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Il Mio Nome è Khan

...e non sono un terrorista


Autore: Marco Minniti


Per percorrere la strada giusta, per trovare le risposte, per salvare te stesso e il mondo circostante, non devi indossare un´armatura e volare




è una fiaba contemporanea, Il mio nome è Khan. Una fiaba concepita a Bollywood, dove da sempre colori e musica creano un impasto magico, e dove mai c´è stata paura di osare sul versante del melodramma, dei sentimenti sfacciati, del richiamo all´emozione più pura. Quell´emozione che ci accompagna per tutte le due ore e mezza abbondanti di durata del film, mentre seguiamo la storia di Rizvah Khan, Asperger indiano di religione musulmana, stabilitosi e creatosi una famiglia in America, che vede la sua vita sconvolta dopo gli attentati dell´11 settembre, col conseguente clima di odio e persecuzione contro la popolazione islamica. Quando il suo figliastro viene ucciso a causa del cognome musulmano da lui ereditato, la moglie, anche lei indiana ma di religione indù, lo ripudia, accusandolo di essere la causa della morte del ragazzo. Distrutta dal dolore, Mandira scaccia Rizvah da casa, urlandogli di tornare solo una volta che avrà detto al presidente degli Stati Uniti le parole “il mio nome è Khan e non sono un terrorista”. Determinato a riconquistare l´amore della donna, Rizvah prenderà la sua intimazione in modo assolutamente letterale, imbarcandosi in un lungo viaggio attraverso il paese, con lo scopo di trasmettere al Presidente il suo messaggio. Nel suo viaggio, conoscerà appoggio e solidarietà, ma anche sospetto, odio e persino la prigione, la tortura e un tentativo di omicidio.

Nel film di Karan Johar, il tema dell´autismo si lega quindi a quello della storia americana, e in particolare a un evento spartiacque come gli attentati dell´11 settembre 2001. Un legame che sarà toccato di nuovo, solo due anni più tardi, nel successivo Molto forte, incredibilmente vicino, e che qui è caratterizzato da un´elegia della diversità tutta incarnata nel personaggio interpretato da Shah Rukh Khan (star del cinema indiano). Il carattere fiabesco e intimamente ottimista del film di Johar, i suoi intermezzi musicati, la sua confezione accattivante, non escludono una componente realistica e addirittura cruda che fa da continuo contraltare all´inesausta fiducia del protagonista: Rizvah è testimone (già dalla sua infanzia in India) di faide e discriminazioni, è oggetto inconsapevole delle invidie del fratello (incapace di comprendere le attenzioni speciali a lui riservate) e poi, appena giunto in terra americana, è guardato con sospetto per il suo autismo e le sue difficoltà nel comprendere le più basilari regole sociali. Gli attentati alle Twin Towers, poi, avvelenano il corpo sociale dell´America tutta, compresi l´anima e il cuore di quella compagna che gli aveva riservato amore e comprensione, e che ora vede in lui solo la causa della morte violenta di suo figlio. Rizvah subisce ogni genere di angheria, durante il suo viaggio pluriennale attraverso l´America, ma il suo ottimismo (così affine a quell´America obamiana che nel frattempo aveva conquistato la maggioranza degli elettori) alla fine avrà la meglio.

La voce fuori campo che segue il racconto scritto di Rizvah (per una volta, ed è un punto a favore del film, ci viene presentato un Asperger bravo con la parola scritta e la narrazione), le musiche (la classica We Shall Overcome di Pete Seeger, riarrangiata e cantata in lingua indiana, riecheggia più volte nel film), i balli, la dimensione epica del viaggio, tutto concorre al mood favolistico di cui il film è impregnato: ma la concretezza per larghi tratti dolorosa della storia di Khan, il suo concentrare su di sé alcuni dei tratti più importanti che caratterizzano la Sindrome (la letteralità, la sincerità a tratti disarmante, la capacità superiore alla media di provare empatia affettiva), felicemente legati al carattere “emblematico” che il suo viaggio, nel corso della storia, acquisisce, fanno in modo che il film venga preso molto sul serio, non trasmettendo mai l´impressione di “giocare” in modo furbo con lo spettatore. A livello superficiale, qualche spettatore potrebbe forse evidenziare un richiamo (nel tema del viaggio attraverso il territorio americano) a un classico come Forrest Gump: ma uno sguardo più approfondito sul film non può che evidenziare le enormi differenze tra i due personaggi, oltre all´approccio decisamente più realistico (e insieme più spettacolare) del film di Karan Johar.

Più che la riuscita finale del suo proposito, più ancora del suo essere diventato, nella storia, un personaggio mediatico, per Rizvah conta l´essere riuscito a trasmettere parte del suo modo di percepire ed elaborare la realtà allo spettatore: una modalità esperienziale che non è fatta solo di stereotipie, confusione sensoriale e difficoltosa comunicazione col mondo neurotipico, ma anche di tante altre componenti. Di quella determinazione inesausta, per esempio, e di quel senso di giustizia universale che trascende le categorizzazioni (siano esse religiose, culturali, o di condizione neurologica) che accomunano così tanti individui portatori della sua condizione.




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