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Empatia che confonde

Spesso leggiamo che l’autismo è un disturbo dell’empatia. Ma c’è un problema, perché empatia può significare tante cose diverse, ed è fuorviante usare una sola parola per intendere concetti molto differenti.

Articolo originale: Confusing empathy di Nouchine Hadjikhani

Traduzione di Irene Perini

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Empatia deriva dal termine tedesco “Einfühlung”, sentirsi. Ma cosa significa veramente?

Esistono infatti due tipi principali di empatia, che possiamo chiamare empatia cognitiva ed empatia affettiva.

L’empatia cognitiva è la capacità che abbiamo di metterci nella prospettiva di qualcun altro, di metterci nelle sue scarpe”, è una cosa piuttosto complicata da fare, perché ci richiede di oltrepassare il nostro punto di vista, le nostre conoscenze, e di vedere il mondo da un'altra prospettiva. Alcuni la chiamano anche Teoria della Mente. Essere capaci di inferire gli stati mentali delle altre persone è importante per comprendere e prevedere il loro comportamento. Sappiamo quali aree del cervello sono maggiormente coinvolte nell’empatia cognitiva (la corteccia prefrontale mediale, la giunzione temporo-parietale destra e il solco temporale superiore). La [maggior parte delle, N.d.R.] persone con autismo hanno difficoltà con l’empatia cognitiva e a volte possono avere molta difficoltà a vedere le cose dalla prospettiva di qualcun altro.

L’empatia affettiva ci fa condividere le emozioni della persona con cui interagiamo o che osserviamo. È il processo per cui sussultiamo nel sentire la storia di qualcuno che si schiaccia le dita in una porta, o quando vediamo una persona con una siringa piantata nel braccio.

Gli studi di brain imaging hanno dimostrato che tutte le aree che si attivano quando si avverte dolore (note anche come la matrice del dolore) si attivano in una certa misura anche quando osserviamo o pensiamo a questi eventi dolorosi. Questa capacità di soffrire con qualcuno non è [solitamente N.d.R.] alterata nelle persone con autismo, che sono sensibili come il resto delle persone alla percezione dell’espressione del dolore.

In effetti, potrebbero essere anche più sensibili di quanto lo siano le altre persone, perché è difficile per loro prendere le distanze e non sentirsi sopraffatti nell’osservare il dolore e la sola ragione, per cui potrebbero non mostrare il comportamento premuroso e consolante come ci si aspetterebbe, è che provano una forte angoscia e hanno bisogno di prendere le distanze per non sentirsene sopraffatti.

Fino a che useremo una sola parola per esprimere due realtà così diverse, avremo difficoltà a capirci e a comunicare l’uno con l’atro. Saremo confusi leggendo cose opposte, come, da un lato, che “l’empatia è una cosa negativa che esclude il pensiero razionale” (Paul Bloom), e, dall’ altro, che c’è un corso per migliorare la nostra l’empatia in 5 6 o 7 step.

È estremamente importante esprimere i concetti chiaramente se vogliamo smettere di diffondere confusione, così come lo è evitare di parlare di nozioni molto diverse usando una sola parola. Dobbiamo riconoscere che l’autismo non è un disturbo dell’empatia, ma piuttosto una condizione in cui l’empatia cognitiva è ridotta, mentre l’empatia affettiva è aumentata, il che può portare a vivere situazioni molto stressanti nella vita quotidiana.

E, a proposito, è stato pubblicato di recente un articolo (Stockdale et al., SCAN 2017) che mostra come i giocatori abituali di videogiochi violenti presentano un’empatia affettiva ridotta rispetto a chi gioca raramente. Qualcosa di cui potremmo preoccuparci.


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