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Lo Straordinario Viaggio di TS Pivet

le mappe dei miei sogni


Autore: Marco Minniti


La natura era scomparsa, ogni millimetro del paesaggio originario era stato sostituito da costruzioni realizzate dall´uomo seguendo le leggi della geometria. Come possono gli esseri umani creare così tanti angoli retti quando i loro comportamenti sono contorti e irrazionali?
T.S. Spivet




Circa un quindicennio dopo Il favoloso mondo di Amelie, il regista francese Jean-Pierre Jeunet torna a raccontare, con questo Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet, un personaggio che il mondo Asperger ha subito sentito a sé vicino. Un soggetto scelto in modo non certo casuale dal regista francese (l´origine è il romanzo Le mappe dei miei sogni, esordio dello scrittore americano Reif Larsen) che rivela per l´ennesima volta una sensibilità peculiare e personalissima, una vicinanza e un´adesione spassionata all´ottica di un mondo di freaks e personaggi sui generis, poco a loro agio con le convenzioni del mondo contemporaneo. Al centro della storia, un ragazzino di dieci anni appassionato di cartografia e inventore di straordinari macchinari, cresciuto nell´ambiente rurale di una fattoria del Montana, con un padre religiosamente legato al mito dei cowboy, una madre costantemente distratta dal suo lavoro di entomologa e dalla sua passione per gli insetti, e una sorella adolescente che scalpita per lasciare il nido familiare, col sogno di diventare Miss America. Nel passato recente di T.S., un lutto mai elaborato: quello derivato dalla morte del fratello Layton, copia in piccolo di suo padre e vittima di un mortale incidente durante un gioco dei due ragazzini.

L´occasione per uscire dall´invisibilità di cui si sente vittima, e contemporaneamente per affrontare il senso di colpa per la morte di Layton, sarà fornita a T.S. dalla telefonata dello Smithsonian Institute di Washington, quando questo gli annuncia la vittoria di un prestigioso premio per la sua invenzione di una macchina per il moto perpetuo. Il ragazzino si imbarcherà così in un avventuroso viaggio da un capo all´altro dell´America, spostandosi a bordo di un treno merci come uno degli outlaw tanto amati da suo padre, percorrendo a ritroso il tragitto dei pionieri americani (dall´Ovest selvaggio e fuori dal tempo, fino a un Est civilizzato finora visto soltanto attraverso la televisione) e facendo così la sua prima, vera sortita fuori dal guscio familiare.


Se resto qui finirò per girare in tondo come questi pipistrelli. Diventerò l´eco di me stesso
T.S. Spivet


Un viaggio che per il piccolo T.S. rappresenterà un vero e proprio percorso di formazione, in cui sarà accompagnato dal fantasma benevolo, e per nulla arrabbiato, di suo fratello, e in cui verrà a contatto con personaggi da lui talmente distanti da guadagnarsi subito la sua (più che contraccambiata) simpatia. Una traversata in cui la rigida attitudine sistematizzatrice del ragazzino, la sua tendenza alla misurazione e alla previsione scientifica di ogni possibilità, dovranno cedere il passo alla contemplazione dell´imprevisto e alla capacità di improvvisare.

Il gusto visivo pop e barocco di Jeunet si lega qui particolarmente bene al mondo di schemi, mappe mentali e geometrici sogni del piccolo T.S. (l´ottimo esordiente Kyle Catlett), freak suo malgrado in un universo (quello rurale del Montana) che sembra immobilizzato nel tempo, fermo a oltre un secolo fa. Un percorso in cui è facile ritrovare quello del regista in questa sua sortita in terra americana, che irride il mito della Frontiera con una sensibilità indie tipicamente europea, introducendo un´estetica fumettistica e iperrealista (non lontana da quella del già citato Il favoloso mondo di Amelie), tutta filtrata dalla sensibilità personale e sui generis del suo protagonista. Un personaggio, lui stesso, “alieno” in una terra sconosciuta (e vale forse la pena ricordare quello che fu l´esordio di Jeunet a Hollywood, ovvero il sequel Alien - La clonazione), ma inaspettatamente pieno di risorse per cavarsela al meglio. Un “bambino prodigio” (termine abusato quanto qui calzante) che, venuto a contatto con l´imperfezione del mondo in cui, volente o nolente, dovrà calarsi (“Come possono gli esseri umani creare così tanti angoli retti quando i loro comportamenti sono contorti e irrazionali?”, si chiede in una significativa battuta del film) troverà infine la forza per accettare la sua stessa, intima, imperfezione. Aiutato, in questo, da una famiglia che in fondo (tra collezioni di insetti impagliati e meticolosamente catalogati, e salotti trasformati in mausolei di un Vecchio West ostinatamente tenuto in vita) è meno tipica di quanto non potrebbe, superficialmente, apparire.




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