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I bambini di Asperger, non prendiamo per oro colato pagina 193

Replica al libro “I bambini di Asperger” ” di Edith Sheffer


Autore: Walter Heijder


Traduttore: Margherita Gatto


Articolo Originale: Fair is foul, and foul is fair on page 179 pubblicato sul blog di Christopher Gillberg il 31 Luglio 2018


A settembre 2018 compare nelle librerie italiane il libro -I bambini di Asperger- di Edith Sheffer. La Sheffer ricostruisce la storia raccapricciante della neuropsichiatria tedesca durante il periodo nazista e lancia delle forti ombre sulla figura di Hans Asperger e sul suo coinvolgimento con il regime. Walter Heijder analizza il testo originale di Hans Asperger per vedere quanto di vero (non) contiene il libro della Sheffer



A maggio 2018 è uscito in inglese il libro “I bambini di Asperger” di Edith Sheffer (pubblicato in italiano a settembre 2018, traduzione utilizzata nel seguito, vedi nota 1 a fondo pagina n.d.R.): si tratta del “primo studio esaustivo sui legami tra autismo e nazismo.” Il libro affronta vari temi:

un primo tema è dato da una rappresentazione, a dir poco raccapricciante, della psichiatria (infantile) nazista; gli psichiatri nazisti investirono su quei bambini disabili che, a loro parere, in età adulta, avrebbero potuto tornare utili alla società; per i bambini disabili ‘inutili’ il piano era un altro: l’eutanasia. O li si curava, o li si eliminava.

Un secondo tema vede tratteggiata la figura di Hans Asperger all’interno di questo sistema di eliminazione. Pur non facendo parte del partito nazista, pur non avendo ucciso nessuno e pur non essendo direttamente responsabile di alcun delitto, Asperger costituiva, indubbiamente, un anello all’interno di questo sistema e fu indirettamente responsabile della morte di decine di bambini. Per alcune persone queste informazioni costituiscono ragione sufficiente per sentirsi a disagio a continuare a utilizzare il termine Sindrome di Asperger.

Un terzo tema è rappresentato dall’analisi da parte di Sheffer dello storico scritto di Asperger “Gli ‘psicopatici autistici’ in età infantile” (Die ‘Autistischen Psychopathen’ im Kindesalter), pubblicato a Vienna nel 1944. La fama mondiale di Asperger è legata a questo articolo: infatti, la sindrome da lui descritta è molto più famosa dello stesso Hans Asperger. “Asperger traccia una linea di divisione molto netta tra i bambini con una valenza positiva e quelli con una valenza negativa ” scrive Sheffer, ma il legame tra il gruppo in trattamento e il gruppo destinato all’eliminazione è facilmente visibile. Sheffer aggiunge: “Non ci sono dubbi sulla sua considerazione dei bambini con disabilità maggiori: la loro valenza sociale era pressoché nulla ”, affermazione a un passo dal programma di eutanasia.

I ‘bambini con una valenza positiva’ (come li definisce Sheffer) erano bambini autistici intelligenti, mentre i ‘bambini con una valenza negativa’ erano bambini autistici con una compromissione a livello intellettivo.

Nel suo scritto, Hans Asperger descrive quattro bambini in modo molto dettagliato: del suo articolo, circa il 35% è dedicato a due bambini capaci (Fritz e Harro), mentre circa il 15% è dedicato a due bambini con compromissione a livello intellettivo (Ernst e Hellmuth).

Il punto culminante dell’analisi che Sheffer fa nel suo libro è dato dagli ultimi tre paragrafi del capitolo “Bambine e bambini” (alle pagine 193 e 194), che si riportano integralmente qui di seguito, lasciando evidenziate, per successivi riferimenti, le frasi che l’autrice ha tratto da Asperger.

Ecco i tre paragrafi in questione:


[terzultimo paragrafo] Asperger è brutale riguardo a questi “casi meno favorevoli”. Ricorrendo all’immagine degli individui “asociali” e “dissociali” della psichiatria nazista, prevede che questi bambini, una volta diventati adulti, finiranno “sulle strade” e diventeranno “degli originali con punte di comicità, grottescamente derelitti, che parlano da soli a voce alta, e senza curarsi di nulla.”

[penultimo paragrafo] Asperger arriva a negare l’umanità di quei bambini autistici che considera più disturbati. Nel corso della sua tesi si riferisce a loro come ad “automi intelligenti”, parla di “aspetto quasi da automa dell’intera personalità” e definisce Hellmuth “un automa autistico.” Il concetto di automa non allude soltanto al fatto che non siano produttivi per la società, ma anche al fatto di non possedere sentimento sociale. Quelli all’estremità “sfavorita” della psicopatia autistica di Asperger ” erano destinati a rimanere fuori dalla comunità nazionale.

[ultimo paragrafo] Per Asperger questi bambini, che egli riteneva non avrebbero potuto “essere una parte integrante del mondo ”, “non possono imparare” (enfasi nell’originale), un’espressione in armonia con il concetto di “ineducabile” della psichiatria nazista, criterio decisivo nel programma di eutanasia per decidere l’eliminazione di qualcuno. Queste etichette cancellavano l’individualità del bambino, arrivando ad annullarne l’umanità stessa. Erano una vera e propria condanna a morte psichiatrica, che precedeva la vera soppressione negli istituti.


Sheffer non è la prima autrice a parlare di Hans Asperger e dei nazisti, ma affermazioni di questo tipo in un libro di larga diffusione non hanno precedenti. Se tali affermazioni si dimostreranno veritiere, allora non ne voglio più sapere di Hans Asperger e del suo scritto, almeno per quanto mi riguarda.


Ma queste affermazioni sono vere?

Vediamo.

L’espressione automi intelligenti è d’effetto. Dick Swaab, ricercatore olandese nel campo delle neuroscienze, nel suo libro We Are Our Brains, scrive: “I bambini descritti da Asperger come Intelligenzautomaten (automi intelligenti) raggiungevano precocemente una padronanza del linguaggio, erano in grado di parlare delle loro esperienze e sensazioni e possedevano delle capacità nella norma.” Intelligenzautomaten è l’unica parola che Swaab riprende da Asperger, senza però deplorare il carattere umiliante del termine. Ho la sensazione che ‘macchine dell’intelligenza’ sia una traduzione migliore di Intelligenzautomaten, rispetto a ‘automi intelligenti’, ma si tratta di un dettaglio. Citerò ora l’intero passo dell’articolo di Asperger, in cui viene usato il termine Intelligenzautomaten. Lo riporterò rifacendomi alla traduzione di Uta Frith (pubblicata nel 1991), che userò come riferimento, in quanto è la stessa fonte adottata da Sheffer per il suo libro (nella presente versione tradotta si è utilizzata la versione italiana del 2003, vedi nota 2 a fondo pagina, N.d.R.)


Un altro punto importante: i bambini “normali” acquisiscono le necessarie abitudini sociali senza avere della maggior parte di esse una chiara consapevolezza: imparano inconsciamente, istintivamente. Ma proprio queste relazioni che si giocano sull’istinto sono compromesse nei bambini autistici; essi sono, per esprimerci grossolanamente, automi intelligenti. [In tedesco: Diese Menschen sind, krass ausgedrückt, Intelligenzautomaten.]

In loro anche l’adattamento sociale deve passare dall’intelletto, essi devono imparare tutto per via intellettuale.

Bisogna spiegare loro tutto, enumerare tutto (il che sarebbe un grave errore educativo con i bambini normali): devono imparare e svolgere sistematicamente, come fosse un compito scolastico, tutte le piccole occupazioni quotidiane.

Con alcuni di questi bambini (che però erano un po’ più grandi di Harro L.) si è raggiunto un adattamento quasi senza difficoltà, fissando un orario esatto in cui, a partire dall’ora del risveglio, erano elencate con precisione tutte le attività e i doveri della giornata; quando i bambini venivano dimessi, ricevevano un “orario” simile, elaborato di concerto con i genitori, in quanto doveva essere adattato alle abitudini della casa. I bambini dovevano rendere conto regolarmente del rispetto del piano giornaliero, magari anche tenere un diario. A questa “legge oggettiva” i bambini si sentivano strettamente vincolati: moltissimi sono particolarmente pignoli, molti altri mostrano tratti che vanno verso una nevrosi ossessiva. Abbiamo potuto utilizzare queste caratteristiche per raggiungere l’adattamento.


Il termine Intelligenzautomaten è un modo piuttosto “grossolano” per definirli… dice lo stesso Hans Asperger. Del resto, parliamo di “esseri umani” (Menschen)… ripete egli stesso, prima di dare consigli di tipo pedagogico su come trattare questi bambini.

Tuttavia, ciò che più colpisce è che, nello scritto di Asperger, Intelligenzautomaten non si riferisce esclusivamente ai soli bambini con compromissioni a livello intellettivo. Il passo citato è tratto dalla parte in cui Asperger descrive Harro, uno dei due ragazzi più capaci: in quel punto del suo scritto, Asperger non ha ancora fatto la distinzione tra i bambini capaci e quelli con compromissioni a livello intellettivo, quindi l’espressione da lui usata Intelligenzautomaten è chiaramente riferita a tutti i bambini autistici.

Qui di seguito un passo riguardante Ernst, un bambino con compromissione a livello intellettivo.


Se ci si poteva pur sempre domandare se questo bambino fosse particolarmente capace oppure debole di mente, ci sono tuttavia numerosi deboli di mente in cui si trovano allo stesso modo i tratti tipici della psicopatia autistica: il disturbo del contatto con le sue caratteristiche manifestazioni espressive nello sguardo, nella voce, nella mimica, nella gestualità e nell’aspetto motorio, le difficoltà a sottoporsi a una disciplina, le cattiverie, le pedanterie e stereotipie, l’aspetto quasi da automa dell’intera personalità, l’incapacità a riprodurre meccanicamente mentre le produzioni spontanee sono migliori. Nei deboli mentali le anomalie descritte sono generalmente ancora più forti perché non sono controbilanciate dalle funzioni di una personalità normale.


Nonostante Ernst abbia una compromissione a livello intellettivo, egli presenta le stesse caratteristiche della psicopatia autistica, dice Hans Asperger. Asperger fa poi un elenco delle caratteristiche della psicopatia autistica, nel quale compare l’espressione seguente: “l’aspetto quasi da automa dell’intera personalità”. Non si dice che sono tutti effettivamente degli automi, si dice piuttosto che l’intera personalità di alcune persone è come un automa. Comunque, nuovamente, ciò che più colpisce è che nello scritto di Asperger l’espressione citata non si riferisce esclusivamente ai bambini con compromissione a livello intellettivo: ancora una volta, si riferisce chiaramente a tutti i bambini autistici.

Qui di seguito un passo riguardante Hellmuth, l’altro ragazzo con compromissione intellettiva.


Moltissimo di questa descrizione ricorda i casi già presentati: il bambino è un “automa autistico” senza senso pratico e con disturbi a livello istintuale, ha relazioni molto ristrette con il mondo e le sue richieste, è privo di autentiche relazioni con le persone, pieno di pedanterie e cattiverie.


Benché Hellmuth presenti una compromissione a livello intellettivo, la sua descrizione ricorda i casi precedenti. Il termine ‘casi’ è plurale, quindi non può essere riferito solamente a Ernst; pertanto, si riferisce necessariamente anche ai più capaci Fritz e Harro. Asperger elenca in breve le caratteristiche di tutti i casi di bambini autistici. Prima caratteristica: essere un automa autistico. Si noti che Hans Asperger usa le virgolette (un ‘automa autistico’), anche nel testo originale tedesco, come per dire: questo è un linguaggio metaforico; non intendo dire che il ragazzo è un vero automa. Sheffer, però, non informa il lettore di queste virgolette.

Sheffer scrive: “Il concetto di automa non allude soltanto al fatto che non siano produttivi per la società, ma anche al fatto di non possedere sentimento sociale.”

Tuttavia, dai passi citati qui riportati sembra che, in primo luogo, il termine “automa” fosse riferito all’incapacità di acquisire abitudini sociali come i bambini normali.

Nel penultimo paragrafo del capitolo “Bambine e bambini” (a pagina 193), Sheffer cita tre espressioni d’effetto tratte da Asperger (“automi dell’intelligenza”, “l’aspetto quasi da automa dell’intera personalità” e “un automa autistico”) tutte estrapolate dal loro contesto. Se propriamente riposte nel loro contesto, è evidente che Hans Asperger non intendeva queste espressioni in senso letterale. Inoltre, nessuna di queste tre espressioni si riferisce esclusivamente ai bambini con compromissioni maggiori, come sostiene Sheffer; tutte e tre si riferiscono a tutti i bambini autistici. Pertanto, le sue affermazioni di cui a pagina 193 (penultimo paragrafo del capitolo) non sono vere.

Oltre a non essere vere, le affermazioni di Sheffer non hanno senso: non si danno consigli di tipo pedagogico in merito a degli automi dell’intelligenza; non è per degli automi che si organizza un programma di eutanasia. I nazisti intendevano eliminare le vite indegne di essere vissute (Lebensunwertes Leben), non l’esistenza di automi.

Mi riferisco ora all’ultimo paragrafo di Sheffer del capitolo in questione (a pagina 194), partendo da una citazione tratta dalla descrizione che Asperger fa di Ernst.


Di nuovo ritroviamo le singolarità dell’“intelligenza autistica”: le prestazioni sono migliori là dove il bambino può produrre spontaneamente, peggiori se il bambino deve seguire un certo percorso prestabilito, specialmente quando deve restituire ciò che ha imparato. La conoscenza del mondo scaturisce soprattutto dalla sua esperienza, non da ciò che il bambino ha assunto e appreso dagli altri. Ciò rende le prestazioni dei bambini dotati particolarmente originali e affascinanti, mentre in quelli meno dotati e più gravemente disturbati le risposte sono più errate che di qualità, i dati tratti da esperienze casuali non toccano l’essenziale delle cose.

Lo stesso avviene con l’espressione linguistica: nel caso più favorevole sentiamo delle formulazioni particolarmente appropriate, personali; nel più sfavorevole le espressioni, che arrivano fino a neologismi, sono più errate che felici.

In Ernst K. i lati negativi prevalgono (si consideri che il bambino ha sei mesi più di Harro L.!). Le prestazioni nelle domande sulle differenze sono pur sempre il meglio che riesce a fare e mostrano il suo modo autonomo di osservare e di fare esperienza. Nelle altre occasioni, soprattutto rispetto alle richieste scolastiche, questa intelligenza mostra in maniera evidentissima il suo rovescio: se qualcuno è in grado soltanto di fare esperienze in prima persona, se sa essere solamente “se stesso” invece che sentirsi una parte integrante del mondo in continua interazione con esso, allora non può imparare; non può accettare quello che altri gli propongono del loro sapere acquisito, non si lascia “meccanizzare” attraverso l’esercizio e l’abitudine.


Sheffer scrive che Asperger “credeva” che i bambini autistici meno capaci “non avrebbero potuto ‘essere una parte integrante del mondo,’” ricollegandosi sbrigativamente al programma di eutanasia dei nazisti, mentre nel testo originale Hans Asperger parlava di qualcuno che non sarebbe riuscito a “sentirsi una parte integrante del mondo”. Non è la stessa cosa, bensì il contrario.

In effetti, Hans Asperger scrisse veramente che alcuni bambini “non possono imparare” (questa volta Sheffer ci tiene a informare il lettore che l’enfasi è nell’originale) e Sheffer cerca subito di ricollegarsi a ‘ineducabile’, un’etichetta che apriva le porte delle strutture per la pratica dell’eutanasia nazista. Ma ciò avrebbe senso solamente se il criterio “incapace di apprendere” valesse esclusivamente per i bambini autistici con compromissione a livello intellettivo, non per i bambini autistici capaci. Esaminiamo più attentamente questo aspetto.

Hans Asperger dedica parecchie pagine a quella che egli definisce intelligenza autistica.

Ecco qui il primo paragrafo a riguardo:


Le prestazioni di un bambino sorgono dalla tensione fra due poli: produzione spontanea, autonoma, e imitazione di qualcosa che gli si è mostrato in precedenza, apprendimento di conoscenze e abilità che gli adulti già possiedono. Entrambi i poli devono incontrarsi in giusta misura, affinché si realizzino buone prestazioni. Se manca la produzione propria, o perlomeno la rielaborazione autonoma di quanto appreso, la prestazione diventa una forma vuota, è pura meccanicità superficiale, è “imitazione gestuale”.

Nell’intelligenza autistica troviamo il disturbo opposto. Questi bambini sanno produrre soprattutto in maniera spontanea, sanno essere solo originali, e possono imparare solo in misura ridotta, possono apprendere solamente con difficoltà abilità meccaniche; non sono per nulla programmati ad acquisire conoscenze dagli adulti, magari dall’insegnante. Le particolari abilità e le difficoltà di queste persone consistono, come in tutti gli esseri umani del resto, nel fatto che le loro virtù e i loro difetti formano un tutt’uno inscindibile.


Mettendo insieme quanto Asperger aveva scritto a proposito dell’intelligenza di Ernst, caratterizzata da compromissione a livello intellettivo, emerge il quadro seguente: tutti i bambini autistici incontrano delle difficoltà nell’apprendere dagli adulti; i bambini autistici intelligenti vogliono scoprire le cose da soli e ci riescono; essi “sanno essere solo originali”.

I bambini autistici con compromissione a livello intellettivo, invece, non apprendono dagli adulti e non sono in grado di capire le cose da soli; perciò, essi sono assolutamente incapaci di apprendere.

La storia dimostra che i nazisti non avevano alcuna considerazione per i bambini incapaci di apprendere. Perché mai avrebbero dovuto investire su dei bambini che avrebbero rifiutato la loro cultura (nazista) e non avrebbero potuto proporre altro che idee originali? Non ne avevano certo il motivo! Pertanto, l’affermazione di Sheffer riguardo alla corrispondenza tra l’etichetta “incapace di apprendere” di Asperger e l’etichetta nazista di ‘ineducabile’ non ha senso. Per l’ultimo paragrafo del capitolo (a pagina 194) vale la stessa cosa che per il penultimo: se si riconducono le citazioni di Sheffer al contesto di Asperger e se si considerano le affermazioni con attenzione, le asserzioni di Sheffer si dissolvono nel nulla.

Che dire poi del terzultimo paragrafo del capitolo (a pagina 193)? Guardiamo l’intero passo da cui le citazioni sono state tratte. L’ultimo sottotitolo prima della ‘conclusione’ dello scritto di Asperger si intitola ‘Valenza sociale degli psicopatici autistici’.

Ecco qui i primi tre paragrafi:


Ci siamo posti nel nostro studio il compito di illustrare il quadro di uno stato psicopatico in età infantile, per quanto ne sappiamo, non ancora descritto. Questo capitolo si spinge oltre. Esso si pone la domanda: che cosa diventano i bambini autistici? Si solleva così allo stesso tempo la questione relativa al loro rilievo sociale, una questione di tale importanza da averci indotto ad affrontarla nonostante la nostra intenzionale limitazione al quadro dello stato autistico in età infantile.

Da quanto abbiamo detto fin qui ci si aspetterà che un inserimento sociale di queste persone sia estremamente difficile se non addirittura impossibile, dal momento che l’elemento fondamentale della loro condizione, come abbiamo messo in luce, è il disturbo dell’adattamento alle richieste dell’ambiente circostante. Questa aspettativa risulta tuttavia giusta in pochissimi casi e precisamente in quelle persone in cui alla sindrome autistica si aggiunge un'esplicita inferiorità intellettuale.

Per questi ultimi le cose si mettono in maniera ben triste [in tedesco: recht traurig]. Nel caso più favorevole entrano in un lavoro subalterno e non qualificato, sovente instabili, sempre precari; nei casi più sfavorevoli finiscono sulle strade, degli originali con punte di comicità, grottescamente derelitti, che parlano da soli a voce alta, e senza curarsi di nulla, al modo delle persone autistiche, apostrofano la gente, oggetti di derisione per tutti i ragazzi di strada verso i quali reagiscono – inefficaci sui loro aguzzini – scagliandosi loro contro.


In questo passo, Hans Asperger parla di una minoranza di persone autistiche: quelle con un ritardo intellettivo; all’interno di questo gruppo crea due sottogruppi: quelli con un lavoro non qualificato e quelli che finiscono sulle strade. Sheffer ritiene che l’espressione ‘i casi più sfavorevoli’ si riferisca ai ‘bambini autistici con disabilità maggiori’. Ancora una volta si sbaglia. Se ricondotta al contesto originario, l’espressione in realtà si riferisce a quelli che finiscono sulle strade, un sottogruppo dei ‘bambini autistici con disabilità maggiori’. Questa non costituisce l’obiezione principale all’argomentazione di Sheffer, quanto piuttosto un ulteriore esempio di un’imprecisione da parte sua.

Inoltre, Hans Asperger non aveva fatto previsioni per i ‘casi più sfavorevoli’, come invece sostiene Sheffer. Egli descrisse casi esistenti di adulti autistici con una compromissione a livello intellettivo.


Comunque, la cosa più interessante è che qui abbiamo anche un’esplicitazione dell’atteggiamento di Asperger nei confronti delle persone autistiche con compromissione a livello intellettivo. Egli definisce la loro sorte “ben triste” [recht traurig].

Ben triste?! Non è un segno di brutalità, quanto, piuttosto, un segno di compassione.


Note

  1. Nell’articolo l’autore fa frequente riferimento a pagina 179 dell’edizione originale (Sheffer, Edith “Asperger’s children – the origins of autism in Nazi Vienna”, W. W. Norton & Company, New York 2018) che corrisponde agli ultimi tre paragrafi del capitolo “Bambine e bambini” alle pagine 193-194 dell’edizione italiana (Sheffer, Edith “I bambini di Asperger - La scoperta dell’autismo nella Vienna nazista”, trad. it. Anita Taroni e Stefano Travagli, Marsilio, Venezia 2018).
  2. L'articolo originale di Hans Asperger è disponibile in italiano: Asperger, Hans “Bizzarri, isolati e intelligenti. Il primo approccio clinico e pedagogico ai bambini di Hans Asperger”, a cura di Franco Nardocci, trad. it. Grazia Maselli, Erickson, Trento 2003
  3. Nell’articolo originale il titolo fa riferimento al Macbeth di Shakespeare, da cui è tratta la citazione (atto 1.1 e atto 1.3), che in sostanza significa “ciò che in apparenza è buono è in realtà cattivo e ciò che in apparenza è cattivo è in realtà buono”, esprimendo quindi il concetto generale “le apparenze ingannano”, un motivo ricorrente nel Macbeth. Il titolo dell’articolo mette quindi sostanzialmente in dubbio la veridicità delle conclusioni tratte dall’autrice, in particolare di quanto espresso a pagina 179 del testo originale, come si vedrà poi.



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