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Come una farfalla libera tra i ragni

Testimonianza di Stefano Verrigni alla conferenza di Attwood. Un padre Aspie racconta il suo rapporto con il figlio nello Spettro.


Autore: Stefano Verrigni


Quando penso a mio figlio voglio immaginarlo come una farfalla libera di volare con le sue ali, che con attenzione saprà sempre dove posarsi, magari anche vicino ad un ragno, ma sempre lontano dalla sua ragnatela e magari con la speranza che, se sarà fortunato e qualcosa cambierà in questo strano mondo, riuscirà a trovare sempre più farfalle come lui.




Dopo circa 35 anni di confusione totale nella mia testa, 2 anni fa, per pura coincidenza, ho scoperto che forse potevo avere la Sindrome di Asperger.


Nel 2006 è nato M., mio figlio, e fin dal primo giorno che è venuto al mondo mi sono accorto che era diverso dagli altri bambini. È stata una sensazione strana che ho provato solo io.


Mia moglie, i parenti, gli amici, tutti erano euforici per la sua nascita ma io, oltre ad essere felice, sentivo che qualcosa non era in quei parametri che definivo “nella norma”.


In quel periodo iniziale ero molto confuso dal fatto di essere diventato padre e non detti troppo peso ai miei pensieri credendo che (forse) era normale per ogni genitore vedere il proprio figlio come unico e diverso dagli altri e quindi sorvolai.


Durante i primi anni di crescita di M. notai spesso dei dettagli nel suo modo di crescere. Mi sembrava attivissimo e molto sveglio ma allo stesso tempo vedevo dei ritardi nello sviluppo, soprattutto nel camminare e nel parlare. Affrontai spesso la questione con mia moglie, ma lei mi rispose sempre che era solo una mia impressione e che ero troppo pessimista.


Diceva che ero troppo apprensivo e che dovevo semplicemente smetterla di trovare dei difetti in nostro figlio perché, in realtà, era tutto a posto.


Anche i nostri parenti più stretti dicevano che per loro era tutto normale, e mi ripetevano la classica frasetta “Ha solo bisogno dei suoi tempi, magari qualche mese in più degli altri”. Tutto cambiò dopo circa un mese che M. cominciò la scuola materna e quindi verso i 3 anni.
Le insegnanti ci chiamarono un giorno e ci chiesero un colloquio urgente. Ci pregarono di fissare il prima possibile un incontro con un Neuropsichiatra Infantile per fare una visita a M., perché il suo comportamento era fuori dal comune e non rientrava nei parametri di “normalità”, era molto ribelle ed era fuori dal loro controllo.


Ci spiegarono, ad esempio, che aveva una resistenza fisica anomala, da loro mai vista prima, e che quando piangeva non si fermava mai finché non otteneva quello che voleva.
Ci spiegarono che un bambino “normale” ha una resistenza che va a calare più passa il tempo e che quindi un pianto può iniziare forte ma, per forza di cose, dopo circa 15/20 minuti tende a diminuire, fino a scomparire piano piano.


Con M. le cose erano differenti, se iniziava a piangere era in grado di mantenere lo stesso modo di piangere per più di un´ora e, anche se visibilmente stressato, proseguiva senza sosta.
Oltre a ciò mostrava movimenti goffi rispetto ai suoi compagni e non era in grado di rispettare alcuna regola che gli venisse imposta. Ci fecero notare che anche i bambini più agitati quando venivano sgridati o messi in castigo dalle maestre percepivano una sorta di “autorità”. Per M. questo non valeva. Se veniva messo in castigo lui si metteva a ridere, faceva un sorriso alle maestre e si rimetteva a tranquillamente a giocare.


Ci sottolinearono anche la sua forza fisica fuori dalla norma pur essendo di corporatura esile. Ricordo che quando uscimmo dal colloquio con le maestre mia moglie si mise a piangere maledicendole ed affermando che non avrebbe mai portato M. da un Neuropsichiatra. Probabilmente si aspettava che anche io sarei stato dalla sua parte, ma non fu così.


Litigammo per molti giorni sul da farsi e alla fine la convinsi che, se tutto era nella norma come asseriva lei, una visita di controllo non avrebbe cambiato nulla. Chiamai l´Asl e ci dissero che la lista d´attesa era molto lunga e che ci avrebbero chiamati loro.
Ma io non aspettai e cominciai a fare le mie ricerche da solo.


Ogni minimo dettaglio di “diversità” che notavo in mio figlio diventava subito una parola di ricerca su Google. Trovai inizialmente molte informazioni confuse, M. poteva avere tutto o niente! Finché un giorno provai a mettere insieme molti dei suoi atteggiamenti in un´unica chiave di ricerca e fui rimandato ad una pagina che descriveva a grandi linee le caratteristiche della Sindrome di Asperger. Trovai un´infinità di similitudini con M. e cominciai a sentirmi meglio, mi sentivo sulla strada giusta.


Stampai l´articolo e lo mostrai a mia moglie e fu in quel momento che mi resi conto che lei non voleva vedere la realtà dei fatti. Si era creata attorno a sé una sorta di barriera, una protezione dalle brutte notizie, che la rendeva cieca.


Mi disse che M. non mostrava nessuna delle caratteristiche descritte e che, come al solito, ero io fissato con le mie paranoie.
Come è facilmente immaginabile, tutte queste idee differenti su nostro figlio portarono ad innumerevoli scontri e litigi continui che ci allontanarono molto come coppia. Oltre ad affrontare i problemi di M. con l´inserimento nei contesti sociali dovevo ogni giorno lottare contro cose che all´epoca ritenevo “banalmente logiche”, come ad esempio il semplice prestare attenzione ad oggetti posizionati male che potevano diventare un pericolo per nostro figlio. Non capivo perché io vedevo tantissimi rischi mentre mia moglie, i miei suoceri, i miei genitori e gli amici non riuscivano a vederne nemmeno uno.


Davanti ai miei occhi si presentavano le infinite soluzioni che sarebbero potute accadere e le infinite possibilità di movimento di mio figlio nello spazio circostante e dove notavo anche la più piccola probabilità di pericolo, lo dichiaravo regolarmente chiedendo di prestare più attenzione. Per tale motivo regolarmente si discuteva e mi sentivo dare del “paranoico” o del “troppo apprensivo”.
Ma la realtà era che la vera apprensione non era data dalla paura che mio figlio si facesse male, ma dal fatto che gli altri, attorno a me, non riuscissero a vedere il possibile pericolo. Quel periodo di tensione familiare purtroppo si ripercosse anche su M., che divenne molto più agitato, nervoso ed aggressivo. Era come una spugna he assorbiva tutta la negatività che c´era in casa.


Arrivò finalmente il giorno che la Neuropsichiatra dell´Asl ci chiamò per un colloquio con M.. Quando lo videro fecero dei test e poi ci contattarono per un secondo incontro (senza bambino) in cui ci dissero che M. era sicuramente un bambino con disturbi pervasivi dello sviluppo. Io chiesi se poteva essere la Sindrome di Asperger e mi fu riposto che nel calderone rientrava anche quella ma che era ancora troppo piccolo per dirlo con certezza.


Io ripresi a fare ricerche sulla Sindrome di Asperger e un giorno trovai l´Aspie Quiz. Dissi a mia moglie di fare il test e che sicuramente sarebbe risultata Neurodiversa. Chiariamo che in quel periodo della mia vita il termine “Neurodiverso” era per me sinonimo di “fuori di testa”. Io ero convinto al 100% che i problemi che vedevo in M. erano di natura genetica e che sicuramente la fonte di questi “problemi” fosse mia moglie.


Tutto cambiò quando vidi il risultato del test di mia moglie che la indicava come “sicuramente Neurotipica”. Inizialmente ci risi su dicendo che il test valeva poco e che sicuramente il risultato sarebbe stato uguale anche per me. Ma il mio risultato fu “Neurodiverso” e mi crollò il mondo addosso!


Mi ero sempre sentito una persona diversa dalle altre, una sorta di alieno sulla terra, ma credevo che fosse una sensazione che provavano tutti, in un modo o nell´altro.
Non convinto feci il test una decina di volte e anche quando cercavo di analizzare il significato delle domande in modo differente e da un altro punto di vista, il risultato non cambiava. Cominciai a deviare la mia attenzione, fino a quel momento fissa su M., verso di me, cercando maggiori informazioni sugli Aspie adulti.


SpazioAsperger fu l´ingresso principale che mi aprì maggiormente gli occhi sulla Sindrome di Asperger.
In quel periodo ci chiamò l´Asl per la presa in carico di M.. Quando ci incontrammo sottolineai subito il fatto che avevo fatto questo test e che forse indagando sul mio passato avremmo potuto scoprire di più sul presente di M.. Ma questo mio discorso non fu mai, e ripeto mai, preso in considerazione e valutato come possibile.


La realtà è che, dal momento in cui appresi che potevo avere la sindrome di Asperger e che M. probabilmente l´aveva ereditata da me cominciai, per la prima volta nella mia vita, a fami un esame di coscienza, obiettivo al 100%, ed ogni giorno di più compresi la verità.
Con una sola semplice risposta fui in grado di archiviare decenni di domande confuse, anni di mal di testa continui, di sensazioni di infelicità radicate dentro di me, anni di incomprensioni e di bullismi gratuiti nei miei confronti. Compresi presto il perché di certi miei atteggiamenti che mi portarono spesso a sentirmi inferiore agli altri anche quando ero cosciente di non esserlo. Compresi finalmente che tutto aveva un ordine.


Il mio modo di ragionare era diverso e avevo, fino a quel momento, vissuto nei panni di un´altra persona. Avevo finto per una vita intera di essere quello che tutti i Neurotipici attorno a me si aspettavano che io fossi. L´esame obiettivo che feci in quei giorni mi diede una forza tale da cambiare tutte le carte in gioco. Cercai di spiegare il concetto a mia moglie e, dopo le prime incomprensioni, lei riuscì a capire che le cose forse sarebbero cambiate…in meglio!
Il mio atteggiamento nei confronti della vita cambiò nel giro di pochissimo tempo e accettando la mia Neurodiversità cominciai a sentirmi meglio ed in pace con me stesso. Decenni di confusione che avevano riempito ogni angolo della mia mente si organizzarono perfettamente come per magia lasciando il posto solo alla serenità. Tutto mi sembrò immediatamente molto più semplice.
Inoltre, con mio grande stupore, compresi che non ero solo come pensavo. Esistevano in tutto il mondo persone come me, che avevano vissuto la mia stessa confusione e i miei problemi.


Più leggevo informazioni sulla Sindrome di Asperger e più affioravano ricordi legati a molti episodi della mia vita passata che avevo quasi rimosso dalla memoria. Erano episodi, che fino a quel momento, non sembravano avere mai avuto importanza ma che, in realtà, senza che io me ne potessi accorgere, avevano cambiato radicalmente il mio modo di vedere la vita.


Ricordai, ad esempio, un episodio che accadde a scuola, ai tempi delle medie.
L´insegnante di Tecnica diede un circuito da disegnare indicando il numero dei vari pezzi che avevamo a disposizione per farlo funzionare. Io dedicai 4 ore quel pomeriggio a risolvere il problema, sentendomi anche un po´ stupido perché mi sembrò troppo il tempo che ci misi.
L´indomani portai il mio disegno a scuola e mi accorsi che tutti i miei compagni borbottavano del fatto di non essere riusciti a risolvere il circuito. Entrò il professore e chiese se avevamo risolto il problema. Ci fu silenzio ed io restai in silenzio con la classe. Il professore allora, sorridendo, disse: “per forza non lo avete risolto, è impossibile!”
Tranne me tutta la classe scoppiò a ridere. Mi alzai e dissi al professore che avevo risolto il circuito. Mi fece avvicinare alla cattedra, controllò più volte il funzionamento del circuito, evidentemente speranzoso di trovare un errore, mi guardò e nervoso mi chiese chi avesse fatto il disegno o da chi mi fossi fatto aiutare. Io logicamente risposi che era frutto del mio lavoro. A quel punto lui, visibilmente scocciato, prese il foglio e lo lanciò per terra dicendo: “e comunque è impossibile!”
Tornai al mio banco con le lacrime agli occhi sentendomi vittima di una ingiustizia.
Ripensandoci oggi credo che fu proprio quell´evento che mi portò successivamente ad essere sempre meno interessato e sempre più ribelle nei confronti del contesto scolastico.
Un altro episodio che ricordai fu sempre nel periodo delle medie.


Era la fine della terza media e la scuola organizzò un incontro con una società che si occupava di calcolare il Quoziente Intellettivo in modo da agevolare la scelta degli studenti riguardo alla scuola Superiore da seguire.
Ricordo che ci diedero 2 ore per rispondere alle domande del test ed io dopo 30 minuti avevo già finito. Portai il test all´esaminatore che mi disse di tornare a posto e di rileggerlo perché ci avevo messo troppo poco tempo. Aspettai circa 30 minuti al banco prima che qualcuno consegnasse il proprio test così ne approfittai anche io per consegnare il mio.
Dopo una settimana ci chiamarono a scuola per conoscere i risultati.
Mia madre era abituata ad essere convocata da professori che si lamentavano regolarmente del fatto che non avevo le capacità, che ero disattento, non seguivo mai le lezioni, in pratica mi davano sistematicamente dello “stupido”.
Ricordo benissimo che arrivammo a scuola e trovai tutti gli insegnanti in fila che mi fissavano con uno sguardo arrabbiatissimo.
Mia madre mi chiese rammaricata: “Stefano, cos´hai combinato stavolta?”
Arrivammo davanti agi esaminatori e questi, mostrando il test a mia madre, dissero che io e un altro mio compagno eravamo risultati quelli con il più alto Quoziente Intellettivo della scuola e che avevano già provveduto loro a “bacchettare” i professori per la loro incompetenza nei miei confronti.


Oltre a questi episodi ricordai moltissimi altri dettagli del mio passato come i molteplici atteggiamenti di bullismo a cui fui sottoposto senza un reale motivo.
Ricordai molte affermazioni udite centinaia di volte da persone differenti nei mie confronti come “corri in modo bizzarro!”, “hai la faccia sempre scura, ma sei arrabbiato?”, “cammini come un cartone animato!”, “hai un ragionamento contorto!”, “sei strano forte!” e tante altre.
Ricordai molte delle volte che rischiai di litigare con altri miei coetanei perché asserivano che li fissavo in modo strano e fastidioso.


Oggi ho imparato molte cose su di me. Ad esempio ho imparato che il mio modo di pensare per immagini non è una prerogativa di tutti come invece avevo sempre pensato. È per questo che ora non mi arrabbio più con mia moglie e andiamo decisamente molto più d´accordo. Quella che pensavo fosse banalità, stupidità, disattenzione, in realtà non è altro che una modalità di pensiero diversa.
Semplicemente lei non potrà mai vedere quello che vedo io. Così ho scelto di intervenire direttamente in prima persona per evitare che accadano incidenti quando vedo un possibile pericolo.
Inoltre ho compreso grazie ai ricordi della mia infanzia che io e M., sotto molti versi, siamo più simili di quel che pensavo.


L´empatia che oggi ho con mio figlio è data proprio dall´essermi riuscito a ritrovare in lui. Sembra strano a dirsi ma ho imparato da mio figlio a vivere correttamente la mia vita.I tratti comuni che ho con lui mi aiutano a comprendere con semplicità il perché di certi suoi atteggiamenti considerati spesso “strani”.


Il portare alla luce tanti dei miei ricordi mi ha aiutato a comprendere perfettamente non tanto quello che devo fare con M., ma più che altro quello che “non devo fare”!
Devo evitare di soffocarlo con regole che io stesso non accetto ancora oggi. Devo fare in modo che lui sia libero di vivere la sua vera natura e non quella imposta dagli altri, certo insegnargli l´educazione è un obbligo e voglio anche che impari a convivere serenamente con i Neurotipici che incontrerà, ma non voglio assolutamente che venga privato del suo modo di essere.
Chi vede M. oggi lo percepisce subito che è un bambino felice, libero di essere se stesso e questo suo atteggiamento positivo è dato solo dal fatto che vive in un ambiente Aspie Friendly.


Io non ho avuto scelta e per 35 lunghissimi anni sono stato obbligato a vivere in un mondo che non era il mio, sopraffatto da sensazioni di infelicità e confusione. So che quelle sensazioni negative spesso avrebbero potuto spingermi a fare delle sciocchezze e se oggi sono qui a raccontare questo piccolo resoconto della mia vita è solo perché sono stato fortunato. Mi sono fidanzato, mi sono sposato, ho comprato casa, ho sempre lavorato, ed ho avuto quel dono preziosissimo di mio figlio. Ho avuto fortuna ma non posso affidarmi alla sorte per M.. È proprio per questo che voglio che si senta libero di essere se stesso.


Quando penso a mio figlio voglio immaginarlo come una farfalla libera di volare con le sue ali, che con attenzione saprà sempre dove posarsi, magari anche vicino ad un ragno, ma sempre lontano dalla sua ragnatela e magari con la speranza che, se sarà fortunato e qualcosa cambierà in questo strano mondo, riuscirà a trovare sempre più farfalle come lui.





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