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Corpo e Anima

Io credo che tu sia meraviglioso.


Autore: Marco Minniti


Non il solito film sui diversi, ma un'opera cinematografica di rara maestria. Lui con una paralisi, lei lontana dal mondo e dai rapporti con gli altri, in una sintonia di stile, linguaggio e fotografia, per raccontare una storia che non scade mai nel banale sentimentale.




Il cinema d’autore europeo, quello che (con una semplificazione certo arbitraria) potremmo definire “da festival”, scopre la Sindrome di Asperger. Lo fa, con questo Corpo e anima, senza nominare mai esplicitamente la condizione, ma racchiudendola ed esplicitandola, in modo plastico, nei lineamenti e nelle movenze del personaggio di Marìa, magistralmente interpretato dall’attrice Alexandra Borbély. Un film, quello della regista ungherese Ildikó Enyedi (una filmografia piuttosto parca, spalmata nell’arco di un trentennio) che è stato accolto molto bene dalla critica internazionale, presentato al Festival di Berlino e subito insignito dell’Orso d’Oro, del premio della giuria ecumenica e del Premio FIPRESCI, tributato dalla federazione internazionale della stampa cinematografica. Guardando il film di Ildikó Enyedi, si ha in effetti la sensazione di un’opera certo non mainstream, certo improntata a una ricerca (sull’immagine e le psicologie dei personaggi) che poco concede alle formule preconfezionate del cinema di cassetta; e tuttavia, in Corpo e anima c’è un’attenzione al pubblico e alle sue possibilirisposte, una leggibilità di contenuti e simbologie, un’empatia che dai volti dei due protagonisti si espande allo spettatore, sconosciuti in molte opere analoghe.



E’ film di immagini, sogni e loro materializzazioni, questo Corpo e anima. Una specie di melò in sottrazione, che introduce lo spettatore nella vicenda di Endre e Marìa (giocata sul doppio binario esplicitato dal titolo) senza offrirgli punti di riferimento; ma al contrario accompagnandolo e avvolgendolo, con la forza quasi ipnotica dei sogni dei due protagonisti, alternata alle materiche, aspre e spesso crudeli manifestazioni del loro quotidiano. E’ un percorso che procede in senso inverso rispetto al titolo, quello dei due personaggi: il loro incontro si gioca dapprima sulla dimensione onirica e “spirituale”, incarnata fantasticamente dal contatto tra due animali, per poi risalire lentamente (e non senza dolore) al piano materiale, corporeo, che nell’ultima parte assume connotati addirittura debordanti e drammatici. Una corporeità che l’apparentemente algida Maria abbraccia con convinzione, dopo esserne stata circondata (e averla rifuggita) per tutta una vita; e che, nel suo momento di maggiore difficoltà, il personaggio utilizza in senso (auto)distruttivo, con metodica violenza e sfruttando il supporto di quella parte emotiva (incarnata dalla musica) che per una vita aveva parimenti sacrificato.

Io credo che tu sia meraviglioso


Il film di Ildikó Enyedi, che mantiene per tutta la sua durata il dualismo incarnato dal titolo (l’evanescenza eterea del sogno, alternata alla brutalità quotidiana del mattatoio in cui i due protagonisti lavorano) si configura in effetti come una (ri)scoperta della dimensione corporea per entrambi i personaggi: quella dimensione che in lei è stata compressa dalla sua condizione autistica, surrogata dai giochi infantili con i pupazzi e dalle sue deliberate fantasticherie, sempre evocata nell’immaginazione e mai sperimentata; e che in lui è rimasta menomata dall’incidente che gli ha paralizzato un braccio, nonché anestetizzata da una sessualità vissuta in modo meccanico e ripetitivo. Ci vorranno, per entrambi, il sogno e l’incontro come anime disincarnate (e poste, nel regno onirico, in una figura-archetipo del mondo animale come quella del cervo) per recuperare, rinvigorire e valorizzare quella dimensione fisica di cui l’individuo, che sia da solo o posto in relazione con l’altro, non può fare a meno. Una riscoperta che in Marìa sarà resa più facile (paradossalmente, ma non troppo) proprio dal suo autismo, dalla sua capacità (finora tenuta nascosta, celata come un tesoro segreto) di abbracciare con pienezza la sensorialità: da una mano affondata nella morbida consistenza di un purè, a un getto d’acqua sul volto, risveglio di quel corpo che non può che accarezzare, in modo quantomai benefico, anche l’anima.




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