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Una Favola: Il piccolo principe e la Sindrome di Asperger

Nei suoi viaggi tra i pianeti il nostro Piccolo Principe incontra un assassino...


di Andrea Steffanoni

Una storia per riflettere sul potere dell´educazione e dell´amore e per evitare facili stereotipi.



Il successivo pianeta si chiamava Connecticut ed era abitato da un sociopatico omicida.


“Buongiorno”, disse il piccolo principe, “abiti da solo qui?”


“Sì”, disse l´omicida, “ho ucciso tutti gli altri.” E gli mostrò le sue armi.


“Perché?”, chiese il piccolo principe. ”Così non avrai compagnia. Anch´io abitavo da solo, ma almeno avevo una rosa sul mio pianeta, e adesso ne sento la mancanza. Sai, sono molto abitudinario.”


“Le rose non ti fanno niente”, rispose l´omicida, “ma gli uomini possono essere molto cattivi. Non mi capivano, mi prendevano sempre in giro, erano sgarbati con me e mi isolavano. Qualcuno ha fatto il bullo con me. Io non sapevo difendermi, e la maestra non mi aiutava. Anche la mamma non mi aiutava. Un giorno, la mia rabbia è scoppiata, e li ho uccisi tutti. Non erano amici.” “Anch´io non ho amici. Dicono che sono diverso, originale. Che vengo da un altro pianeta. Questo, in fondo, è vero. E anche con me fanno i bulli, a volte. A me piacerebbe avere amici, però. Sai, soffro un po´ la solitudine.”


“Vorresti provare a uccidere qualcuno che fa il bullo?”, chiese l´omicida. “Posso prestarti una pistola, se vuoi.”


“No, grazie”, rispose il piccolo principe. “Se gli altri sono sgarbati con me, ne soffro, ma preferisco andarmene via, stare per conto mio.” E dopo un silenzio aggiunse: “Gli altri per me sono difficili da capire.”


“Perché?” chiese l´omicida.


“Perché loro non capiscono me.”, rispose il piccolo principe. “Faccio fatica a entrare in relazione con gli altri. A immaginare che loro possano avere pensieri diversi dai miei. A me sembra così semplice e naturale il mio modo di pensare, che credo tutti dovrebbero pensare come me. Però non è così.”


“E´ vero”, disse l´omicida. ”Anche per questo motivo li ho uccisi.”


“Ma io non voglio uccidere nessuno”, ribadì il piccolo principe. “Io, al massimo, mi posso arrabbiare. Quando mi arrabbio posso anche diventare furibondo. A volte non riesco né a capire né a controllare le mie emozioni. Dovrebbero insegnarmelo, gli altri dicono che è una cosa facile capire le emozioni, ma per me non lo è affatto.”


Il piccolo principe fece un piccolo sospiro, e guardò in alto, nel cielo.


E dopo una breve esitazione, si decise a chiedere: “Tu mi sapresti insegnare le emozioni?”.


“Non credo”, disse l´omicida, “però ti posso far vedere come si usa un´arma. Ci vuole allenamento, per usarle, sai? Non è mica facile.”


“Io,” rispose il piccolo principe, “se dovessi pensare a un´arma, mi piacerebbe avere l´arco di Cupido, per fare innamorare qualcuno di me.”


E tornò a guardare il cielo.


“Sembri così diverso dagli altri che ho ucciso”, disse l´omicida. ”Sei sincero, non mi giudichi, non hai pregiudizi verso di me. Non l´ha mai fatto nessuno.”


“Sono sincero perché dico sempre quello che penso,” rispose il piccolo principe, “mi viene naturale. Però a volte le persone si offendono per questo, lo chiamano ‘mancanza di diplomazia´. Dicono che non sono capace di stare con gli altri, che ferisco con la verità delle mie parole sincere, e mi allontanano. Io, questo, non lo capisco, in fondo sono solo sincero.”


“Tu sei semplice perché sei schietto.” disse l´omicida. “Gli uomini sono molto più difficili da capire. Pensano una cosa e ne dicono un´altra. E magari ne fanno una terza.”


“Sai”, riprese il piccolo principe dopo un breve silenzio, “anche la mia rosa si nascondeva dietro alle parole. Era così timida e indifesa. Avrei dovuto capire la sua tenerezza dietro le sue astuzie. Ma non ne ero capace.”


“E adesso sei capace?” chiese l´omicida.


“Si,” rispose il piccolo principe, “è stata una volpe che me l´ha insegnato. Si è fatta addomesticare da me. E mi ha addomesticato. Da lei ho imparato tante cose. Ha avuto molta pazienza con me. E a me ha fatto molto bene, mi ha aiutato tanto.”


“E poi l´hai uccisa?” chiese l´omicida, pensando che in fondo si trattava di una semplice volpe. “Ma no, ci volevamo bene. Lei sì che mi capiva. Mi capiva col cuore. E mi ha insegnato a sentire col cuore. Mi ha spiegato come parlare con gli umani, e come riuscire a interpretare i loro strani discorsi.”


E ripensò alla volpe, che aveva pianto, per lui. Pensò che forse, un pochino, di lui si era innamorata.


E pensò che era veramente stata speciale, per lui. Che era stato così bello, così desiderabile farsi addomesticare. Tutt´a un tratto gli dispiacque per la disperata solitudine dell´omicida. Pensò che anche lui era stato lasciato solo, ma invece di incontrare una volpe aveva trovato le armi.


E dopo un po´ aggiunse: “Sai, ho conosciuto un sacco di uomini davvero strani.”


“Non stento a crederlo.” disse l´omicida.


“Ho incontrato re, ubriachi, lampionai, geografi, uomini d´affari. Anche un psicologo. Diceva strane cose di me, che ho una sindrome.”


“Davvero?”, disse l´omicida “Io l´avrei ucciso per questo. Hai una sindrome? Quale?”


“Ho la sindrome di Asperger.” disse il piccolo principe.


“E´ una cosa brutta?” chiese l´omicida.


“Dipende. Se sei capito e aiutato è anche bella. Dà un carattere molto puro, anche se può apparire un po´ eccentrico. Ci dà abilità non comuni. Come quella di viaggiare tra i pianeti, o di parlare con le rose. Ma se non sei capito è brutta. Non riesci mai a farti degli amici. Ti vedono diverso.” “Io credo che la tua diversità sia molto bella.” disse l´omicida.


Il piccolo principe ne fu contento. Arrossì. Guardò il cielo. Respirò profondamente. Gli sembrava quasi di sentire il profumo della sua rosa.


“Vuoi diventare mio amico?” chiese il piccolo principe.


“Che peccato che sei arrivato così tardi”, disse l´omicida. “Se ti avessi incontrato prima, forse non sarei arrivato a uccidere. Adesso non posso più, è troppo tardi. Anzi, è meglio che tu vada.”


“Perché?”, disse il piccolo principe. Mi trovo bene a parlare con te”


“Perché finirei per ucciderti. Sono un omicida, è la mia natura.”


Aveva un´aria strana, un po´ inquietante. Il piccolo principe se ne andò dispiaciuto.


I grandi, decisamente, sono molto, molto bizzarri, si disse durante il viaggio.
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