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Crazy in Love


Autore: Marco Minniti


Crazy in Love, una love story, un film prezioso, il cui ottimistico messaggio non passa mai come espediente furbo, men che meno come tentativo di spettacolarizzazione di una condizione di cui proprio allora il cinema iniziava ad occuparsi.




Siamo di fronte, qui, a un film che ha una certa importanza storica, visto che è stato uno dei primi a parlare, specificamente, della Sindrome di Asperger. L´ispirazione, pur in forma rielaborata e “fictionalizzata”, arriva da una vicenda reale: ovvero la storia d´amore tra due Asperger americani, Jerry Newport e Mary Louise Meinel. Nella realtà, lui è un geniale matematico, scrittore e divulgatore della condizione autistica, mentre lei è un´artista, insegnante di musica e attrice. Sposatisi nel 1994, poi divorziati nel 1999, ma in seguito tornati insieme e convolati a seconde nozze nel 2002 (il giorno di San Valentino), i due hanno raccontato la loro storia nel libro Mozart and the Whale: An Asperger´s Love Story, purtroppo inedito in Italia. Proprio Mozart and the Whale (guardando il film si capisce l´origine di tale espressione) è anche il titolo originale di questo film del 2005, in cui Jerry e Mary Louise diventano rispettivamente Donald e Isabelle, lui timido tassista newyorkese con la passione per i numeri, lei parrucchiera, pittrice e appassionata di musica classica. Il loro incontro, nel gruppo di supporto per l´autismo da lui gestito, darà vita al più classico dei colpi di fulmine. Con le varianti e le atipicità dovute alla condizione autistica di entrambi.



All´epoca della sua uscita è stato accusato di pressapochismo e inaccuratezza, questo Crazy in Love (curiosa la scelta della distribuzione italiana di tradurre un titolo inglese con un altro - invero ben più banale e generico - nella stessa lingua). Si è detto che il film di Petter Næssm, norvegese in trasferta americana, tenderebbe a perpetuare una serie di stereotipi sull´autismo in realtà lontani dall´estrema varietà di manifestazioni reali della condizione: in particolare, l´immancabile rappresentazione dell´autistico come genio “savant”, il legame dell´Asperger maschile con le abilità matematiche e quello della sua variante femminile col talento per le arti. Obiezioni non infondate, che tuttavia vanno contestualizzate al periodo storico in cui il film uscì (c´era bisogno, nel 2005, di un´opera di divulgazione presso il grande pubblico, che prendesse personaggi per certi versi “emblematici”), e che devono tener conto dei referenti reali della storia, rispecchianti in parte (e probabilmente è proprio per questo che sono stati scelti) quegli stessi stereotipi. E poi, in fondo, considerato che lo sceneggiatore Ronald Bass è quello che scrisse Rain Man, va semmai apprezzato lo sforzo di distaccarsi il più possibile da una versione stereotipata del tema “autismo”, e di dare una sua specificità alla condizione Asperger.



Crazy in Love è una love story, innanzitutto. Ci si potrebbe chiedere cosa sarebbe del film se i due protagonisti fossero stati due neurotipici, così come in tante commedie romantiche americane: ma questo sarebbe in fondo un esercizio ozioso. La condizione Asperger di Donald e Isabelle sostanzia il film e giustifica le varie evoluzioni del loro rapporto, gli inciampi, le rotture e i riavvicinamenti. Siamo davvero di fronte a una specie de “l´amore ai tempi dell´Asperger”, in cui entrambe le componenti hanno lo stesso peso nella drammaturgia del film: proprio questo equilibrio, insieme alla credibilità raggiunta pur nelle necessarie semplificazioni, è sicuramente un merito da ascrivere alla sceneggiatura. Così come è un merito l´aver usato, con naturalezza, gli strumenti (e anche le tappe) della commedia romantica, per raccontare una storia che non perde mai di vista la sua specificità, che è poi quella della condizione dei due protagonisti. La regia non si perde in fronzoli, si concede solo qualche virtuosismo nelle sequenze in cui l´assalto emozionale/sensoriale ha la meglio sulla stabilità dei due giovani, mentre per il resto resta attaccata ai due interpreti: una Radha Mitchell istrionica e fragile, e un Josh Hartnett che cattura alla perfezione, con la sua mimica facciale e le sue stereotipie motorie, tutti i tratti più visibili della condizione.


Al netto delle semplificazioni, al netto degli stereotipi (pur presenti), al netto di una storia che non ha, e non può avere, la complessità multidimensionale della realtà, Crazy in Love resta quindi un film prezioso, il cui ottimistico messaggio non passa mai come espediente furbo, men che meno come tentativo di spettacolarizzazione di una condizione di cui proprio allora il cinema iniziava ad occuparsi. “Ascolta, Donald: la sindrome di Asperger è una brutta cosa”: questa battuta, spesso citata e fraintesa (nella versione originale, abbiamo un più ambiguo “funny animal”) viene in fondo convintamente smentita dall´esito della storia. O, stando alla sua più corretta traduzione, riportata alla polisemia della sua formulazione originale: “funny”, certo, ma non per questo necessariamente “bad”.




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