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Il Talento di Esistere


Non importa quanti talenti tu abbia ricevuto, l´importante é che tu faccia fruttare quei talenti


Autore: Eunice


La testimonianza di Eunice tenuta il 29 maggio 2015 durante il seminario di Tony Attwood: Infinite diversitá nello Spettro Autistico. Ci racconta l´importanza di coltivare piccoli e grandi talenti e del supporto della famiglia, della societá e della determinazione nella riuscita delle persone Asperger ed Autistiche.


Il talento di esistere


labirinto longobardo, Duomo di San Martino, Lucca


Il mio nome é Eunice. Ho 43 anni, sono sposata con un magnifico uomo di 50 anni, un gigante barbuto dotato di boccoli naturali – ormai brizzolati – e di un notevole senso del paradosso. Lavoro come libera professionista nell´ambito culturale ed educativo.


Nel luglio del 2013 per questioni di lavoro mi sono imbattuta nella descrizione della sindrome di Asperger. Incuriosita, ho continuato ad indagare e sono rimasta letteralmente sconvolta quando ne ho scoperto le caratteristiche femminili. Per la prima volta nella mia vita vedevo una descrizione precisa e dettagliata di molte delle esperienze che avevo vissuto e che mai ero riuscita a spiegare o a condividere con qualcuno. Da quel momento é iniziato un complesso percorso di studio, di scoperta e di rilettura del mio passato: il mio personale labirinto, immagine da cui sono sempre stata affascinata. Mi sono sottoposta inoltre ad una valutazione diagnostica che mi ha riconosciuta come persona nello spettro autistico lieve, ma subclinica in quanto sembra che io riesca a funzionare all´interno della societá e della mia rete di relazioni. Dico “sembra” in quanto a volte ho l´impressione di condurre una costante lotta con me stessa al solo scopo di riuscire a fare cose che ad altri appaiono semplicissime: provo sempre una profonda incertezza riguardo alla mia reale capacitá di interagire e costruire qualcosa di solido e significativo.


Esporsi o fuggire?


René Magritte, Le Poison (1939)


Subito dopo la valutazione diagnostica mi sono iscritta al forum di Spazio Asperger dove ho potuto incontrare una comunitá variegata e stimolante di persone, in parte simili e in parte molto diverse, grazie alle quali ho cominciato a condividere la mia esperienza ma anche a pormi domande che in precedenza non ero stata in grado di elaborare. Trascorsi alcuni mesi, per non so quale misteriosa ragione, mi é stato chiesto di diventare moderatrice del forum, impegno che cerco di portare avanti con parecchie difficoltá e molti tentennamenti. Ho infatti scoperto che é estremamente difficile per me inserirmi all´interno di un dialogo, anche virtuale, creato da molte voci e ho spesso il timore di essere interpretata in modo scorretto. Piú volte, a seconda dei molti impegni della mia vita reale, ho pensato di tirarmi indietro e di scomparire (la mia tecnica preferita per sfuggire ai rapporti che non riesco a gestire), ma nello stesso tempo ho compreso che dovevo perseverare e imparare un po´ alla volta a costruire uno scambio costruttivo di idee e, a volte, anche di emozioni.


"Perché tu sei di un´altra specie!"


Cordylus cataphractus


Quando mi é stato chiesto di portare la mia testimonianza, ho accettato principalmente perché mi sono resa conto che la cosa mi spaventava molto, anzi a dirla tutta mi terrorizzava. Si trattava di parlare di me stessa e della mia reale natura, che da decenni sono abituata a nascondere o, nei casi migliori, a presentare al mondo aggiustata, parcellizzata o alleggerita. Ho quindi scritto pagine su pagine di testo totalmente inutilizzabili perché troppo dettagliate o fuori contesto. Alla fine mi sono rassegnata al fatto che, qualsiasi cosa decidessi di dire, avrei comunque dovuto tralasciare gran parte di quanto la mia testa insisteva ad elaborare. Quindi, invece di raccontare me stessa, cosa che per me risulta quasi impossibile e al limite della dicibilitá, ho deciso di parlare di un argomento che mi sta estremamente a cuore, usando la mia esperienza personale a puro titolo di esempio, in modo funzionale e finalizzato.


Quando lavoro con i ragazzi, aiutandoli nello svolgimento pratico dei compiti a casa, di solito avverto subito i genitori che non sono credente e quindi chiedo di evitare di far fare i compiti di religione quando ci sono io. So quanto la mia presenza possa influenzare il ragazzo o la ragazza che seguo e quindi, per rispetto della fede altrui, preferisco che non vengano direttamente chiamate in causa le mie convinzioni in materia di religione, maturate e progressivamente sviluppate dai dodici anni in poi. Una ragazza, peró, ha scoperto quanto io sia informata riguardo ai Vangeli e alle storie degli Evangelisti, grazie alla mia formazione da storica dell´arte. Un giorno quindi mi ha chiesto di aiutarla a prepararsi per una verifica sulle parabole dei Vangeli dichiarando subito di sapere che sono “di un´altra specie” e che quindi non c´erano problemi in merito (tra parentesi: l´ho adorata quando ha detto questa cosa, con una faccina a metá tra l´incerto e l´ironico).


Cosí ho avuto modo di rileggere la parabola dei talenti che in passato mi aveva lasciata alquanto interdetta, soprattutto a causa dei riferimenti diretti al danaro e ai banchieri (l´interpretazione letterale!). In questa occasione ho avuto modo di approfondire il messaggio che la parabola costruisce e mi sono ritrovata a meditarci sopra, rendendomi conto di quanto effettivamente sia centrale, anche rispetto al percorso che in questi ultimi anni sto facendo nel campo dell´educazione. Un concetto utile, da sviluppare, non solo per i ragazzi con cui vengo in contatto ma anche per me stessa, per spiegare e capire il mio personale percorso di vita: in qualche modo la parabola mi permette di enucleare quel qualcosa che, da quando ero una bambina, mi ha sempre spinta a procedere, ad andare avanti lungo il mio percorso tortuoso e contraddittorio, ma che quasi miracolosamente non esaurisce mai la sua spinta propulsiva.


14 Avverrá come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamó i suoi servi e consegnó loro i suoi beni. 15 A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacitá, e partí. […] 24 Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; 25 per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo. 26 Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; 27 avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e cosí, ritornando, avrei ritirato il mio con l´interesse. 28 Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti.29 Perché a chiunque ha sará dato e sará nell´abbondanza; ma a chi non ha sará tolto anche quello che ha. 30 E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; lá sará pianto e stridore di denti.
Matteo 25, 14-30


Da atea per deduzione, anticlericale per esperienza e persona estremamente sospettosa delle mie stesse pulsioni spirituali ho comunque dovuto riconoscere la centralitá della questione: non importa quanti talenti tu abbia ricevuto, l´importante é che tu faccia fruttare quei talenti. Sperando di non offendere nessuno, vorrei chiarire che io elimino dal discorso qualsiasi riferimento alla fede (di cui non sono capace) e che prendo funzionalmente solo ció che mi interessa: il fatto che ciascun essere umano, per quanto imperfetto, contraddittorio e limitato, nasca con dei talenti, con un insieme di caratteristiche che possono e devono essere sviluppate al loro meglio. Come conclude la parabola, non far fruttare i propri talenti merita solo “pianto e stridore di denti”.


Per andare oltre vorrei dire che, a mio parere, la responsabilitá di far fruttare i propri talenti non ricade unicamente sul singolo, per quanto egli rimanga l´attore centrale e imprescindibile della propria crescita ed evoluzione. La responsabilitá é di tutti coloro che al soggetto sono strettamente legati, all´interno di una societá organizzata che voglia essere realmente civile. Si tratta quindi di una possibilitá da riconoscere in nuce, ma anche di una responsabilitá che tutti noi ci assumiamo, nei confronti di noi stessi e di coloro con i quali entriamo in contatto. Libertá e responsabilitá insieme sono i termini di una scelta di vita che per me assume un senso non solo di civiltá, ma anche di azione etica e politica, svolta per cambiare ció che mi circonda. Per testare questo mio pensiero ho quindi provato a ragionare per assurdo e a capovolgere la mia stessa esperienza di vita: cosa sarebbe accaduto se nella mia famiglia di origine i miei genitori non avessero visto e cercato di far fruttare i miei talenti e non avessero contemporaneamente accettato le mie fragilitá e contraddizioni riconoscendo anche a queste ultime la possibilitá di esistere?



Eunice a 9 anni.


[Eunice] presentó come sua caratteristica peculiare il pianto e il musetto sempre serio illuminato da due occhioni spalancati su una realtá a lei inaccettabile: respingeva variazioni nella sua routine, indisponibile ad essere coccolata e vezzeggiata. In braccio non mi si appoggiava con quell´abbandono che rende teneri mamma e papá. Anzi, spesso, faceva sorgere il desiderio di scuoterla e di convincerla con la forza, ma era inutile, perché si piegava quando a lei pareva e piaceva. […]
Era proprio una bimba a metá: un folletto per via del suo nascondersi e del suo rifiuto a donare la parola; e un testimone incoercibile delle contraddizioni dei suoi genitori.


Come si intuisce perfettamente da questa descrizione di me bambina, scritta da mia madre per un libro in via di pubblicazione, non ero una creatura tenera, dolce e affettuosa. Non possedevo grazia e bellezza. Sorridevo solo e unicamente quando riconoscevo un motivo reale per farlo. Seria e distante, giocavo con le formiche facendo esperimenti di disorientamento spaziale o producevo disegni ripetitivi realizzati per il puro piacere di sentir rimbalzare il pennarello sui fogli, ribattezzandoli “trappole per formiche”. Tagliavo le tende di casa, esattamente a metá, per realizzare abiti per le bambole oppure facevo rimbalzare un martello dalla parte appuntita sul tenero parquet di camera da letto, solo perché mi piaceva infinitamente sentire la sensazione morbida dell´affossarsi del legno a ritmo sempre uguale. Nel frattempo giocavo con mio fratello e gli altri bambini del cortile, senza capire perché non volessero mai divertirsi con i giochi da me proposti oppure chiedendomi come si facesse a correre sui pattini senza inevitabilmente cadere. Non ero capace di suscitare simpatia al di fuori del contesto familiare. I miei rapporti con il mondo erano giá allora conflittuali. Non ero a mio agio, se non dentro i miei sogni e le mie fantasie, e ho sempre dovuto cercare di adattarmi, di trovare una mediazione adeguata tra la mia reale natura e ció che mi circondava. In qualche modo ero sempre o eccessiva o inesistente.


Paradossalmente io so come sarei potuta diventare se mia madre non fosse stata costantemente presente, forzandomi e spingendomi a spezzare una delle mie rigiditá ogni qual volta ne avesse la possibilitá, se lei o mio padre non mi avessero insegnato a dialogare realmente o a mettere sempre ironicamente in dubbio le mie convinzioni monolitiche, facendo leva su fantasia, curiositá e razionalitá. Ho conosciuto qualcuno che non aveva avuto questa opportunitá e che, molto simile a me, non aveva nemmeno provato a far fruttare i propri talenti: mia nonna era una persona completamente incapace di costruire anche il minimo rapporto affettivo, si relazionava agli altri attraverso lo strumento del ricatto e del senso di colpa indotto, era totalmente inabile a toccare realmente una persona e concentrata unicamente sulle apparenze o convenzioni della societá, rimanendo peró sempre ad un livello puramente formale, senza comprenderne mai le reali ragioni di condivisione emotiva. Sarei diventata una donna arida, ipocondriaca e fondamentalmente sola.


Il talento di vivere il quotidiano


Esperimento fotografico realizzato a 14 anni


Cosa sarebbe accaduto se a 13 anni nessuno avesse fatto attenzione al mio silenzio pieno di sofferenza e rimprovero e mi avesse abbandonata al mio senso di incapacitá? A quell´epoca mi sentivo irrimediabilmente diversa e incapace di comunicare qualsiasi desiderio o emozione provassi. Tutto era troppo forte, intenso e contraddittorio. Intorno a me non trovavo appigli di alcun genere, similaritá che mi permettessero di provare anche un minimo senso di appartenenza e condivisione. I miei coetanei erano stranieri che parlavano una lingua completamente diversa dalla mia, ogni mia azione era interpretata in senso negativo e le prese in giro di vario genere si sprecavano. Gli adulti mi guardavano in modo ancora piú contraddittorio, con un misto di pietá e rassegnazione (o almeno questo era quanto percepivo). Emotivamente immatura, incapace di comprendere gli schemi sociali che di volta in volta vedevo realizzarsi davanti ai miei occhi, ero completamente persa. Non sapevo chi ero e non avevo la piú pallida idea di come affrontare il giorno successivo. Letteralmente non riuscivo a vivere nel presente perché portava troppa paura, troppo dolore e troppa confusione, nulla che fossi in grado di gestire.


Il talento della lettura e della fantasia


La libreria dei giochi


Cosa sarebbe accaduto se allora mi fosse stata negata la possibilitá di leggere in modo onnivoro qualsiasi genere e tipo di testo trovassi? I libri erano stati la mia passione fin dall´infanzia, quando salendo su una scala giocavo a fare la libraia, spostando e descrivendo a clienti immaginari i volumi della libreria di casa. Dai dieci anni avevo cominciato a leggere con passione e in modo totalmente indiscriminato qualsiasi libro attirasse la mia attenzione, da Cesare Pavese ai libretti della Harmony, dall´intera collezione Urania di mia madre a testi di Sartre e altri filosofi, dai fantasy (Il signore degli anelli é stato per me una tappa fondamentale dei 14 anni) alla letteratura femminile e femminista, passando attraverso tutta la collezione di libri erotici presenti in casa. Ogni cosa mi incuriosisse veniva letta, senza alcuna capacitá di contestualizzazione o interpretazione critica, solo per il puro piacere di seguire la storia e per la possibilitá di raccogliere quante piú informazioni potessi trovare. I libri sono stati un elemento fondamentale della mia crescita: erano la mia passione e il mio rifugio. Mi permettevano anche di immaginare e di costruire un futuro possibile, fantasticando storie di rivalsa e rassicurazione o immaginando complesse avventure di messa alla prova di me stessa che, paradossalmente, in seguito ho sempre attraversato davvero.


Anche qui la risposta é abbastanza semplice, anche se non la trovo in una figura reale. Due sono stati i grandi rischi che ho corso in quel momento: quello di mescolare inestricabilmente fantasia e realtá, perdendo definitivamente il contatto con il mondo reale, e quello di un destino di depressione, contraddistinto dalla totale incapacitá a scegliere e ad agire. Come li ho evitati? Perché qualcuno vegliava con attenzione e estremo rispetto delle mie peculiaritá, aspettando sempre il momento piú opportuno per insegnarmi a ribaltare e ricostruire il mio punto di vista su ció che mi accadeva intorno. E perché in me esisteva una fortissima spinta a voler esistere, ad avere conseguenze nel mondo, oltre alla sicurezza che il destino non é segnato ma costruito giorno dopo giorno, con fatica e ostinazione (ma anche questo mi é stato insegnato).


La scuola: un talento sotterrato


Yoda


Cosa sarebbe accaduto se gli insegnati che ho avuto la sfortuna di incontrare nella mia vita fossero andati oltre l´apparenza di una bambina inquietante e fastidiosa prima e di una ragazza silenziosa e mediocre poi? Non voglio aprire qui la lunga parentesi riguardante la mia esperienza totalmente negativa della scuola o gli atti di bullismo subiti anche da parte di un insegnante delle superiori. Quello che mi interessa dire é che comunque si é trattato di un´occasione mancata, di un talento sotterrato. Bisogna peró ammettere che sono stata io la prima a non concedere mai nulla a nessun insegnante. Di fatto non sono mai stata in grado di accettare l´autorevolezza di maestri nella mia vita e credo che anche uno sui generis come Yoda avrebbe avuto problemi con un´allieva come me. Chissá cosa avrei potuto scoprire di me stessa con un bravo insegnante, se gli avessi concesso la possibilitá di raggiungermi e lui o lei avesse avuto la curiositá necessaria per andare oltre le apparenze? Questo sinceramente non riesco nemmeno a immaginarlo.


Il talento del rischio e della sconfitta


Il teatro


Cosa sarebbe accaduto se a vent´anni avessi ceduto alla tentazione di abbandonare le armi e non avessi disperatamente cercato un modo per esprimermi e per agire nel mondo? Di fatto, cosa sarebbe accaduto se non avessi accettato il rischio della sconfitta, mettendo me stessa su un palcoscenico, alla totale mercé di un pubblico, di altri attori e di un regista? Non avrei imparato a stare con gli altri, a sentirli e a calibrare la mia presenza sulla loro. Non avrei imparato a percepire il mio corpo e, soprattutto, ad ascoltarmi mentre ascoltavo gli altri. Non avrei scoperto che avevo la possibilitá di avere delle amicizie e di costruire dei rapporti, che potevo essere bella, non in assoluto, ma per come mi muovevo, parlavo e guardavo. Non avrei scoperto probabilmente nemmeno l´amore con tutte le sue incongruenze. Sinceramente ho un grandissimo debito verso il teatro perché riconosco che é stato uno strumento fondamentale di crescita, anche se poi non sono riuscita a far fruttare completamente questo mio talento da un punto di vista professionale.


Il talento di chiedere


Pagina del trattato Die Neue und Curieuse Theatralische Tantz-Schul di Gregorio Lambranzi


Cosa sarebbe accaduto se a 28 o 29 anni non avessi per la prima volta imparato che é necessario saper chiedere aiuto? Probabilmente non mi sarei mai laureata, pur avendo finito gli esami nei tempi canonici e con una media superiore al 29: non sarei mai riuscita a concludere la tesi rispetto alla quale perseveravo a fare ricerche infinite e non avrei mai raggiunto la laurea che tentavo disperatamente di evitare, per la paura del buio e del vuoto che sarebbero seguiti. E cosí non avrei mai scoperto cosa significhi concludere una ricerca e accettare di farla valutare ad altri. Non sarei partita per la Germania, per un dottorato all´estero e non avrei mai scoperto che si puó anche vivere senza provare costantemente paura (una delle scoperte piú straordinarie che abbia fatto nella mia vita). Non avrei mai nemmeno immaginato di poter scrivere e pubblicare dei saggi o dei libri.


Non avrei mai provato il piacere di tenere tra le mani un oggetto fisico, un libro, che fosse interamente frutto del mio intelletto, dalla scelta della grafica alla struttura interna dei contenuti, fino alla stesura di ogni singola parola stampata. Non avrei mai saputo che potevo essere pagata per fare una delle cose per me piú affascinanti e terrorizzanti: scrivere.


Il talento delle relazioni


Ricordo personale dei 32 anni


Cosa sarebbe accaduto se a 32 anni avessi perseverato a scappare dagli uomini e dalle relazioni sentimentali abbandonando qualsiasi compagno tentasse di costruire una vita con me? Se non avessi smesso di confondere l´altrui desiderio con il mio, di sentirmi rinchiusa e prigioniera di volontá altrui dalle quali dovevo assolutamente fuggire? Se non avessi imparato che potevo essere vista e accettata veramente, con tutte le mie contraddizioni? Probabilmente non avrei mai permesso a mio marito di avvicinarsi e di corteggiarmi con sobria e discreta ironia, non avremmo mai deciso di andare a vivere insieme e poi di sposarci, inventando una formula organizzativa assolutamente originale sia per la cerimonia sia per la gestione della quotidianitá.


Oggi come oggi non so se sto riuscendo a far fruttare i talenti che ho a disposizione, ma di sicuro ci sto provando. Le mie difficoltá, i talenti che devo stare attenta a non sotterrare, riguardano i rapporti con gli altri, la paura che mio marito smetta di trovare affascinanti i miei silenzi, la mia incapacitá ad esprimere in modo adeguato le emozioni, la tendenza a cancellare dalla mia mente le persone a cui tengo mentre sono impegnata in qualcosa per me prioritario. Cerco di lavorarci quotidianamente e quotidianamente incontro intoppi e il desiderio di fuggire il piú lontano possibile, ma alla fine non cedo e vado avanti. Nel contempo scopro con sorpresa i talenti piú abbondanti, quelli di cui poter andare fiera, e cerco di non dimenticarmene a causa della mia naturale propensione al bicchiere mezzo vuoto.


Che siano pochi o molti, sono quelli che ho a disposizione e ció che mi interessa realmente é che possano crescere, evolvere e modificarsi permettendomi di vivere, facendo cose che per me abbiano un senso e ricadute nella vita di chi mi circonda. Voglio poter agire sul mondo lasciando anche solo un frammento del mio modo di vederlo e percepirlo. Il mio obiettivo é questo. Nel contempo cerco di riconoscere i talenti degli altri e di valorizzarli il piú possibile. Spesso peró mi accorgo che da questo punto di vista le persone sembrano essere cieche, soprattutto nei confronti di bambini e ragazzi. Gli adulti tendono a dimenticare l´autonomia e integritá della persona/bambino che hanno di fronte e cosí ne scorgono quasi unicamente le fragilitá e difficoltá, terrorizzati come sono dall´idea di aver sbagliato qualcosa.


Il talento scalcinato: cadere e rialzarsi


Incisione satirica da una rivista dell´inizio del Novecento


A questo proposito vorrei raccontare quanto mi é successo l´estate dell´anno scorso. Un conoscente mi aveva fatto sapere, estremamente contrito, che suo figlio di undici anni non aveva mai imparato ad andare in bicicletta e che, se io fossi riuscita ad insegnarglielo, mi avrebbe fatto un monumento. Da come veniva descritta sembrava un´azione impossibile. Il pargolo era uno di quei ragazzi che non hanno il minimo controllo sul proprio corpo e sulle proprie azioni, capaci di creare danni a cascata, anche solo raccogliendo una carta da terra. Avrei dovuto provare ad insegnare ad andare in bici ad un ragazzone scoordinato e poco abituato a gestire il senso di frustrazione. Ma io sapevo che il ragazzo poteva farcela, lo vedevo nei suoi occhi e nei suoi silenzi. Cosí mi sono armata di disinfettante, di una bicicletta giá parecchio scassata e l´ho fatto provare. Ci é voluto veramente poco. Tre incontri e molte cadute, ma poi ha cominciato ad andare. Ed ora me lo vedo arrivare trafelato, pedalando a tutta velocitá e frenando all´ultimo momento davanti ai miei piedi.


Mi domando quindi perché fino a quel giorno nessuno si fosse preso la briga di insegnargli a sviluppare quel suo talento? Perché chi gli vuole bene percepiva solo l´impossibilitá di farlo? Perché nessuno, invece di pensare alle proprie aspettative o alla paura di rimanere deluso, ha semplicemente guardato il ragazzo per capire di cosa potesse aver bisogno? Perché nessuno ha voluto correre il rischio di poterci riuscire?


Il ragazzo, da parte sua, ha messo tutto il suo impegno e perseveranza, accettando di cadere come un bambino piccolo e assumendosi la responsabilitá di risalire ancora e ancora sul sellino della bicicletta. Ovviamente non ho ricevuto alcun monumento se non un piccolo frammento di libertá e possibilitá negli occhi del ragazzo. La stessa sensazione provo quando mi trovo a leggere o a partecipare alle discussioni del forum di Spazio Asperger. Molte persone raccontano di esperienze che conosco bene: le difficoltá nelle relazioni e nel lavoro, la sensazione di vivere costantemente un passo indietro rispetto agli altri, il senso di spaesamento e non appartenenza, il timore di essere veramente sbagliati. Un insieme eterogeneo e diversificato di persone, con peculiaritá a volte vicine e a volte estremamente distanti, si confronta quotidianamente costruendo i contorni di una comunitá virtuale che é sia una forma di sostegno reciproco sia un modo per proiettarsi verso il passo successivo della propria crescita. La cosa piú straordinaria é vedere i talenti delle persone che scrivono e capire quanto ne siano poco consce o come non si sentano in grado di valorizzarli. Eppure i talenti ci sono, magari non collimanti con quanto la societá si aspetta di trovare o forse non sempre contraddistinti da leggerezza e ironia, ma ci sono. Ed é giusto che ciascuno di noi si assuma la responsabilitá etica di riconoscerli e di farli fruttare.


Ogni essere umano nasce contemporaneamente perfetto e imperfetto, con dei talenti facili da duplicare e dei talenti che vorrebbe solo sotterrare per essere sicuro di non perdere il poco che ha. Eppure, se é vero che siamo dotati di raziocinio e libera scelta, dobbiamo fare in modo che nessun talento vada perso, per quanto piccolo e malridotto sia. é una questione di responsabilitá insieme personale e collettiva: del singolo verso se stesso e verso chi gli sta intorno; della societá verso ogni singolo che la compone e verso la collettivitá nel suo complesso. La lotta titanica che vedo compiere quotidianamente da genitori di ragazzi con variegate tipologie di difficoltá d´apprendimento, la sofferenza che muove le reazioni di quegli stessi ragazzi, la mia stessa storia che, seppure raccontata, non riesce comunque a esprimere il grado di dolore e di fatica necessari a viverla, la storie di tutte le persone che incontro sia nella vita reale sia nei corridoi virtuali del forum, devono poter avere diritto di cittadinanza e di espressione. Non solo, secondo me dovrebbero diventare lo strumento attraverso il quale ció che é solo una possibilitá, una potenzialitá inespressa, possa prendere corpo, espandersi e diventare reale, un talento capace di cambiare il mondo.



Moneta romana del tempo di Adriano (30 d.C. ca.)



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