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La mente di Leopardi

Breve biografia di Giacomo Leopardi


di Luigi Lucantoni

Diversamente dagli altri bambini, l´immaginazione di Leopardi si fissava fortemente su alcune idee o oggetti, spesso paurosi e dolorosi, che lo tormentavano: aveva bisogno delle cose comuni; cercava la ripetizione e il metodo; e se scorgeva intorno a sé l´inconsueto o lo straordinario, si spaventava; e se tralasciava “di fare una cosa… solita”, la considerava una “disgrazia insopportabile”.



L´infanzia e l´adolescenza

Giacomo Leopardi nacque a Recanati il 29 giugno 1798. Egli stesso scrisse: “La mia faccia aveva quando io ero fanciulletto e anche più tardi un non so che di sospiroso e serio che essendo senza nessuna affettazione di malinconia ec. le dava grazia (e dura presentemente cangiata in serio malinconico), come vedo in un mio ritratto fatto allora con verità”. Non amava guardarsi allo specchio. Ma quelle maniere ingenue, semplici e naturali, non toccate dal desiderio di piacere, lo rendevano caro ad alcune signore, che lo corteggiavano e si prendevano cura di lui, e di tutte le minime cose di cui aveva bisogno.


Il padre Monaldo sostenne che, da bambino, Giacomo era “sommamente inclinato alla divozione; e pochissimo dato ai sollazzi puerili”. Giocava agli altarini: serviva volentieri messa, mentre la sorella Paolina recitava le funzioni. Voleva diventare “santo”, perché la gente, vedendolo attraversare a cavallo, gridasse “Ecco il Santo”: ma questo era, forse, un desiderio di gloria mascherato, piuttosto che un desiderio religioso.


Nei ricordi dei fratelli, Giacomo si distingueva per: gioia, furia, “allegrezza pazza”, al punto che se non si fosse contenuto avrebbe saltato, gettato seggiole in aria, fino a farsi male “per allegria”. “Quando” proponeva “faremo qualcosa di grande?” Amava le battaglie eroiche a imitazione di quelle omeriche, o delle lotte civili a Roma repubblicana. Affrontava i fratelli col bastone: costringeva Carlo a fargli da cavallo, lo legava con una cordicella, lo conduceva con una briglia, e lo spingeva con una frusta. Carlo e Paolina erano gli sconfitti o le vittime o i littori o gli schiavi: Giacomo il trionfatore, che si faceva trascinare su una carriola, dove abitualmente venivano portati i vasi degli aranci e dei limoni. Carlo scagliava offese e insulti contro di lui, che rispondeva con disprezzo: “Olà, vile buffone”. Sulle spalle di Carlo o seduto sulla carriola, Giacomo combatteva i tiranni come Cesare e Napoleone, scegliendo le parti di Ettore e di Pompeo. Quando fu colpito dalla malattia, cominciò a identificarsi con Achille.


Quando aveva 3/4 anni, seguiva sempre “questa o quella persona”, perché gli raccontasse delle favole. E appena più grande s´innamorò dei racconti. Poi divenne l´aedo di famiglia. Nei mattini di festa, disteso a letto nella stanza condivisa con Carlo, improvvisava un lungo poema eroicomico, continuandolo per settimana.


Nelle prime ore della mattina, Giacomo, Carlo, Paolina, Monaldo e don Sebastiano Sanchini entravano nella grande biblioteca di famiglia. Ognuno occupava il suo tavolino: Giacomo non voleva che nessun´altro vi penetrasse, e difendeva gelosamente il suo spazio. Con le sue poesie e prose o i testi degli esami, fabbricava dei libretti: quaderni rettangolari, con frontespizi ornati di disegni, floreali o geometrici, con la data e il luogo di composizione, cui seguiva una pagina bianca con la sua epigrafe oraziana; e poi fogli di scrittura ordinati, con titoli fioriti di maiuscole e fregi; e come ex libris un uccello o un cigno o un albero in fiore. La calligrafia era pulita e ordinatissima. Ancora nell´agosto 1823, ne parlava con simpatia e favore; ma, allo stesso tempo, scriveva il contrario: l´educazione e l´istruzione erano un´angustia, un timore, una fatica, una tortura, “la somma infelicità”, la distruzione e cancella zione della giovinezza.


Fuori dalla biblioteca c´era l´universo, e Leopardi avrebbe sempre ricordato cos´aveva visto intorno a sé nell´infanzia e nell´adolescenza. Niente, allora, gli appariva indifferente o insensato: ogni cosa aveva un senso; il tuono e il vento e il sole e gli astri e gli animali e le piante. Tutto sembrava volergli parlare: lui interrogava le immagini e gli alberi e i fiori e le nuvole, abbracciava i sassi e i legni, carezzava “cose incapaci di ingiuria e di benefizio”. Ogni cosa era nuova e meravigliosa: i colori delle cose, la luce, le stelle, il fuoco, il volo degli insetti, il canto degli uccelli, le acque chiare delle fonti; e si muoveva, ondeggiava e fluttuava come fluttua la romanzesca immaginazione infantile.


Se, in casa, Giacomo guardava i pastori e le pecorelle dipinte nel soffitto di una stanza, si figurava “tali bellezze di vita pastorale che se fosse conceduta a noi così fatta viva, questa già non sarebbe terra ma paradiso, e albergo non d´uomini ma d´immortali”. Quelle non erano cose: perché qualsiasi apparenza – il sole e la luna e il tuono e il vento e il giorno e la notte e l´anno e il tempo e le stagioni e le messi – aveva “una sembianza” o “una similitudine umana”. Poi, al di sopra di tutto, la fantasia intendeva “un suono così dolce che tale non s´ode in questo mondo”. Quella musica avrebbe echeggiato sullo sfondo di ogni poesia di Leopardi, sebbene egli non la esprimesse mai con le parole.


C´erano ombre. Non sopportava il rumore dei temporali. Appena vedeva o sentiva l´avvicinarsi dei lampi o dei tuoni, nascondeva il capo sotto le coltri, o accendeva una lucerna, e la lasciava accesa. La notte poteva essere un supplizio: ombre, larve, spettri, fantasmi, visioni, timori, tenebre, sudori freddi, orrori, lugubri immaginazioni, chimere, spasimi, apparizioni di un altro mondo.


Più tardi gli capitò di sdoppiarsi: pensava a come abitualmente respirava e orinava, e non riusciva più a respirare e a orinare, vittima della propria vertiginosa autocoscienza. Era inquieto: perennemente inquieto; e quell´inquietudine si traduceva nel movimento incessante delle mani. Se non leggeva o scriveva, non poteva star fermo con le mani. Giocava con un tagliacarte d´osso che portava sempre in tasca: prendeva uno stecco, un fiore, un ramo, e lo rigirava al punto che finiva per spezzarlo; oppure produceva con le mani un suono come di nacchere, che era – egli diceva – familiare agli antichi.


Parlava delle cose proprie con candore estremo, credendosi certissimo che chi ascoltava le amasse e le curasse quanto lui. Rivelava i segreti: le cose che avrebbe voluto tener nascoste, quasi gli fosse assolutamente impossibile celarle. Tanto era veloce la sua immaginazione, come molteplici erano le cose che gli si affollavano nella mente, in modo vivace e confuso. Era felice: l´infanzia era “quel benedetto e beato tempo, dov´io sperava e sognava la felicità, e sperando e sognando la godeva”. Specie nel periodo tra la fine dell´infanzia e l´inizio della giovinezza godette una felicità intensissima o, per meglio dire, tutte le forme della felicità. Sognava che la sua vita sarebbe stata un´eccezione: felicità, piacere, virtù, entusiasmo.


Nello Zibaldone Giacomo scrisse che, per lui, il mondo era doppio: da un lato vedeva con gli occhi una torre o una campagna, sentiva con gli orecchi il suono di una campana; mentre con l´immaginazione vedeva un´altra torre, un´altra campagna, e udiva un altro suono. L´immaginazione, specie quella infantile, portava sulle sue ali colorate la felicità: era un rischio per ché travolgeva, perdeva e finiva per non “dare alcun frutto determinato”. Ma questo rischio era nulla, rispetto al rischio terribile che essa, come accade nei tempi moderni, fosse “sopita, agghiacciata, intorpidita, estinta”.


Diversamente dagli altri bambini, l´immaginazione di Leopardi si fissava fortemente su alcune idee o oggetti, spesso paurosi e dolorosi, che lo tormentavano: aveva bisogno delle cose comuni; cercava la ripetizione e il metodo; e se scorgeva intorno a sé l´inconsueto o lo straordinario, si spaventava; e se tralasciava “di fare una cosa… solita”, la considerava una “disgrazia insopportabile”. Aveva paura della varietà della vita: essa lo rendeva infelice; mentre l´insistenza della ripetizione approfondiva le immagini e gli dava un valore di simbolo. Fino all´età di 16/17 anni si trovò “quietamente occupato negli studi”, non conosceva noia o disturbi, viveva “con una speranza riposata e certa di un avvenire molto migliore”; ma non aveva impazienza né inquietudine, e non cercava di godere in anticipo “questo immaginato bellissimo futuro”. Solo allora visse contento del presente.


La felicità di Leopardi ragazzo era fragilissima: non era soddisfatto del piacere provato, poiché solo un piacere infinito avrebbe potuto soddisfarlo; non era deluso perché fosse passato, ma perché non aveva corrisposto alla speranza. Ne seguiva una specie di rimorso o di pentimento, come se non avesse goduto per sua colpa. Viveva, ancora, nel cuore dell´adolescenza, eppure l´adolescenza stava già passando, era già passata: era perduta irreparabilmente. Sapeva che l´andamento, gli avvenimenti e i luoghi della sua vita erano ancora infantili, ma teneva “afferrati con ambe le mani questi ultimi avanzi e queste ombre” di quel tempo. Quel tempo non sarebbe tornato mai più; e lui vedeva con “terrore” che, insieme alla fanciullezza, era finito il mondo e la vita. Non restava che il deserto.


Fino all´età adulta Giacomo visse nel segno della sottomissione al padre Monaldo. In qualsiasi caso, specie se negativo, modulava l´intensità del suo dolore, del suo timore e della sua inquietudine secondo il dolore e il timore che – congetturava – avrebbe avuto il genitore. Condivideva il suo giudizio, come se fosse incapace di giudicare. Se il padre non era turbato, anche lui si calmava, “con una assolutamente cieca sottomissione alla sua autorità, o fiducia nella sua provvidenza”. Se era lontano, pensava al padre trovando un rifugio e una protezione. Il padre era Dio: o una somiglianza di Dio; e di Dio possedeva soprattutto la provvidenza. Quanto a lui, non era mai “libero signore di se medesimo”. Non era “una persona intera”, ma una parte, un membro, un suddito, uno schiavo. Verso quel padre-Dio, Leopardi nutriva il sentimento che si ha sempre, o quasi sempre, verso gli dei: un irrimediabile senso di colpa. Ma, secondo il figlio, nemmeno il padre era privo di colpe. Se lui aveva sbagliato completamente la sua esistenza, scegliendo il destino del “passero solitario”, il padre aveva sbagliato come lui e peggio di lui. Non lo aveva distolto dalla sua ostinata risoluzione. Aveva lasciato che si esiliasse, chiuso nel suo mondo di gelo, sterilità e libri.


In alcune fittissime e dolorosissime pagine dello Zibaldone, Leopardi immaginò quello che il padre e la madre pensavano della sua esistenza di malato. Quanto alla madre, non aveva dubbi: era contenta che i figli morissero, e dunque doveva essere lieta che egli soffrisse, fosse “deforme” e rinunciasse completamente ai piaceri e alle gioie della giovinezza, perché le morti e le malattie dei figli erano un dono che lei faceva a Dio e che Dio ricambiava. Monaldo, invece, piangeva e si affliggeva per le malattie dei figli. Giacomo sapeva che il padre immaginava le sue sofferenze; riusciva persino a comprendere quando costui gli augurava una morte vicina. In quelle righe dello Zibaldone, Giacomo faceva al padre un rimprovero tremendo. Gli era indifferente che Monaldo gli augurasse la morte, ma non tollerava che il padre non soffrisse, come dovrebbe fare ogni padre che desidera la morte del figlio.


Giacomo odiava profondamente la sua città. A Recanati non parlava con nessuno, nemmeno col padre. Dovunque fosse si sentiva disprezzato, schernito escluso. Non passava giorno che non lo ferissero. I genitori gli ripetevano che Recanati era fatta apposta per lui: lì aveva i libri, la tranquillità, la calma, la protezione, mentre fuori, nel mondo, si sarebbe perduto. Ma Giacomo voleva conoscerlo il mondo. Recanati restava tuttavia il “patrio nido”, dove si concentravano i silenzi e le illusioni e le fantasie dell´infanzia. La città natia era, per lui, il nascosto centro del mondo. E siccome era il centro, soltanto lì sognava. Vivendo lì Leopardi stava nel centro del mondo e, insieme, vicino a quell´altro centro tenebroso che è il regno dei morti e dei sogni. Quando arrivò a Pisa, il centro si duplicò; e cominciò a sognare come se fosse stato a Recanati. Dopo il tentativo di fuga dell´estate 1819, si chiuse deliberatamente nel suo carcere: prese il suo posto al tavolino della biblioteca, dove scriveva lo Zibaldone, il mondo ricostituito. Qualche volta usciva di casa, percorreva Recanati, guardava attraverso la finestra o una porta o una loggia, o si perdeva nello spazio del cielo. Allora abitava nel carcere come se fosse libero: soltanto nel carcere poteva essere libero; e quindi, almeno per un momento, era felice.


Il marchese Filippo Solari di Loreto, familiare di casa Leopardi, aveva lasciato Giacomo “sano e diritto” attorno ai 16 anni. Quando lo rivide qualche anno dopo, lo trovò “consunto e scontorto”. Attorno al 1819 Giacomo si descrisse “deforme”; e più tardi, quando lo conobbe a Napoli, August von Platen diceva che egli aveva “qualcosa di assolutamente orribile”. Il fratello Carlo raccontò che nell´adolescenza, quando si svegliava a notte tardissima, vedeva Giacomo in ginocchio davanti al tavolino per poter scrivere fino all´ultimo momento, mentre il piccolo lume si spegneva.


Sappiamo solo oggi che la sua malattia era la tubercolosi ossea (o “morbo di Pott”), come per primo suppose Giovanni Pascoli: una malattia metaforica, mimica, che assume tutti gli aspetti e forma un sistema saldissimo; il primo dei sistemi che distrussero la vita di Leopardi, colpendolo nelle “apparenze”, che tanto amava. In una data che non possiamo precisare, il suo corpo cominciò a non crescere più: la statura si fermò a 1 metro e 42 cm; la parte alta rimase esilissima; i femori e le gambe si svilupparono, mentre due grosse gibbosità si formarono sia nella parte anteriore sia in quella posteriore del torace. Attorno a queste due gobbe si sviluppò il mostruoso sistema della tubercolosi. I nomi delle malattie si accumulano come in un´enciclopedia degli orrori: impotenza (mentre i desideri erotici accrescevano la loro forza), oftalmia, lacrimazione, stitichezza, disturbi dell´apparato digerente e del basso ventre, insufficienza respiratoria, reumi di testa, di gola e di petto, emorragia al naso, asma, idropisia, bronchite, dolori addominali, gonfiore delle ginocchia e delle caviglie, versamento pleurico, inattività ghiandolare, acutissima sensazione di freddo d´inverno, per via della debolezza cardiocircolatoria. Nulla, della vita di Leopardi, obbedì al caso, o all´estro di qualche piccola, indifferente malattia: tutto era sistema. Nessun medico tentò un´analisi o un rimedio qualsiasi. Il vero medico fu Giacomo stesso, che applicò al suo organismo moribondo una serie di attenzioni oculatissime. Se, specie negli ultimi anni, dormiva di giorno e restava alzato la notte, non lo faceva per qualche capriccio, ma perché non sopportava la luce trafiggente del sole. Se amava appassionatamente i dolci, gli zuccheri, il cioccolato e il tabacco da fiuto, era perché il suo organismo di ipoteso ne aveva bisogno. E se non faceva bagni e non si lavava, era perché il suo corpo gli faceva orrore. Ne distraeva lo sguardo come da una visione insopportabile. La cosa più grave è che egli si sentiva colpevole della sua malattia. Verso la fine della vita pensò che tutti i suoi mali fossero fantasie e fantasmi del suo fertilissimo sistema nervoso.


Oltre che dalla tubercolosi ossea, Leopardi era torturato dalla depressione psicotica: parlava di un´“ostinata nera orrenda barbara malinconia che mi lima e mi divora”, di una “notte fittissima, e orribile”, di un “veleno” che lo aveva torturato per 6 lunghissimi mesi all´inizio di quell´anno. Dormiva allungo, si alzava la mattina tardi, poiché amava più il dormire che il vegliare; poi si metteva immediatamente a passeggiare, in casa o fuori, e passeggiava senza aprire mai bocca o vedere libro, fino all´ora di pranzo. Dopo il pasto, passeggiava sempre nello stesso modo fino a cena, interrompendosi soltanto per una lettura di un´ora. Qualsiasi persona, che abbia qualche esperienza, diretta o indiretta, di depressione psicotica, riconoscerà l´assoluta precisione con cui Leopardi descrisse le trasformazioni della sua psiche. Giacomo parlava dell´esperienza depressiva come di un pensiero. Questo pensiero, espresso al solito con una mirabile trascrizione fisica, “divora”, “lima”, “crucia”, “martirizza”, rende “infelice”: soprattutto possiede, perché “m´ha intieramente in balia”. Non si muove, non si sposta: è lì, fisso, stabile, presente; senz´altro contenuto che questa stessa presenza, che questa fissità atroce, che questi occhi che non cessano mai di guardare sé stesso. Ma può accadere (specie negli anni più tardi) che la depressione si rovesci: il pensiero non riesce più a pensare né ad applicarsi, nella mente si apre un immenso vuoto; oppure, se si applica, produce contrazione e dolore dei nervi, convulsioni interne, mentre lo stomaco si turba e la bocca diventa amara. In quei momenti Leopardi vorrebbe essere pianta o sasso, “o qualunque altra cosa non ha compagno dell´esistenza il pensiero”.


Presto Leopardi comprese che la malinconia cresceva se egli leggeva, studiava, scriveva: lo studio la rendeva irrimediabile; ma essa cresceva anche se non faceva niente. Avrebbe potuto gettare il tempo, cercare distrazioni, vivere nel vuoto, come spesso congetturava: nemmeno in questo caso guariva, perché vivere nel vuoto lo lasciava in preda alla malinconia; ancora più nudo e senza difese. Contro la depressione psicotica non c´era nessun rimedio, perché essa era attratta sia dal pieno sia dal vuoto, sia dal folto sia dalla nullità delle sensazioni e delle riflessioni. Non restava che sopportare: arte in cui Leopardi diventò, in pochi anni, maestro.


La mente di Leopardi

A dispetto di tutto, Leopardi possedeva un´immensa vitalità: sosteneva che la forza dell´amor proprio è tanto maggiore quanto maggiore è l´attività dell´anima. Dalla vita non voleva la noiosa esistenza quotidiana, nella quale i minuti si susseguono ordinatamente; ma un tempo più rapido, più intenso, vertiginoso, in cui ogni istante fosse vivo e infinito. Pertanto più l´uomo è vitale, più soffre. I giovani soffrono più dei vecchi, appunto perché sono più vitali. Conoscono maggior noia, maggior fastidio dell´esistenza, maggior difficoltà e pena nel sopportarla, maggior disprezzo e noncuranza di essa.


Come aveva detto la Staël, Leopardi pensava che chi “non ha provato la sventura” non sappia nulla. Tutta la sua esistenza non era altro che infelicità e sciagura: una sciagura unica che assumeva cento forme – famiglia, malattia, depressione, solitudine, assenza d´amore –; e da essa egli traeva la sua amarissima scienza. L´infelicità cresceva sempre, senza soste, con una specie di ansia. Non c´è infelicità umana, scriveva nello Zibaldone, che non possa crescere. Egli stesso collaborava a questa disperazione: “Questo mi consola” scriveva pochi giorni prima del tentativo di fuga da Recanati “perché m´ha fatto disperare di me stesso, e conoscere che la mia vita non valendo più nulla, posso gittarla, come farò in breve, perché non potendo vivere se non in questa condizione e con questa salute, non voglio vivere, e potendo vivere altrimenti, bisogna tentare. E il tentare così com´io posso, cioè disperatamente e alla cieca, non mi costa più niente, ora che le antiche illusioni sul mio valore, e sulle speranze della vita futura, e sul bene ch´io potea fare, e le imprese da togliere, e la gloria da consegnare, mi sono sparite dagli occhi, e non mi stimo più nulla”. Sebbene l´uomo di sentimento sia destinato all´infelicità, continuava Leopardi, spesso accade che nella sua giovinezza egli divenga insensibile al dolore e alle sventure: nessuna felicità è più capace di agitarlo fortemente. Passa a uno stato di quiete e di rassegnazione così costante, e di disperazione così poco sensibile, che qualunque nuovo male gli riesce indifferente. Allora l´uomo perde il sentimento e il dono della poesia, non sente più né la natura né la bellezza: la sua grande immaginazione diventa fredda, e smarrisce persino l´angoscia per la nullità delle cose. Questa sventura colpisce l´amore di sé stesso, che è la fonte della nostra esistenza; e ora esso si snerva, s´illanguidisce, diventa meno tenero verso l´io, perde qualsiasi elasticità e mobilità, e si riduce all´inerzia fisica e morale. Così Leopardi raggiungeva la condizione del feto: come diceva con un verbo molto amato, si “rannicchiava” attorno a sé stesso, ritornando alla posizione originaria. Aveva cominciato a pensare e a soffrire da fanciullo, compiendo il corso delle sventure di una lunga vita, e adesso si sentiva “moralmente vecchio, anzi decrepito”, perché persino il sentimento e l´entusiasmo, compagni e alimenti della sua vita, erano dileguati da lui “in un modo che mi raccapriccia”. Era tempo di cedere al destino: di morire.


Leopardi si sentiva, e si voleva sentire simile a una pietra. La morte era, forse, una parola generica: le parole che gli si confacevano maggiormente erano noia e nulla. La noia è una passione moderna, perché è la fine delle passioni. Essa è molto più grave del dolore, della disperazione e di qualsiasi forma di vita tragica: opprime, stanca, affanna, lacera, spaventa, spegne, uccide, nullifica. Sebbene la natura non l´abbia creata e la ignori, la noia sconfigge la natura e la deride. Leopardi aggrediva la noia da tutte le parti, perché essa ha molti aspetti e incarnazioni. In primo luogo, non è altro che il vuoto dell´anima, che suscita in noi un orrore: quello stesso orrore del vuoto che gli antichi fisici supponevano nella natura per spiegare alcuni suoi effetti. Dunque, la noia è sterile: è una nebbia che incombe e un´acqua limacciosa che ci affoga. La noia è un paradosso, una coincidenza di estremi: la morte nella vita, la morte sensibile, il nulla nell´esistenza. È anche un qualcosa di solido e immobile, ed è pertanto una sostanza, una realtà: anzi consiste in lei quanto la vita degli uomini “ha di sostanzievole e di reale”. Tutto il resto dell´universo è vano e fondato sul falso. Infine, Leopardi scoprì l´identità definitiva: noia e nulla sono la stessa cosa, o sono figlia e madre l´una dell´altra. E se tutto è noia “tutto è nulla al mondo, anche la mia disperazione, della quale ogni uomo … ed io stesso certamente in un´ora più quieta conoscerò, la vanità e l´irragionevolezza e l´immaginario. Misero me, è vano, è un nulla anche questo mio dolore, che in un certo tempo passerà e s´annullerà, lasciandomi in un vôto universale”. Già nel 1819 Leopardi immaginava di penetrare dentro il nulla diventando anche lui un nulla: si sentiva soffocare, perché in quel nulla non era aria, o vuoto o fantasmi come noi immaginiamo, ma “solido nulla” com´era solida e immobile la noia.


Malgrado il suo amore intermittente per la solitudine, Leopardi era più absent di quanto affermasse. Il suo spirito era assuefatto da lunghissimo tempo alla solitudine e al silenzio, ed era “pienamente ed ostinatissimamente nullo” nella società degli uomini. Nessuno, egli diceva, si occupava di lui: tutto lo contraddiceva, tutto lo respingeva; bastava che egli desiderasse una cosa perché accadesse il contrario. I parenti e i conoscenti lo disprezzavano. Questa condizione di “disprezzato e vilipeso” distruggeva in lui ogni sentimento, ogni slancio di entusiasmo, fantasia e compassione, ogni immagine nobile e dolce; e faceva sì ch´egli si considerasse un nulla. Così diventava apatico, vuoto, indifferente. Il disprezzo assumeva le proporzioni di una catastrofe cosmica. Si sentiva abietto; e così penetrato di abiezione, da diventare incapace di amare e di scrivere.


Conosceva la condizione amarissima che spetta a un letterato. Sapeva che la letteratura era diversa o contraria alla vita: rendeva straniero, infelice, malato; faceva sì ch´egli non avesse più niente in comune con quelli che amano definirsi uomini normali. Era stato un “giovane d´indole e di ardore incredibile” e di “grandissima speranza”; ma, via via che scriveva, conduceva una vita sempre più “simile alla morte”: perché chi scrive scende, ogni istante più profondamente, nel grembo e nell´abisso della morte. Tutto quello che usciva dalla sua penna era, nel migliore dei casi, il respiro di un sopravvissuto, sebbene questo respiro avesse il dono di salvare il mondo e la poesia. Il 5 marzo 1821 aveva scritto nello Zibaldone: “L´uomo d´immaginazione di sentimento e di entusiasmo, privo della bellezza del corpo, è verso la natura appresso e a poco quello ch´è verso l´amata un amante ardentissimo e sincerissimo, non corrisposto nell´amore. Egli si slancia fervidamente verso la natura, ne sente profondissimamente tutta la forza, tutto l´incanto, tutte le attrattive, tutta la bellezza, l´ama con ogni trasporto, ma quasi che egli non fosse potuto corrisposto, sente che egli non è partecipe di questo bello che ama ed ammira, si vede fuor della sfera della bellezza, come l´amante escluso dal cuore, dalle tenerezze, dalle compagnie dell´amata … Egli insomma si vede e conosce escluso senza speranza”. Lui non cedeva né si piegava; alla fine, volgeva il furore contro sé stesso, immaginando i momenti del proprio suicidio. Della fisionomia di Leopardi la descrizione più bella è quella fornita dall´amico Antonio Ranieri: “Fu di statura mediocre, chinato ed esile, di colore bianco che volgeva al pallido, di testa grossa, di fronte quadra e larga, d´occhi cilestri e languidi, di naso proffilato, di lineamenti delicatissimi, di pronunziazione modesta e alquanto fioca, e d´un sorriso ineffabile e quasi celeste”. Passeggiava volentieri, da solo, per le città, e si guardava intorno. Non gli piaceva immaginarsi dentro le case, ma guardare dal di fuori, di sotto in su, attraverso le finestre aperte. Ciò destava in lui “piacevolissime sensazioni e bellissime immagini”. Per tutta la vita preferì lo sguardo indiretto. Secondo Filippo Ottieri non rifiutava naturalmente la società e la vita sociale. Avrebbe avuto desiderio di conoscerla, di mescolarvisi, prendendo parte a quello spettacoloso teatro. La solitudine e la vita oscura erano, per lui, più che un bene, un “rimedio o un rifugio”. Ma si rendeva conto che la società non lo amava: sentiva in lui qualcosa di ostile, di avverso, di refrattario. Quando era afflitto, o oppresso dalla malinconia o dalla sventura, non tollerava “il tuono della frivolezza e della dissipazione”, o l´aspetto della “gioia insulsa”, che il mondo emana come un cattivo profumo. Prima della fine del 1822, passati i 24 anni, Leopardi non uscì mai da Recanati, non vide mai una grande città, ed ebbe dunque un´esperienza ristretta del mondo. Ma non aveva bisogno di questo per conoscere la società: la vedeva in sé stesso, nella sua fantasia, negli abitanti di Recanati, che confrontava e paragonava con i suoi rapidi e robusti colpi d´occhio.


Era timido e questa timidezza era provocata dalla riflessione, dalla delicatezza, dall´eccesso di amor proprio, dalla sovrabbondanza di forza vitale, dalla vivacità dell´immaginazione. Quando rifletteva più profondamente, capiva che la timidezza era il paradosso della sua vita e la analizzava in ogni aspetto. Egli “teneva per nulla” la vita e le cose umane: desiderava la morte, volava oltre la morte, toccando la regione sconosciuta del “non essere”; eppure si perdeva di coraggio nella società, si spaventava del rischio di essere ridicolo – rischio che aveva sempre davanti agli occhi e che lo rendeva timido. Odiava la propria vita, ma non aveva il coraggio di migliorarla e renderla meno penosa. Rinunciava a tutto, eppure temeva di avere qualcosa da perdere e temeva sommamente di perderlo; e questo timore gli rendeva impossibile di essere franco e naturale. Aveva paura di smarrire la stima degli altri: cercava continuamente di conservarla; e quanto più cercava di conservarla, tanto più la smarriva. Se non deponeva nella cura eccessiva e incessante, sapeva che avrebbe perduto tutte le cose che aveva più care; e intanto si aggrovigliava nella rete della sua timidezza. Quando agiva era irresoluto. Come molti uomini d´ingegno, era sospeso, incerto, debole nell´eseguire. Era incline a lasciare le cose come stavano: non voleva mutare nulla del presente, sebbene capisse che era assolutamente necessario decidere e agire. L´incertezza era, per lui, una terribile angoscia; e forse dipendeva anche dal suo carattere multiforme, che lo spingeva da tutte le parti, verso ogni forma di possibile (o impossibile) esistenza. Eppure a volte era molto perseverante, come un uomo d´azione, distruggendo ogni difficoltà e ogni contrasto. Per cambiare parere, avrebbe dovuto abbandonare il partito preso, voltare le spalle a quello che aveva deciso, ritornando “in quella travagliosissima perplessità e sospensione d´animo”, dalla quale era appena uscito. Così diventava rapidissimo: affrettava l´esecuzione, vi adoperava ogni forza, agiva con la violenza di un generale, sebbene, ormai, non gli importasse più niente di quello che aveva stabilito. Era spietato: non accettava nessun compromesso intellettuale. Andava in fondo a tutte le strade che aveva scelto, senza la minima esitazione: aveva il senso dell´estremo come si può avere quello della naturalezza; e se tutto gli crollava addosso, rivelava con una parola la sua disperazione sorridente. Faceva soltanto quello che gli piaceva. Gian Pietro Vieusseux gli offrì di scrivere sull´Antologia, pagando i suoi scritti molto più di quelli di chiunque altro; egli (benché squattrinato) rifiutò più volte, perché aveva compreso che quell´uomo gentilissimo e i suoi affettuosi amici credevano nel progresso, nell´economia e nell´utilità – le cose che detestava. Fu indipendente da tutti: dai genitori, dai liberali e dai reazionari, dalla religione e dalla irreligione, dal tempo e dall´eterno. Avrebbe preferito la fame, gli stracci, piuttosto che scrivere una cosa che non condivideva, assieme a persone con le quali non era d´accordo.


Detestava la conversazione perché era la voce del mondo; ma al tempo stesso la amava. Non parlava volentieri a pranzo: anzi preferiva pranzare da solo, ma amava molto chiacchierare dopo mangiato. Era affabile, sapeva di essere superiore agli amici, e proprio per questo aveva modi gentilissimi e non curanti, come se fosse una persona comune; e cercava di non soverchiare gli amici per non offendere l´amor proprio di ognuno. Non disputava mai, non faceva mai mostra di sé: talvolta mancava di disinvoltura; talvolta ammutoliva improvvisamente, come se non sentisse quello che gli altri dicevano; talvolta coltivava la grazia dell´artificio o l´ironia dissimulata; talvolta pronunciava “motti pungenti”. Se ascoltava sciocchezze, non le confutava, ma tirava una presa di tabacco facendo un piccolo rumore affettato nel fiutarlo. Mentre parlava, era così semplice che ciascuno credeva di parlare con un suo pari. La conversazione con lui era una serie di monologhi. Probabilmente nei salotti letterari parlava in modo lento, raro e spiritosissimo.


Tutta l´adolescenza e la giovinezza di Leopardi sono siglate da una lettera del 17 dicembre 1819 a Pietro Giordani, nella quale dava l´addio alla propria giovinezza. Afferrava con entrambe le mani gli ultimi avanzi e le ombre di quel “benedetto e beato tempo”, che era la sua adolescenza: allora “sperava e sognava la felicità, e sperando e sognando la godeva”. Ora vedeva con terrore che per lui e per “quelli che pensano e sentono” era finita la fanciullezza, il mondo e la vita. Con l´altro sguardo egli si rendeva conto che la sua vita era ancora infantile. Ancora negli ultimi anni, scrivendo i Pensieri, diceva di essere stato “condannato dalla natura” a essere più che un uomo, e a parere sempre un fanciullo. Malgrado il genio filosofico e la vastità della mente, rimase sempre immerso in quel liquido beatifico che è l´infanzia.


Ciò che importava, per lui, era possedere degli “occhi microscopici”. Questi occhi penetravano sempre più addentro nella composizione segreta dei corpi: vedevano la configurazione delle parti in cui si divide la molla di un orologio; osservavano da quale impulso dipende il suo moto elastico; oppure scrutavano la figura e il movimento delle minute particelle del sangue. Sapeva che le cause di tutte le sensazioni e i sentimenti umani sono “sottilissime, minutissime, sfuggevolissime”. I sentimenti e le sensazioni si travestono, si trasformano, si piegano, si adattano alle circostanze, si capovolgono nel loro contrario. Non aveva bisogno di accumulare, sul suo tavolo di osservatore, una gran quantità di dati. Gliene bastavano pochi: la mente osservava, notava, rifletteva, scopriva le minute cose e le minime differenze; ritrovava le minime disparità, somiglianze e contrapposizioni; indovinava in breve tempo, mediante quello che già conosceva, quello che non conosceva ancora. Era convinto che il filosofo arrivi alle grandi verità solo “sviluppando, indagando, svelando, considerando, notando le menome cose, e risolvendo le stesse cose grandi nelle loro menome parti”. Distingueva e poi sottodistingueva, e ancora divideva e sottodivideva: analizzava ogni cosa nei suoi elementi primi; decomponeva le idee; “esplorava e normalizzava”; s´insinuava in ogni piega e segreto; usava ora il coltello anatomico, ora il linguaggio matematico, ora il linguaggio tecnico della filosofia, ora le righe curve dei geometri; portava la luce nell´oscurità e l´oscurità nella luce. Se aveva sempre saputo che il vero è terribile, ne traeva il più sottile e acuminato piacere.


Tuttavia non riteneva che la ragione riuscirà mai a cogliere il tutto della natura: è una possibilità di vedere che non si realizza, una possibilità che “tanto meno vede quanto più vede”. Appena la ragione analitica guarda, rende lo spazio piccolo, finendo per uccidere le vere parole: le parole ricche di significati, di echi e di allusioni; e dunque la bellezza e la poesia. Da grande analista Leopardi incontrava, dentro di sé, la figura opposta: il grande sistematico. Specie nella giovinezza, egli ribadiva che “la facoltà di generalizzare è quella che costituisce la gran parte del talento”. Credeva che, per esplorare il labirinto della natura, fosse necessario partire da “pochissimi principi”, come l´amor proprio e l´idea del piacere. Bisognava arrivare “alla prima o quasi prima cagione”, che si trova in piena corrispondenza col resto del sistema della natura. Più difficile, probabilmente, era compiere il secondo passo, seguendo le trasformazioni, i travestimenti e i capovolgimenti del Principio negli “infiniti e vastissimi effetti che vediamo” nel mondo.


In sintesi, il lavoro del pensatore non è altro, per lui, che studiare le connessioni e le relazioni tra gli oggetti individuali, risalendo dal noto all´ignoto o dal certo all´incerto o dal chiaro allo scuro.


In Leopardi lo spirito di sistema trova limiti in sé stesso. “Il mio sistema” scriveva già nel settembre 1821 “introduce non solo uno Scetticismo ragionato e dimostrato, ma tale che, secondo il mio sistema, la ragione umana per qualsivoglia progresso possibile, non potrà mai spogliarsi di questo scetticismo; anzi esso contiene il vero, e si dimostra che la nostra ragione, non può assolutamente trovare il vero se non dubitando; ch´ella si allontana dal vero ogni volta che giudica con certezza; e che non solo il dubbio giova a scoprire il vero …, ma il vero consiste essenzialmente nel dubbio, e chi dubita, sa, e sa il più che si possa sapere”. Quando era troppo rigido e geometrico, Giacomo trovava un rimedio in se stesso: in quella dolcezza e sinuosità analitica, in quella tenerezza liquida e ariosa, verso le quali nutriva una passione così profonda. Poco dopo i 20 anni Leopardi parlò allungo di sé stesso, del proprio carattere e del proprio talento, come se volesse conoscersi ancor prima di sperimentarsi. Non era dunque una natura rigida e razionale, come avrebbe voluto il padre, e a volte lui stesso. Così, la sua non era nemmeno una personalità, ma un sistema solare di personalità, disposte intorno a un centro che egli, forse, ignorava.


Quando era bambino aveva una grande facoltà di assuefarsi e di dissuefarsi. Era portato all´imitazione anche nelle minime cose: contraeva le maniere, i gesti, la pronuncia e persino i difetti di coloro con cui viveva, e presto li perdeva e se ne distaccava, acquistando nuove maniere, gesti e abitudini se era condotto in un altro ambiente. Possedeva un´immensa memoria. Qualunque abilità materiale e intellettuale, ottenuta per insegnamento, e persino qualsiasi invenzione, si acquistano per imitazione; e così quelle abilità ottenute da sé si acquistano mediante imitazioni successive, che diventano abitudini, sostituite da altre abitudini. Questo era il suo caso. Se leggeva una poesia, diventava facilmente poeta; se leggeva un pensatore, cominciava subito a pensare; se leggeva una lingua straniera, cominciava a parlare quella lingua; se leggeva un testo composto in certo stile, subito scriveva in quello stile. Il genio (sapeva benissimo di essere un genio) “è figlio assoluto dell´assuefazione”.


Aveva un vera fame di lettura: essa era per lui l´atto fondamentale della vita. Per Leopardi, leggere era già scrivere, e scrivere era una forma di lettura. Cambiava continuamente argomento, mutava modelli e stili; e ogni volta che li mutava, leggeva autori di materie e stile analoghi a quelli che aveva tra le mani. Così obbediva all´abitudine che la mente acquistava a quello stile particolare – abitudine che gli rendeva più facile eseguire ciò che voleva scrivere. Non erano studi, ma esercizi. Scrivere in stili sempre nuovi non era facile: talvolta provava, da principio, una specie di stento nel cambiare mano; talvolta, invece, in pochissimi giorni scopriva una nuova lingua, un nuovo stile, un nuovo mondo. Partiva dall´imitazione; attraversava la fase dell´assuefazione; e poi giungeva alla vera e propria invenzione o, come diceva, alla vera e propria espressione. Tutto, allora, dava il senso della più assoluta libertà e scioltezza. Negli stessi mesi conduceva tentativi completamente diversi, che fanno capo a opposte concezioni del mondo. Talvolta, a distanza di pochissimi giorni tentava ipotesi contraddittorie. Ma era anche un classico: sapeva che un grande artista, specie se, come lui, aveva delle “facoltà vaste e sovrabbondanti”, doveva limitarsi, circoscriversi, non oltrepassare i termini stabiliti, perché “chi non sa circoscrivere, non sa fare”. Coltivò il proprio senso del limite, della misura della rinuncia: s´impose di non andare più lontano, rinunciando all´infinito. Era una rinuncia difficilissima, ma egli seppe compierla sino in fondo, obbedendo al suo ardimento indomabile. Leopardi era anche un critico letterario: o, almeno, un teorico della critica letteraria. Aveva una grande diffidenza per i critici che oggi potremmo definire “ideologici”: per gli “uomini naturalmente tardi e freddi di cuore e d´immaginazione”, sebbene dotati d´intelligenza e di cultura. Per lui il vero critico doveva sapersi immedesimare nello scrittore.


Possedeva un fortissimo senso pittorico e musicale: sentiva vivamente “ogni leggero tocco” e, come la corda di una cetra, risuonava alle minime percosse della mano. Infine, aveva la scienza del cuore: condivideva tutti i sentimenti, le passioni, i fenomeni; e possedeva il “tatto fino e profondo” nelle cose della natura. Spesso il risultato era una nuova creazione. Non aveva importanza se, trascinato da questo delirio, avesse un´idea eccessiva del libro e dei libri di cui discorreva. Leopardi d´altra parte sapeva che l´assuefazione può diventare qualcosa di negativo. Essa distrugge la natura: produce in noi una seconda natura – specialmente un´assuefazione radicata come la sua, cominciata in tenera età – e ci impedisce di ritornare allo stato e alla felicità naturali. Posto davanti a questo terribile rischio, Giacomo guardava in sé stesso, non trovando tracce di “seconda natura”; e tornava a scorgere nella sua pieghevolezza e nel suo mimetismo “la forza, l´abbondanza, la sublimità,… la nobiltà di stile” della Natura, che è così varia e molteplice. Le sue opere compite erano assolutamente perfette: nemmeno un aggettivo, o un verbo, o una virgola avevano bisogno di un ritocco. Ma egli erano l´uomo dell´ipotesi e del progetto: pensava che la sua vera opera fosse più vasta di quella che aveva realizzato.


Le lettere a Pietro Giordani

Leopardi scrisse la prima lettera a Pietro Giordani il 21 febbraio 1817, quando non aveva ancora 19 anni. Aveva un´immensa stima, probabilmente esagerata, per quell´uomo, di 23 anni. Le lettere erano, insieme, una confessione disperata e furibonda che avrebbe potuto servire come modello. Il quel diciottenne che non aveva ancora scritto una poesia o una prosa degne di questo nome, Giordani riconobbe quello che sarebbe stato il maggiore scrittore italiano del secolo. Non si limitò a dichiarare il proprio entusiasmo a Giacomo, che dovette essere insieme rassicurato e sconvolto, perché non aveva scritto nulla degno d´elogio, ma scrisse di lui a tutti gli amici. Leopardi aveva sempre desiderato che egli divenisse il suo amico e maestro; ora l´aveva trovato. Costui faceva con immenso piacere il maestro a quel giovane, che avrebbe realizzato tutto quello che egli non era riuscito a compiere, riscattando il suo fallimento. Mentre gli scriveva, gli faceva da padre e da madre, sostituendo il geloso Monaldo.


La cristallizzazione amorosa, in Leopardi, si compì preso: molto prima d´incontrare Giordani alla fine del 1818, a Recanati. Giacomo amava in lui il maestro che lo iniziava alla letteratura: l´unico scopo della sua vita. L´amore per lui era adorazione, venerazione, ammirazione, desiderio di sacrificio: tenerezza, dolcezza, ardore, furore, follia, eccesso che si nutriva di eccessi, desiderio d´infinito. Quando le lettere di Giordani si smarrivano, o venivano fermate dal padre, Giacomo si sentiva con l´anima divisa dal corpo, una forma vuota, uno spettro: solo come un sasso abbandonato lungo la strada.


Era disperato: si dibatteva nella sua gabbia di Recanati come un orso, e per la rabbia, l´odio e il rancore avrebbe mangiato la carta su cui scriveva; e urlava vuoto come qualche volta faceva col fratello più piccolo. Terribili urla, che risuonano nelle lettere di quegli anni.


Nel maggio 1817, 3 mesi dopo la prima conoscenza epistolare, Pietro Giordani propose a Leopardi, con una lettera delicatissima e affettuosissima, di andarlo a trovare a Recanati l´anno successivo. Non c´era altra soluzione: Giacomo non avrebbe potuto andare a Milano o a Piacenza, perché Monaldo non gli permetteva di varcare le mura di Recanati. Giacomo fu sconvolto dalla felicità: con le sue gobbe e il corpo gracilissimo, temeva di non essere all´altezza delle aspettative di Giordani, che immaginava in lui un ardente e veloce cavaliere, un nuotatore, un ballerino, alla moda. Giordani pensava di scendere a Recanati nell´estate del 1818, ma l´appuntamento scivolò fino al settembre. A Giacomo questa data sembrava troppo lontana: contava i giorni, faceva castelli in aria; pensava che quando lo avrebbe visto sarebbe stato qualche giorno senza dirgli niente “per non sapere da che cominciare”. Avendo aspettato tanto tempo la visita dell´amico, ogni giorno gli pareva un secolo e non sapeva come riempire le ore, attendendo il miracolo della sua sacra conversazione. Il 16 settembre Giordani arrivò a Recanati. La visita durò 5 giorni, durante i quali l´ospite “eloquentissimo”, Giacomo e il fratello Carlo passeggiarono lungamente nelle strade sulle colline, e si spinsero a Macerata e forse a Loreto: parlarono di letteratura, e di cose che ignoriamo completamente. Per Giacomo quei giorni furono pochissimi, e forse comprese che nemmeno Giordani, per quanto affettuoso e dolcissimo, era il grande amico che egli si aspettava.


Per molti anni la corrispondenza tra Leopardi e Giordani continuò ad accendersi di dichiarazioni amorose, che non possono venire ricondotte al linguaggio dell´epoca. Su quell´amore gravò, come una fitta, oscurissima nebbia, l´ossessione nevrotica che torturò Giordani per alcuni anni. Lentamente l´amicizia si esaurì: Leopardi s´innamorò di Ranieri. Ma nessuno dei due dimenticò mai quello che era stato il grande amore della loro vita.


La fuga

Nel marzo 1819 la terribile malattia, o per meglio dire il sistema di malattie che lo perseguitava, colpì Leopardi durissimamente: la tubercolosi divenne mal d´occhi. Non poteva leggere, né contemplare la bellezza dei campi, né pensare né scrivere. La malattia lo colpì per 2 anni, fino al marzo 1821, sebbene con alcune intermittenze. Pensò ancora, molte volte, al suicidio: la quasi cecità lo fece sprofondare in sé stesso, e lo indusse a pensare come non aveva mai pensato: “privato dell´uso della vista, e della continua distrazione della lettura”, abbandonò la speranza, rifletté profondamente sopra le cose, diventando “filosofo di professione”. Ma, in quello stesso 1819, scrisse una poesia dolcissima come L´infinito: segno di quanto fosse vasta la sua mente, e di quanto potesse liberarsi dalle vicende della sua vita, come se non esistessero.


Viveva in un´atmosfera irrespirabile: la scomparsa di Giordani, la malattia d´occhi, la depressione, le mura sempre più alte della prigione, lo fecero piombare in un´angoscia che le lettere non riuscivano a contenere. Pensò di fuggire chissà dove. Quest´idea l´ebbe già dal 1818; cominciò pertanto a prepararsi. Aspettò di compiere 21 anni: nella maggiore età evitava ogni imposizione da parte del padre. Poiché non aveva soldi per viaggiare, cercò e trovò gli arnesi per rompere “lo stipo” dove il padre teneva i denari; e prese una parte delle sue carte, non sappiamo quali, lasciandone molte al fratello. Non si confidò però con i fratelli: era tetro, e manteneva un silenzio sospetto. Costoro se ne accorsero e lo tennero d´occhio: temevano una “funesta risoluzione”. Non avendo egli né soldi, né progetti, né amici, né soccorsi, si sarebbe perso alla prima stazione di posta. Forse pensava che, da quella follia, avrebbe potuto rinascere, per lui, una nuova vita; o pensava a sé stesso come a un vagabondo romantico. In realtà sapeva di cercare la morte.


Prima di partire, Giacomo scrisse due lettere: una a Carlo, il suo doppio, e l´altra al padre. La lettera al fratello è dolce, affettuosa e sobriamente accorata. Non gli aveva annunciato la fuga, perché sapeva che avrebbe cercato di distoglierlo; e non voleva che Carlo fosse considerato responsabile. La lettera a Monaldo della fine di luglio 1819 (che non venne mai consegnata) è un capolavoro di disperazione, furore, amore, odio, scherno, retorica, strazio immedicabile. L´aveva scritta anche come addio definitivo al genitore (prevedeva che non si sarebbero più visti ne sentiti). Dalla lettura di questa epistola pare che, in tuti quegli anni, Giacomo non avesse mai detto o scritto una parola al padre e che fosse sempre esistito un assoluto silenzio tra loro. L´amore si capovolgeva nel suo opposto: quel padre amatissimo era un nemico, anzi il Nemico, che lo destinava al “patibolo”. Ed gli lo odiava con tutte le forze, con una violenza che soltanto i deboli conoscono: gli augurava la morte; e pensava con orrore ai mesi, agli anni, ai decenni che avrebbe dovuto passare col suo carceriere prima che egli morisse (morte, rabbrividiva, che avverrà soltanto “nel tempo della mia vecchiezza”). Chiudendo la lettera, Leopardi s´immolava davanti al genitore, come un capro sacrificale. Non avrebbe più dato molestie né fastidi né pensieri né disturbi, come in passato. La sua infelicità sarebbe stata soltanto sua.


Due settimane dopo, fallito il tentativo di fuga, Leopardi scrisse una terza lettera: a Saverio Broglio d´Ajano, un bonario aristocratico liberale di Macerata. Immaginava che costui l´avrebbe fatta leggere al padre: la scrisse in fretta, con furore, ansia e disordine. Ma Broglio, cauto e affettuoso, tenne la lettera per sé. Tutto ciò che accadde nella fuga di Giacomo obbedì a un ritmo velocissimo: la prima lettera partì per Macerata il 29 luglio; il 31 Broglio gli rispose a Recanati, il 1° agosto Giacomo gli scrisse di nuovo; a Macerata venne preparato il passaporto, che andò a Roma, dove fu bollato dalla Direzione generale di polizia. Poi il passaporto tornò a Macerata, e il 2 agosto era già pronto coi suoi bolli a destra e a sinistra. Leopardi aveva chiesto al nobile di procurargli un passaporto per Milano, fingendo di avere l´approvazione paterna. Broglio si fidò e chiese i soldi e i dati personali. Il 1° agosto Giacomo rispose. Ringraziava, inviava uno scudo e mezzo e i suoi connotati: il suo unico autoritario giunto fino a noi. Aveva 21 anni (compiuti da un mese), statura piccola, capelli neri, sopracciglia nere, occhi cerulei, naso ordinario, bocca regolare, mento regolare, carnagione pallida, nessun segno apparente. Il 2 agosto il passaporto era pronto. Purtroppo in quei giorni il marchese Solari scrisse a Carlo Antici, che villeggiava a Recanati, e gli disse di augurare buon viaggio a Giacomo, che stava per raggiungere Milano. Al che Antici si precipitò si precipitò a palazzo Leopardi e informò Monaldo del viaggio. Costui agì tempestivamente ma con cautela, e nel giro di pochi giorni riuscì a mandare a monte i piani del figlio, tenendolo per un po´ all´oscuro di averlo scoperto. Inizialmente Giacomo fu mosso a compassione dalla bonaria predica che si sentì rivolgere dal genitore, ma poi si riaccese la sua amarezza appena scoprì di essere stato scoperto e ingannato prima di quanto Monaldo volesse fargli credere. Nei mesi successivi Leopardi assicurò, nelle sue varie epistole ai conoscenti, che avrebbe cercato comunque di fuggire al più presto, in qualsiasi modo, e questa volta ci sarebbe riuscito. Intanto i suoi problemi alla vista continuavano ad affliggerlo. Finalmente, nella primavera del 1820, il suo stato d´animo tornò a rasserenarsi, consentendogli riprendere a scrivere agevolmente. Si accinse a raccogliere nell´animo i piccoli piaceri provati nella giornata, a dar peso alle piccole fortune. E se non era felice, almeno poteva immaginarlo. La sua vita aveva preso un´andatura metodica, giorno dopo giorno, ora dopo ora, come se eseguisse un compito: non mutava mai nulla, non innovava mai nulla; l´esperienza del passato lo portava a temere che le novità gli facessero perdere il riposo.


L´amore

Leopardi non amava le donne troppo femminili, con i visi languidi e verginali e i capelli biondi o chiari, e le maniere smorte. La sera dell´11 dicembre 1817 arrivò a casa Leopardi Gertrude Cassi, una lontana cugina di Pesaro. Aveva 26 anni, era alta, forte, vigorosa, non aveva nulla di affettato o innaturale. C´era, in lei, qualcosa d´inesprimibile; forse dipendeva dal fatto che non aveva in apparenza nulla di virile: eppure, al tempo stesso, Giacomo avvolse la sua immagine di connotazioni maschili – “la voce virile”, un “non so che di maschile”, che le dava grazia. Ma non possedeva alcuna traccia di androginia.


Il mattino seguente, venerdì, Leopardi pranzò con lei: senza parlare, ma guardandola attentamente, freddamente e curiosamente, come se contemplasse un bel quadro. La sera, secondo l´abitudine di casa Leopardi, Carlo, Paolina e qualche altro invitato giocarono a carte e a scacchi con Gertrude. Giacomo detestava questi giochi, e le ciarle insipide e gli scherzi grossolani che li accompagnavano: provava una specie di “schifo orribile e propriamente tormentoso”, o quasi di vomito, se in quei momenti cominciava a sentire “amore o qualche aura di amore”. Allora provava il bisogno di rannicchiarsi in sé stesso. La sera si ripeté la “fredda contemplazione” della mattina. Non c´era, in apparenza, la minima ombra d´amore.


Finalmente, il giorno dopo, Leopardi giocò a scacchi con Gertrude, o come amava chiamarla, con la Signora. Ora, all´improvviso, il sentimento amoroso cristallizzò: il cuore s´illanguidì; ma non c´era felicità né irradiazione né estasi. Giacomo provava qualcosa di torbido: cioè di tempestoso e insieme di opaco e di oscuro, che si sottraeva a qualsiasi chiarezza. Ne rimase scontentissimo e inquieto, e conobbe un desiderio inesprimibile che non si poteva appagare: una specie di avidità, “una cieca ingordigia incontentabilissima”. Era un desiderio angoscioso: egli sapeva che, anche se avesse giocato un mese o un anno con Gertrude, non sarebbe mai stato saziato o contento. Era una malattia: una mancanza, la più grave delle mancanze.


La mattina successiva Leopardi si levò prima del giorno. La finestra della sua stanza dava su un cortile: gli ospiti si preparavano a partire; sentiva passare i cavalli e arrivare la carrozza e gente andare su e giù. Attese allungo, con l´orecchio “avidissimamente teso”, immaginando ogni momento che la Signora discendesse. Voleva sentire la sua voce per l´ultima volta; la sentì. La partenza non gli dispiacque, perché prevedeva che se la Signora si fosse fermata, avrebbe passato una giornata triste: singolarissima affermazione per un uomo innamorato. Giacomo voleva che la Signora partisse, perché il suo era un amore assente, rivolto a un´immagine lontana, che avrebbe avvicinato solo con la forza del ricordo. Non gli importava nulla degli occhi nerissimi, del portamento da regina, dell´incesso da dea, dell´aura virile. Se il suo amore era assente, non avrebbe potuto essere erotico. Il suo era un affetto “puro e platonico” ed “eccessivamente e stranissimamente schivo” d´ogni ombra d´impurità.


Sebbene la Signora fosse assente, Leopardi conobbe tutte le potenzialità dell´amore. Giacomo sognava come un febbricitante: quando dormiva delirava; aveva smanie, affanni, accessi, piaghe. Fin dalla giovinezza, Leopardi conosceva la forza mitigatrice del sonno, che indebolisce, attenua e smorza le idee e gli avvenimenti del giorno prima. Invece, nella passione per la Signora, le immagini amorose del giorno continuavano nel sonno, occupandolo senza più abbandonarlo; e la mattina si riaffacciavano alla mente freschissime e quasi rinvigorite. L´amore per la signora non moriva mai, come se fosse eterno. In realtà andava e veniva: bastava che uno parlasse della Signora e subito la passione abolita ritornava all´improvviso; oppure svaniva, forse perché l´aveva contemplata troppo avidamente. Come il lampo, non aveva durata: obbediva a continue intermittenze; spezzettava e frantumava il tempo. Così vinceva qualsiasi previsione possibile: non si sapeva quando irrompeva, e forse per questo era così terribile. L´amore ama il ricordo. Leopardi ritornava indietro nel tempo, cercando di rammentare quando questa “sovrana passione” gli era entrata per la prima volta nel cuore, e poi tutte le vicissitudini, le comparse e le scomparse, le presenze e le assenze, i lampi, le intermittenze. I sentimenti fuggivano, e lui si studiava di trattenere quanto poteva “quei moti cari e dolorosi”. Ma subito si accorse un fatto singolare: se scriveva intorno all´amore, cercando di richiamare a forza quegli affetti e quelle immagini, se tentava di contemplarlo “troppo avidamente”, allora i sentimenti si affievolivano e poi svanivano quasi del tutto. Se invece, mentre si svegliava, non frugava nell´animo, allora gli passava davanti alla fantasia “la desiderata immagina vera e viva” e lui si riscuoteva, spalancava gli occhi, e subito le correva dietro con la mente, e la vedeva: ecco lì, davanti a lui, l´“aria del volto”, i “moti”, i “gesti”, i “discorsi” e persino la “pronunzia” della Signora. A volte si trattava di vere e proprie apparizioni. Mentre si addormentava dopo un breve risveglio, “la desiderata e cercata immagine” gli appariva assai più viva del giorno prima: respirava e parlava con la sua voce, e lui la contemplava, godeva e palpitava. All´improvviso, il passato diventava violentemente presente. Una sera, giocando a scacchi, come faceva noiosamente tutte le sere, si ricordò che erano passati 8 giorni dal giorno “fatale”, e alzò gli occhi verso il luogo dove stava la Signora, come se lei fosse ancora lì, seduta davanti a lui.


In quei giorni Leopardi non guardava o, se guardava, non vedeva; rifiutava il cibo; non poteva fissare gli altri esseri umani, e tanto più le bellezze femminili; evitava le parole altrui, e specialmente quelle riferite alla Signora; negava gli affetti; la realtà scompariva davanti ai suoi occhi; rifiutava gli studi, che aveva tanto amato, e il pensiero della gloria; non poteva leggere; odiava e disprezzava la letteratura d´amore. C´era un´eccezione: poteva scrivere e leggere i propri versi, se parlavano di lei e con lei, la evocavano e le davano la parola. Così Giacomo visse in uno stato di concentrazione e di astrazione quasi inimmaginabile. Immobile, solitario, pensando un solo pensiero, facendo i gesti che questo pensiero gli ispirava, senza curarsi della meraviglia e del disprezzo degli altri, dimenticò tutte le cose della terra. Poi, questa superba concentrazione dileguò lentamente. Il 17 dicembre Leopardi scrisse: “La sera d´avanti ieri mi parve che il mio caro dolore stesse veramente per licenziarsi, e così ieri mattina”. Aveva di nuovo appetito, la malinconia lo abbandonò, tornava ridere e a divertirsi, ragionava tra sé di questo o di quello, accettava e assaporava i piaceri, e soprattutto riprese a leggere e a studiare. In realtà l´amore non era scomparso; se poi avesse rivisto la Signora, l´ardore amoroso si sarebbe riacceso violentemente. La passione gli avrebbe lasciato nel cuore un “lungo solco”: una ferita; e in quel solco si sarebbero nascosti i desideri indistinti, lo scontento, la mancanza, i ricordi più teneri. L´amore di Leopardi per Gertrude Cassi durò ancora almeno un anno. Nel marzo 1818 i sentimenti di Leopardi si rovesciarono: l´autoesaltazione amorosa diventò disperazione. Se pensava a sé stesso, si sentiva escluso irrimediabilmente dall´amore. Aveva un aspetto “miserabile” e spregevole. La sua vita sarebbe stata “un continuo disprezzo di disprezzi e derisione di derisioni”. Nessuno lo avrebbe amato; tutti avrebbero offeso il suo cuore senza difesa, perché gli uomini non hanno il coraggio di amare una persona virtuosa “in cui niente è bello fuorché l´anima”. Gertrude tornò a Recanati alla fine di quell´anno e pertanto la passione di Giacomo si protrasse. Poi, nel gennaio-febbraio 1819, la tensione amorosa calò e gradualmente si spense. Leopardi si sentiva dominato dall´“accidia e freddezza e secchezza”: la vista delle donne non muoveva la sua fantasia; e si rinchiuse, come un frate, nella vita di casa, tra i suoi libri, sebbene avesse gli occhi malati. Tuttavia il pensiero amoroso per Gertrude tornò ad assalirlo di tanto in tanto, con suo grande sgomento. Accadde soprattutto in occasione degli anniversari di quel fatidico incontro. Leopardi amava sognare, soprattutto a Recanati; e la sua attività onirica era intensissima e intrideva e possedeva la sua vita quotidiana. Il sogno lo portava al di fuori e al di sopra della letteratura, in una zona che egli riuscì a raggiungere solo di scorcio e per lampi.


Sempre del 1819, forse l´anno più fecondo della sua vita, vide per le strade di Recanati, in un giorno di maggio, una ragazza della sua età, Benedetta Brini, che desiderava da tempo incontrare. Lei lo salutò e quella notte Leopardi la sognò. Parlare con lei in sogno era “un vero paradiso”: la ragazza lo interrogava e lo ascoltava con un viso ridente. Lui le domandò la mano da baciare: lei gliela porse, “torcendo non so di che filo” e guardandolo con “aria semplicissima e candidissima”. Quando Giacomo baciò la mano, non ardì toccarla: la sua anima si trasfuse nel bacio, e perdette di vista tutto il mondo. Poi si svegliò, si scosse, e comprese che il piacere per il bacio sognato era stato identico a quello per un bacio “reale e vivo”: si riaddormentava, si risvegliava, e di nuovo si riaddormentava e si risvegliava, errando allungo in questi pensieri; e rivedeva Benedetta in mille forme diverse, ma “sempre viva e vera”. Era il culmine della felicità amorosa – felicità di sogno –, che fino allora non aveva mai intravisto. Leopardi possedeva un immenso tesoro onirico: dove stavano vicini familiari vivi e defunti, amici, immaginazioni, visioni, relitti cosmologici, il sole, la luna, donne amate o desiderate, di cui baciava le mani; e i fantasmi delle donne amate e defunte. I tesori celati dietro il nascosto non finivano d´innamorare Giacomo. Tutto era inconcepibile; tutto era desiderio e speranze; tutto era sensibilmente più indefinito o infinito che nella altre passioni; e “questo infinito, inseparabile dal vero amore”, era la sorgente dei maggiori piaceri che l´uomo potesse provare.


L´infinito

Non sappiamo esattamente quando Leopardi scrisse L´infinito: certo nel 1819, ma non è chiara la stagione. Era stato l´anno più terribile della sua vita: mesi di disperazione, di quasi cecità, d´impossibilità di pensare, di tentativi di fuga, di scherni, di fallimenti, di atroce solitudine. Ma la facoltà di sdoppiamento e di duplicità di Giacomo era immensa. Malgrado la sventura che incombeva si di lui, nell´Infinito non c´è la minima traccia di dolore: ma una dolcezza, una soavità, un distacco, un´interferenza, un candore intellettuale, che egli non raggiunse mai più nella sua vita.


L´infinito non aveva fondo, era una sensazione irraggiungibile, non si poteva trovare il suo ultimo segreto; e quindi non era nemmeno possibile esprimerlo. Tutto ciò suscitava lui disagio, malumore, scontentezza e angoscia. Non sapeva quale strada seguire per portare alla luce l´infinito. In quel periodo Leopardi doveva avere l´infinito lì, a portata di mano, per cancellarlo e costruirsene un altro con la mente. Andò sul colle e sedette per terra, chiuso attorno al proprio corpo, a ridosso della siepe: questo ostacolo non alto gli impediva lo sguardo su “tanta parte Dell´ultimo orizzonte”, il dolcissimo paesaggio che lo circondava come un mare. La situazione è duplice: la storia dell´Infinito è ripetuta, accade sempre: è accaduta molte altre volte, e al tempo stesso soltanto ora, perché l´esperienza raccontata è unica. Accovacciato contro la siepe, segregato dal lontano mare e dai monti azzurri, Leopardi ha un solo spazio dove i suoi occhi possano perdersi: la sommità del cielo. Egli adorava gli spettacoli che l´indefinito prepara alla nostra fantasia: una torre, che paia innalzarsi sopra l´orizzonte invisibile; una fuga di camere; una strada lunghissima e direttissima; la luce del sole e la luna veduta dov´essi non si scorgano e non si scopra la sorgente della luce; tutti i punti nei quali la luce si confonda con le ombre. Ma in quel momento egli non volle badare agli spettacoli dell´indefinito: con una volontà ascetica, si proibì qualsiasi fantasticheria. I suoi occhi non guardano né verso l´alto, né verso le foglie della siepe, così prossime al suo capo. Egli guardò con occhi vuoti e ciechi, con occhi distratti e che non vedono, per accogliere la pura visione interna. Così concentrato in se stesso, abolita qualsiasi realtà esterna, la mente di Leopardi cominciò a creare, immergendosi nella propria profondità. Quel tentativo che fece, guardando con occhi vuoti e ciechi, è il disperato azzardo, la prova suprema di pensare qualcosa che, a rigore, è quasi impensabile. Il suo tentativo fu ancor più arduo, giacché egli si sforzò di cogliere una goccia d´infinito puro, senza che nulla di estraneo lo contaminasse. Per cogliere una goccia pura d´infinito – la cosa più remota, esterna, rarefatta ed essenziale, che l´uomo possa forgiare – deve immaginarlo vuoto, immobile, sovranamente silenzioso. Un tentativo analogo aveva provocato sgomento e terrore in altri grandi intellettuali.


Leopardi si sentiva portato al di sopra della condizione umana, nel mondo che non conosce l´idea di termine, in un silenzio insostenibile, in una quiete così profonda che egli non aveva mai sperimentato. Non riuscì a sopportare l´impossibile pensiero dell´infinito, che l´aveva abitato per un istante: e riflettere senza essere avvolto dal passato, dal presente, dal futuro, dall´eterno – il tempo che di lì a poco l´avrebbe accolto così amorevolmente, – dovette sgomberarlo. Egli chiuse nella mente quella goccia d´infinito per un istante; poi abbandonò quel culmine.


Improvvisamente, a metà dell´8° verso, la voce del veto cancella la concentrazione assoluta della mente nei propri abissi, allontanando l´infinito che aveva creato, e facendo rinascere la realtà esterna. Egli amava i suoni vaghi: i canti uditi da lontano o che vanno gradualmente allontanandosi; o lo stormire del vento tra gli alberi di una foresta. Essi erano per lui la voce dell´indefinito, che aveva allontanato all´inizio della poesia e che ora tornava ad assalirlo con la sua dolcezza. A questo punto egli tenta un ennesimo esperimento intellettuale, paragonando termini opposti: l´infinito silenzio, che aveva appena creato con la mente, e il limite del “qui”, la voce del vento che ora stormisce tra le piante. Non c´è più la straordinaria energia del mi fingo, capace di creare un mondo dal nulla: ma l´arte del paragone, la quale trova relazioni e avvicina le cose dissimili; il vento e l´infinito, e poi l´eterno, il passato e il presente. L´intelligenza di Leopardi diventa passiva: accetta qualcosa di esterno; e sorgono davanti a lei realtà che già esistevano, che egli non aveva creato – l´eterno, il passato, il presente: realtà che stavano sepolte nella realtà della sua memoria come un bene antichissimo e che ora lì, al chiuso, nel piccolo spazio delimitato dalla siepe, formano davanti agli sguardi del pensiero una distesa straniera. Se, all´inizio, l´immaginazione sovrana aveva creato dal nulla l´impossibile infinito, ora qui la memoria ha una forza egualmente sovrana, ricordando ciò che non è possibile ricordare e disponendo davanti a noi tutte le dimensioni del tempo (tranne il futuro, che non interessa Leopardi).


Nella mente di Leopardi s´intrecciano le sensazioni più diverse: l´infinito e il reale, il silenzio e la voce del vento, l´eterno e il tempo, il passato e il presente. Mentre sta rannicchiato presso la siepe, l´eterno evoca la sua presenza infinita, il passato s´identifica con la morte che porta con sé, il presente offre lo splendore squillante ed effimero della sua vita; e mentre il pensiero mobilissimo continua a paragonare silenzio e voce, ecco che l´eterno ondeggia e scivola sul tempo, il passato sul presente, il presente sul passato, finché tutte le dimensioni confluiscono in una dimensione unica: l´immensità-mare. A questo punto, almeno in apparenza, ogni controllo della mente è perduto: il flusso delle sensazioni l´ha invasa e posseduta senza incontrare ostacoli. L´immensità-mare nella quale egli annega e naufraga è “l´indefinito”, oltre il quale l´uomo non può giungere: un infinito impuro, mescolato al tempo.


Il cerchio si chiude: la poesia, che aveva cominciato orgogliosamente con la creazione nel pensiero di un infinito mentale, si conclude col naufragio del pensiero nel mare vago e ipnotico delle associazioni. Se ci mettiamo dal punto di vista del pensiero, tutto finisce con un disastro: il pensiero annega nel flusso mentale. Ma questo disastro è un trionfo; è la dolcezza, la quiete: una gioia che colma la mente sino all´orlo, davanti alla molteplicità delle sensazioni.


Un viaggio a Roma

Un giorno, nello Zibaldone, Leopardi definì il suo rapporto col fratello Carlo, di un anno più giovane, con un´immagine: amor di sogno. Fin da piccoli i due avevano dormito nella stessa stanza; quando Carlo si svegliava di notte, vedeva Giacomo leggere inginocchiato davanti al tavolino, mentre il lume si spegneva. Avevano studiato insieme, erano stati allevati insieme, insieme avevano giocato, erano stati complici rispetto alle vessazioni e alle macchinazioni del padre. Carlo era stato il “confidente universale” di Giacomo, l´uditore prescelto, il critico sempre pronto, al quale chiedeva l´esame severo di tutti i suoi scritti. Giacomo avvertiva che, fra loro, correva qualcosa di più profondo di questa profondissima abitudine: erano un´anima sola in due figure, come diceva la tradizione teologica.


Quando il 17 novembre 1822 Giacomo partì per Roma, Carlo soffrì moltissimo. Il 3 maggio 1823 Giacomo tornò a Recanati e 2 mesi dopo parlò, nello Zibaldone, intorno al suo amore per Carlo. La loro amicizia, constatò, nata dalla vita comune e dall´abitudine di tanti anni, si era affievolita in pochi mesi. A Roma aveva conosciuto altre persone, vivendo un´altra esistenza, con migliaia di minute circostanze e avvenimenti che Carlo non aveva condiviso. Giacomo doveva essersi accorso di qualche piccolo screzio, o di un´impercettibile distanza che aveva incrinato il loro amor di sogno.


Quando nel luglio 1825 Leopardi partì per Bologna – una fuga di un anno e mezzo, molto più lunga del viaggio a Roma, a cui sarebbero succedute altre fughe – Carlo si sentì abbandonato e tradito. Rimpiangeva il fratello, l´unica persona che lo capiva, l´unica con la quale parlava la propria lingua; e desiderava soltanto stare con lui, nella stessa città. Non aveva mai amato nulla e nessuno più di lui, ma adesso che non lo aveva più accanto a sé, provava per lui una vera passione. Poco tempo dopo Carlo s´innamorò della cugina Paolina Mazzagalli, che sposò nel 1829. Da quel momento in poi il loro legame si spense per sempre: l´amor di sogno era finito, come nella vita di Giacomo finivano sempre le grandi amicizie e gli amori.


I viaggi di Leopardi obbedivano a un ritmo che si ripeteva ogni volta che metteva piede in una carrozza. Prima di partire si ammalava, talora per settimane, come se il viaggio fosse un´avventura suprema, una sfida alla morte e al destino. Il viaggio era lungo: 6 giorni da Roma a Firenze, che avrebbero dovuto fiaccarlo; ma egli guariva subito perché spostarsi, affrontare l´aria, il movimento, le vicissitudini e le avventure erano forse la condizione ideale della sua vita. Quando arrivava, tranne nel caso di Pisa, gli pareva di essere giunto in un luogo straniero, dal quale lo divideva una distanza incolmabile. Recanati, il cuore della sua vita, era perduto; ed egli cominciava a sognare e a fantasticare intorno a quel luogo, che aveva detestato con tutte le forze, salvo detestarlo di nuovo quando era costretto a tornarvi. Quando era lontano dalla famiglia, vive in una “specie di timore o di timidezza continua”. Se sopravveniva qualche incidente o qualche sventura, si spaventava, si abbatteva e affliggeva più del solito. Si sentiva solo in mezzo ai nemici, “cioè in mano alla nemica natura, senza alleati, per la lontananza de´miei”.


A Roma avrebbe voluto abitare da solo a dozzina; e cercava una camera discreta, calda e luminosa in un quartiere affollato: non la voleva all´ultimo piano; le sue esigenze erano poche – una piccola colazione la mattina, niente vino, un solo pasto. Ma il padre lo costrinse a scendere dallo zio Carlo a palazzo Antici-Mattei. Partì all´alba del 17 settembre, si fermò a Spoleto e godette del cambiamenti di abitudini e della “noncuranza” di sé stesso. Portò con sé sia libri da leggere che il suo Zibaldone da compilare. Il 23 novembre era di nuovo a Roma, al palazzo dello zio. La famiglia di costui lo colpì negativamente per la vivacità caotica della condotta. Lo zio Carlo scriveva a Monaldo che il nipote stava sempre in silenzio: se lui, a tavola, non cercava di “capirgli qualche monosillabo”, sarebbe stato zitto come alla tavola di Recanati. Era il silenzio che Leopardi opponeva al mondo, in qualsiasi situazione, o qualsiasi compagnia; salvo che con pochissimi amici.


2 giorni dopo l´arrivo a Roma, Leopardi aveva testimoniato al fratello il profondo trauma che l´aveva colpito. A Recanati era abituato a vivere dentro di sé, e conosceva quasi soltanto un´esistenza interiore. A Roma, la necessità di vivere al di fuori di sé, di parlare con gli altri, di avere consuetudini come gli altri, esposto ogni minuto all´aria del mondo, lo rendeva “stupido, inetto, morto internamente”. Provava una profondissima malinconia: nella grande città si sentiva disperatamente solo: aveva bisogno d´amore. Qualche mese dopo, scrivendo a Giordani, diceva che non sapeva né godere né vivere, e dunque era giusto che abitasse a Recanati, in un sepolcro, come un morto. Inoltre, trovò gli intellettuali romani ignoranti e vanagloriosi. Giacomo odiava la conversazione: gli piaceva soltanto parlare con una donna; la conversazione spiritosa o senza spirito gli era venuta in odio mortale. Amava la solitudine e il silenzio; e poi c´era il maledetto impiego – cancelliere del censo – che gli altri cercavano o fingevano di cercare per lui, e che egli desiderava e insieme detestava. Per fortuna, Leopardi conobbe a Roma un gruppo di diplomatici e di dotti stranieri, che incontrava spesso. Partecipava alla loro conversazione di “buon tuono”, spiritosa ed elegante.


Agli occhi di Leopardi a Roma c´era soltanto spazio: un immenso spazio che lo affascinava e lo disgustava. Gli edifici grandissimi, le strade interminabili, erano tanti spazi gettati tra gli uomini: non spazi che contenessero gli uomini. Giacomo passeggiava, vedeva palazzi e musei, strade e piazze, senza che un quadro o un monumento o un edificio si fermasse nelle sue pupille. Come al solito, non vedeva, o cancellava ciò che aveva veduto. Al tempo stesso, non smise di leggere intensamente. Le lettere di Leopardi da Roma non sono sempre veritiere: la malinconia che le avvolge, è più folta di quella che lo opprimeva mentre leggeva o passeggiava per le strade della città. Era stato fuori di casa; si era mosso e distratto; aveva conosciuto persone intelligenti, colte, divertenti, che lo amavano e lo stimavano; e la sua scrittura era diventata più lieta. Il 3 maggio non tornò volentieri a Recanati: la sua salute peggiorò. Ritrovò la solitudine e il vuoto; gli uomini che vedeva gli sembravano “piante e marmi”. Avrebbe voluto andare a Venezia e Ravenna, ma il padre non gli dava un soldo. Così non gli rimaneva che “rannicchiarsi” in sé stesso, come amava dire, e concentrarsi di nuovo nello Zibaldone.


Il 6 giugno 1824 Leopardi depose nello Zibaldone un tremendo autoritratto: in 3 pagine ripercorse tutta la sua vita. Quando era più giovane, diceva, il suo amor proprio era vivissimo, avido e bisognoso di lusinghe, piaceri e speranze, meno facili a soddisfarsi di quelle degli altri. Poi l´infelicità piombò su di lui: qualsiasi piacere scomparve; si disperò inutilmente, lottò ferocemente e dolorosamente contro la necessità. Non aveva più speranze, neanche quella di poter morire o uccidersi; ogni desiderio era spento. Non restava che vivere in una “disperazione placida”, in uno stato tranquillo, reprimendo e prostrando l´amor proprio.


Bologna

L´8 giugno 1825 Antonio Fortunato Stella, tipografo ed editore che Leopardi conosceva da molti anni, lo invitò a Milano per curare una raccolta delle opere di Cicerone; avrebbe pensato lui a tutte le spese di viaggio e di abitazione, e a un piccolo stipendio. Giacomo non stava bene; studiava giorno e notte fino e oltre il possibile: passeggiava per ore, attraverso la camera e la libreria. Si sentiva mutato, perché cercava soltanto il vero, che prima aveva odiato e detestato; e qualsiasi cosa sapesse “di affettuoso e di eloquente” gli ripugnava. Avrebbe voluto fuggire un´altra volta, guadagnando “un poco di pane colla penna in qualche città grande”, e l´invito di Stella gli piacque. Stranamente, il padre accolse l´offerta senza fare resistenza: il cognato l´aveva rassicurato che il viaggio a Milano non era pericoloso, perché là una “severa polizia” sorvegliava i liberali.


La partenza di Giacomo fu, come sempre, dolorosa. Il 12 o 13 luglio partì per Bologna, dove giunse il 17. Come al solito, il viaggio operò la trasformazione: malgrado il caldo, la salute migliorò, nessuno strapazzo gli faceva più male, mangiava come un lupo, gli occhi cominciarono a guarire dalla “flussione”. Bologna gli piacque in modo straordinario: era una città “quietissima, allegrissima, ospitalissima”; la gente non pensava che a vivere allegramente; tutti lo festeggiavano, lo carezzavano, lo invitavano a pranzo. Non aveva bisogno né d´ipocrisia né di diplomazia; si sentiva libero. Quest´atmosfera di allegria e di affetto lo accompagnò sempre negli anni di Bologna, malgrado i suoi pensieri terribili sul male, il freddo e una more infelice. Il 27 luglio partì per Milano, che trovò odiosissima e noiosissima, dove non trovò amici e ricadde nella sua “vecchia e consueta” malinconia. Sospirava per Bologna: il 29 settembre era di ritorno; salvo alcuni mesi a Recanati vi sarebbe rimasto fino al giugno 1827.


A Bologna Leopardi abitava in un teatro: aveva subaffittato un appartamentino, all´ingresso del Teatro del Corso, da Vincenzo Aliprandi, che era stato tenore di Napoleone e aveva sposato un´antica cantante. L´ambiente era colorato ed equivoco, con gente di teatro e cortigiane; e Giacomo doveva divertirsi in un mondo così lontano dal severissimo e austerissimo palazzo di Recanati. Si alzava alle 7 e scendeva al caffè a fare colazione; dalle 12 alle 15 dava lezioni; pranzava alle 17, quasi sempre da solo e in silenzio perché palare mangiando rovinava, secondo lui, la buona digestione; la sera alle 23 andava a letto. Abitava al centro della città, dove vivevano gli amici. A Bologna avvenne la rivoluzione della vita di Leopardi. A partire dal 1825 diventò un lavoratore della penna: un membro della cosiddetta “industria culturale”, collaborando con un editore. Se voleva lasciare Recanati non poteva far altro: quindi acconsentì di buon grado alla proposta di Stella, ma la nuova condizione di scrittore non gli piaceva. Vi trovava un segno di volgarità di decadenza, e pensava che la letteratura, a contatto col denaro e il commercio, avrebbe perso quello che amava: la “sudatissima e munitissima perfezione nello scrivere”. Lo Stella gli versava prima 10, poi 20 scudi al mese, come acconto sui lavori. Leopardi gli diede consigli, pareri e progettò una serie di opere. Non poteva lavorare in una biblioteca pubblica, perché quando era in presenza d´altri non era “buono a studiare”; l´unica biblioteca che amava era quella di Recanati: il suo guscio, la sua casa ideale. Dalle 12 alle 14 di ogni giorno, dava lezioni di latino e greco a un ricco signore greco, e al conte Antonio Papadopoli, giovane signore veneziano, col quale strinse un´affettuosa e delicata amicizia. Giacomo si meravigliò di avere rapporti con un uomo più giovane (Papadopoli aveva 23 anni, lui 27), trovò il mondo cambiato, e si accorse dolorosamente della perdita della giovinezza. Malgrado l´affetto per l´allievo, dare lezioni non gli piaceva: gli “sventravano” la giornata, lo distraevano e lo annoiavano. Presto riuscì ad abbandonarle, e visse col solo stipendio di Stella.


Le malattie non lo lasciarono: dolori al basso ventre, stitichezza, infiammazioni renali e intestinali, reumi alla testa, e agli orecchi, un principio di sordità, un improvviso assalto nervoso al petto, e di nuovo “flussione d´occhi”. Era la tubercolosi, che si manifestava in forme sempre diverse e sempre più angosciose: sebbene Leopardi credesse che, ogni volta, la natura si sbizzarrisse in modi nuovi sul suo povero corpo. Ormai si era abituato a vivere nella malattia come in una patria: non si ribellava, ma assisteva atterrito al suo crudele passaggio. La tubercolosi non sopportava il freddo, e l´inverno di Bologna, diceva Giacomo, era “bestialissimo”.


Spesso ricordava Recanati e mantenne col padre una fitta corrispondenza. Faceva passeggiate solitarie per le bellissime campagne intorno a Bologna e dappertutto non cercava “altro che rimembranze di Recanati” – perché la città natia esisteva soprattutto lontano, nel ricordo, dove un colle, un albero, un cielo, una nuvola o un casolare gli ricordavano un colle o un albero del suo paesaggio interiore.


La società bolognese, sia quella aristocratico-borghese sia quella letterario, ricevette affettuosamente Leopardi. “Io vivo qui” scriveva “ben voluto, ed onorato e stimato, assai più che non merito, da questi letterati, e dagli altri che mi conoscono”. Già a 9 giorni dal suo arrivo aveva scritto al fratello Carlo di avervi stretto più amicizie di quante non avesse stretta Roma in 5 mesi. Negli anni seguenti vi fuorno altri due soggiorni a Bologna (l´ultimo avvenne nel 1830), alternati a rientri nella casa natia.


Da Firenze a Pisa

Leopardi arrivò a Firenze il 26 giugno 1827. Aveva una “flussione d´occhi”, un´“efiagione delle palpebre”, un´estrema debolezza dei nervi ottici e del capo, come nel 1819. Durante il giorno non poteva né leggere, né scrivere, né sopportare la luce del sole: passava il tempo al buio, chiuso nella sua pensione, in un ozio simile alla morte; soltanto la sera usciva di casa, “come un pipistrello”. Era ormai entrato nel regime crepuscolare della sua vita, che durò, con qualche eccezione, sino agli anni di Napoli. Non vide Firenze, che rimase per lui una città notturna, una creatura delle tenebre, che non conosceva e non amava.


In quei mesi frequentò soprattutto Gian Pietro Viesseux, che aveva fondato il Gabinetto Scientifico Letterario e l´Antologia; e i collaboratori della rivista. Viesseux e i suoi amici l´amarono molto: avevano simpatia per il suo volto, la sua grazia, la sua cultura, la sua dolcezza, la sua sofferenza. Viesseux l´aveva invitato a collaborare all´Antologia con articoli di argomento sociale e recensioni. Giacomo gli aveva risposto che egli era absent, anche in mezzo alla conversazioni: più absent e di un cieco e di un sordo. Gli uomini erano, per lui, “una menomissima parte dell´universo”, e i suoi rapporti con loro e i loro rapporti scambievoli non lo interessavano affatto, e quindi non li osservava. Dunque, non sarebbe mai diventato un buon osservatore della società e dei costumi, come Viesseux desiderava. In realtà, sebbene fosse absent, niente gli sfuggiva del mondo reale. A Firenze Viesseux offrì di pagare i suoi articoli più di quelli degli altri collaboratori: Giacomo aveva bisogno di denaro. Tuttavia non scrisse mai per l´Antologia, poiché quella rivista incarnava tutto ciò che egli fuggiva: la politica, l´economia, la statistica, la storia, l´idea di progresso; la sua patria era l´adorata e vilipesa letteratura.


Verso la fine di ottobre Leopardi decise di lasciare Firenze e i suoi freddi inverni. Gli amici fiorentini gli consigliarono Pisa, dove il clima invernale era dolcissimo. Il 9 novembre Giacomo arrivò a destinazione, e la città lo incantò subito; aveva anche ritrovato la vista e un barlume di felicità. A Pisa, Leopardi abitava a via della Faggiola, in pensione presso una famiglia borghese. La mattina alle 8 faceva colazione con caffè e cioccolata, pranzava all´ora che voleva, e il pomeriggio venivano spesso a trovarlo ospiti che conversavano a lungo con lui. Giacomo amava la propria camera, che guardava sopra un grande orto, e gli permetteva di scorgere l´orizzonte, come a Recanati. Poi guardava la strada: appariva una coppia d´innamorati; e lui, col suo straordinario dono di osservazione, descriveva volti, vestiti, accenti, modo di camminare, come se la sua vera vocazione fosse quella del mimo. Per mesi scrisse lettere a tutti beatificando la mitezza del clima di Pisa. Passeggiava allungo; aveva trovato una strada deliziosa, e andava lì quando voleva sognare a occhi aperti. La notte aveva ripreso a sognare: ogni notte vedeva Carlo e Paolina, e in sogno li abbracciava e li accarezzava. Pisa era dunque Recanati ritrovata: il centro del mondo ricordato; senza il rischio che per lui rappresentava vivere nel centro.


Recanati e Firenze

Il 6 maggio 1828 Luigi Leopardi, il penultimo fratello di Giacomo, morì di tisi a Recanati; il padre Monaldo scrisse al figlio assente, per avvertirlo. Per mesi Giacomo rifletté intorno al proprio dolore. Comprese che ne aveva soltanto un´idea confusa e vastissima: la sua facoltà di sentire e di pensare restava assorta, senza ch´egli potesse abbracciarla tutta o dividerla in parti. Il dolore non aveva né un linguaggio “esterno” né un linguaggio “interno”: egli non riusciva a circoscrivere nessun´idea e nessun sentimento, attorno ai quali pensare. Non aveva pensieri, non sapeva nemmeno la causa della propria sofferenza: viveva in una specie di letargo; se piangeva, piangeva a caso e non sapeva di che.


Leopardi sapeva che la famiglia attendeva con impazienza il suo ritorno; ma non aveva alcuna intenzione di tornare a Recanati: la città natia era l´orrore. Nel profondo dell´anima non voleva rivedere la famiglia, né piangere assieme ad essa la morte di Luigi; così iniziò a rinviare con ogni specie di pretesti. Partì da Pisa il 9 giugno: rimase l´estate e l´autunno a Firenze; e soltanto verso la fine di novembre fu di nuovo a Recanati. Il padre era lietissimo di rivedere Giacomo: pensava ostinatamente che solo a Recanati il figlio avrebbe potuto essere felice, e cercò di rinchiudervelo un´altra volta.


Appena arrivato, Leopardi rimpianse quello che aveva perduto: Bologna, Pisa, Firenze. Pensava che sarebbe stato un ritorno lungo se non permanente; non parlava con nessuno, forse nemmeno con i fratelli: da mesi non udiva voci umane e amiche. Mangiava da solo, camminava da solo, al buio, in biblioteca, chiuso nelle profondità del suo raccoglimento: non leggeva, non scriveva, non faceva nulla, non aveva requie; non aveva mai vissuto così tremendamente. Benché debilitato, veniva ripreso, a tratti, dal desiderio di fuga. Si sentiva disprezzato e vilipeso dai genitori, dai conoscenti, da tutti coloro che lo circondavano; non importa se avesse ragione o torto. Quello sguardo di disprezzo diventava interiore: appena questo sguardo di autodisprezzo scendeva su di lui, tutti i sentimenti di entusiasmo, di fantasia e di compassione, tutti i pensieri nobili, tutti gli slanci poetici, tutte le immaginazioni, e persino la natura e la poesia che leggeva, appassivano davanti ai suoi occhi, si spegnevano e morivano; erano soltanto illusioni perdute. Sprofondava nell´apatia, perdeva il proprio io: sentiva d´essere un nulla e scompariva nel vuoto. Non aveva mai detestato tanto Recanati: non vi scorgeva soltanto un´Ade dove moriva prima della morte, ma un Tartaro, immensamente più profondo e tenebroso dell´Ade. Voleva morire, se questa nuda parola bastasse a esprimere il suo desiderio di annullarsi e cancellarsi. Tutto in lui era vuoto: ma, in quel vuoto, tornavano a muoversi le minime apparenze della vita; il canto delle rane, il volo delle lucciole, il sussurro dei cipressi, le voci dei servi, il grido dell´erbaiolo, la ragazza che porta in mano il mazzo di rose e di viole. Nulla era così esile ed effimero: il giorno dopo nessuno si sarebbe ricordato delle rane, delle lucciole e delle viole, ma esse potevano nascere soltanto da quell´abisso di vuoto.


Passarono 16 mesi di disperazione, odio terrore, morte, profondissimo Tartaro. Il 29 o il 30 aprile 1830 partì da Recanati per l´ultima volta: aveva deciso di non tornare mai più, se non da cadavere. Il 3 maggio era a Bologna, dove rimase 6 giorni; il 10 maggio era a Firenze.


I primi tempi di Firenze furono l´età dell´amicizia. Leopardi considerava la Toscana come la sua seconda patria, o la sua vera patria. Ne amava la discrezione, la civiltà, la tolleranza; e si si trovava altrove, specialmente a Roma, si sentiva straniero ed esiliato. Avrebbe voluto rendervi l´ultimo respiro. Non era più solo: si sentiva circondato dalla più affettuosa attenzione, nelle grandi e nelle minime cose. Tutti erano gentili con lui; c´erano salotti che lo cercavano: lì poteva ascoltare e discorrere, forse più allungo che in qualsiasi altro luogo. Quasi tutte le case degli amici e dei conoscenti erano vicine a via del Fosso, dove abitava; e la sera non era mai a casa, perché era ospite ora da uno ora dall´altro. Ormai non gli importavano molto, negli amici, le qualità dell´intelligenza: sentiva lontanissima la propria filosofia, o qualsiasi filosofia della terra. Negli altri cercava soltanto le qualità del cuore. Dopo i primi tempi, nei quali la fuga da Recanati l´aveva apparentemente risuscitato, la salute di Leopardi peggiorò, anzi precipitò. Tutto gli nuoceva: moto, aria, luce, fatica, ozio. Giunsero raffreddori cronici, mali di stomaco – e soprattutto la “flussione d´occhi”. Nel 1833 era arrivato al punto di non poter leggere, non poter sentir leggere, perché il suono delle parole gli trafiggeva il capo; non poteva pensare, perché gli tormentava la mente; usciva soltanto la sera, andando a letto all´alba, quando finiva la notte protettiva.


Ebbe occasione di dire che, a metà di suoi anni, le donne non erano più nulla per lui: i dolori gliele avevano fatte dimenticare. Leopardi voleva dire molto di più: la sua vita, cioè quella rete d´illusioni, di rappresentazioni, d´inganni, di racconti, di riflessi di riflessi di riflessi, era finita. Queste sue parole erano un commiato definitivo dalla vita e dalla letteratura: una dichiarazione di fallimento. Aveva sacrificato tutta la sua esistenza non vissuta alla letteratura, credendo che nessuna sventura potesse togliergliela: la letteratura era stata, per lui, un dono sostitutivo a quello della vita. La malattia aveva cancellato, anno dopo anno, anche questo dono. In questa fase le amicizie rimasero l´unico conforto temporaneo.


A Firenze, Leopardi incontrò, prima nel 1827 e poi nel settembre 1830, Antonio Ranieri, un napoletano (di 9 anni più giovane) in esilio dal Regno delle Due Sicilie. Era un giovane alto, bello, biondo, colto, brillante e divertente. Alla fine dell´ ottobre 1830 cominciarono ad abitare insieme, in camere da letto rigorosamente separate. Leopardi, dopo un´iniziale diffidenza, s´innamorò del giovane napoletano: gli piacevano il suo “rovinoso impeto” e il suo “eroismo romanzesco nell´amicizia”. Benché fosse più vecchio, aveva per lui tenerezze da figlio e da sorella, talvolta da madre. Quando Ranieri era lontano, gli scriveva lettere graziosissime, che rivelano languidezze di solito a lui sconosciute. Se le risposte dell´amico tardavano ad arrivare, era sopraffatto dall´angoscia e dal senso di lontananza.


Ben presto il successo dei Canti dette i suoi frutti: Leopardi venne eletto deputato del Governo delle Province unite italiane, ma rifiutò l´incarico. Nel frattempo si era innamorato perdutamente, quanto vanamente, di Fanny Targioni Tozzetti (che finì per innamorarsi di Ranieri, che non ricambiava). Poiché egli amava anche Ranieri, voleva che la donna amasse l´amico, dichiarandosi pronto a sacrificarsi per lui, in un ideale (quanto astratto) triangolo amoroso. Alla fine del 1831 accompagnò Ranieri a Roma per qualche mese. Col soccorso delle sue economie e i doni del padre, Giacomo riuscì a sopravvivere a Firenze fino al 3 luglio 1832, quando scrisse una luna lettera a Monaldo: una lettera disperata, funeraria, a volte ironicissima. Dopo aver ribadito di non voler tornare a Recanti, chiese controvoglia al genitore un piccolo assegno di 12 scudi mensili. Monaldo rispose al figlio soltanto il 4 agosto: aveva dovuto chiedere il permesso alla moglie (era lei ad amministrare i beni familiari). Leopardi scrisse alla madre il 17 novembre; Adelaide acconsentì a versargli 12 francesconi mensili: 6 in meno di quelli che gli avevano donati, per un anno, gli “amici di Toscana”.


Il 2 settembre 1833 Leopardi e Ranieri lasciarono Firenze; trascorsero a Roma il resto del mese e il 2 ottobre giunsero a Napoli, dove Giacomo amò subito “la dolcezza del clima e la bellezza della città e l´indole amabile e benevola degli abitanti”. Le ragioni del viaggio erano molte: la freddezza verso Firenze, dove i vecchi amici erano morti, esiliati o indifferenti, e la polizia sorvegliava Viesseux; il clima di Napoli, che secondo i medici sarebbe stato un “sommo rimedio” alla sua salute; e le questioni familiari di Ranieri. Era l´ultimo viaggio di Leopardi.


L´albero dei ricordi

La mente di Leopardi era una meravigliosa macchina per elaborare ricordi. Aveva un´immensa memoria: gli bastava leggere un libro una volta sola per ricordarne con chiarezza tutte le parti. Quando scorgeva nell´odiato presente un luogo, una campagna, un colle, una nuvola, un raggio di sole, un torrente, un albero, non erano poetici. Se voleva farli diventare poetici, doveva allontanarli da sé e trasformarli in passato, o volgere loro le spalle, finché si perdessero nella lontananza. Nel fondo della memoria possedeva una grande ragnatela: ne estraeva i fili, li intrecciava, li avvolgeva, li aggrovigliava, fino al momento in cui una nuova ragnatela di passato-presente nasceva davanti ai suoi occhi.


Quando era giovanissimo, Leopardi era affascinato dai ricordi involontari. Durante il giorno aveva visto o fatto “qualche cosa non ordinaria” – non sappiamo cosa, perché egli era sempre reticente quando parlava dei suoi processi mentali. Poi l´aveva dimenticata: in nessun modo l´aveva richiamata con la volontà alla memoria, poiché pensava a tutt´altro, o seguiva un´occupazione completamente diversa. La sera chiudeva gli occhi – stava per addormentarsi – non faceva nulla per ricordare l´immagine del giorno, quando questa riaffiorava spontaneamente, e lui la scorgeva di nuovo, con una specie di vista spirituale, che non aveva nulla di fisico, eppure riproduceva l´immagine viva e vera, non una rappresentazione intellettuale della visione. Non sapeva perché ciò accedesse: anche in questo caso la causa era una “leggerissima circostanza”, come lo scatto inconscio di una molla del pensiero. Se avesse volto ricordare con intelligenza, la cosa si sarebbe perduta negli abissi della memoria.


Qualche volta Leopardi si addormentava con, con versi o parole o cantilene sulla bocca: forse li aveva ripetuti durante la giornata o qualche ora prima del sonno. Mentre dormiva, aveva certamente pensato o sognato altre cose: eppure, appena si risvegliava, senza che si proponesse di risuscitarli, ripeteva fra sé gli stessi versi e parole e arie che durante il giorno gli avevano riempito la mente. Aveva una strana impressione: quella che l´anima, addormentandosi, avesse deposto acconto a lui i pensieri e le parole, come noi deponiamo inostri vestiti sopra una sedia accanto al letto per riprenderli, la mattina, quando ci svegliamo. Sia che si trattasse di un´immagine o di un suono, Giacomo avvertiva che la cosa rinata non era la riproduzione della sensazione originaria; era la stessa identica immagine o suono: durante il giorno erano stati nascosti o dimenticati, e ora riaffioravano nella luce con sovrana naturalezza.


Napoli

Nei confronti di Napoli Leopardi aveva impressioni molto contrastanti: di amore e odio. Dall´ottobre 1833 al giugno 1837 soggiornò in numerosi appartamenti della città. Con le sue gambe robuste, Giacomo amava passeggiare: gli dava l´idea di quell´andare e tornare, girovagare, oziare, guardarsi intorno, interrogare, interrogarsi, sostare, che avrebbe tanto amato eseguire in letteratura. Inoltre imparò presto ad apprezzare la pasticceria locale. Il suo non era soltanto un omaggio agli zuccheri, di cui il suo organismo aveva tanto bisogno. I popolani presero confidenza col poeta gobbo, chiamato o´ranavuottolo, e lo circondarono da una venerazione superstiziosa: dava i numeri ai giocatori.


Dopo l´aprile 1836 Leopardi abitò per molti mesi nella villa che l´avvocato Ferrigni, cognato di Ranieri, possedeva tra Torre del Greco e Torre Annunziata, alle falde del Vesuvio. I medici sostenevano che il clima era propizio alla sua salute: era un ottimo punto di partenza per passeggiate alla periferia di Napoli, Vesuvio compreso. Mentre passeggiava e chiacchierava, Leopardi elogiava la salubrità dell´aria di Napoli, che curava le sue ferite. Dalle sue lettere traspare un benessere che lo dipingeva quasi guarito dai suoi mali; ma durante il 1836 questi tornarono: influenza, asma, che gli impediva di camminare e di dormire, un gonfiore violaceo al ginocchio destro, difetti di circolazione, l´occhio destro minacciato, ritenzione delle urine, affanno, idrotorace e idropisia. Probabilmente, negli ultimi tempi di Firenze, qualche medico l´aveva persuaso che tutti i suoi mali erano dovuti a una malattia nervosa e, almeno con una parte di sé, era convinto di questa teoria. Perciò, diceva, era perfettamente inutile curarsi, seguire questa o quella dieta, stare a Napoli o chissà dove. Con Ranieri e la sorella scherzava sulla sua morte. Ma d´altra parte, dietro gli scherzi si nascondeva un´idea più profonda: come pensava a Firenze, ormai la morte era prossima. Tutto lascia supporre che i rapporti con Ranieri fossero buoni e armoniosi: se forse non lo amava più come negli ultimi, ardentissimi mesi fiorentini, gli era grato per le cure che non gli lesinava mai, per l´attenzione di ogni ora e di ogni minuto; e non poteva concepire una vita senza di lui.


Nel febbraio 1837 lui e Ranieri tornarono in città, in una pausa del colera che aveva ucciso decine di migliaia di persone; ma all´inizio di giugno l´epidemia riesplose e Ranieri decise di rientrare al più presto a Villa Ferrigni. I medici sostenevano che l´aria benefica di Torre del Greco avrebbe potuto, se non curare, alleviare l´idrotorace di cui soffriva Giacomo. In quei giorni egli non aveva voglia di muoversi, e di giorno in giorno prorogò la partenza.


Leopardi morì con moltissima grazia, e in tono minore. Gli ultimi giorni furono lieti, poiché non pensava di essere vicino alla fine: credeva che il corpo potesse apporre ancora resistenza, forse “non piccola”, alle forse che si agitavano e infuriavano dentro di lui. Si sentiva meglio: dormiva senza essere torturato dall´asma; e scherzava con i medici sulla sua malattia. La partenza per Napoli fu fissata per il 14 giugno.


Quel giorno Leopardi rimase a letto tutta la mattina: mentre Ranieri usciva di casa, verso le 10, Giacomo bevve la sua cioccolata. Verso le 17, com´era sua abitudine, si pose a pranzo; era più gaio del solito. Prese qualche cucchiaiata di minestra, poi chiese a Paolina di portargli un´abbondante limonata gelata (lei gliene portò una doppia). Lui ricominciò a mangiare la minestra, ma si arrestò all´improvviso, e si rivolse a Ranieri che gli stava seduto vicino: “Mi sento un pochino crescere l´asma … Si potrebbe riavere il dottore?” gli disse. L´amico si turbò ma Leopardi riprese, dolcemente, a fare ironia sul suo male. Mentre Ranieri usciva per cercare il medico, Giacomo si adagiò vestito sul letto: ma era inquieto e volle rialzarsi, cercando riprendere il pranzo, malgrado la resistenza di Paolina. Quando l´amico tornò col medico, Leopardi stava disteso sulla sponda del letto; sorrise e si rimise a chiacchierare col dottore intorno agli argomenti che entrambi amavano. La voce era più fioca e spezzata del solito, ma tutto sembrava normale, come se di lì a poco Giacomo dovesse alzarsi; Paolina gli sosteneva il capo e gli asciugava il sudore, che cominciò a scendere a gocce dalla sua amplissima fronte. Quando sembrò turbato da un “infausto e tenebroso stupore”, Ranieri cercò di ridestarlo con degli eccitanti alcolici. Leopardi aprì gli occhi più del solito: guardò fisso verso l´amico, e gli disse sospirando: “Io non ti veggo più”, oppure “Apri quella finestra, fammi vedere la luce”, oppure “Addio, Totonno, non vedo più la luce”. Il polso salì lentamente, poi si spense, ed egli smise di respirare.
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