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Perché non conosciamo quali fattori ambientali causano l´autismo?


L´autismo potrebbe essere un percorso di sviluppo e di crescita ordinato, che consegue ad un insolito punto di partenza


Autore: Sarah DeWeerdt


Traduttore: Osur


Articolo originale: Why don’t we know what environmental factors cause autism? .


Gli scienziati possono snocciolare liste di dozzine di geni legati all´autismo, ma c´é molto meno accordo su quali elementi ambientali contribuiscano alla condizione — e di quanto.



Nel 2013 i dati di un ampio studio con piú di 85.000 bambini in Norvegia ha suggerito che le donne che assumono integratori di acido folico negli stadi precoci della gravidanza hanno minori rischi di avere un figlio autistico. Nel 2015 un´analisi di uno studio condotto in modo simile su piú di 35.000 madri e bambini, in Danimarca, non ha trovato alcun legame tra assunzione di vitamine nella fase prenatale e rischio di autismo, avanzando dubbi sulle scoperte norvegesi. La scienza é sempre un processo interattivo, ma nel caso dell´individuazione dei fattori di rischio dell´autismo, i progressi sono stati sempre lenti e difficoltosi.


Nella scorsa decade, decine di riviste hanno proposto un ampio ventaglio di fattori che possono potenzialmente contribuire allo sviluppo dell´autismo: vitamine come l´acido folico, depressione materna ed uso di antidepressivi, parto prematuro, parto cesareo, etá paterna e materna avanzate, genitori in sovrappeso ed esposizione a varie sostanze, da prodotti chimici disturbanti il sistema endocrino all´inquinamento atmosferico ed ai pesticidi. Alcune ricerche suggeriscono anche che un fratello minore nato o troppo presto od a troppa distanza dal primogenito corra un maggior rischio di autismo.


Tutti questi sono considerati fattori di rischio ambientali, un termine che gli scienziati usano in riferimento a tutto ció che non é il diretto risultato di una sequenza di DNA. Quasi tutti sono d´accordo sul fatto che l´autismo é il risultato di una combinazione di fattori genetici ed ambientali. Ma mentre i genetisti possono tranquillamente snocciolare liste di dozzine di geni legati all´autismo, c´é molto meno accordo su quali fattori ambientali contribuiscano al disordine — ed in quale misura.


La ricerca in questa area spesso produce risultati inconsistenti, con fattori di rischio continuamente proposti ma raramente confermati o smentiti in maniera definitiva; solo una manciata di fattori (inclusi infezioni materne ed etá dei genitori) sono accettati a grandi linee. Peró l´identificazione dei fattori di rischio ha il grosso potenziale di fare la differenza nell´autismo. Noi sappiamo giá come cambiare alcuni elementi ambientali relativamente a qualcosa, mentre cambiare i geni di una persona é ancora prevalentemente nell´ambito della fantascienza.


La ragione per cui é stato cosí difficile provare cosa causi l´autismo dipende dalla differenza tra associazioni e relazioni casuali: tracciare una correlazione diretta tra causa ed effetto in un mondo disordinato e complesso é intrinsecamente impegnativo. Gli studi epidemiologici che sono lo strumento principale degli scienziati per investigare il rischio ambientale sono abbastanza buoni per identificare le associazioni tra qualcosa di ambientale ed una diagnosi, in questo caso di autismo. Ma queste relazioni statistiche non possono da se stesse provare che una cosa sia la causa di un´altra.
Il problema con l´epidemiologia e la scienza dell´osservazione é che é difficile conoscere sempre ed esattamente che tu hai trovato la causalitá.
Afferma Marc Weisskopf, professore associato di epidemiologia ambientale ed occupazionale all´ Harvard School of Public Health.


Questo problema ha afflitto la scienza per decenni, ma i ricercatori stanno sviluppando metodi che promettono di risolvere questi problemi — e forse anche di aiutarli a puntare nella giusta direzione per trovare le cause.


Una storia confusa


La genetica dell´autismo é stata un´area calda di ricerca sin dagli anni 70, quando un paio di studi suggerirono che la condizione é molto ereditabile. Ma per lungo tempo, gli studi genetici fallirono nel trovare una sola singola causa. Nel frattempo, l´aumento nella consapevolezza del fattore ambientale in molte condizioni spinse l´orientamento scientifico verso l´esplorazione di cause non genetiche. La ricerca rigorosa di fattori di rischio ambientali per l´autismo inizió circa un decennio fa, ció sta ad indicare che questa ricerca é ancora in fase iniziale.
Non si sono ancora ricercati i fattori ambientali per un periodo di tempo pari ai fattori genetici, dunque c´é ancora molto da imparare
afferma Lisa Croen, direttrice del Programma di Ricerca sull´Autismo al Kaiser Permanente, un sistema di assistenza sanitaria noprofit situata in California.


Il progresso é stato anche ostacolato dalla storia unica della ricerca sull´autismo: la teoria, interamente smentita dalla comunitá scientifica, che i vaccini infantili potessero causare l´autismo. L´amarezza per il modo in cui questa falsitá ha preso piede nell´opinione pubblica relativamente all´autismo ha contribuito allo scetticismo degli scienziati circa altri potenziali fattori ambientali, afferma Irva Hertz-Picciotto, professoressa di scienze della salute pubblica ed ambientale all´Universitá della California, istituto Davis MIND .
Io credo che, nel campo dell´autismo, ci sia stato attualmente qualche ostacolo perché la gente pone sullo stesso piano vaccini e cause ambientali.


Gli epidemiologi sono un gruppo che lavora in modo molto cauto. Al fine di stabilire che un fattore di rischio sia una causa, gli epidemiologi utilizzano usualmente nove criteri, compresi se gli insiemi di dati indipendenti sono d´accordo sulle associazioni, se gli studi epidemiologici si accordano con i risultati di laboratorio e se un meccanismo fisiologico plausibile per l´effetto ipotizzato esista. Ciascuno di questi criteri é difficile da rispettare, e soddisfarli tutti — o almeno a sufficienza alcuni di essi, per confermare un legame causale — é un ostacolo alto da superare.


Individuare chi é stato esposto e di quanto verso un particolare fattore di rischio é una sfida ulteriore. Per trovare i geni associati all´autismo, alcuni campioni di sangue sono tutto ció di cui abbiamo bisogno. I fattori di rischio non genetici, all´opposto, sono difficilmente misurabili. Non c´é un modo per esaminare velocemente e facilmente il sangue di una persona per una registrazione comprensibile di esposizioni ambientali passate. “La tecnologia della Biologia Molecolare non ha generato quella spinta enorme che ha giá fornito nell´ambito della genetica” afferma Craig Newschaffer, direttore dell´ A.J. Drexel Autism Institute all´Universitá di Drexel in Philadelphia, Pennsylvania.


In principio, i ricercatori devono dimostrare l´esposizione ai fattori di rischio non per una sola persona — il bambino con autismo — ma per la madre del bambino nel corso della gravidanza e forse anche del padre. (Alcune sostanze chimiche modificano il corredo del DNA spermatico che puó di riflesso influenzare il rischio di autismo.)


Accertare l´esposizione non é semplice. È molto difficile; é molto impreciso.
afferma Croen.


I ricercatori possono chiedere ai partecipanti ad uno studio su potenziali esposizioni, ma spesso le persone non sono informate su di esse — per esempio, una donna che inconsapevolmente allunga il proprio figlio sull´erba dove sono stati appena usati i pesticidi. Invece, i ricercatori spesso si affidano a misurazioni indirette, come setacciare attraverso registrazioni mediche per cercare diagnosi di autismo tra bambini figli di donne a cui erano stati prescritti antidepressivi in gravidanza. Anche questi metodi hanno i loro difetti. In questo caso, ad esempio, alcune donne potrebbero non rispettare le loro prescrizioni o prendere regolarmente le medicine.


È anche difficile considerare tutte le variabili nascoste che possono distorcere la relazione tra un´esposizione ed una conseguenza. Ad esempio, i bambini nati prematuri corrono un maggior rischio di autismo. Ma ció potrebbe dipendere dal fatto che un basso peso alla nascita é un fattore di rischio per l´autismo ed i bambini prematuri sono sottopeso alla nascita, o perché complicazioni quali il sanguinamento cerebrale occorrono piú di frequente nei bambini prematuri, piuttosto che il risultato diretto del periodo di gestazione ridotto.


Nel caso dell´autismo, il lasso di tempo tra una possibile esposizione e la diagnosi rende la situazione ancora piú complessa. Gli scienziati devono risalire a quali fattori di rischio potrebbe essere stato esposto il bambino nell´utero materno o durante l´infanzia, ma i ricordi dei genitori sono spesso confusi. Altre volte la memoria é prevenuta nella direzione opposta: i genitori possono ricordare in maniera chiara ogni piccolo evento che ritengono possa spiegare l´autismo del proprio figlio.


L´approccio di ricerca alternativo dovrebbe essere la misurazione di qualsiasi cosa alla quale siano esposti un gruppo di donne in gravidanza (e piú in lá i propri figli), seguendoli negli anni per vedere se i bambini ricevono la diagnosi di autismo. Ma poiché l´autismo é relativamente raro, questo approccio richiederebbe studi enormi e costosi per ottenere risultati significanti. Uno dei pochi studi di questo tipo, una collaborazione dell´Istituto Norvegese della Salute Pubblica e dell´Universitá della Columbia, ha monitorato diecimila donne in gravidanza ed ha identificato, sino ad ora, solo poche centinaia di bambini con l´autismo. Il risultato é che gli studi che possono affermare qualcosa di autorevole circa i fattori di rischio ambientali per l´autismo “sono un lavoro faticoso e costoso,” afferma Newschaffer. “E cosí é piú difficile farli decollare.


La teoria sulle infezioni

A causa di questi ostacoli, la lista dei fattori di rischio ambientali sulla quale i ricercatori sull´autismo generalmente sono d´accordo é corta. Una delle meglio conosciute e piú ampiamente accettate é l´infezione materna in gravidanza.


Negli anni 60 i medici documentarono un drammatico aumento nel tasso di prevalenza dell´autismo tra bambini nati da donne che avevano contratto la rosolia in gravidanza. Quello fu un indizio precoce. Successivamente negli anni 80, gli scienziati iniziarono ad investigare i legami tra infezioni materne, prima sfruttando il periodo temporale dell´epidemia influenzale per stimare l´esposizione alla malattia, successivamente con studi piú rigorosi.
Molto del lavoro che coinvolge il sistema immunitario nell´autismo é svolto in contemporanea o preceduto dal lavoro nella schizofrenia
afferma Brian Lee, professore assistente di epidemiologia e biostatistica alla Drexel University, che ha lavorato ad alcuni degli studi epidemiologici piú definitivi nella dimostrazione del legame autismo-infezione materna. Autismo e schizofrenia sono per certi versi simili, dunque l´idea che l´infezione materna possa causare l´autismo nei relativi figli, non ha richiesto un grosso sforzo.


Ma per alcune decadi questa é rimasta solo una teoria. I risultati che convinsero la maggioranza dei ricercatori sull´autismo di una relazione causale vennero da corposi ed inusuali dati epidemiologici, e da studi che dimostrarono i meccanismi biologici sottostanti l´effetto. Nel mondo epidemiologico, ad esempio, uno degli studi piú ampi di Lee, ha utilizzato dati provenienti dal sistema medico Svedese per dimostrare che l´essere ospedalizzati a causa di un´infezione durante la gravidanza, incrementa il rischio di avere un figlio autistico del 37%. Le registrazioni mediche sono migliori rispetto ai ricordi umani imperfetti nel richiamare la severitá e la durata della malattia. Queste registrazioni inclusero anche le diagnosi di autismo dei bambini, aumentando la certezza che il risultato da misurare fosse reale.


Nel frattempo, un tipo differente di prova ha puntato verso la stessa direzione. Alcuni gruppi hanno documentato livelli alterati di immunoglobuline in donne gravide i cui figli sarebbero stati poi diagnosticati autistici, cosí come campioni anormali di markers immunitari nei bambini stessi. Numerosi studi su modelli animali hanno dimostrato anche che cavie o topi in gravidanza esposti a patogeni o molecole che simulano infezione partoriscono piccoli che mostrano anomalie cerebrali e comportamentali che ricordano quelle viste nell´autismo.


È un messaggio coerente dagli studi epidemiologici umani e dagli studi animali o cellulari. Non si tratta di un solo studio qui o lí.
Afferma Lee.


I dettagli piú fini sono ancora da ordinare. Ad esempio, alcuni studi implicano infezioni virali, mentre altri puntano il dito contro infezioni batteriche. E ci sono differenti risposte su quando un feto in crescita sia piú vulnerabile a questi effetti. Ma c´é consenso sulla realtá dell´effetto.


Qualitá dell´aria


Ordinare cronologicamente la storia dell´infezione materna non é stato facile. E, per molti altri fattori di rischio, prove affidabili di supporto sono state anche piú difficili da ottenere. Molti ricercatori che hanno studiato l´inquinamento atmosferico, ad esempio, sono convinti che contribuisca all´autismo, ma finora, nessuno é stato capace di provarlo.


I governi di solito registrano i livelli di inquinamento e rendono i dati liberamente disponibili, cosí “le persone non devono uscire e raccogliere dati sull´inquinamento atmosferico in proprio per studiarlo” dice Hertz-Picciotto. Il suo team ha analizzato inquinamento ambientale e rischio di autismo come parte dello studio Rischio di Autismo Infantile da Genetica ed Ambiente (CHARGE), uno studio globale, a lungo termine, sui fattori di rischio nell´autismo in bambini in etá prescolare nati in California.


Piú di una mezza dozzina di studi, basandosi prevalentemente su dati statunitensi, hanno trovato che l´esposizione all´inquinamento atmosferico nei primi anni o durante la vita intrauterina, incrementi il rischio di autismo per un bambino, afferma Amy Kalkbrenner, professore assistente di scienze ambientali della salute all´ Universitá del Wisconsin-Milwaukee. Kalkbrenner ha dimostrato associazioni tra inquinamento atmosferico e rischio di autismo nel North Carolina e West Virginia. Altri ricercatori hanno riscontrato simili associazioni nella Pennsylvania occidentale e in un ampio campione nazionale di 116,000 donne partecipanti al Nurses’ Health Study II. “Tale livello di coerenza é inusuale in questo campo” afferma Kalkbrenner. "Vedere questo in un´area geografica differente che ha differenti ricorrenze stagionali, diverse miscele di inquinanti aerei, rafforza la totalitá delle scoperte.


Il periodo dell´esposizione offre un razionale biologico plausibile. Due diversi studi pubblicati all´inizio di quest´anno hanno dimostrato che l´esposizione all´inquinamento atmosferico nel corso del terzo trimestre di gravidanza innalza particolarmente il rischio di autismo. Questi mesi sono cruciali per lo sviluppo cerebrale che si pensa non avvenga correttamente nell´autismo. “Questo tipo di specificitá rafforza grandemente l´argomentazione della causalitá, alla quale noi stiamo realmente puntando in senso biologico” afferma Weisskopf, che ha condotto uno degli studi basati sui dati del Nurses’ Health Study II.


Ad ogni modo non tutti gli studi hanno trovato questo legame. Un´analisi di quattro ampi studi sulla crescita dei bambini in Europa, pubblicato a giugno, non ha trovato associazioni tra l´esposizione materna, in gravidanza, all´inquinamento atmosferico ed il livello di tratti autistici dei propri figli.


Abbiamo visto molti risultati negli Stati Uniti , ma mi piacerebbe vedere gli stessi in altre regioni del mondo” afferma l´investigatore capo Monica Guxens, assistente professoressa alla ricerca al Centro per la Ricerca in Epidemiologia Ambientale a Barcelona, Spagna.


Questa analisi mostra proprio quanto possa essere difficile comparare i dati dei vari studi, afferma Croen. È possibile che l´inquinamento sia legato alla diagnosi di autismo, risultato nella gran parte degli studi statunitensi, ma non ai tratti autistici, misurati nelle analisi europee. Se solamente alcune componenti dell´inquinamento atmosferico aumentano il rischio, anche gli studi che prendono in considerazione differenti sostanze chimiche potrebbero portare a risultati discordanti.


Prima che i ricercatori arrivino a concludere che l´inquinamento dell´aria causi l´autismo, potrebbero volerci nuove prove, quali migliori e piú personali misurazioni di esposizione all´inquinamento dell´aria. “In generale, questo problema su quando dichiarare stabilita una causalitá, é molto interessante e lascia perplessi” afferma Kalkbrenner. Finora, gli studi hanno stimato l´esposizione agli inquinanti ambientali incrociando l´indirizzo di residenza con i dati forniti dai governi locali sul monitoraggio delle stazioni. Ma l´approccio é inadeguato. Una persona potrebbe vivere in un´area con alti livelli di inquinamento, ma lavorare in una con bassi livelli o viceversa. Studi in progetto nei quali donne in gravidanza indossano personalmente monitors di qualitá dell´aria, oppure l´identificazione di marcatori biologici nel sangue che riflettano accuratamente l´esposizione personale ed attuale di un individuo all´inquinamento dell´aria, potrebbero rappresentare il tassello mancante.


Anche la ricerca di nuove fonti o tipologie di dati epidemiologici potrebbe aiutare. “Mi piacerebbe vedere come sta procedendo il neurosviluppo di bambini in aree con livelli di inquinamento davvero alti, come la Cina” dice Kalkbrenner. “Sarebbe anche bello avere accesso ai dati sugli ´esperimenti naturali´ dove gli inquinanti ambientali cambiano drammaticamente nel corso del tempo.


I ricercatori hanno anche bisogno di una migliore comprensione dei componenti tossici esatti presenti nell´aria che contribuiscono allo sviluppo del problema. Molti studi coinvolgono nel problema le particelle sottili minori di 2,5 micron in diametro, ma questa categoria comprende centinaia di elementi chimici tossici.


Abbiamo avuto questo insieme di scoperte positive, ma non c´é stata un´esatta coincidenza su quale aspetto dell´esposizione all´inquinamento aereo sia legato al rischio di autismo. La mancanza di consistenza é ancora un qualcosa di frustrante.
afferma Newschaffer.


Infine gli scienziati hanno bisogno di stabilire il meccanismo con il quale ogni composto tossico influenzi il cervello e causi l´autismo. Molti scienziati sospettano che siano coinvolte l´infiammazione o altre reazioni immuno-mediate.


Molti di quegli stessi markers che noi vediamo alterati nei bambini autistici sono gli stessi che vediamo scatenati in seguito all´esposizione all´inquinamento ambientale
dice Heather Volk, professore assistente di salute mentale al Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health a Baltimore in Maryland. Ma finora pochi studi di laboratorio o su animali hanno approfondito i dettagli di questi meccanismi.


In assenza di forti evidenze da molti tipi di studi, il legame tra inquinamento atmosferico ed autismo resta problematico e preoccupante. In un certo senso l´inquinamento atmosferico é cosí ampiamente distribuito che, se esso é realmente un fattore di rischio, sta probabilmente contribuendo alla genesi dell´autismo in un largo numero di bambini. Da un altro punto di vista é semplice mostrare associazioni tra inquinamento atmosferico e molte altre condizioni, ed il legame con l´autismo potrebbe essere specificamente falsato. “È certamente plausibile, si accorda con la letteratura per esempio per quanto riguarda le infiammazioni, tutti questi piccoli pezzi sono lí” afferma Lee. “Ma assemblarli insieme per derivarne che l´inquinamento atmosferico sia un fattore di rischio per l´autismo? Penso siano ancora molto lontani dal poter affermare ció.


Minestrone chimico


Una strategia per stabilire legami convincenti tra fattori di rischio ambientali ed autismo é quella di seguire i bambini da un´etá molto precoce, prima che l´autismo sia anche sospettato. Lo studio sull´Investigazione Longitudinale del Rischio Precoce nell´Autismo, lanciato nel 2009, ingaggia donne in gravidanza che giá hanno un bambino con autismo, cosí da essere a piú alto rischio di avere un altro bambino nella condizione. Per questo motivo, lo studio puó essere relativamente piccolo (mira a reclutare 1.200 donne) ma produce ancora risultati significativi. E poiché i ricercatori seguono le donne dalla gravidanza in avanti, essi possono registrare informazioni su esposizioni ambientali non appena avvengono, anche prima che venga fatta una diagnosi di autismo, per evitare i problemi del richiamo selettivo.


Un´altra strategia é di migliorare la misurazione delle esposizioni ambientali. Una tecnica emergente arruola un improbabile alleato: la fatina dei denti. Iniziando a formarsi nel secondo trimestre di vita intrauterina, i denti decidui si accrescono per strati concentrici, in maniera simile agli anelli degli alberi. I denti che cadono a 5 o 6 anni di etá includono una precisa e dettagliata registrazione temporale dei prodotti chimici ai quali il bambino é stato esposto sin da prima della nascita. “Qui abbiamo uno strumento che puó rappresentare direttamente ed in tempo reale l´esposizione fetale” afferma Manish Arora, professore associato di medicina ed odontoiatria preventiva all´Icahn School of Medicine presso Mount Sinai a New York. I ricercatori potrebbero utilizzare i denti decidui dei bambini ai quali é stato diagnosticato l´autismo per ricostruire accuratamente l´esposizione ambientale sin dai primi anni. “Al momento della diagnosi abbiamo un modo per viaggiare indietro nel tempo” afferma Arora.


Nel corso dell´ultima decade, Arora ha convalidato l´uso dei denti decidui come prova di esposizioni chimiche per studiare disordini cerebrali sia nell´infanzia che nella crescita successiva. Egli sta lavorando con molti gruppi di ricercatori sull´autismo negli Stati Uniti ed in Europa per valutare i fattori di rischio potenziali, inclusi i pesticidi e l´esposizione ai metalli pesanti.


Con la crescente consapevolezza che l´autismo é il risultato di una combinazione tra genetica ed ambiente, molti ricercatori sono d´accordo sul fatto che il modo per ottenere riposte reali é di analizzare questa relazione. Tali progetti sono difficili da condurre, richiedono ampie informazioni sulla genetica e sull´esposizione ambientale per lo stesso sottogruppo di persone.


Pochi studi sono andati in questa direzione. Un´analisi dei dati in carico agli studi ha scoperto che i bambini che respirano aria molto inquinata ed hanno una variante di un gene chiamata MET hanno un piú alto rischio di sviluppare l´autismo rispetto a quelli che hanno la sola variante genetica o la sola esposizione all´inquinamento. Un´altro studio ha mostrato che i bambini autistici che posseggono duplicazioni o perdite del DNA associate all´autismo, nati da donne che avevano avuto un´infezione in gravidanza, avevano sintomi piú gravi rispetto a coloro che avevano uno solo di questi fattori di rischio.


Molti teams stanno lavorando su analisi addizionali su questa linea. Studi epidemiologici in corso stanno anche riprendendo i dati per raccogliere ed analizzare il DNA dei partecipanti per esplorare contemporaneamente i due tipi di fattori di rischio. Inoltre i ricercatori stanno utilizzando l´analisi dell´esposizione ambientale, come per i dati sull´inquinamento atmosferico, per gli studi in corso sulla genetica dell´autismo. “Credo che molte cose possano essere fatte se siamo piú abili con gli studi di popolazione.” afferma Volk.


Probabilmente, l´intreccio di studi su fattori di rischio genetici ed ambientali puó condurre a nuove ipotesi e piú chiare risposte. Per lo stesso motivo, l´identificazione dei fattori di rischio ed il meccanismo con il quale hanno effetto dannoso potrebbe aiutare gli scienziati ad identificare nuovi geni responsabili per l´autismo. “È realmente una dicotomia falsa, tra geni ed ambiente" dice Lee.


Come se la comprensione dell´interazione tra genetica ed ambiente non fosse un obiettivo sufficientemente ambizioso, i ricercatori riconoscono che a causa della natura sinergica delle esposizioni nel mondo reale, potrebbero aver bisogno di analizzare piú fattori ambientali in contemporanea.


Noi non siamo esposti ad un solo prodotto chimico per volta. Noi tutti viviamo in questo minestrone chimico quotidiano.”
dice Joseph Braun, professore assistente di epidemiologia alla Brown University a Providence, Rhode Island.


Gli scienziati chiamano questo minestrone chimico — che include anche gli ormoni corporei, molecole di segnalazione create dal sistema immunitario, vitamine ed altri fattori dietetici — gli "esposomi". Un particolare sforzo ambizioso per affrontare gli esposomi in relazione all´autismo é in corso in Olanda dove i ricercatori stanno conducendo il primo studio sull´associazione completa all´ambiente nell´autismo.


Basato principalmente sui dati giá presenti dallo studio Generazione R, che teneva traccia dello sviluppo di circa 10.000 bambini nati nei dintorni di Rotterdam tra il 2002 ed il 2006, i ricercatori stanno provando le associazioni tra le caratteristiche correlate all´autismo e decine di fattori non genetici, inclusi l´etá dei genitori, complicanze alla nascita, dieta ed esposizione alle tossine ambientali. Essi pianificano anche di comprendere analisi genetiche, afferma uno dei membri del team Tonya White, un neuroscienziato dello sviluppo all´Universitá Erasmus di Rotterdam. Il gruppo pianifica anche di analizzare le relazioni tra sintomi e fattori ambientali tra gli 86 bambini dello studio che hanno diagnosi di autismo.


I Ricercatori stanno utilizzando tecniche che hanno aiutato altri gruppi a scoprire fattori di rischio ambientali per le condizioni, come diabete e sindromi metaboliche, dice White. Ma, in relazione all´autismo, questo tipo di studio rappresenta un territorio inesplorato. “Stiamo esplorando i fondali dell´oceano” afferma. Piuttosto che provare a semplificare il complesso scenario del rischio, questo sforzo ed altri come questo, aiutano a sondare il terreno — un progetto che puó dare agli scienziati quella visuale ad ampio raggio che punta alla relazione tra causa ed effetto.



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