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Ma quante volte te l´ho detto!

David Vagni

"Ma quante volte te l´ho detto!"... quante volte l´avete detto (mamme e papà)? Infinite immagino... vorrei provare a spiegare perché non funziona.

In primis, non tutti i bambini reagiscono nello stesso modo agli stessi criteri educativi, tolti quelli che a mio avviso non sono etici (come le punizioni corporali), spetta ad ogni genitore trovare la chiave di lettura del figlio (e non il viceversa!).

Seconda cosa i nostri figli in genere sono testardi... e pure noi...

In una situazione come questa quello che accade è che quando si verifica un antecedente (A=antecedent) -ad esempio un piatto di insalata, seduti a tavola con il resto della famiglia-, il bambino ha un comportamento (B=behaviour) -ad esempio si mette ad urlare rifiutandosi di mangiare- a cui seguono delle conseguenze (C=consequence) -voi vi mettete a spiegargli perché deve mangiarlo e se non lo fa urlate, etc--. Lo stesso vale per noi, con l´unica differenza che per noi l´antecedente è il comportamento del bambino (An=B), il comportamento nostro sono le sue conseguenze (C=Bn) è quello che è e le conseguenze nostre sono il nuovo comportamento del bambino (Cn=B´).

Cosa succede quando entriamo in una "iper-discussione" con i figli? Succede che in realtà il nostro discutere è spesso visto come un dare importanza/attenzione a quel comportamento che quindi viene rinforzato e la prossima volta il bambino/ragazzo tenderà ad avere un comportamento ancora più forte. Viceversa noi, che alla fine magari di un´ora di discussione siamo finalmente riusciti ad ottenere quello che volevamo, usciamo anche noi "rinforzati" nel nostro atteggiamento sbagliato (visto che abbiamo ottenuto quanto desiderato). Il problema è che in questo modo innestiamo un circolo vizioso in cui entrambi (quello del bambino e quello nostro) i comportamenti "sbagliati" sono rinforzati. Ovviamente, essendo noi i genitori, spetta a noi interrompere questo ciclo, mantenendo un comportamento deciso (dove necessario) ma più posato. Questo non significa non spiegare gli errori ai figli, significa spiegare in altri momenti e situazioni in cui sono più ricettivi e aperti al dialogo e a distanza dal comportamento che ne verrebbe rinforzato di conseguenza.

Ovviamente bisogna sempre stare attenti a cosa si corregge. Ad esempio. Volete uscire e vostro figlio non vuole mettere il cappotto. E´ inutile discutere (o dire "va bene non lo mettere tanto poi ti ammali e quindi capisci"), un "devi mettere il cappotto perché fa freddo" e metterlo è sufficiente. Ovviamente questo se è vero che il bambino ha freddo (ad esempio io giro d´inverno con felpa e maglietta a maniche corte e il resto dell´anno in maniche corte perché ho "oggettivamente" sempre caldo). Poi la sera (o ancora meglio un´oretta prima di uscire, non troppo attaccato, perché altrimenti si rischia di legarlo, via routine, al resto del comportamento) si possono spiegare le stagioni, l´effetto del freddo sul corpo, etc.. anzi si devono spiegare. Perché anche l´assenza di spiegazione è peggiorativa. Se le cose non vanno spiegate il bambino/ragazzo/adulto non vede la ragione di seguire un dato comportamento con il risultato che non lo seguirà mai spontaneamente e si riduce il feedback (già per molti aspie deboli) tra cognizione e comportamento, mentre invece la scelta e la spiegazione (da cui deriva l´autoregolazione) sono funzioni fondamentali da sviluppare in un aspie (che in generale non fa le cose per "imitazione sociale") al fine di renderlo autonomo.


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