione dell´azione può accadere nella CF perché facilitatori non percepiscono i propri pensieri come cause esclusive delle azioni comunicative. Il semplice fatto che i propri movimenti della mano coincidano con i movimenti di un altro possibile agente dell´azione è sufficiente per ottenere una riduzione del senso di volontà cosciente e una deduzione di accompagnamento e non di causa del movimento del cliente. Una volta che le azioni comunicative sono state prodotte, in altre parole, la questione di chi le ha fatte è determinato dalle convinzioni del facilitatore circa chi le avrebbe potute fare. Nella misura in cui il cliente è ritenuto un agente plausibile delle azioni, la paternità del facilitatore viene sottovaluta, l´azione proiettata verso l´altro, anche in presenza di pensieri coscienti che sono coerenti con le azioni svolte.


Negli esperimenti di Wegner si è visto che rimaneva sia la produzione che la proiezione anche quando i facilitatori cercavano coscientemente di contrastare il meccanismo, ad esempio dando al facilitatore informazioni sbagliate sul cliente (senza che lui lo sapesse) e poi chiedendogli di cercare di contrastare qualsiasi influenza, le risposte rimanevano comunque quelle scorrette (conosciute dal facilitatore) invece di essere quelle vere possedute dal cliente.


Quando la Comunicazione Facilitata funziona (male)


Ci sono incredibili differenze individuali all´interno dello Spettro Autistico. Alcuni ragazzi non hanno le capacità intellettive per produrre periodi complessi, altri realmente hanno difficoltà di comunicazione verbale ma sono in grado di comunicare con altri mezzi. La scrittura può essere uno di questi ed infatti a seconda del singolo caso può essere insegnata come mezzo di comunicazione. Insegnare a comunicare con la scrittura non significa usare la comunicazione facilitata. Il problema della CF è il fatto che il facilitatore rimane sempre e comunque necessario. Anche in quei pochi casi in cui la volontà del ragazzo riesce a filtrare attraverso il facilitatore rimane comunque sia l´incertezza su quanto e quando questo sia vero (ricordiamo gli esperimenti di Wegner sopra descritti) ma soprattutto rimane la dipendenza dal prompt come evidenziato da Bebko e collaboratori22, che evidenziano inoltre come possa avvenire in alcuni ragazzi un processo di "regressione" in cui con l´introduzione della CF si è presentata una riduzione della comunicazione spontanea con un aumento di passività. Tornando alla dipendenza dal prompt, si definisce prompt uno stimolo, un indizio o un aiuto atto a facilitare la risposta desiderata in un individuo. I prompt vengono usati anche in molte scuole comportamentali e possono in realtà incrementare la frequenza della risposta, anche i prompt tattili23.


Ma nelle tecniche comportamentali i prompt (quando si decida di usarli) vengono comunque sfumati nel tempo. Il processo non è sempre semplice, ma è necessario per ottenere una vera autonomia24. Se i prompt non vengono sfumati velocemente, si ottiene la dipendenza dal prompt: un comportamento che potrebbe essere emesso autonomamente (come scrivere una frase), viene emesso solo in presenza del prompt (la guida del facilitatore).


Quindi anche quando "funziona", in realtà la CF non sta funzionando, perché sta obbligando il ragazzo ad essere dipendente per sempre da un´assistenza esterna.


Una questione etica


Abbiamo spiegato come funziona la comunicazione facilitata ed abbiamo spiegato come spesso i facilitatori possano anche essere in buona fede.
Però facilitatori, medici, psicologi, familiari devono sapere che la comunicazione facilitata non funziona.


Non è solo un problema di danaro sprecato e tempo perso, ma un problema etico.
Il tempo sottratto e l´illusione provocata dalla comunicazione facilitata tolgono alle famiglie e ai bambini autistici la possibilità di accedere a forme di Comunicazione Alternativa e Aumentativa validate scientificamente25 come la PECS, il linguaggio dei segni o anche la stessa comunicazione scritta (senza facilitatore), così come ad interventi comportamentali e terapie del linguaggio che possono permettere il miglioramento della produzione linguistica.




Purtroppo in Italia ancora molte università ed ASL propongono corsi sulla CF e propongono ai genitori la Comunicazione Facilitata come terapia per i loro figli, così come siti, giornali e televisioni pubblicizzano storie di ragazzi che comunicano con questo metodo.


Ma il problema è anche un altro: realmente preferite avere un figlio che è un "cavallo intelligente" come Hans, che scrive frasi bellissime, ma che in definitiva è un fantasma, una vostra proiezione? E´ realmente una consolazione? La presa emotiva della Comunicazione Facilitata è comprensibile. Ma prima di cadere nella trappola informatevi. Non esistono magie. Esiste il duro lavoro per dare un futuro migliore, e soprattutto vero, ai vostri ragazzi.


Attribuire agli altri una volontà non loro e limitarli nella loro autonomia è un abuso.


Bibliografia


  1. Clever Hans phaenomenon
  2. The New York Times, Berlin´s wonderful horse
  3. Sebeok, Thomas Albert, and Robert Rosenthal, eds. The Clever Hans phenomenon: Communication with horses, whales, apes, and people. Vol. 364. New York Academy of Sciences, 1981.
  4. Atkinson e HilgardIntroduzione alla psicologia, Piccin, 2011, ISBN 978-88-299-2046-4
  5. Pfungst, Oskar. Clever Hans:(the horse of Mr. Von Osten.) a contribution to experimental animal and human psychology. Holt, Rinehart and Winston, 1911.
  6. Silliman, Elaine R. "Three perspectives of facilitated communication: Unexpected literacy, Clever Hans, or enigma?." Topics in Language Disorders 12.4 (1992): 60-68.
  7. Wegner, Daniel M., Valerie A. Fuller, and Betsy Sparrow. "Clever hands: Uncontrolled intelligence in facilitated communication." Journal of personality and social psychology 85.1 (2003): 5-19.
  8. Biklen, D., & Cardinal, D. N. (Eds.). (1997). Contested words, contested science: Unraveling the facilitated communication controversy. New York: Teachers College Press.
  9. Felce, D. (1994). Facilitated communication: Results from a number of recently published evaluations. Mental Handicap, 22, 122–126.
  10. Jacobson, J. W., Mulick, J. A., & Schwartz, A. A. (1995). A history of facilitated communication: Science, pseudoscience, and antiscience. American Psychologist, 50, 750–765.
  11. Wheeler, D. L., Jacobson, J. W., Paglieri, R. A., & Schwartz, A. A. (1993). An experimental assessment of facilitated communication. Mental Re- tardation, 31, 49–60.
  12. Cabay, M. (1994). A controlled evaluation of facilitated communication using open-ended and fill-in questions. Journal of Autism & Develop- mental Disorders, 24, 517–527.
  13. Simpson, R. L., & Myles, B. S. (1995). Effectiveness of facilitated com- munication with children and youth with autism. Journal of Special Education, 28, 424–439.
  14. Crewes, W. D., Jr., Sanders, E. C., Hensley, L. G., Johnson, Y. M., Bonaventura, S., Rhodes, R. D., & Garren, M. P. (1995). An evaluation of facilitated communication in a group of nonverbal individuals with mental retardation. Journal of Autism & Developmental Disorders, 25, 205–213.
  15. Hirshoren, A., & Gregory, J. (1995). Further negative findings on facilitated communication. Psychology in the Schools, 32, 109–113.
  16. Klewe, L. (1993). An empirical evaluation of spelling boards as a means of communication for the multihandicapped. Journal of Autism & Developmental Disorders, 23, 559–566.
  17. Regal, R. A., Rooney, J. R., & Wandas, T. (1994). Facilitated communication: An experimental evaluation. Journal of Autism & Developmental Disorders, 24, 345–355.
  18. Szempruch, J., & Jacobson, J. W. (1993). Evaluating the facilitated communications of people with developmental disabilities. Research in Developmental Disabilities, 14, 253–264.
  19. Twachtman-Cullen, D. (1998). A passion to believe: Autism and the facilitated communication phenomenon. Boulder, CO: Westview Press.
  20. Ansfield, M. E., & Wegner, D. M. (1996). The feeling of doing. In P. M. Gollwitzer & J. A. Bargh (Eds.), The psychology of action: Linking cognition and motivation to behavior (pp. 482–506). New York: Guilford Press.
  21. Wegner, D. M. (2002). The illusion of conscious will. Cambridge, MA: MIT Press.
  22. Bebko, James M., Adrienne Perry, and Susan Bryson. "Multiple method validation study of facilitated communication: II. Individual differences and subgroup results." Journal of autism and developmental disorders 26.1 (1996): 19-42.
  23. Shabani, Daniel B., et al. Increasing social initiations in children with autism: Effects of a tactile prompt. Journal of Applied Behavior Analysis 35.1 (2002): 79-83.
  24. MacDuff, Gregory S., Patricia J. Krantz, and Lynn E. McClannahan. Prompts and prompt-fading strategies for people with autism. Making a difference: Behavioral intervention for autism (2001): 37-50.
  25. SNLG 21 – ISS (2011), Il trattamento dei disturbi dello spettro autistico nei bambini e negli adolescenti, ultima consultazione 04 aprile 2013.

Commenta questo articolo sul nostro forum Consulta i nostri professionisti

< Torna alla pagina degli articoli

Ti è piaciuto l'articolo? Fanne parola!