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Life, Animated

Una storia di Spalle, Eroi ed Autismo


Autore: Marco Minniti


All'improvviso, all'età di tre anni, Owen è sparito. Il dottore ci ha detto: lasciate che vi spieghi cos'è l'autismo. Mi ricordo di aver pensato: ti stringerò così forte, ti amerò così tanto, che tutto questo svanirà.




Rispetto all’autismo più lieve, su cui il mondo del cinema e della tv hanno messo gli occhi solo di recente, le varianti dello spettro con un funzionamento medio e basso conoscono una (relativamente) lunga storia cinematografica. È capitato raramente, tuttavia, di vedere un’opera così precisa nella descrizione della vita e della crescita di una persona autistica, così realistica nel descrivere tanto l’interiorità della condizione, quanto le ricadute della stessa su familiari e caregiver, quanto questo recente documentario diretto da Roger Ross Williams. Un’opera, Life, Animated, che ha ottenuto la candidatura all’Oscar per il Miglior Documentario nel 2017, oltre a una serie di riconoscimenti in varie manifestazioni internazionali (tra questi, il premio alla regia al prestigioso Sundance Film Festival). Un pezzo (considerevole) di vita filmata che il regista ha tratto dal libro Life, Animated: A Story of Sidekicks, Heroes and Autism, scritto dal padre del ragazzo protagonista, Ron Suskind.

Si caratterizza per una straordinaria densità, il film di Williams, che condensa in meno di un’ora e mezza la vita e la crescita del giovane Owen Suskind, bambino vivace e reattivo fino ai tre anni, poi inaspettatamente chiusosi (in apparenza) a qualsiasi stimolo proveniente dal mondo esterno. La passione, configuratasi come vero e proprio “interesse speciale”, per i film Disney, descritti nel film come guida e chiave interpretativa per il mondo neurotipico, consente a Owen di raggiungere un livello di autonomia, una sicurezza nella comunicazione, e una coerenza nella crescita personale, del tutto impensabili nelle fasi immediatamente successive alla sua diagnosi. Una lettura, quella del film, che non nasconde ma anzi prende di petto (in modo chiaro e diretto) i problemi relativi alla condizione, le difficoltà di una mente neurodiversa nel filtrare gli stimoli sensoriali, le sfide ad essa portate da una realtà mutevole, e non sempre riconducibile al rigido “script” di un film d’animazione. Soprattutto, il film non arretra di fronte alla descrizione della componente affettiva, sottolineandone la necessaria rivendicazione da parte del protagonista, ma anche le intrinseche difficoltà.


Non era l’unica scelta possibile, quella del registro documentaristico, per una vicenda come quella narrata in Life, Animated: ma, alla luce dei risultati raggiunti dal film, si è trattato senz’altro di una scelta vincente. A ben vedere, è riduttivo definire “documentario” il film di Roger Ross Williams; e ciò non tanto per l’oziosa questione (comune a molte opere analoghe) su quanto ci sia di reale e quanto di ricostruito in ciò che vediamo sullo schermo. Così come un’altra, recente opera rientrante nell’“ombrello” del cinéma vérité, l’italiano Dark Side of the Sun (anch’esso attinente al mondo della disabilità), il film di Williams “spezza” la ricostruzione quotidiana con inserti disegnati e animati, trasfigura la realtà del protagonista rendendola lirica, ci fa gettare uno sguardo diretto nella sua mente e nella sua attitudine a filtrare le cose attraverso un occhio che è insieme creativo e concreto. Riuscendo a risultare, e non è conseguimento da poco, tanto credibile e “realistico” nelle sequenze fantastiche (su tutte, quella animata posta nell’ultima parte del film), quanto lirico e intriso di sense of wonder in quelle riprese dal vero.


All'improvviso ci è apparso evidente che usava quei film per dare senso al mondo nel quale viveva, al nostro mondo!


Un risultato, quello raggiunto da quest’opera, che riesce a trasmettere ottimismo e fiducia senza (per una volta) dare l’impressione di ricattare lo spettatore o usare facili scorciatoie emotive; ci riesce, il film di Williams, mantenendo un tono in perfetto equilibrio tra asprezza e sguardo (pro)positivo, e non da ultimo facendo riferimento al cinema, e al suo potere immaginifico, come possibile chiave d’accesso, e “ponte” comunicativo, tra il mondo neurodiverso nel suo complesso, e l’universo in cui quest’ultimo si trova ad agire.


Ora, quando mi guardo allo specchio, vedo un fiero uomo autistico pronto ad affrontare un avvenire luminoso e pieno di meraviglie.




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