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Mary and Max


Autore: Marco Minniti


Mary e Max, amici di penna il cui rapporto si protrae per oltre un ventennio, trasfigurato, rispetto al reale, quel tanto che basta per dargli una consistenza poetica. Una consistenza simile a quella percepita, e vissuta, da molti Asperger, ma anche da molti outsider neurotipici come la piccola Mary




L´unico caso (finora) in cui l´Asperger è stato rappresentato attraverso il linguaggio dell´animazione, è quello di questo Mary and Max, film australiano del 2009, che segna l´esordio nel lungometraggio del talentuoso regista di corti animati Adam Elliot. Un esperimento di animazione in stop motion che ha richiesto 57 settimane di lavorazione, un lungo e meticoloso lavoro di ricostruzione di ambienti, oggetti e personaggi, oltre al coinvolgimento di un cast vocale che include (tra gli altri) il compianto Philip Seymour Hoffman nel ruolo principale, affiancato da nomi di peso quali l´australiana Toni Collette ed Eric Bana. La critica ha plaudito quasi senza riserve all´esordio di Elliot, così come i vari festival in cui il film è stato presentato (tra i premi vinti, l´Orso di Cristallo dedicato al cinema per ragazzi al Festival di Berlino, e il Gran Premio al Festival Internazionale dell´Animazione di Ottawa).



L´animazione rappresenta in effetti uno strumento potentissimo per mettere in scena l´universo, interno ed esterno, percepito dalle persone con condizioni dello Spettro Autistico Lieve; ed è significativo che il tipo di animazione scelto sia quello retrò, dal sapore sottilmente nostalgico, e dalla natura intrinsecamente artigianale, della stop motion e dei personaggi di argilla. La perfezione asettica della CGI non abita qui: l´universo di Mary e Max, amici di penna il cui rapporto si protrae per oltre un ventennio, è trasfigurato, rispetto alla realtà, quel tanto che basta per dargli una consistenza poetica. Una consistenza simile a quella percepita, e vissuta, da molti Asperger, ma anche da molti outsider neurotipici come la piccola Mary. Proprio su questo terreno comune, favorito da uno strumento come la comunicazione a distanza (quella che consente la riflessione, le pause, il mistero e la componente immaginifica, non quella moderna dei mezzi digitali, che riproduce la frenesia del face to face) le solitudini dei due protagonisti si incontreranno, scaldandosi a vicenda.


Non vuole parlare principalmente di autismo, Mary and Max: ciò, nonostante il fatto che Adam Elliot abbia scritto la sceneggiatura ispirandosi alla sua ultraventennale corrispondenza con un amico di penna di New York, lui stesso Asperger. Ma il film finisce comunque per offrire una rappresentazione, se non dei dettagli della sindrome (volutamente sfumati, a volte semplificati), certamente di un ponte possibile col mondo neurotipico, della ricerca di un linguaggio comune, di un incontro sul terreno della lentezza, di un´empatia stimolata e coltivata, della colorazione graduale, da costruire giorno per giorno, di un mondo esterno percepito forzatamente come grigio. Un incontro di cui non vengono nascoste le asperità, gli allontanamenti, le incomprensioni e i riavvicinamenti, le piccole e grandi debolezze che sono proprie dell´universo umano nella sua interezza. Ma proprio quel contatto che è tanto esteso (geograficamente, al punto da coprire quasi la circonferenza del globo) quanto profondo, finirà per aiutare in modo diverso entrambi i protagonisti. Arricchendoli e cambiandoli.


L´accuratezza (storica e clinica) passa così in secondo piano, nel film di Adam Elliot, che si muove (com´è giusto che sia per ogni opera di animazione) più sul piano della resa dei concetti, che di quello di una rappresentazione pedissequa della realtà. L´universo che circonda i due personaggi è quello di un Tim Burton più ancorato al reale, che declina il suo mondo freak nel quotidiano, mimetizzandolo e mescolandolo nella vita di tutti i giorni, assorbendo di essa gioie, speranze e inevitabili dissapori. Un mondo in cui ci sono due personaggi un po´ più freak degli altri, alla ricerca del proprio spazio in esso. Il loro incontro parla, in fondo, il linguaggio dell´universalità, rivolgendosi a una platea davvero trasversale: una trasversalità che non soffoca, ma anzi fa vivere e valorizza, il concetto positivo di diversità.




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