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The Story of Luke

Cerca amore e lavoro e non accetta no come risposta.


Autore: Marco Minniti


Cresciuto dai suoi nonni, Luke, un giovane adulto autistico, viene catapultato in un mondo che non si aspetta niente da lui. Ma Luke è alla ricerca di un lavoro e di un vero amore. E lui non accetto un no come risposta.




Nel 2012, anno di uscita di questo The Story of Luke, l’autismo al cinema era (già) tutt’altro che un oggetto sconosciuto. Tuttavia, di questa opera prima di Alonso Mayo (regista peruviano trapiantato negli USA, precedentemente specializzato in documentari) stupisce soprattutto la freschezza.

The Story of Luke, purtroppo inedito in Italia, non ha paura di risultare politically incorrect, con la sua scelta di mantenere un approccio lieve e ricco di humour al tema dell’autismo ad alto funzionamento: tuttavia, a differenza di opere come lo svedese Simple Simon (di due anni precedente), il terreno su cui il film di Mayo si muove è decisamente realistico, direttamente legato al tirocinio professionale che il regista fece, nel periodo finale della sua formazione, presso un centro specializzato, quando aiutò a confezionare una serie di video di supporto professionale per giovani con autismo.

Frutto di uno studio accurato, e di un attento lavoro di regia, il giovane Luke interpretato da Lou Taylor Pucci cattura al meglio le movenze, la riconoscibile mimica facciale, l’emotività unica e così singolarmente espressa, di un giovane autistico HFA. In una condizione articolata su uno spettro così vario, e difficilmente riducibile a un insieme predeterminato di tratti, la prova del protagonista parla direttamente ai nervi, ai sensi e alla testa di chi vive direttamente la condizione autistica, così come a quelli dei loro familiari.



Il pregio principale di The Story of Luke sta proprio in questo suo sapersi muovere tra intrattenimento divulgativo e rappresentazione realistica, tra la dimensione dell’esemplificazione di una condizione (schematizzata e portata sullo schermo, con lo scopo di risultare leggibile per il maggior numero possibile di spettatori) e la sua resa puntuale.

Così, il film sceglie volutamente di sfumare gli aspetti sensoriali della condizione del protagonista, mette tra parentesi i dettagli del suo passato (limitati all’esplicitazione del - necessario - background familiare), e si concentra direttamente sul presente. Una storia, quindi, tutta da scrivere, radicata in una nuova consapevolezza (quella di un venticinquenne autistico che prende coscienza per la prima volta della sua necessità – e della sua scoperta capacità – di badare a se stesso) nonché proiettata verso il futuro.

Quello di Luke, a ben guardarlo, è una sorta di romanzo di formazione sui generis, che prende i suoi elementi dalla vita, dalla storia personale, dal background del protagonista, nutrendosi direttamente di un ottimismo e di una determinazione (quella dell’intelligenza) che lo spettatore distratto, al primo apparire sullo schermo del protagonista, potrebbe non riconoscergli.

Dal confronto con le persone intorno a sé, e dalla fuoriuscita forzosa da un guscio che scopre andargli stretto, Luke intuisce l’esistenza di un suo possibile posto nel mondo. E lo persegue, con la determinazione inesausta e il focus sull’obiettivo tipici di molte persone autistiche.


La dimensione del confronto con l’universo neurotipico (ma il film sembra invero suggerire l’assenza – o almeno l’estrema eterogeneità – della condizione così definita) è un altro dei punti di forza del film di Alonso Mayo, sorprendentemente equilibrato nel suo rifiuto di delineare un mondo in bianco e nero.

I personaggi (a partire dagli inizialmente odiosi tutori di Luke, i suoi zii e cugini) mutano nel corso della trama, evolvono, mostrano lati inaspettati del loro carattere; crescono, persino, proprio come lo stesso protagonista. A funzionare, nel film, è proprio questo equilibro di sguardo, questo rifiuto consapevole del manicheismo, nonché questa capacità così puntuale (ed empatica) nel penetrare le vite di tutti, svelandone le intime speranze, disillusioni e debolezze. Il tutto, declinato nei toni di una commedia, raccontato con un ritmo sostenuto, sorretto da un humour lieve e garbato, che non distorce la realtà ma offre solo un particolare sguardo, con un’ottica personale eppur partecipe, sulle vicende dei protagonisti.

La storia del film, alla fine dei suoi 95, densi, minuti, non trova una sua vera conclusione: molti dei suoi nodi restano aperti (in primis quello dell’incontro, ad alto contenuto emotivo, consumatosi nella gioielleria), lasciando allo spettatore la semplice consapevolezza dei semi piantati dal protagonista. Una parentesi nel racconto di una vita, quindi, quella di The Story of Luke: ma una parentesi dalla quale si esce con un sorriso, oltre che con un innegabile senso di fiducia, che sfida anche gli eventi più duri che vediamo rappresentati sullo schermo.




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