Molto forte, incredibilmente vicino - Spazio Asperger ONLUS
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Molto forte, incredibilmente vicino

La storia della mia vita è la storia di tutte le persone che ho incontrato


Autore: Marco Minniti


Il film, pluripremiato, racconta la storia di un bambino Asperger e gifted che ha perso il padre dopo le Torri Gemelle. Una storia che mantiene le asprezze, il dolore, le gioie ed il tono agrodolce di un vero e proprio romanzo di formazione.




Come già in My Name is Khan, in questo Molto forte, incredibilmente vicino il tema dell´autismo si affianca a quello di un evento tragico, in molti sensi spartiacque per la storia contemporanea, come gli attentati alle Twin Towers.

Un connubio che qui vive nella storia di Oskar Schell, bambino di nove anni di straordinaria intelligenza, che non si rassegna alla perdita di suo padre durante quello che lui chiama “il giorno più brutto”. Incapace di elaborare quello che sente come ben più di un lutto, ma semmai come la perdita del centro del suo mondo, il ragazzino si imbarca in una ricerca sulle tracce di una misteriosa serratura, in cui andrà inserita una chiave che il genitore ha lasciato in un vaso nel suo ripostiglio, senza ulteriori indicazioni. O meglio, con un´unica indicazione, seppur vaga: la parola “Black”, vergata sulla busta che conteneva la chiave. Oskar decide così di individuare sull´elenco telefonico tutti i Black che vivono in città, e di far visita ad ognuno di loro: la speranza è quella di scoprire la funzione della misteriosa chiave, dando così un senso al mistero che circonda l´oggetto, e indirettamente anche alla scomparsa del genitore.

Nella sua ricerca, Oskar si imbatterà anche nel misterioso inquilino di sua nonna, che vive nell´appartamento di fronte, un vecchio che comunica solo attraverso la scrittura, e tramite le parole “sì” e “no” scritte sui palmi delle sue mani.

La sindrome di Asperger non sembra, a un primo sguardo, essere il tema principale del film di Stephen Daldry (regista che, con Billy Elliot, aveva già mostrato uno sguardo particolare, tutto personale, sul mondo dell´infanzia). Le peculiarità di Oskar restano apparentemente sfumate, limitate a difficoltà di socializzazione a cui vengono fatti solo dei cenni, mentre più evidenti (seppure non centrali nella storia) sono le manifestazioni sensoriali che acuiscono il disagio del ragazzino, aumentate esponenzialmente dopo la tragedia che ha visto la scomparsa di suo padre. Alla sindrome viene fatto, nella pellicola, solo un rapido cenno, mentre qualsiasi indicazione in tal senso era esclusa dal romanzo a cui il film si ispira, scritto da Jonathan Safran Foer.

Tuttavia, un esame approfondito del personaggio di Oskar (ottimamente interpretato dal giovanissimo Thomas Horn) mostra moltissime delle caratteristiche (e del modo di rapportarsi alla realtà) di un bambino Asperger costretto a crescere anzitempo, e a confrontarsi con un evento collettivo a cui persino gli adulti neurotipici faticano a dare un senso. Oltre alla connotazione vagamente gifted del personaggio, ai suoi interessi speciali in primo piano, alla sua inesausta curiosità, ciò che spicca è la sua forte tendenza alla sistematizzazione, la disperata voglia di mettere ordine e di dare una spiegazione razionale a qualcosa che sfugge, per definizione, alle regole della logica.

Oskar Schell, rigido sistematizzatore capace tuttavia di grande empatia, si immerge letteralmente, con tutto se stesso, nella sua ricerca, in modo metodico e fortemente organizzato, step by step, sperando di far discendere dalle premesse una conclusione che vede non solo possibile, ma necessaria. Persino la necessità di mentire, atto che intuiamo pesargli, non lo distoglie dal raggiungimento del suo obiettivo: Oskar ne tiene un conto, tuttavia, delle bugie che dice, le elenca tutte nel suo racconto, numerandole, forse pensando di doverle in qualche modo scontare.

Quando coinvolge nella sua ricerca il misterioso dirimpettaio, gli impone i suoi tempi, le sue regole e le sue modalità di azione: il suo obiettivo finale, la ricerca di una serratura che (metaforicamente) dovrebbe aprirgli le porte della comprensione di ciò che è successo a suo padre (e del mondo che glielo ha così brutalmente sottratto) è al di sopra di qualsiasi altra esigenza. Il suo disagio (e il suo senso di colpa per il suo comportamento in quel drammatico giorno) viene sfogato sul suo corpo, più che verso l´esterno, in atti di autolesionismo di cui ci vengono mostrati solo i risultati.

Oskar è, nel film, l´emblema di un dolore che accomuna un´intera comunità, ma anche la rappresentazione di come una mente neurodiversa lo vive, vi fa fronte, cerca di opporvisi. Trovando nelle proprie peculiarità le risorse per superarlo, ma anche per aprire se stessa a una complessità umana che non può essere ridotta a un mero insieme di regole, di premesse e logiche conseguenze.

Daldry, concentrandosi così (quasi) interamente sulla storia di Oskar, ed evidenziando in rapidi ed efficaci flashback l´importanza della figura del genitore (unico individuo ad aver posseduto, realmente, la chiave per accedere al suo mondo) mette in scena un vero e proprio romanzo di formazione in versione Asperger: una storia che mantiene, di qualsiasi romanzo di formazione, le asperità, l´esplicitazione del dolore, il tono agrodolce.

Ma anche il carattere intimamente ottimista, con la consapevolezza che una realtà tanto multiforme, complessa, spesso dolorosa e violenta, può essere, se non del tutto compresa, almeno guardata in faccia e affrontata. Da tutti.




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