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Ben-X

Nella vita reale non è come nei videogame. La morte è definitiva.


Autore: Marco Minniti


Classico film sullo Spettro Autistico ed il bullismo. Ben-X è un ragazzo delle superiori nello Spettro che subisce ripetutamente il bullismo dei compagni e si nasconde nel mondo di fantasia dei videogiochi.




Film indipendente, a basso budget, parto di una cinematografia non troppo considerata nel nostro paese come quella belga, Bex X ha innanzitutto il merito di affrontare il tema dell’Asperger calandolo nella realtà (problematica per definizione) dell’adolescenza e dell’ambiente scolastico. L’ambientazione moderna, e la drammatica realtà del cyber-bullismo (il film è del 2007, anno in cui il fenomeno stava iniziando ad assumere la natura pervasiva che purtroppo lo caratterizza a tutt’oggi) danno al messaggio del film, e ai temi che mette in campo, un’urgenza impossibile da ignorare. Un’urgenza che nasce direttamente dalla realtà, visto che il film si ispira a un evento reale, quello di un diciassettenne belga che si suicidò a seguito di una serie di atti di bullismo. I fatti avevano già ispirato il romanzo Nothing Was All He Said, scritto dallo stesso regista Nic Balthazar, a sua volta origine di una graphic novel, di uno spettacolo teatrale e di un musical: un progetto multimediale, quindi, per raccontare l’autismo adolescenziale e il suo difficile rapporto col mondo neurotipico. Un corpus di cui purtroppo, in Italia, ci è giunto solo il film. Meglio di niente, viene da dire.



Ben X è un dramma scritto e pensato soprattutto per un pubblico giovane, sia nel tono che nella messa in scena. Laddove il linguaggio del film, che occhieggia vagamente al videoclip, avrebbe normalmente fatto nascere il sospetto di un certo compiacimento, qui risulta invece perfettamente adeguato al tema e al target: le percezioni sensoriali del protagonista, il suo sentire troppo e tutto insieme, le sue difficoltà nel discernimento ed elaborazione degli stimoli rilevanti, con la conseguente difficoltà a rapportarsi al mondo esterno, trovano un’adeguata formalizzazione nello stile iperrealista adottato dalla regia, che “carica” la realtà solo quel tanto che basta per trasportare lo spettatore nell’universo del protagonista.

Vuoi lasciare questo mondo? Allora fallo! Ma io credo tu sia un guerriero; allora combatti!


Un universo fatto di color correction e grandangoli, di attenzione continua ai dettagli espressa in un montaggio che, con la sua frammentazione, segue il problematico flusso di coscienza di Ben, scisso tra passato e presente (i flashback sono frequentissimi), tra realtà concreta e virtuale. La vita quotidiana del giovane, infatti, viene continuamente giustapposta alle immagini (sia quelle reali, sia quelle che fantasticamente rispecchiano gli eventi concreti) del videogioco online nel quale Ben si è creato una seconda personalità. Quel gioco dove tutto è più lineare e fronteggiabile, in cui anche i pericoli sono più prevedibili, e dove si può diventare eroi (nonché salvatori di principesse) con poco.


Si potrebbe obiettare che il film di Balthazar, pur nella sua durezza, edulcora un poco una realtà drammatica come quella del bullismo adolescenziale, assumendo, specie nella sua parte conclusiva, un tono lievemente edificante e fiabesco. Si potrebbe discutere su alcuni aspetti della morale, specie laddove questa suggerisce (nel finale) una scissione netta tra percezione autistica e neurotipica, che si assumono difficilmente conciliabili, nonché difficilmente riducibili l’una all’altra. Si potrebbe anche discutere, dal punto di vista della scrittura cinematografica, su una certa meccanicità e scarsa credibilità del twist finale. Ma, in fondo, nessuno di questi particolari inficia la riuscita artistica del film, nonché la sua efficacia dal lato squisitamente divulgativo. Ben X funziona perché adotta un linguaggio vicino ai suoi referenti e al suo target, perché non arretra di fronte alla rappresentazione del dramma dell’isolamento e dell’incapacità di comprenderne le radici, nonché dell’inadeguatezza delle istituzioni (in primis quella scolastica). Funziona, anche, perché afferma in modo chiaro che “non sono gli autistici ad avere problemi a stare con gli altri, ma sono gli altri a non accettare la loro diversità”. Ed ha inoltre il merito di sfatare alcuni miti e stereotipi, specie quelli relativi ai videogiochi e ai mondi virtuali: il film di Balthazar dice a chiare lettere che questi ultimi, specie per ragazzi portatori di neurodiversità, non sono sempre il male assoluto. È proprio l’universo virtuale a salvare Ben, e a insegnargli a rapportarsi in modo diverso (anche) col mondo reale. Un messaggio da tenere a mente per genitori ed educatori.




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