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Cesare Pavese

La gente qui mi ricorda come il bambino che stava spesso appollaiato sulla pianta del cortile a leggere un giornalino o un libro.


Autore: Luigi Lucantoni

Cesare Pavese continua a essere uno degli scrittori più amati della letteratura italiana contemporanea: per la lucidità con cui tradusse nella poesia e nella prosa la sua avventura esistenziale; per la coincidenza diretta, tragica, tra i motivi letterari della sua opera personale con il suicidio; per l´atteggiamento riservato ma schietto fino alla durezza con cui visse uno dei periodi politici più densi di avvenimenti della storia d´Italia contemporanea. La sua esperienza spaziò dal fascismo, all´antifascismo vissuto nel gruppo degli intellettuali torinesi, alla rinascita culturale del dopoguerra, cui egli contribuì non solo come autore ma anche con la collaborazione editoriale alla casa editrice Einaudi.



Anni dopo la sua morte, il suo amico e biografo Lajolo scrisse di ricordare Pavese per il suo volto sofferente, come portasse costantemente dentro il suo e l´altrui dolore; un volto chiuso sulla sua figura alta, magra, poco curante nel vestire, con gli occhiali abbandonati e l´inseparabile pipa, quasi volesse rimanere nella sua statura spoglia come “un olmo potato”, al di fuori della volontà degli altri di consolarlo. Pavese riuscì a trovare le sue zone d´equilibrio solo quando seppe affermare liricamente l´unità tra la sua potente soggettività e il colloquio col mondo esteriore, e invece fallì quando fu dominato dall´ambizione di mettere l´assoluto in rapporto con l´uomo e sperò di trovare nel mito la giustificazione alle sue inibizioni di fronte alla vita. Allora finì di screditare in anticipo tutti gli sforzi fatti e quelli che voleva ancora tentare per stabilire un rapporto semplice e diretto col mondo, finché divenne prigioniero di se stesso e – terminati i grandi dialoghi tra la città e la compagna, tra la collina e il mare, tra l´infanzia fantastica e il mondo reale, tra il vizio e la virtù, tra la politica e la solitudine, tra la luna e i falò – si decise a compiere il gesto supremo come un sacrificio umano, non tanto come fuga dagli uomini, quanto per rientrare interamente in se stesso.


Nascita e campagna

Pavese nacque a Santo Stefano Belbo (Cuneo) il 9 settembre del 1908, in un´agiata famiglia borghese. I genitori abitavano da tempo a Torino, e tornavano a Santo Stefano solo per trascorrervi la villeggiatura estiva; dunque Cesare nacque per caso fra quelle colline (le Langhe) che hanno avuto tanta influenza nella sua vita. Il fatto che egli, fin da piccolo, abbia sperimentato i trasferimenti annuali dalla campagna alla città, non gli impedì di vivere più intensamente i mesi estivi e autunnali trascorsi nella cascina in cui era nato. Il caso volle anche che, all´età di 6 anni (a causa di un malanno della sorella maggiore, che obbligò i genitori a rimandare il rientro a Torino), Pavese frequentò a Santo Stefano anche la prima elementare. Tutto nel paese aveva per lui un fascino diverso dalla città e ogni anno, acuito il desiderio per l´attesa di tanti mesi, la campagna lo interessò sempre più: lì si sentiva libero di girovagare ed esplorare il paesaggio agreste. Come disse al suo biografo:
La gente qui mi ricorda come il bambino che stava spesso appollaiato sulla pianta del cortile a leggere un giornalino o un libro.
Il 1914 fu anche l´anno in cui suo padre morì, dopo una lunga malattia. Da allora tutta la responsabilità della famiglia cadde sulle spalle della madre, che in ciò si dimostrò tenace ma anche severa e fredda nei confronti dei figli. La perdita di un genitore e il carattere duro dell´altro aprirono il primo vuoto nel cuore di Cesare. In particolare, egli iniziò a covare una forte insofferenza nei confronti della madre: insofferenza che, col passare degli anni, si tradusse in una crescente freddezza reciproca.


L´unica confidenza Pavese poteva trovarla con se stesso e con la natura. Già da bambino si metteva al centro delle cose non potendosi mettere al centro della gente, e le adeguava ai suoi sentimenti, al suo modo di sentire, di viverci dentro. Il paesaggio di Santo Stefano divenne in quegli anni una parte di lui, era un paesaggio che egli sentiva, oltre a vederlo; vi penetrò dentro e vi scoprì la gente contadina, che lo aveva costruito insieme alla natura in un numero enorme di generazioni. Il Pavese bambino gioca, riflette, costruisce i suoi segni in quest´orizzonte: la sua infanzia è intrisa di questa terra come la sua disposizione alla solitudine. Già da allora nacque in lui il desiderio della fuga dalla gente, il capriccio di andare solo nel mistero dei boschi, l´istinto di guardare più intensamente la povertà allo stesso modo dei punti più desolati del paesaggio.


Man mano che cresceva, Pavese si fece presto una coscienza: dalla lettura dei giornalini passò ai primi romanzi che trovava in paese e li divorava avidamente. Non erano i libri di scuola a interessarlo: la scuola della città la trovava noiosa e vi partecipava svogliatamente. Nei romanzi, invece, s´immergeva completamente, come nei boschi, con lo stesso gusto di quando incontrava l´erba menta. Anche i ricordi dell´infanzia, nei suoi pensieri, cominciarono a prendere ordine, a diventare una trama intessuta di volti, di case, di sensazioni come nei romanzi. La capacità di riflettere, di costruire castelli in aria si sviluppò precocemente, più rapidamente del suo fisico. Sono gli anni in cui ricostruì dentro di sé la figura paterna, per rintracciarvi una parte del suo carattere. Nel genitore che leggeva romanzi nel negozio di Santo Stefano, Cesare ritrovò se stesso: come una giustificazione orgogliosa della sua tendenza alla lettura e alla solitudine. L´unico rimprovero ch´ebbe per il padre fu quello di non aver saputo rimanere a Santo Stefano. Accanto a lui era rimasta, invece, una madre forte e dura. In queste due eredità familiari già si delinea in embrione il contrasto che lo accompagnò costantemente fino alla fine. Alla sorella, più grande di 6 anni, spettava un posto diverso. Lei sta nella vita di Pavese come un´ombra affettuosa: non si fa sentire, lui non ne parla mai, ma è nella sua ombra che i contrasti familiari si placarono. Il peso di vivere chiuso nella famiglia Pavese lo sentiva a Torino, ma nel periodo di villeggiatura a Santo Stefano riacquistava la sua libertà, con la sensazione di poterla talora trasformare in felicità. Persino i miti agresti, letterari e no, che lo inseguiranno e lo porteranno lontano dal reale nella dura ricerca del vero, debbono essere collegati alle favole, ai miti che lo appassionavano da bambino.


I primi anni a Torino

Pavese cominciò a conoscere la città negli ultimi anni delle elementari. Portava a casa ogni anno una pagella discreta, senza eccellere in nessuna materia. Non era tra quelli meritevoli d´elogio e neppure tra quelli che s´affezionavano ai banchi per ripetere la stessa classe. Sul quaderno, dove le insegnanti annotavano le osservazioni per la famiglia, alla fine di ogni anno scolastico c´era sempre scritto:
Vostro figlio raggiunge la sufficienza, ma può fare molto di più. E´ dotato d´intelligenza, ma troppo svogliato”


Durante i 3 corsi di Ginnasio inferiore, come si chiamava allora, Cesare frequentò l´Istituto dei Gesuiti, il Sociale. Era una scuola per figli di nobili e di ricca borghesia, nella quale lui si trovava disagio perché non riusciva ad ambientarsi con quei ragazzi viziati e snob. Aveva già la statura di un uomo e la peluria sul mento. Invece di attendere le spiegazioni dei professori, si distraeva arrotolandosi una ciocca di capelli in modo così intricato che neppure il pettine riusciva sciogliere: è una mania che conservò per tutta la vita, come quella di piegare e ripiegare le pagine dei quaderni. I padri gesuiti non erano entusiasti del modo d´applicarsi dell´allievo Pavese e neppure del suo carattere testardo. Frequentò poi i 2 corsi ginnasiali superiori al Ginnasio Moderno, dov´era escluso il greco.


In casa continuava a mantenere lo stesso contegno: silenzioso con la madre e con la sorella, pronto a tenere il muso per giorni a ogni osservazione: quando, cogliendolo in fallo, lo volevano correggere. Soprattutto con la madre i rapporti si fecero ancor più difficili. Unica qualità che gli si riconobbe fin d´allora era quella di non poltrire nel letto: appena chiamato, al mattino, si alzava e prendeva la via della scuola, talvolta senza dire una parola. Se usciva di casa dopo il ritorno dalla scuola, non diceva mai a nessuno la meta delle sue passeggiate o dove sarebbe andato a passeggiare nelle ore libere. Spesso disertava la compagnia degli amici, girava solo per le strade, si fermava ore ed ore su un crocicchio a contare i tram che passavano e a guardare la gente che vi stava sopra. Dinanzi alle edicole perdeva ore e ore a leggere i titoli dei giornali che non poteva comprare.


L´appartamento dove viveva allora con la famiglia era un grosso palazzo, quasi alla periferia della città. Se Cesare si affacciava alla finestra poteva ancora vedere, come alla cascina di San Sebastiano, il verde dei prati che lo riconciliava alla vita. Nel tratto di strada che doveva percorrere dalla casa alla scuola, i suoi incontri più commossi erano quelli con le piante dei viali, anche se erano diverse da quelle di Santo Stefano. In quel verde Pavese si ritrovava e si faceva compagnia.


Non cambiava mai il suo modo di vestire, di camminare o di fare: portava sempre i pantaloni corti, che gli scendevano sotto il ginocchio e gli davano un´aria goffa in mezzo agli altri ragazzi e, in testa, il berretto da carrettiere un po´ storto, ben calcato per contenere i capelli impertinenti che gli spuntavano ai lati come ciuffi d´erba. Un medico gli aveva ordinato gli occhiali e, sotto le lenti, il suo sguardo si era fatto più scontroso. Era troppo alto e gracile per la sua età e camminava sempre più dinoccolato come se dovesse disgregarsi da un momento all´altro; quando d´inverno la tosse gli scuoteva il petto, pareva ogni volta, a chi lo sentiva, che i suoi polmoni dovessero cedere di schianto. Spesso, invece di correre a giocare frequentando nuovi amici, rendeva più lunga la sua solitudine buttandosi con sempre più ansia alla lettura di romanzi. Sembrava più vecchio della sua età perché più silenzioso dei suoi compagni. Soprattutto i suoi temi erano diversi da quelli degli altri: il professore diceva spesso che Pavese era andato “fuori tema”, ma gli dava ugualmente un bel voto, perché aveva espresso pensieri dal senso compiuto e perché era tutta farina del suo sacco. Seduto nel suo bando, Cesare non chiacchierava coi vicini e seguiva raramente la voce del professore, perché altri pensieri lo portavano lontano.


In città più ancora che al paese, Pavese non era socievole né si sforzava di diventarlo: i suoi amici erano pochi, sempre gli stessi. Li sceglieva tra quelli che gli erano opposti di carattere, quasi per avere un aiuto e un impulso, e questi dal canto loro, per ragioni opposte, si legavano a lui quasi che la sua scontrosità, invece di allontanarli, li rendesse più affettuosi e costanti. Quando, non visto, nei banchi o lungo la strada del ritorno a casa, Cesare guardava le sue compagne di scuola, il suo occhio si faceva timido e aspro ma, nell´insistenza del suo sguardo, chi aveva iniziato a conoscerlo non aveva difficoltà a ritrovarvi una tenerezza che lo intimidiva e lo costringeva a chiudersi ancor più in se stesso.


Per la nostalgia che aveva della campagna, la città, in un primo tempo, gli parve lontana dalle sue preferenze. Sarebbe stata la sua ansia di sensazioni, la sua curiosità a fior di pelle a far sì che la città lo prese lentamente nel suo giro, anche contro la sua volontà. In confronto al paese, essa si presentava come una grande fiera, come una festa continua. Anche andare a scuola, in fondo, era come partecipare a una festa: un quotidiano incontrarsi, un ritrovarsi con gli stessi volti che divenivano di giorno in giorno più familiari, un continuo partecipare per conoscere cose nuove. Gradualmente la città lo assorbì e gl´impresse più profondamente i segni del suo contrasto interiore. Il frastuono urbano da una parte lo affascinava, dall´altra lo costringeva con tutte le forze a difendersi. Diffidente per natura, egli, di fronte a tutto quel via vai di gente che gli era ancora ignota, si chiuse più ermeticamente in se stesso: aveva bisogno di rendersi conto pienamente di ogni cosa prima di confidarsi, e ancor più per far sapere agli altri se era contento, se era entrato nel giro di quella vita. Anche quando la città divenne un´abitudine quotidiana, non gli fece perdere la sua goffa stoffa di campagnolo recalcitrante e taciturno. Poi, col passare degli anni, la città gli si svelò nel suo volto più complesso: anche lì vi erano miseria e desolazione. Pavese in particolare scoprì la realtà del mondo operaio e, ancora ragazzo, subì l´impressione che chi lavora sia oppresso da un incubo. Egli trovò la sua città in questa sua parte più grigia a cupa. Nelle zone periferiche trovò il raccordo con la sua solitudine di ragazzo campagnolo: del ragazzo che è perciò più curioso di tutto quello che scopre e gli fa paura della città. Pavese, ragazzo solitario, in città era costretto a vivere in contatto con tutte quelle cose. Se col silenzio si difendeva, è appunto nel silenzio che scoprì gli intrecci, i contatti tra cose e gente, tra strade e uomini. Se nella campagna si sperdeva negli infiniti orizzonti, in città riusciva a rifugiarsi nell´indifferenza degli altri. Ben presto imparò a usare la città come una trincea dalla quale, senza essere visto, vedere e osservare tutto. Fu la città a preparare gli anni pieni, quasi spensierati, di Pavese: spingendolo ad accompagnarsi con gli altri ragazzi. La campagna gli aveva lasciato dei segni e ogni estate, quando tornava a Santo Stefano, questi tornavano ad approfondirsi; ma la città gli dimostrava ogni giorno di più che per vivere è necessario fare il salto al di là della siepe.


Gli anni della prima giovinezza di Pavese combaciano con gli anni in cui il fascismo compie a Torino le sue spedizioni punitive ai danni dell´agguerrito socialismo operaio. Da quella realtà politica Cesare, quasi impaurito, si chiuse ancor più in se stesso. Ora, nella citta, aveva più possibilità di trovare libri da leggere: Guido Da Verona era di moda, e divenne il suo autore preferito. Ma poi il ragazzo svogliato, avido di qualunque lettura, operò la sua prima trasformazione su D´Annunzio. Di conseguenza, anche la scuola divenne qualcosa di diverso: Pavese cominciò a studiare, a prestare attenzione ai professori, e quando è a casa si sorprende egli stesso a scrivere i primi versi. L´esercizio lo appassionava fino a spingerlo a parlare con i compagni di ginnasio. Uno tra tutti divenne il suo amico del cuore: Mario Sturani. Era un tipo vivace, spiritoso e sicuro di sé, nella scuola e nei giochi. Condividevano la passione per la lettura e la poesia. Cesare leggeva anche mentre percorreva a piedi il tragitto casa—scuola: Sturati ricorda che un mattino, distratto dalla lettura, Pavese rischiò quasi di essere investito da un tram. Ormai questo gusto della lettura s´accompagnava alla passione dello studio. Quando il professore di lettere, nell´ora d´italiano, parlava di scrittori antichi e moderni e ne leggeva qualche brano, Pavese seguiva ogni parola. Poiché al Ginnasio Moderno non s´insegnava il greco, egli lo studiò poi a casa da sé fino a imparare poi a leggere i testi direttamente. Con Sturati si recava spesso alla Biblioteca Civica e vi passava lunghe ore: qui imparò a conoscere il Flammarion, attraverso testi di divulgazione scientifica. Spesso i compagni lo sorprendevano a fare compiti d´inglese che la professoressa non aveva ancora assegnato. Lo studio di questa lingua lo appassionava particolarmente perché voleva essere in grado di leggere libri ancora non tradotti in italiano. Negli intervalli tra una lezione e l´altra, lasciava raramente il suo banco: ne approfittava invece per scandire i versi delle poesie che erano nell´antologia scolastica. La sua vocazione per la poesia cominciò a delinearsi.


Pavese fu più precoce dei coetanei anche nello sviluppo fisico-ormonale: magro, ossuto, con i primi peli di barba sul mento, acquisì quell´aspetto che si ha quando si è più goffi e ci si sente uomini se gli altri ci trattano ancora come ragazzi, e ci si sente ragazzi quando gli altri ci trattano da uomini. Cesare, con la sua statura, aumentò anche i suoi complessi e la sua timidezza. Sentiva l´orgoglio di avere una ragazza più fortemente di altri che sapevano dimostrarlo meno goffamente di lui. Fu in quel momento che i suoi occhi lasciavano spesso il libro per guardare la ragazza bionda del secondo banco. Si chiamava Olga, era allegra e distratta: non si accorse neppure dell´attenzione che il compagno di scuola le dimostrava, e questi ne bruciava. Fu la prima cotta e Cesare ne era frastornato e spaventato: aveva la sensazione che il cuore gli si fermasse in gola ogni volta che lei gli passava accanto. La seguiva lungo la strada, anche quando era già lontana; la ricorda sulla porta di casa, nella propria camera da letto. Quando le era vicino, e avrebbe voluto dirle i suoi sentimenti, le parole gli si gelavano sulle labbra. Si rese conto che molti suoi compagni erano diversi: sapevano parlare con la loro ragazza, e di lei parlavano con tutti; sapevano combinare le passeggiate, mentre lui non aveva il coraggio di rivolgere ad Olga un invito. Quando era con lei lo disturbavano persino le sue grosse mani: si sentiva così campagnolo. Tentò di reagire: si rese conto del suo stato d´inferiorità, comprese che comportandosi in quel modo non sarebbe mai riuscito a conquistare l´attenzione e il cuore di Olga. Per liberarsi si affidava alle lunghe passeggiate: spesso, assieme a Sturati, andava al Sangone. Il fiume ai margini della città gli ricordava il Belbo e le nuotate con gli amici di Santo Stefano. Per arrivare al Sangone si attraversavano distese di prati e quelle camminate pare che lo rinfrancassero. L´allegria spericolata dell´amico lo distraeva momentaneamente dall´ossessione amorosa. Ma un giorno, tornando dal fiume, camminando lungo la riva, ebbe uno smarrimento: sulla fiancata di una barca stava scritto Olga. Colto dallo stupore, Cesare svenne. E´ un episodio significativo: la naturale timidezza di Pavese aggravava questi giovanili sbigottimenti, e li spingeva all´eccesso. Di fronte a una donna, Cesare proverà sempre una singolare emotività fisica e spirituale.


Al liceo

Nel periodo in cui iniziò la sua esperienza liceale – 1923/1924 – Pavese era cambiato molto. I suoi amici di Santo Stefano notarono che il compagno di giochi s´era fatto un signorino e preferiva ormai, alla caccia alle bisce, le lunghe passeggiate per scovare un posto adatto a leggere indisturbato i romanzi che si portava dalla città. Partendo da Torino per la campagna, nella sua valigia collocava soltanto libri e fogli bianchi da riempire. Si era stancato della lettura per la lettura. Nel primo anno di liceo il suo autore preferito divenne Vittorio Alfieri. Nel poeta astigiano Pavese scoprì l´italiano più moderno e l´orgoglio del suo Piemonte, con la volontà tenace di essere qualcuno nella vita. Per mesi e mesi rispose alle domande dei compagni di scuola e di giochi con frasi e sentenze dell´Alfieri che aveva memorizzato. Cesare moltiplicò le energie da dedicare allo studio ed era ormai considerato dagli amici lo sgobbone, quello che prendeva sul serio ogni lezione, ogni pagina di libro: si sfibrava nello studio e il fisico ne risentì. La prima avvisaglia l´ebbe durante una gita nel Canavese, dove si recò con l´inseparabile Sturani: alle prime salite, fu costretto a fermarsi poiché cominciava a soffrire d´asma. Ma non abbandonò un solo giorno la scuola, ne diminuì l´intensità dello studio. Aveva ormai la caparbietà di un uomo. I medici dissero poi che l´asma derivava da una tensione nervosa: pensieri e preoccupazioni si erano infatti moltiplicati ed evoluti, ed anche le amicizie liceali assunsero un´importanza diversa. Ora Pavese aveva molteplici occasioni per incontrare altri volti femminili, anche al di fuori della scuola. In questi anni liceali gli amori di Cesare si susseguono rapidi, infuocati. Alcuni rimasero soltanto nella sua illusione, perché spesso egli non comunicava con la ragazza che amava se non con sguardi torvi, che non potevano certo essere intesi come dichiarazioni d´amore. Così divenne indispensabile, per non stare sempre con la gola piena di “magoni”, sfogarsi delle delusioni con Sturani e gli altri amici, con i quali s´incontrava sempre più di frequente al Sangone o al Po.


Sturani era di carattere opposto a Pavese: vivo, fiducioso in ogni cosa che faceva, sempre fertile d´iniziative, attivo e sfrontato con le ragazze. Divenne sempre più il suo consigliere di fiducia perché non aveva complessi, neppure quelli congeniali dell´età: quand´era davanti a una contrarietà, la risolveva rapidamente. Fu con lui e una piccola cerchia di loro amici che Pavese s´incontrava continuamente, a scuola e fuori. Costoro riuscirono a scrollargli di dosso un po´ della sua abituale apatia, a strapparlo dalla sua vita solitaria, collegandolo a molti ambienti, costringendolo a occuparsi delle cose più diverse oltre che lo studio e la lettura di libri: portandolo in sostanza a vivere la vita normale di tutti gli studenti. E quella vita collettiva ebbe su di lui un influsso benefico.


Entrando al liceo, Pavese, oltre a trovare amici più comprensivi e cordiali, ebbe la fortuna d´imbattersi in un uomo singolare per cultura e carattere, che ebbe grande influenza nella sua formazione giovanile e per tutto il corso delle sue vicende di uomo e scrittore: era Augusto Monti, allora professore d´italiano e latino al liceo D´Azeglio. Severo e paterno, inflessibile e franco, nonostante il “terrore” che sapeva incutere sugli allievi neghittosi, si accattivava la stima e l´affetto di tutti. La sua fama era legata anche alla sua fierezza di liberale piemontese: fu amico di Piero Gobetti e un ammiratore di Antonio Gramsci. Instillò indirettamente nei suoi allievi l´avversione per la tirannia e, di conseguenza, l´ostilità per il regime fascista. L´esperienza di quegli anni per Pavese si completò in un episodio che Monti stesso raccontò e che accadde agli inizi della prima liceo, quando il professore (avendo insegnato fino ad allora al liceo Brescia soltanto latino e greco) ristudiava l´italiano in collaborazione con i suoi allievi di Torino. Ogni giorno gli autori venivano letti e commentati insieme dal professore e dagli allievi. Quando si studiò il Boccaccio e si lesse la Decima novella, quella di Frate Cipolla, Pavese venne chiamato per farne il commento. Sul momento rimase perplesso e, come se non avesse assimilato la novella, tralascio il protagonista per occuparsi esclusivamente di un personaggio secondario, Guccio Balena, segretario del frate. Ma l´analisi di questo personaggio era così profonda che riuscì a spiegare in modo originale l´arte del Boccaccio anche al professore, che lo riconobbe con uno dei suoi rari elogi. Cesare, sottolineando il personaggio secondario di Guccio, dimostrò non soltanto che già sui banchi di scuola era desta la sua acutezza di lettore e di critico, ma rivelò le sue simpatie per un mondo particolare, attorno al quale costruirà molti degli intrecci dei suoi romanzi: incentrati su personaggi soli, emarginati, erranti e malinconici.


Pavese non era uno di quei giovani ardenti, che scordano tutto alla vista di una sottana; ma non voleva essere da meno degli altri, e gli amori di un timido sono sempre più seri di quelli di uno sfrontato. E fu proprio negli anni di liceo che Cesare si prese la sua seconda cotta. Frequentando con gli amici i caffè e i varietà, si sentiva ora più attratto verso ragazze di minor cultura, più semplici anche se più scaltre nell´ingannare gli uomini. La ragazza che lo frastornava era appunto una cantante-ballerina che lavorava al caffè-concerto La Meridiana, nella Galleria Natta: l´attuale Galleria San Federico. Una sera, dopo averla sentita cantare, Pavese ruppe la sua timidezza, prese il coraggio a due mani e fissò con lei un appuntamento. Aveva scambiato con lei qualche parola nelle sere precedenti e ne aveva ricavato l´impressione che non fosse disattenta alle sue premure, fatte soltanto di sguardi insistenti. Ma, all´ora prevista per l´appuntamento, la ragazza non venne: Cesare attese fino a tarda notte senza nemmeno ripararsi dalla pioggia. Solo allo scoccare della mezzanotte (l´appuntamento era per le sei del pomeriggio) si decise a rientrare a casa. Seppe l´indomani che la ballerina era uscita dal locale da un´altra porta per incontrarsi con un altro spasimante: lo smacco subito lo prostrò nel morale e nel fisico. Dopo la prima febbre, si aggravò e lo colpì una pleurite che lo costrinse a disertare per 3 mesi la scuola. Gli amici, che l´andavano a trovare durante la malattia, rimanevano impressionati dalla magrezza che gli rendeva il volto trasparente. Se rispondeva ai loro auguri era per dire che aveva perduto con le forze fisiche ogni fiducia in se stesso. Forse fu dopo quella malattia e quelle lunghe ore di riflessioni amare che Pavese, stanco di essere stato tanto tempo in un letto, elesse da allora la notte come il momento più adatto per girovagare, anziché dormire: quasi che dall´essere solo e disteso sul letto, mentre fuori il buio ferma la vita, gli derivasse una dannazione insopportabile. Le sue fughe dal sonno e dal riposo dureranno per tutto il corso della sua vita finché, divorato dall´insonnia, si ritroverà a 42 anni con gli occhi sbarrati ad attendere “l´inutile alba”. Per sua fortuna, dopo i 3 mesi di malattia, ebbe modo di riprendersi sia fisicamente che emotivamente; supportato dalla stima del professor Monti e dalla compagnia degli amici.


Le poesie liceali

Al secondo anno di liceo, per seguire la sua vocazione, Sturati lasciò Torino per Monza e frequentare la scuola d´arte decorativa. Pavese perse così la compagnia dell´amico, che lo sapeva incoraggiare con più costanza, e si mantenne in contatto epistolare con lui. Dalla lettura di queste lettere si possono trarre molti elementi per capire l´interiorità di Cesare, in particolare la sua precoce sofferenza esistenziale. Queste lettere sono dominate da dibattiti letterari e artistici: vi sono accluse anche molte poesie.


Dunque in Pavese la malinconia pesava già da ragazzo: per lui “nessuna gioia supera la gioia di soffrire”. Questo atteggiamento lo porterà nella vita a battere la testa anche contro ostacoli immaginari. Egli, lettore attento della Vita Nuova, voleva puntare alle cose grandi, avere un grande destino, scrivere “qualcosa che duri in eterno”; a quell´età sapeva già presentare teorie sull´arte, ma scrive subito accanto che l´unica speranza al mondo che gli resta è quella che egli valga “qualcosa alla penna”. La sua lotta – egli lo spiega – consisteva esclusivamente nel perseverare per raggiungere “la solitudine dei geni”. Non bastano “i pugni e i calci” alla rassegnazione; e per questa ragione, nelle ultime poesie, comprese nel rivelatore epistolario liceale, torna essere protagonista la morte. Quella stessa morte alla quale s´immolerà invocandola ancora negli ultimi desolatissimi versi:


Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo.


È lo stesso vizio assurdo, che tormentava già i suoi anni liceali e s´insinuò nel suo sangue, come una malattia. È la sifilide – come egli scrive – una specie di febbre suicida, che appena espulsa subito ritorna incurabile. Per vincere questa febbre, valgono solo la poesia e la donna. Il resto non esiste: non esiste attorno la vita, i fatti del mondo, del paese, di Torino.


In un simile stato d´animo, il coevo instaurarsi del regime fascista lascia Pavese – in apparenza – indifferente. A sconvolgerlo, in quel periodo, è il suicidio dell´amico Baraldi: che compì il gesto insieme alla fidanzata (salvatasi) con una rivoltella, sulla cima della montagna presso la casa paterna di Bardonecchia. 3 giorni dopo, quando il professor Monti gli riferì di aver incontrato il padre dell´amico tornare dal cimitero, distrutto dal dolore, Pavese decise di salire sulla collina per darsi anch´egli la morte. Portò con sé la rivoltella ma, non avendo una fidanzata, non poteva morire per amore: doveva compiere lo stesso gesto per motivi opposti. Ma il cuore non resse, la volontà di vivere era ancora forte e scaricò i colpi contro un albero. Tornò a casa, vergognandosi della sua viltà, più abbattuto e disperato: da quel giorno lo spettro del suicidio tornerà sempre più insistente.


L´università

Pavese affrontò l´esame di maturità provato dallo studio, col volto scavato, le mascelle tirate, ma sicuro: la maturità classica la ottenne nel luglio di quell´anno. Il professor Monti si preoccupò di collegare i maturandi con gli allievi degli altri corsi del D´Azeglio, man mano che entravano nell´università. Nacque così la “confraternita” degli ex-allevi del D´Azeglio. Pavese, tra tutti, era quello che Monti voleva seguire più attentamente: ne conosceva l´estro e la costanza nello studio, ma ne aveva sperimentato anche i vuoti, gli scompensi tra lo studio e la vita, tra il sogno e la realtà. Sapeva che Cesare non aveva nella famiglia alcun sostegno per appoggiarsi e crescere diritto. Temeva che quel ragazzo potesse perdersi: ricordava la tristezza che lo prendeva anche sul banco di scuola, le sue risposte che spesso andavano oltre le domande. E Pavese, a sua volta, ha sempre compreso l´ansia del professore e ora anch´egli ne sentiva la mancanza. È infatti al professore di ieri, che Cesare scrive la sua prima lettera dopo la maturità. In essa confessava cose gelosissime, fino ad allora tenute nel segreto di se stesso: il duro professore aveva dunque conquistato anche l´animo e non soltanto l´intelligenza dell´allievo. In queste confessioni prendeva corpo tutta la tristezza di Pavese, rotta qua e là da scoppi dannunziani. Egli svelava al professore di voler essere – davanti alle donne – uomo virile e forte come tutti gli altri. Questo bisogno di far sapere al professore un fatto del tutto privato assume un significato quanto mai strano e nello stesso tempo già rivelatore di un complesso che in Pavese si aggraverà col passare degli anni.


In un periodo in cui Torino vedeva una mobilitazione degli intellettuali in chiave antifascista, Pavese in realtà non dimostrò alcun interesse alla politica. Egli fece però la sua scelta in campo culturale, anche se lo sforzo per rimanere fedele all´assunto sarà per lui sempre più aspro, non riuscendo a trovare e intendere per molto tempo l´indispensabile legame tra la cultura e la vita. E tuttavia Monti, in quegli anni, lo mise in contatto con giovani impegnati contemporaneamente sul piano culturale e politico; giovani come: Leone Ginzburg, Monferrini, Vittorio Foà, Tullio Pinelli, Norberto Bobbio, Franco Antonicelli, Enzo Giacchero, Massimo Mila, Carletto Massa, Lele Artom. Nelle dibattiti culturali con i suoi ex compagni, Pavese prese gusto alla discussione e si trovava a suo agio nelle trattorie assieme agli operai, ai venditori ambulanti, alla gente qualunque: molti di questi personaggi saranno i protagonisti di suoi romanzi. Settimanalmente a questi dibattiti partecipava lo stesso professor Monti. In uno di questi incontri a Giaveno (il paese in cui Monti si rifugiò per portare avanti la sua militanza antifascista), Cesare portò i suoi primi racconti per leggerli al suo ex docente. Costui non apprezzò tali racconti poiché li trovava d´imitazione dannunziana e per la fine suicida che Pavese imponeva ai vari protagonisti. Cesare replicò ostinatamente alla seconda accusa: trovava naturali quelle conclusioni suicide, in quanto congeniali ai personaggi e dunque necessarie.


Preso nel giro vivace di questa vita collettiva, Pavese era come trasformato. Aveva vinto la solitudine, la musoneria, la scontrosità; era finalmente il suo periodo, forse l´unico, di spensieratezza. Il suo divertimento preferito era andare al cinematografo. Si appassionò ai film di avventure americane e divenne intenditore dell´arte di quegli attori e registi: questo suo spiccato interesse cinematografico lascerà profonde tracce in molte delle sue opere. Al tempo stesso approfondì la filosofia di Benedetto Croce, alla luce delle quale aggiornò il suo stesso punto di vista. Studio e allegria trovarono allora il loro naturale completamento. Forse solo in quegli anni Pavese ebbe la sensazione di essere giovane e la vita lo interessava in tutti i suoi aspetti. Persino quando collaborava con gli amici a scrivere la Pornoteca in versi, dove ognuno voleva dimostrare di avere più qualità poetiche e più estro pornografico, egli si sentiva a suo agio. D´estate tornava spesso a Santo Stefano, anche in compagnia dei vecchi e nuovi amici di Torino, ma ormai al paese non aveva più la sua casa. La madre, fin dal 1918, aveva venduto la cascina. Erano quindi ritorni più melanconici, perché lo costringevano ad essere ospite dei parenti, quasi sempre dal cugino Battista. Per questo motivo i periodi più lunghi di ferie li andava a trascorrere a Reaglie, dove la madre aveva acquistato una villetta. Qui Cesare portava spesso tutta la comitiva a fare baldoria. La meta degli svaghi preferiti di Pavese era però, in quegli anni, il Po: più di tutti gli altri posti, il fiume divenne per lui la vera evasione dalla città. Il Po gli distende i nervi, lo riposa dalla fatica dello studio e della scrivere, perché lo mette in contatto più rapido con le cose vere, concrete: gli alberi, l´acqua, l´erba, il verde dei boschi. Tutti gli amici sapevano che era il suo unico hobby: non amava gli sport, la montagna, la filatelia, giocare a carte; amava soltanto nuotare e remare sul fiume. La gioia che provava a intrattenere i coetanei in quelle gite, in qualità di maggiore esperto del fiume, era tale da fargli dimenticare tutto il grigiore del passato.


Nel frattempo Pavese stava anche preparando la sua tesi di laurea: una tesi sulla poesia di Walt Whitman, che fece scalpore all´università. Cesare vi lavorò col suo consueto impegno e solo quando ogni particolare venne risolto, la lesse agli amici. Anche fra costoro questa tesi suscitò stupore per la sua originalità. Non a caso il corpo docenti respinse, in un primo momento, la tesi di Pavese: solo grazie al sostegno di Leone Ginzburg, Cesare riuscì a farsi accettare quel lavoro, che gli garantì la laurea a pieni voti.


La donna dalla voce rauca

Negli ultimi anni d´università, al centro della vita privata di Pavese ci fu l´incontrò che venne a turbarne tutta l´esistenza: l´incontro con l´unica donna che agli abbia veramente amato. Prima d´allora gli incontri e gli scontri, anche se seguiti da esaltati atti di disperazione e svenimenti, erano manifestazioni della sua esagerata sensibilità, non amori. Questa invece fu la donna dell´incontro pieno: Cesare ne fu pervaso fin dal primo giorno. Dall´incontro con lei, l´esistenza di pavese ruppe il suo ritmo: perdendo costei, Cesare perse la speranza, la tenerezza per la donna, il senso della famiglia, la sicurezza d´esser uomo, la dolcezza della paternità, l´incanto di poter avere un figlio. Persino la sua infanzia tornò alla memoria con un sapore diverso e tutte la sue opere porteranno dentro l´amore di costei, la delusione e il tradimento fino alla solitudine irrimediabile e fatale. La donna dalla voce rauca (si chiamava Battistina Pizzardo) era fisicamente non molto bella, ma aveva un carattere fermo, freddo, volitivo. Era forte nello sport come un uomo, ed anche per la facoltà universitaria scelta, la matematica, è l´opposto della vocazione umanistica di Cesare.


Gli amici più untimi di Pavese, Mila e Sturani, appena s´accorsero del suo mutato stato d´animo, ne intuirono il motivo. Non era d´altronde difficile né strano riconoscere Cesare innamorato. Ma in quest´occasione egli era addirittura irriconoscibile anche per gli amici più sicuri. Per la prima volta tenne segreto il nome dell´amata; a ogni domanda oppose il silenzio: rimase impenetrabile ad ogni tentativo altrui di voler sapere. Confidò qualcosa a Sturani solo quand´ebbe la sensazione d´essere da lei corrisposto, ma appena l´amico tentò di consigliarlo ad essere cauto, rifiutò bruscamente di ascoltarlo ancora.


Per Pavese questa donna era diversa dalle altre proprio perché il fascino le derivava dalla forza, dagli atteggiamenti mascolini, dal fisico aspro, dal carattere deciso e sicuro. Il timido Cesare si sentiva accompagnato e protetto, spronato e difeso. Sentiva d´aver bisogno di questo: il suo carattere debole, i dubbi costanti che lo tormentavano trovarono soluzione e forza in lei. Con lei sentì di poter sperare, di vivere e di pensare senza paure e incubi per l´avvenire. L´asprezza di carattere di Pavese era dunque apparente, la sua superiorità una divisa che gli piaceva indossare per nascondere il suo bisogno di comprensione e di protezione. Nella donna dalla voce rauca Cesare riversò anche l´affetto che non sentiva così nel profondo per la madre e la sorella. Con lei si sciolse la sua solitudine interiore: forse solo allora confidò di poter imparare il “mestiere di vivere”, per uno scopo che non fosse soltanto il libro, il lavoro, l´ansia di essere qualcuno.


Per tutto il tempo durante il quale ha la sensazione che questa donna gli sia accanto, scopriamo un Pavese umano, semplice e felice, che non ritroveremo più in nessun altro momento della vita. La sua timidezza si fa tenerezza; lo sbigottimento davanti alla donna, che lo ha trattenuto in uno stato d´inferiorità dall´adolescenza alla giovinezza, si trasforma, attraverso la donna dalla voce rauca, in confidenza: Cesare è ora aperto al colloquio umano. La sua tragedia, ch´egli chiamava privata, incomincerà appena sarà costretto a rendersi conto che questa donna lo abbandona e lo respinge senza pietà. Sarà la tragedia che inciderà maggiormente sul fisico, sul morale, ed anche sulla sua sorte di scrittore. Da allora si cristallizzerà in lui lo spirito tra velleità e capacità, che si trascinerà, sempre più drammaticamente, fino al disperato gesto suicida. Dopo quel tradimento, ogni donna sarà considerata e rappresentata da Pavese, in tutti suoi racconti e romanzi, semplicemente come un frutto di carne, o come l´espressione dell´indifferenza e dell´infelicità. Anche per sfuggire a questa pena, cercherà allora rifugio nei miti, ma l´ombra che graverà sulla donna sarà sempre quella del dolore e del disprezzo disperato. La ferita rimarrà aperta e si rimarginerà solo nella morte. Nel periodo degli incontri felici con la donna dalla voce rauca nascono i più commossi motivi delle poesie di Lavorare stanca (nei quali Pavese conia per l´amata il nome di “donna dalla voce rauca”). Anche l´ossessione di avere dalla sua un destino ingrato, la paura di stancarla, il terrore di perderla, il dubbio che anche la sua donna sia come le altre, s´inserisce nella felicità del canto e gli da più calore, lo fa più alto. Quella donna gli riporta l´incanto dell´infanzia nel giro delle sue colline, nel paesaggio delle Langhe: il volto della sua donna si ricompone negli orizzonti che egli ha più amato. La donna dalla voce rauca è l´unica che Pavese abbia veramente amato. Molte altre donne s´incontreranno con lui, e qualcuna sembrerà radicarsi nella sua ombra fino a ridargli l´illusione di esistere ancora nell´amore, ma nessuna più, neppure la bionda americana alla quale dedicò le sue ultime liriche già segnate dalla decisione di morire, gli darà la vera speranza e non sarà più la sua donna, se non nel raccordo con quella disperatamente indimenticata. La altre donne della sua vita e quelle che costruirà come personaggi serviranno a sfogare il suo livore, diventeranno pretesto per il suo disprezzo, saranno l´essere più debole di lui sul quale scaricare le ire, le delusioni, le sconfitte, le impotenze. Dopo la donna dalla voce rauca, al centro della vita di Cesare sarà solamente lui, il suo tormento e la sua poesia. Pavese ha amato una donna, perché cercava e aveva bisogno della donna. E con la donna – e non solo con la letteratura – egli voleva vincere: dopo ogni libro scritto, dopo ogni vittoria letteraria, egli cercava di vincere con la donna, per ritrovare calore, per non durare nella paura di rimanere “un fucile sparato”. Non c´è racconto, romanzo, pagina di un libro, dove non si levi il ricordo o il volto o il desiderio di una donna. Certo anche quest´ansia continua è legata alla sua ostinata volontà di flagellarsi o di bestemmiare sulla solitudine, ma avviene sempre attraverso la donna.


Ed è qui soltanto che i suoi desideri inappagati, le sofferenze e le sconfitte, muovono a pena. Per la sensazione dolorosa, che egli ne ricava a ogni incontro, a ogni tentativo di ritrovare l´amore, di ricomporre ancora un equilibrio tra sesso e sentimento, tra vita e abbandono. Il dramma è crudele, gli paralizza lentamente il corpo fino a convincerlo di essere fisicamente impotente. Spesso – e sempre di notte – quando girovagava nel buio dei viali di Torino, le sue più vergognate confidenze erano su questo argomento (ricordo personale del biografo). Cesare soffriva e trasmetteva la sua sofferenza, ed era difficile scrollargli di dosso quel peso, dirgli delle parole, consigliargli un medico e persino stornare altrove il discorso. Soprattutto perché il suo convincimento era errato, anche nel Diario tali confessioni saranno scritte con ostinata crudeltà. Pavese aveva innato il vezzo di fare l´attore con gli altri e con se stesso. Gli piaceva recitare anche questa parte per umiliarsi più dolorosamente.


Fra le donne entrate nella vita di Pavese, sono almeno 5 quelle che, dopo la donna dalla voce rauca, riuscirono a dargli un po´ di fiato per vivere. Ma la sofferenza per quella donna si ripercorse, comunque, in tutte le altre. Se la donna non è la sola causa del suicidio, essa è l´ispiratrice più immediata e più costante dei suoi pensieri suicidi. Ed è anche nella ricerca ostinata della donna, pur dopo gli allucinati tormenti per i tradimenti patiti, per gli abbandoni ingrati, che occorre misurare la sua battaglia per imparare “il mestiere di vivere”, per resistere al fascino del suicidio. Certo egli intuiva, ogni giorno di più, quando si sentiva crescere sotto la penna il mestiere di scrittore e la fantasia del poeta e la padronanza della parola, che non sarebbe stato la letteratura a salvarlo. Né la politica, né la gente alla quale pure tentò di legarsi, costringendo se stesso a sacrifici e a compromessi per lui particolarmente difficili. A salvarlo poteva forse e solo bastare la tenerezza di una donna sua, il sentimento di affetto, il calore di una casa. Forse bastava a lui, che non voleva essere considerato né considerarsi un uomo complesso ma soltanto un uomo sofferente, la semplicità comune a tanti altri di un´esperienza vitale. Non l´ebbe: ed è contro la donna che allora si accanisce, soffrendone come un cane che guaisce sotto la sferza del padrone, ma pure continuerà a fargli la guardia.


Dal tempo dell´addio alla donna dalla voce rauca, le donne che farà vivere nei suoi libri saranno tutte maltrattate. Non c´è poesia di Lavorare stanca che non porti il segno di una donna, dove non si senta l´ansito della donna, – e quasi sempre – quello della donna dalla voce rauca. Egli era continuamente tormentato tra il bisogno di tenerezza, di dare dolcezza alla donna che amava, e il suo trasformarsi in dio-caprone per farle del male e farsi del male, battendo “zuccate contro i tronchi”. Nei racconti scritti dal 1936 al 1939, e pubblicati postumi dal suo editore Einaudi col titolo Notte di festa e poi riuniti in Racconti, la donna torna puntuale in ogni pagina. L´astio cede spesso alla pietà e non di rado l´apparente disprezzo è ancora simpatia. Non c´è tra tutti questi personaggi femminili una donna felice e fortunata: portano tutte la loro sventura fatalmente come i loro disinganni. E già entra come protagonista il suicidio descritto in una donna, delusa d´amore, che si toglie la vita: si portano tutte il peso dell´angosciosa vendetta di Pavese. Egli non amava le donne materne, non voleva donne succubi: le voleva forti, volitive, magari perverse e infedeli, che però lo dominino, che lo dirigano, che lo proteggano. Nelle altre donne non trova sfogo che nel loro corpo: quelle che parlano, che chiedono parole di tenerezza, che si affidano completamente a lui, lo stancano.


Il periodo delle traduzioni

Pochi mesi dopo la laurea un grave lutto colpì Pavese e la sua casa: la morte della madre. Il dolore di Cesare fu più profondo, perché sordo e silenzioso; aveva vissuto con lei tutta la vita scontrandosi, accendendo polemiche continue, fatte di lunghi silenzi, di musi, e parole aspre. Eppure quella materna era la protezione che lui sentiva e voleva. Essa lo radicava pur sempre alla vita, alla sua terra: portava quel piglio di sicurezza del quale Pavese aveva bisogno. Se la sottomissione non era accettata a parole, lo era nei fatti. Per l´ammirazione mai manifestata e per il rimorso di non averla mai confortata con la tenerezza, la sua morte segnò un altro solco amaro nella vita di Cesare. Non ne parlò mai: al centro del suo dolore d´allora, come di tutta la sua vita, continueranno a rimanere quelle lacrime non piante. Nelle foto del funerale, Pavese sta dietro la bara col volto duro e triste.


Non poteva vivere solo e decise di restare ad abitare nella vecchia casa torinese di via Lamarmora 35, con la sorella Maria, in una camera che pretendeva gelosamente tutta per sé, nella quale rimase tutta la vita, facendola servire da studio, camera da letto e da ricevimento. Ma, senza la madre, non era più la stessa casa di prima. La sorella aveva la sua famiglia: il marito e 2 figlie. Cesare si sentiva più solo, quasi estraneo agli affetti; fu in quella stanzetta che egli continuò a lavorare, a riempire di parole, annotazioni, intrecci di racconti migliaia di fogli. Qui insisterà nel lavoro di traduttore di autori americani.


Pavese si trovò allora con l´urgente necessità di procurarsi da vivere. Non aveva imparato molto dalla vita in fatto di esigenze concrete, ma la casa della sorella doveva pura andare avanti ed egli si rese conto che non poteva pesare su un già difficile bilancio familiare. Da quando frequentava l´università aveva incominciato con lena a tradurre; finalmente nel 1931 si stampò a Firenze la sua prima traduzione. L´editore Bemporad l´aveva accettata e data alle stampe: si trattava del romanzo Il nostro signor Wrenn di Sinclair Lewis. L´editore fiorentino aveva accettato la traduzione poiché aveva conosciuto Pavese attraverso i saggi su Lewis e su altri scrittori americani pubblicati sulla rivista fondata da De Lollis: La Cultura. La competenza di Cesare per la cultura americana divenne tale da far sembrare che avesse visitato realmente gli Stati Uniti: i colleghi della Einaudi ricordano che egli arrivò al punto di conoscere alla perfezione tutte le strade di New York.


Il contributo che Pavese dette come traduttore non toccava soltanto il campo culturale e letterario, ma anche quello politico. Con queste traduzioni Cesare dette la misura di quanto fosse grande la sua ansia di libertà, la sua esigenza di rompere lo schema delle retoriche nazionalistiche e aprire a sé e agli altri nuovi orizzonti socio-culturali, capaci di smuovere quelle incrostazioni vecchie e nuove, che avevano “fillosserato” la società italiana.


La Casa Einaudi, il confino e la svolta esistenziale

Attorno a Pavese la “confraternita” degli ex-allievi del D´Azeglio aumentava di anno in anno il suo interesse per la politica e la sua azione clandestina contro il fascismo. Anche il professor Monti era da tempo vigilato dalla polizia di regime. Cesare fu costretto a provare su se stesso cosa significasse non essere iscritto al fascio perché, ottenuta la laurea e non avendo la tessera, non poté fare concorsi. Incominciò così anche per lui, come per tutti i suoi amici, quella corsa alle supplenze che lo costrinse a lasciare Torino per andare a insegnare latino, italiano o filosofia in varie scuole del Piemonte, finché ottenne qualche incarico provvisorio e poté tornare nel capoluogo; ottenendo anche qualche mese di supplenza al suo ex liceo. Se però voleva sbarcare il lunario con più continuità dovette ben presto accontentarsi delle scuole private, di qualche corso serale e di lezioni private in casa sua. Nel frattempo divenne assiduo collaboratore dell´editore Frassinelli, che più tardi avrebbe pubblicato alcune delle sue più belle traduzioni. D´estate si dedicò all´attività di precettore in case di allievi facoltosi. In quegli stessi anni Pavese iniziò a collaborare con la rivista La Cultura, mentre scriveva alcune delle poesie di Lavorare stanca. Nel 1929 l´editore milanese Ceschina aveva pubblicato il suo primo romanzo dal titolo I sansôssi. Anche in campo letterario i suoi rapporti con l´ex professore Monti rimasero frequenti e importanti. Nel 1933 Giulio Einaudi fondò a Torino l´omonima casa editrice. Anch´egli fu ex allievo del Professor Monti al liceo D´Azeglio. Leone Ginzburg era entrato a far parte del primo nucleo organizzativo della casa e fu lui a indicare 8 collaboratori, fra i quali lo stesso Monti e Pavese. Si formò così, quasi contemporaneamente alla casa editrice, un gruppo di uomini, di studiosi, di critici aperti a tutte le discussioni, attenti a tutti i problemi che interessano la cultura, la società, il vivere quotidiano, in opposizione sempre più aperta alla dittatura. Pavese continuava a fare il professore nelle scuole private, ma il suo interesse a collaborare con la Einaudi era vivo. Successivamente questa collaborazione gli darà la possibilità di conoscere nuovi scrittori, da Eugenio Montale a Pietro Pancrazi, da Luigi Salvatorelli allo scienziato Enrico Fermi, e tanti altri. Da allora, egli non limitò, infatti i suoi interessi al campo letterario, ogni branca culturale e scientifica lo appassionava. Strinse amicizia anche con Renata Aldrovandi, moglie di Giulio Einaudi. Lei rammenta ancora un giorno in cui, per strada, trovarono un rondone al suolo che non riusciva più ad alzarsi in volo (i rondoni hanno le zampe troppo corte e possono spiccare il volo solo gettandosi da punti elevati); al ché Cesare raccolse la bestiola e con Renata salì le rampe di scale di un palazzo affacciandosi a una finestra: egli protese il rondone fuori dalla finestra e quando l´uccello spiccò il volo, Renata vide dipingersi sul volto di Pavese un sorriso di una radiosità mai più vista.


Il fascismo nel frattempo stava serrando le sue maglie attorno alla casa editrice. Quando nel 1934 Leone Ginsburg fu arrestato, Pavese gli subentrò come direttore responsabile della rivista La Cultura: infatti era l´unico nella Einaudi sul quale la polizia non avesse particolari sospetti politici. Ma la sua direzione durò un solo anno. Nel 1935 chiese di essere sostituito nell´incarico soprattutto perché non si sentiva l´animo, né l´importanza del direttore; inoltre anche il suo nome era stato aggiunto alla lista dei sospetti “sovversivi”. Fra i colleghi di Pavese alla Einaudi, il più fervente ammiratore delle sue poesie era Massimo Mila. Fu lui a proporre alla rivista fiorentina Solaria il manoscritto di Lavorare Stanca. L´opera fu analizzata da Elio Vittorini e sia lui che il responsabile editoriale Alberto Carocci trovarono l´antologia meritevole di essere pubblicata: ciò avvenne però solo alla fine del 1936, a causa della censura fascista.


Quegli anni per Pavese furono anche pervasi dall´amore non corrisposto per la donna dalla voce rauca. Costei lavorava clandestinamente per il partito comunista e teneva una corrispondenza col fidanzato Altiero Spinelli, detenuto a Roma. Chiese a Pavese di farle da presta nome per il recapito delle sue lettere: lui accettò per l´ansia di esserle utile e non per ragioni politiche. Nei primi mesi del 1935 la polizia irruppe in casa sua e scoprì questa corrispondenza: Cesare fu arrestato assieme a molti colleghi e spedito al carcere delle Nuove. Al processo tacque per tutelare la donna amata, nonostante la condanna a 3 anni di confino. Fu spedito a Brancaleone Calabro e da lì inizio a tenere una corrispondenza con la sorella Maria e con gli amici. Durante gli anni della prigionia Pavese rivelò un´inaspettata ironia e senso dello humor nella corrispondenza che teneva con gli amici, i colleghi e soprattutto con la sorella. Quest´apparente ilarità era indubbiamente volta a rendere più sopportabile la detenzione ed era spesso venata da un acre sarcasmo. Diversamente da altri internati al confino, lui non era confortato dalla passione politica.


Il confino durò circa un anno: attraverso la domanda di grazia e per interventi esterni gli furono condonati gli altri 2 anni. quando Pavese apprese la notizia che poteva tornare a Torino, reagì come sempre e tutte le notizie che avrebbero dovuto farlo esultare: rimase silenzioso, staccato, come fosse una cosa che non lo riguardava. Non era incredulità, ma la sua naturale reazione a sentirsi felice: come se fosse impossibile che qualcosa di non triste potesse accadere nella sua vita. Egli pensava, in fondo, di essersi ormai abituato a quella vita solitaria, anche al tedio del mare. Torino gli appariva come un´irrealtà, avvolta in una nebbia densa, una città non più sua: come se, in quegli istanti, tutti i vincoli che aveva ostinatamente tentato di tenere vivi con le lettere quotidiane alla famiglia e agli amici, invece di richiamarlo, si fossero di colpo rescissi.


Era un ennesimo scoppio delle sue interne contraddizioni, il suo eterno esitare fra tradimento e fedeltà, la sua incapacità di affrontare la realtà. Scrisse poi ne Il carcere che avrebbe avuto “più soddisfazione uscir di carcere, che non dal confino”, perché “oltre le sbarre tutto il mondo è bello, mentre la vita di confino è come l´altra, solo un po´ più sporca” e anche perché “angoscia e tensione perenne nascevano dal provvisorio, dal suo dipendere da un foglio di carta” cosicché la liberazione rappresentava “il crollo delle sue abitudini fondate sul vuoto monotono del tempo e lo lasciava come trasognato e scontento”.


L´esigenza del ritorno era ancora determinata dalla donna amata. Solo quando scese alla stazione di Torino l´emozione lo prese. Portava con sé, una per mano, 2 valigie piene di libri e di fogli che era riuscito a riempire in quelle lunghe notti di Brancaleone, popolate di sogni e di scarafaggi. Nel venire a prenderlo, Sturati rimase scioccato dalla prima frase che Cesare gli rivolse: gli chiese a bruciapelo di “lei”. Dovette, pertanto, invitarlo a non pensarci più dal momento che la donna amata si era sposata il giorno prima; al ché Pavese crollò a terra privo di sensi. Dopo essere rinvenuto rimase muto e totalmente apatico. Il suo silenzio durò molti giorni e fu trascorso nello studiolo di via Lamarmora 35, isolato da tutti, senza toccare cibo, senza studi o letture, e col pensiero del suicidio a dominare ogni giornata. Sembrava che il suo vero confino fosse iniziato lì.


La sua disintegrazione morale trovò le basi anche in questa sua disgrazia umana. L´angoscia di quell´abbandono gli entrò nel sangue e lo spingerà ogni giorno di più a gesti contraddittori e a pensieri fatalistici. In questa sconfitta della sua vita privata, il tarlo roditore aveva trovato la fertilità necessaria nel suo cuore e nel suo cervello per continuare progressivamente a distruggere. Quell´abbandono distrusse in lui ogni fiducia, lo svuotò di goni volontà, e quando lentamente riuscirà a riprendersi non sarà per trovare nuovi contatti umani, ma per rifugiarsi nella letteratura e darsi una filosofia, amara quanto inconsistente, come tradimento calcolato alla realtà della vita. Tuttavia in quei mesi le sue angosce erano ancora troppo vive e brucianti per portarlo a un gesto disperato: quella donna era ancora viva dentro di lui e col dolore che gli procurava lo legava alla vita. Il suicidio compiuto solo 14 anni dopo non sarà solo la rottura di un fisico stremato, la conclusione naturale di una completa disintegrazione fisica e morale, ma anche un ultimo gesto di coraggio ch´egli saprà compiere quando neppure il dolore, l´angoscia e la disperazione saranno più, dentro di lui, cose vive, ma filtrate invece dalla noia e sconfitte con mitica determinazione.


In quel 1936 l´opzione suicida non era ancora matura in Pavese anche per altri motivi. Monti, Ginzburg e Mila erano ancora in carcere: mancavano cioè coloro che gli avevano insegnato con l´esempio che non si può vivere senza prospettive e senza fiducia, e che lo avrebbero potuto ancora rincuorare e scuotere. D´altro canto il periodo di confino non aveva potuto trasformare Cesare in un combattente, perché era trascorso per lui come un lungo, inutile tedio. Gli era rimasto anzi il livore e l´angoscia di aver perduto la donna, così come all´opposto gli era rimasto il rimorso di aver ceduto alle pressioni altrui e non aver saputo resistere, come gli altri amici arrestati, e scontare tutta la pena. Nell´isolamento del confino Pavese non aveva sputo darsi nessuna dieta morale. Al contrario accettava tutte le tentazioni autolesionistiche, senza opporre resistenza e sopravvivendo soltanto nella speranza di ritrovare quella donna e nel successo delle sue poesie. Per lui fu una condanna mortale anche la natura che lo portava ad essere refrattario ai contatti umani dei quali pur sentiva di aver bisogno.


Altra fonte di sfiducia in quel periodo fu l´allora scarso successo conseguito dalle sue poesie di Lavorare stanca. Eppure nessun altro quanto Pavese stesso ebbe allora coscienza di quale passo importante rappresentasse quell´opera nella sua esperienza artistica. E non solo per il valore dell´ispirazione ma anche perché aveva deciso, con quel nuovo stile, di dare battaglia a tutto il poetare del tempo immettendovi nuovi contenuti e soprattutto per la certezza che ne aveva tratto “di valere alla penna”.


Fu questa certezza, assieme ad un incontro umano, a dargli la forza per riscuotersi. In quei giorni i coniugi Roatta, ai quali rimarrà legato da grande amicizia fino alla fine, presentarono a Pavese un giovane impiegato che abbisognava di lezioni di letteratura greca e latina: si chiamava Paolo Cinanni ed era venuto a stabilirsi a Torino dalla Calabria. Cesare accettò di buon grado l´occasione di lavorare e gli piacque subito quell´allievo, soprattutto per la sua provenienza: gli disse che aveva un buon ricordo dei calabresi di Brancaleone. Man mano che cresceva tra di loro l´amicizia, aumentava anche il reciproco scambio di opinioni politiche. Ma il ringraziamento che Pavese ripeteva costantemente al suo giovane allievo e amico era di averlo richiamato all´amore per la vita: perché ogni mattina che andava a svegliarlo per lezioni, costringendolo a sfogliare Dante e Lucrezio, costringendolo cioè a lavorare, lo aveva distratto dai pensieri suicidi. L´affettuosa compagnia con Cinanni durò allungo e, da allora, s´incontrarono ogni giorno fino alla viglia della guerra civile. Oltre a lavorare sulle sue poesie e a dare lezioni, Pavese riprese, in qui mesi, la sua assidua collaborazione presso la casa editrice Einaudi: altra fonte di lavoro e perciò di ripresa con la vita. Leggeva, traduceva e ricercava sempre nuovi testi, ma non aveva altra guida se non quella della sua ansia di scoprire e di sapere, rischiando così l´eclettismo. Ecco allora nascere in lui la convinzione che riuscirà a salvarsi soltanto chi sa stare solo anche nella sua trincea letteraria. Il Diario di quei mesi ne contrassegna le tappe: la teorizzazione del suicidio non poteva che esserne la conseguenza; l´amore alla “cadenza del soffrire” si rinfocolò in quegli anni come bisogno d´“isolarsi”, di sfuggire “al determinismo”, di sentirsi “foglia sbattuta”.


Si rafforzò in lui il disprezzo per gli altri. Per questo Pavese non poté mai essere medico pietoso di se stesso né dei personaggi che cominciavano a delinearsi nella sua fantasia, ma ne diverrà spesso l´aguzzino: talvolta indulgente, talvolta crudelissimo. Fu il momento in cui egli formulò la tesi dell´autodistruzione ed esaltò la poetica dell´indeterminato con la fuga dal “reale”: la realtà, infatti, la giudicava “come reclusione dove si vegeta e sempre si vegeterà”.


Il volto di Pavese divenne in quegli anni un volto amletico, fatto d´irrisoluzioni, di morbosità, di complessi d´inferiorità, di angosce idilliache e tragiche al tempo stesso. Esprimeva cioè, in modo esasperante, l´involuzione della sua generazione. Seppe far leva sul proprio intelletto e riuscire a superare ancora la crisi. Tornò a riempire quaderni di sinonimi, frutto di ricerche costanti e rigorosissime; riuscì a far tacere, fumando la pipa, anche l´asma; sconfisse cioè le sue tare morali e fisiche. Il suo peso all´interno della Einaudi si accrebbe moltissimo.


Nelle ore notturne tornò a curare la sua produzione poetica di Lavorare stanca. A muoverlo erano sia la sua convinzione dell´importanza di quell´opera, sia il desiderio di reimmergersi nei bellissimi ricordi che gli aveva lasciato la campagna. Aggiornando la sua produzione poetica, Pavese incluse i temi del legame con la città e l´amore infranto per la donna dalla voce roca. Già in Lavorare stanca emergono quelle regole di cui Pavese si serviva per conoscere il mondo a modo suo. Strada e collina sono viste in un´altra dimensione, come una poetica dello spazio. Tutto preso in questo assillo, Cesare non poteva concedere nulla all´arabesco o alla funzione decorativa delle parole o delle immagini. L´unità di misura diventa la collocazione delle cose nello spazio, e più la poesia ha cadenze rigide – e in taluni versi addirittura statiche, – più diventano immagini reali e conoscibili l´universo ed i viventi. Nelle ultime poesie, lo precisò egli stesso, il rapporto campagna-città non è più soltanto spaziale ma anche temporale. Nella prefazione-commento alla seconda edizione di Lavorare stanca, Pavese dichiarò che era venuto per lui il tempo di abbandonare la poesia-racconto, perché lo assalivano i dubbi sulle possibilità di riuscire a realizzare compiutamente quel rapporto fantastico tra immagine e realtà. Si era già radicato in lui il timore che un legame diretto con la realtà lo portasse al naturalismo, anziché aiutarlo a tenersi in equilibrio, com´egli ha sempre inteso, tra realismo e simbolismo. La scoperta del simbolo lo tentava proprio per la necessità di uscire dalla sua vita reale, amara e solitaria. L´esperienza del confino e i tradimenti che aveva sperimentato l´avevano reso ancor più cinico con gli altri. Il rifugio letterario nel simbolo, l´affidarsi a elementi irrazionali e arbitrari, divennero già allora qualcosa che gli necessitava per darsi un motivo di vita e di lavoro. La traduzione in fantasia dei fatti e dei personaggi continuerà, più o meno evidente, in tutti i suoi libri fino a divenire sostanza nell´ultima composizione-romanzo, La luna e i falò.


Fortunatamente il richiamo della realtà e il calore umano di pochissimi amici riuscirono ancora a far sì che questo credo non diventasse un metodo costante della sua vita né della costruzione delle sue opere. Appena un anno dopo la sua più tragica burrasca amorosa, nella sua stanza di via Lamarmora, la luce rimaneva accesa fino a tardi ed egli era sempre intento a scrivere. Seduto al suo tavolo s´arrestava soltanto, arrotolandosi come sempre la ciocca di capelli, per pensare con gli occhi fissi nel vuoto. Fu allora che Pavese cominciò a scrivere dei veri racconti: taluni brevi, con intrecci appena accennati; altri senza intrecci, tutti fatti di pensieri e di meditazioni; altri ancora più lunghi che parevano già prendere il respiro del romanzo per poi conchiudersi di colpo in un periodo o in un dialogo di poche parole. Aveva bisogno dio parlare di sé, di registrare le sue impressioni: un diario non gli bastava, è un´altra cosa. Il Mestiere di vivere fu scritto perché rimanesse come confessione privata da affidare al pubblico soltanto quand´egli sarebbe scomparso, per infierire un´ultima volta contro se stesso e, come un attore capace delle più perfette metamorfosi, per rendersi irriconoscibile a chi credeva d´averlo compreso nella vita. A questi racconti Pavese affidò invece il vero se stesso di allora, rifugiandosi in altri personaggi per essere più libero d´espandersi “senza il vincolo della confessione”. Questi racconti lo aiutarono a superare la zona di crisi morale e intellettuale perché non si sostenevano sui simboli, ma partivano sempre da una realtà: costringendolo cioè a fare i conti con la vita e con le cose. Quello che nel diario, in quegli stessi anni, è detto sul filo spinato della disperazione, nei racconti è riscattato dai fatti che lo riaffezionavano lentamente alla vita.


Contemporaneamente l´influenza esercitata da amici e conoscenti (quasi tutti militanti antifascisti), motivò sempre più Pavese sul terreno della lotta culturale contro il regime; il ché si ripercosse anche nella scelta dei personaggi e dei contesti sociali dei suoi racconti e romanzi.


Gli anni della guerra

La militanza comunista di Cinanni portò Pavese a stringere a sua volta contatti sempre più stretti con quell´ambiente. Egli non aveva mai manifestato il desiderio d´iscriversi al partito comunista: aveva sempre rispettato e voluto ascoltare le idee altrui. Non interveniva mai nelle discussioni politiche, ma ascoltava sempre tutti attentissimo, seduto quasi in disparte; solo quando si passava a temi culturali e artistici osava dire la sua.


I contatti culturali e politici di Cesare si erano allargati, nel frattempo, in tutta Italia, attraverso le numerose lettere che gli arrivavano soprattutto dai giovani poeti, scrittori e critici. Rispondeva a tutti con consigli, con critiche spesso severe, ma sempre utili e leali. Ogni sabato sera Cinanni, che abitava nella stessa via Lamarmora, passava a prenderlo a casa per accompagnarlo alla riunione politica che si teneva in casa di un altro militante. A tali riunioni si unirono ben presto – oltre ai comunisti – anche i membri dei futuri Comitati di Liberazione Nazionale. Al termine di ogni raduno i 2 amici girovagavano fino all´alba per le vie cittadine. Camminando per le strade Pavese diventava tanto ciarliero quanto era stato silente alle riunioni. Parlava per ore, riprendendo tutte le argomentazioni politiche sostenute dai vari partecipanti, le analizzava e di ognuna apprezzava la parte giusta e criticava ciò che non condivideva. Non si schierava mai decisamente per una tesi: amava sostenere la parte del saggio, che riesce a vedere il lato buono e quello negativo in ogni posizione e in ogni proposta; concludendo spesso, preso nel giro dei suoi paradossi, col confutare le tesi più logiche e scegliere quelle meno probanti. Spesso Cinanni era costretto ad arrendersi: solamente quando era solo in casa riusciva a stendere in lunghe annotazioni scritte le sue controtesi per consegnarle e a Cesare il giorno dopo; e questi ogni volta, dopo averle lette attentamente, era pronto a riconoscere i suoi errori. Spesso accadeva che improvvisamente, in quelle notti, Pavese arrestasse il suo discorso politico e invitasse l´amico a guardare la luna e i riflessi che disegnava sulle strade, tra le ombre dei palassi e le piante. D´incanto, allora, Cesare prendeva a parlare di Thomas Mann, come fosse invasato non solo dai sui romanzi e dal suo stile, ma anche dalle sue concezioni politiche, sociali e storiche: in quelle conversazioni, lo scrittore tedesco era il suo Vangelo.


In quel periodo anche la sua vita sociale si rianimò, inclusi i rapporti con le donne (solo quando la donna dalla voce rauca riprese i contatti con lui, Pavese tornò a denunciare nel diario il riaprirsi della ferita che s´era appena rimarginata). In quest´atmosfera di rinascita esistenziale, fu in particolare un nuovo incontro a influire sul suo stato d´animo: quello con Giaime Pintor. Costui era un giovanissimo ufficiale sardo, nonché fervente militante antifascista (giunse a Torino nel 1939). Il suo status gli rendeva più arduo guadagnarsi la fiducia degli altri militanti, e fu proprio Cesare a farsi garante per lui presso gli amici cospiratori. Fra i 2 nacque una grande amicizia, favorita dal fatto che anche Pintor era attivo in campo culturale.


Per quanto attiene alla produzione letteraria pavesiana di quel periodo, il livore di Cesare per l´impossibilità e l´incapacità di crearsi una famiglia lo portava a trascinare nel suo pessimismo i personaggi dei suoi romanzi, senza offrire loro alcuna ancora di salvezza. In quegli anni il richiamo di Santo Stefano Belbo s´era attenuato in Pavese: le difficoltà della guerra, le esigenze cui lo legava il lavoro, il fervore delle amicizie politiche lo tenevano lontano dalla compagna. Anche quando riusciva a prendersi qualche settimana di ferie, si recava al mare sulla spiaggia di Varigotti.


Verso la fine del 1940, entrò nella vita di Pavese la seconda donna che occuperà un posto importante nella sua vita e nel diario per oltre 5 anni. Era una giovane studentessa torinese – Fernanda Pivano – che era stata sua allieva nei pochi mesi che egli insegnò, come supplente, al liceo D´Azeglio.


Quel giovanissimo professore che entrava a scuola con estrema timidezza, quasi per non frasi notare, finì per attrarre l´attenzione degli allievi, soprattutto delle ragazze. Bravissimo a leggere e a far conoscere gli autori italiani, classici e moderni, proprio per la sua riservatezza e il suo contegno chiuso e schivo, sollevava la generale curiosità per le fughe che faceva, nei brevi intervalli fra una lezione e l´altra, per correre al telefono: erano allora le telefonate alla donna dalla voce rauca ma, pur non sapendolo, gli allievi intuivano dall´espressione del suo volto che il timido professore aveva un suo segreto d´amore.


Finiti i brevi mesi di supplenza, Pavese non ebbe più modo d´incontrarsi con nessuno degli allievi. Fu dopo qualche anno che, accompagnata in piscina dall´amico Norberto Bobbio, egli ritrovò la Pivano. Era ormai una signorina fatta, bella, corteggiata, chiacchierata, elegante e allegra; fu lei a ricordargli d´essere stata sua allieva al liceo e da quell´incontro Cesare – per 5 anni – la rivide ogni giorno. Uscito dalla terribile esperienza sentimentale e sessuale precedente, s´illudeva di aver ritrovato in quella ragazza con i sensi ancora addormentati il modo di uscire dalla sua solitudine, ritrovando calore e speranza per avere finalmente una famiglia. Tutto inteso a conquistarla intellettualmente Pavese, in quei 5 anni, non chiese mai a Fernanda di baciarla, benché fosse diventata la sua unica confidente. Ogni mattina la andava ad aspettare in viale Stupinigi, si sedeva con lei su una panchina e le leggeva le poesie di Montale, Ungaretti e talvolta anche le sue. La pressione umana e psicologica che esercitava su Fernanda con tutte le sue gentilezze e le sue attenzioni, spingeva la donna a trasformare la sua vita. Da un piano di allegria e spensierata mondanità a un piano di studio, per il quale Cesare forniva suggerimenti, libri, compagnie. Egli trovava nell´amica un rifugio alle erotomanie che lo avevano tormentato con la donna dalla voce rauca. Per correre agli appuntamenti Pavese si era comprata una bicicletta e aveva convinto Fernanda a fare altrettanto per poterla accompagnare in lunghe passeggiate in riva al Po o al Sangone. Poi d´improvviso, mentre continuavano a trattarsi col “lei”, lui le chiese di sposarla. Fernanda era ancora troppo giovane e lontana da quel pensiero per rispondere “si” o “no”. Pavese registrò nel frontespizio di una delle sue opere (Feria d´agosto) le date delle 2 occasioni in cui porse a Fernanda quella domanda fatidica: 26 luglio 1940; 10 luglio 1945.


Dalla lettura della corrispondenza che Pavese tenne con gli amici in quegli anni, traspare che egli stesse attraversando una stagione felice. Contemporaneamente il suo interesse politico aumentò moltissimo: senza convertirsi intimamente al marxismo, la sua militanza nel Partito Comunista divenne effettiva. Ciò allargò la sua rete di amicizie, in particolare quella con l´allora adolescente Gasparre Pajetta: il quale conservò bei ricordi di Pavese, che aveva saputo accrescere in lui l´interesse per la letteratura.


Per un certo periodo Pavese dovette lasciare a malincuore Torino per Roma, dove la sua presenza era necessaria per gettare le basi della sede della Einaudi. Nella capitale Cesare ebbe modo di conoscere altri intellettuali antifascisti; ma, comunque, la rottura dei rapporti quotidiani con gli amici di Torino lo danneggiò gravemente. Poiché era lento a prendere dimestichezza con gli altri amici, s´isolò nuovamente saturandosi di libri. Per reagire alla malinconia che lo prese nella grande città sconosciuta, Pavese scrisse ai suoi colleghi e amici lettere ironiche, come al tempo del confino. Il 4 marzo 1943 giunse a Pavese il richiamo alle armi. Essendo nelle condizioni per l´esonero come figlio di madre vedova, non aveva fatto il servizio di leva. La sua destinazione di richiamato era a Rivoli al 30° Reggimento di fanteria Assietta; ma, a causa dell´asma, venne subito inviato in osservazione all´ospedale e poi dimesso con 6 mesi di convalescenza. Tornò a Roma e riprese la corrispondenza con toni più esasperati, in quanto era impaziente di poter rientrare a Torino il prima possibile. Nella lettera che inviò alla Einaudi il 19 luglio, fece tale richiesta adducendo l´impossibilità di lavorare sotto i bombardamenti. Più interessante della lettera stessa sono i disegnini a penna con i quali Cesare ricamò tutti i bordi delle 4 facciate: iniziano con la rappresentazione di un uomo contro di lui; poi vi sono aerei che bombardano, un treno che lascia indietro un pennacchio di fumo, cannoni, una casa bruciata dai bombardamenti, un uomo impiccato ad un albero e infine un uomo sdraiato per terra con in mano una rivoltella puntata alla tempia. Erano i motivi delle sue cupe desolazioni che ritornavano, compresi i suoi pensieri suicidi.


Il rifugio in campagna e la liberazione

Pavese rientrò a Torino da Roma ai primi di settembre, trovando uno scenario drammatico e desolato: i bombardamenti avevano devastato sia il suo appartamento in via Lamarmora, sia la sede della Einaudi. Si vide obbligato a rifugiarsi nel paese di Serralunga (vicino a Casale Monferrato), dove già lo attendeva la sorella Maria, sfollata come lui. In Cesare al coraggio morale non corrispose mai eguale coraggio fisico: gli spari, le armi e il sangue lo terrorizzavano. Nelle pagine scritte sul diario in quegli anni non annoterà neppure un riferimento ai fatti politici o alla guerra che pure s´era spostata dai forti e dalle città, sulle colline. A Serralunga si chiuse in una trincea fatta di libri e quando alzava la testa dalla pagina scritta era per contemplare la natura, le colline e su questo orizzonte d´infanzia costruire i propri simboli. Era il suo modo usuale per non soffrire il rimorso che lo tormentava di non saper stare a rischiare con gli altri. E poiché aveva la sensazione di essersi posto fuori del mondo degli uomini, ricercava tra i simboli la giustificazione e l´adattamento. Si sforzava di dimenticare i discorsi che aveva ascoltato alle riunioni politiche, e cercava di rimanere sommerso in una gran nebbia dove non vi fosse traccia di doveri e di guerra civile. Sopraffatto da un´angoscia senza fine, scappava come una lepre nei boschi per lunghe passeggiate che erano autentiche fughe. Accanto alla ricerca d´irrazionali conforti riemersero i dubbi religiosi: giungeva spesso fino al santuario di Crea, entrava in chiesa a pensare e a meditare. A tratti, s´illuse persino di trovare una fede, il rifugio in Dio: volle farse e una ragione, discuteva con frati e parroci, leggeva la Bibbia e i Vangeli, e riuscì ad alimentare per qualche mese la sua illusione. Ma non poteva essere perseverante e presto denunciò la sua stessa superstizione. Una fede l´avrebbe slavato, ma qualsiasi fede gli era impossibile. L´unico contatto che lo scosse nuovamente in quegli anni fu rivedere per qualche giorno, a Casale, Fernanda Pivano: che era stata assegnata quale professoressa in quella città. Furono incontri fugaci con una donna che continuava a essergli affezionata e a stimarlo, ma che non poteva amarlo.


Facendo violenza alla sua fedeltà, agli imperativi più nobili e al bisogno di contatti umani, Pavese si abbandonò in quel periodo a pensieri adatti soltanto a screditare ogni sforzo utile per tronare alla realtà. Cercava di convincersi, nell´esaltazione mitica, che tutto è memoria, anche il reale, anche il nuovo e come sia “il passato a determinare l´avvenire”. Nessuno cambia più, egli scrisse, per difendersi, ognuno è prigioniero di se stesso. Il desiderio di crearsi un rapporto semplice e diretto col mondo e la sua più costante impotenza a farlo, non potevano trovare altra giustificazione che nel mito. Si evince tutto ciò dalle pagine di quegli anni del Mestiere di vivere. Ma anche in questa fase, la forza per sopravvivere all´isolamento, gli venne dal lavoro, dalla creazione: fu in questo periodo che completò la raccolta di racconti Feria d´agosto (che pubblicherà alla fine della guerra civile), ed è negli stessi anni che elaborò i temi sui quali lavorerà per scrivere poi Il compagno, Dialoghi con Leucò e La casa in collina.


Alcuni giorni dopo la liberazione, Pavese decise di tornare a Torino: nel momento in cui fu chiamato da Giulio Einaudi per riorganizzare la casa editrice. L´ondata di gioia che aveva invaso tutto e tutti l´aveva ancor più isolato: come non aveva saputo condividere le sofferenze e le battaglie non sapeva condividerne la felicità. Seppe della morte in combattimento di alcuni dei suoi amici e conoscenti, fra cui il suo allievo Gaspare Pajetta. Un senso di angoscia e di rimorso profondo rese Cesare più chiuso e silenzioso che mai: nei primi giorni dopo il ritorno a Torino cercò d´isolarsi dagli altri analogamente a come aveva fatto in campagna.


Il primo gesto di ripresa Pavese lo ebbe quando decise di andare a Milano dove, per ragioni d´organizzazione politica, si era trasferito l´amico più caro, Cinanni. Con l´antico allievo riuscì finalmente a parlare, a confidargli le angosce che provava. Gli portò una copia della nuova edizione di Lavorare stanca e, quasi a sancire quanto era avvenuto, scrisse come dedica: “A Cinanni non più allievo ma maestro”. Queste parole dovevano confermare ancora una volta non solo l´animo di Cesare ma come egli, tornato dal periodo più mistico e simbolista della sua esistenza, si fosse convinto di attribuire molta più importanza alla vita reale, all´umano coraggio, a chi sapeva nei fatti essere fedele ai grandi ideali che alle evasioni cui egli s´era invece abbandonato.


Fu dopo pochi giorni dal suo viaggio a Milano per trovare Cinanni, che avvenne il primo incontro tra Pavese e il suo biografo Ignazio Lajolo (cronista de l´Unità). Cesare gli strinse la mano senza parlare, con la gratitudine negli occhi come chi si scusi di non saper dire molte parole. Era impacciato, non sapeva come stare seduto sulla sedia, guardava attraverso la finestra aperta le piante verdi del viale. Solo dopo che Lajolo gli chiese se amava anche lui l´erba verde della campagna, Pavese sorrise per la prima volta e mostrò di sentirsi a proprio agio: a quel punto la loro amicizia divenne già un fatto compiuto. Rimasero a parlare fino a tardi e, all´uscita, Lajolo fu colto di sorpresa quando Cesare gli propose di scambiarsi le pipe, dal momento che la sua era decisamente più pregiata; nonché per la sua insistenza ad accompagnarlo fino a casa. Dopo quell´incontro, Pavese tornò al giornale ogni sera, per mesi. Il pomeriggio, nelle prime ore, andavano insieme sulle colline di Torino. Molto spesso si sedevano sull´erba e Cesare diventava un altro: parlava e parlava degli argomenti più vari. Un giorno, dopo essersi fermati in osteria, Pavese rimase particolarmente deluso nello scoprire che l´amico era astemio. Al tempo stesso però Cesare beveva esclusivamente vino bianco: detestava quello rosso perché gli ricordava il sangue. Ogni domenica a mezzogiorno veniva a mangiare a casa sua. Arrivava puntuale col pacchettino delle paste, appeso a un dito della mano, nascondendolo come si vergognasse di quella gentilezza. Amava parlare in piemontese con la moglie di Lajolo e poi giocava ore e ore con la loro bambina, che gli infilava le dita in un buco del suo cappello liso.


Fu dopo alcune settimane che una notte, mentre accompagnava Lajolo a casa, gli espresse la sua intenzione d´iscriversi al PCI. Di fronte alla perplessità dell´amico, Cesare non tornò più sull´argomento con lui. La sua iscrizione al partito, oltre a d un fatto di coscienza, corrispose certamente all´esigenza che sentiva di rendersi degno in quel modo dell´eroismo degli amici caduti: come un cercare di tacitare i rimorsi e soprattutto d´impegnarsi almeno ora in un lavoro che ne riscattasse la precedente assenza e lo ponesse quotidianamente a contatto con la gente. Era l´ultima risorsa alla quale si aggrappava per imparare il mestiere di vivere. E si diede all´attività politica con l´entusiasmo del neofita: presente a tutte le riunioni, lieto degli incarichi più umili, fermandosi ore e ore a discutere con gli operai, attivo entusiasta e felice. Si mise d´accordo con Lajolo su una serie di articoli per la terza pagina dell´Unità.


Fu alla redazione dell´Unità che in quei mesi Pavese incontrò Italo Calvino. Tra i due nacque una profonda amicizia e poi anche una vivace collaborazione presso la Einaudi.


Il dopoguerra e la fine

Verso la fine del 1945 e poi ancora nella seconda metà del 1946, Pavese lasciò Torino per recarsi di nuovo a Roma e trattenersi alcuni mesi in quella sede della casa editrice, ma senza perdere i contatti con Lajolo (trasferitosi a Milano per la direzione dell´Italia settentrionale dell´Unità). Nella capitale Cesare aveva il compito di potenziare la sede romana Einaudi, poiché si era diffusa la convinzione che lì la casa editrice potesse sviluppare una maggiore influenza e allargare più rapidamente il suo raggio d´azione e la conquista di nuovi lettori; la responsabilità della sede torinese era stata assunta da Massimo Mila. Di quel periodo è interessante leggere il “mattinale”, una specie di “giornale di bordo” compilato su fogli ciclostilati attraverso il quale Pavese dava ordini, ne prendeva, giudicava i libri, ironizzava sui colleghi, esprimeva giudizi sui manoscritti, tornando a quell´umorismo mordace che aveva caratterizzato i periodi in cui si era sentito più scontento sul proprio stato. Il tempo passato a lavorare a Roma, così come i pochi mesi in cui si occupò della sede di Milano, erano considerati da Pavese un periodo di esilio. Staccarsi, anche per poco tempo, dal suo ambiente torinese, dai suoi compagni, dalle loro discussioni, dalla sua attività politica, che aveva iniziato con tanta lena, faceva risorgere in lui vecchie malinconie, incertezze, e gli faceva tornare il gusto della solitudine che credeva ormai sopito. Tuttavia anche nella capitale trovò amici seri e sinceri: alcuni giovani a cui si affezionò profondamente, con i quali divideva le sue serate, discuteva di lavoro, e con cui di accompagnava nelle lunghe passeggiate sotto i viali e in periferia. Abitava in un piccolo albergo e la notte stava lungamente alla finestra a “godere quel cielo”. Poi venne una donna che gli seppe suscitare una calda passione. Poiché costei lo aggredì in un periodo di solitudine indesiderata, contrariamente all´amore puro lasciato a Torino, questa passione lo spinse alla ricerca affannosa del sesso e delle sue capacità d´uomo. Quel mondo, come quella donna della quale s´innamorò, lo affascinava e lo disarmava contemporaneamente. Alle prima disavventure sentimentali s´infuriò, si chiuse nel silenzio, tornò a flagellarsi, ad autodistruggersi. Anche nel diario la donna tornò a riprendere il sopravvento. E con la donna il “vizio assurdo”, il desiderio della morte. Presto, anche quell´amore appena nato, quella passione appena alle prime furie fu già alla fine. Nella capitale la corrispondenza con amici e conoscenti rimase uno dei suoi pochi conforti. Quando Pavese fece ritorno a Torino non seppe e non volle riallacciare le vecchie amicizie che vi aveva lasciato alla atto di partire: esattamente come non gli era riuscito di fare a Roma e a Milano. Era diminuito in lui anche il trasporto per andare a parlare con gli amici operai nella cellula o nella sezione di partito. Tornò ad abitare nello studiolo di via Lamarmora, ma ormai la sua vera casa era l´ufficio di corso Re Umberto. Preferiva girare solo per le strade macerando le disillusioni romane o chiudersi in un cinema di periferia a curare la sua malinconia.


Agli inizi del 1947 Pavese incontrò una giovane studentessa che portò poi a lavorare con lui nella casa editrice, Maria Livia Serini. Costei, piena di entusiasmo, comprensiva e fresca di studi letterari, s´accompagnava a Cesare nel lavoro, lo rinfrancò e lo rasserenò. A lei Pavese detterà per 2 anni consecutivi i suoi romanzi, dalle 2 alle 3 del pomeriggio o la sera per non rubare tempo all´orario d´ufficio e senza interruzioni, nemmeno per mangiare. Divennero amici inseparabili: uscivano quasi sempre insieme per le strade di Torino e quasi ogni sera cenavano alla Trattoria del Popolo, dall´amico Simone. Dopo cena salivano sulla collina o andavano in riva alla Dora e Cesare guidava Maria Livia attraverso i caffè dove, negli anni passati, aveva scritto i suoi racconti o le sue poesie. Posteriormente, la Serini stessa ha rammentato che in collina Pavese tornava ed essere un ragazzo: sempre allegro, fiducioso, disposto allo scherzo, pronto alla polemica, tenace, sicuro di sé. Stesso ardimento egli lo ritrovò anche nella militanza politica.


Poi, finiti i libri e consegnati all´editore i dattiloscritti, la sua vita tornò a trasformarsi: ricominciarono le giornate amare, la sua salute tornò a peggiorare, l´asma si aggravò. Non avrebbe più potuto fumare la pipa se non si fosse sottoposto a un doloroso intervento chirurgico. Quando si decise a farsi operare agì senza avvertire nessuno e, una volta dimesso, scelse imprudentemente di tornare a casa a piedi. Vi giunse spossato, si mise a letto e rapidamente lo assalì una febbre altissima. A peggiorare la situazione, Maria Livia dovette trasferirsi per lavoro a Roma. Cesare tornò a provare la sensazione d´inutilità per se stesso e per ogni suo sforzo di legarsi agli altri. Per gli amici era difficile entrare nel cuore di Pavese quando si rinchiudeva in se stesso per una di quelle ragioni che egli definiva “private”. Il suo gusto del contrasto, la sua “cadenza del soffrire”, il suo pessimismo assaporato come una morfina lo allontanavano dagli altri e da quel se stesso che trovava ancora la forza per reagire. Né poteva salvarlo la militanza politica, poiché era dovuta a ragioni più sentimentali che ideologiche la sua adesione al PCI. Pavese non era né una roccia né un uomo di ferra volontà: quando si “morde il cuore” nella solitudine, la crisi che lo scuoteva lo allontanò da ogni certezza e l´unica ragione determinante tornò a essere “il vizio assurdo”. Perduto il calore umano, la sua bussola oscillava impazzita; neanche la natura che si apre alla primavera lo rasserenava più (come annotò nella primavera del 1948). Tutto era tornato disperante dentro di lui e attorno a lui: ogni prospettiva si fece nera, sia quelle intime, sia quelle generali.


A cominciare dalla fine del 1948 gli accadde di non sopportare più la solitudine neppure nella sua città, tra i luoghi familiari, come se avvertisse una paura di soffocamento tanto da essere spinto a lasciare improvvisamente Torino. Corse allora dall´amico Nuto (il suo vero nome era Giuseppe Scaglione), alla falegnameria sulla riva del Belbo (a Santo Stefano). Salirono assieme per i crinali della collina di Crevalcuore, fino a una polla d´acqua sorgiva presso la quale si fermarono. Lentamente, sotto l´influenza benefica che l´amico esercitava su di lui, Pavese si calmò. Il Nuto, nella sua semplice estrazione contadina, era immune dalle obiezioni intellettualistiche che gli opponeva Cesare e seppe contrapporgli una filosofia di vita tanto elementare quanto efficace. Pavese assorbì quella lezione e, dopo 3-4 giorni, ripartì abbastanza risollevato.


Appena tornò a Torino, però, la città tornò subito a scottarlo, a dargli le vertigini. Pavese allora si preparò e la notte partì per Roma, dove sostò qualche giorno. Non sopportava la campagna vista di giorno dal finestrino del treno poiché lo immalinconiva come avesse ogni volta la sensazione di trovarsi in viaggio per andare al confino. Di notte, invece, il buio gli teneva compagnia come il rumore del veicolo sulle rotaie, le brevi grida notturne, le luci fugaci, i suoi pensieri tra sogno e realtà. Spesso viaggiava di notte per arrivare all´alba sul mare e fermarsi qualche giorno a Forte dei Marmi, proprio su una spiaggia dove, con le poche persone che amava vedere, vi erano le molte che non voleva incontrare. Il mare ora lo conosceva quasi confidenzialmente, lo aveva visto da tante parti. Quando Pavese rientrò di nuovo a Torino per fermarsi un po´ placato da quelle fughe solitarie, tornò alle riflessioni. Sul suo diario ripeté le sue sentenze contraddittorie fino alla noia sempre più esaurito nel vezzo letterario. Alla sera si chiudeva in un cinema di periferia, sprofondato nella sedia e si fermava fino alla chiusura, rivedendo anche 3 volte lo stesso film. Di giorno, seduto a un caffè, guardava le ragazze passare per le strade e qualche notte, per rompere il cerchio della sua solitudine, non tornava a dormire a casa, si fermava alla Einaudi, invitava le 2-3 ragazze rimaste senza clienti sul viale di corso Re Umberto e le portava in ufficio per bere e chiacchierare assieme. Qualche sera, per ripicca verso Giulio Einaudi, le portava nell´ufficio dell´editore e lasciava poi tutto sporco e a soqquadro.


Aveva comunque ricominciato a scrivere; ritrovò perciò nuova forza per reagire lavorando. Nei suoi ultimi romanzi, Pavese iniziò a rappresentarsi il suicidio in tutti i particolari; un particolare tipo di suicidio, da compiere senza polemica, non per un motivo preciso ma semplicemente “per togliersi dal baccano”: la sua intenzione era fotografare da vivo la sua morte. In 3 soli mesi, dal settembre all´ottobre 1949, Pavese iniziò e ultimò la sua opera più compiuta: La luna e i falò. Chiuso nella sua stanzetta di via Lamarmora 35, l´ultimo romanzo gli venne di getto: drammatico e dolce, sullo sfondo magico della sua infanzia tra le colline di Santo Stefano, intriso delle vicende della sua gente di campagna. E´ il capolavoro nel quale egli riprende tutti i motivi più alti della sua maturità. Nell´estate precedente, per preparare l´opera, Cesare si fece aiutare per corrispondenza dal Nuto, il quale fornì informazioni utili riguardo alla campagna; dando poi anche il nome a uno dei protagonisti del romanzo. Pavese, inoltre, tornò più volte a Santo Stefano per parlare dal vivo con l´amico. Quasi tutte le notti le passavano seduti a un piccolo tavolo all´aperto, presso una falegnameria. Di giorno vagavano tra le vigne e i boschi, sulla cresta delle colline, nelle forre insieme ai grilli e agli uccelli; Nuto raccontava, Cesare taceva e delineava nella sua fantasia il romanzo. In quei giorni Pavese fece nuove conoscenze fra le quali la cugina Federica: studentessa delle magistrali alla quale Cesare si affezionò molto e con la quale iniziò una corrispondenza, anche per aiutarla nella ricerca di un lavoro. Dopo 5-6 giorni a Santo Stefano, Pavese ripartì per Torino.


Tornato di nuovo in città, Pavese non resisteva più alla vita di lavoro e all´ufficio. Si sentiva soffocare anche per le strade di Torino, la sua scontrosità gli faceva vedere solo nemici; riprese perciò a viaggiare e tornò a Roma. Si escluse da ogni attività, aveva la sensazione di non poter essere capito e non aveva la forza di discutere, di chiarire. Il freddo dei rapporti che veniva anche dalla “sua” parte lo raggelava nella volontà e nel sentimento. I suoi compagni, d´altronde, erano impegnati su altri fronti e non trovarono purtroppo il tempo per medicare pazientemente chi era ferito e non sapeva fare lo sforzo di rialzarsi. Sarebbe stato indispensabile e forse vitale se tutti insieme avessero saputo trovare tempo per lui. In quel periodo era sorto un piccolo screzio tra Pavese e i suoi compagni di partito per alcuni articoli che era gli erano stati richiesti per l´inaugurazione della rivista Cultura e realtà: Cesare non era dell´umore adatto e pertanto ciò che scrisse non soddisfò le aspettative altrui. L´amarezza che Pavese percepì “da quelli che più gli stanno a cuore”, accrebbe di certo il tarlo del “vizio assurdo”. Cesare d´altronde si esiliò dal PCI quando perse del tutto la forza di conservare qualunque contatto umano. Egli avvertiva il “senso di decadenza fisica”, “l´orgasmo”, “il batticuore” e “l´insonnia”. L´esaurimento nervoso lo colpì sempre più pericolosamente, ma Pavese non volle e non seppe lamentarsi, soprattutto con i medici. Neppure l´amico dottor Rubino, col quale era legato da grande amicizia e gli fu più vicino negli ultimi mesi, poté fare nulla per guarirlo. Al centro della testa batteva sempre più forte quel “tamburino”, come aveva confidato a Nuto, e il ricordo della fine del padre che lo tormentava in modo ossessivo.


In questo stato fisico e morale, tornò vicino a lui per qualche settimana Constance, la donna americana. Fu una breve parentesi di felicità, tanto che Pavese tornò a sentirsi innamorato. Non era riuscito, in gioventù, a sposare la donna dalla voce rauca né le altre, ma ora s´afferrava all´ultima speranza, a quest´ultima umana ancora di salvezza. Constance era intelligente, estrosa e colta; lo sapeva capire anche nelle allucinazioni, ma era anche ambigua e imprendibile. Infatti anche lei lo abbandonò per un altro uomo e allora Cesare scrisse: “Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla”.Tornò il ricordo del primo precipizio, quando il “vizio assurdo” aveva iniziato a tormentarlo fino all´ossessione. Il problema della donna si acuì così negli ultimi mesi come tutti gli altri problemi e dolori che portarono Pavese alla decisione estrema. Non si trattava solo di una donna, ma della sensazione che con essa gli sfuggisse tutto il modo più diretto e naturale per sentire un umano calore. Tentò allora la rivincita col sesso; ma fu, per chi lo conosceva, una rivincita abbietta e disperata. Contemporaneamente cedette al suo rancore e al suo carattere testardo, accettando di fare la pace con tutte le donne del passato, anche quelle che l´avevano fatto più soffrire e per le quali aveva maturato più disprezzo; ma era troppo tardi per salvarsi con quegli improvvisi ritorni e quella bontà forzata. Pavese non aveva più la forza di scrivere, di creare, ma solo la crudeltà di scomporre se stesso: il “vizio assurdo” lo dominava ormai passo passo. Verso la meta del giugno 1950 gli giunse la comunicazione che aveva vinto il Premio Strega. Quando giunse a Roma per la cerimonia di premiazione, parve a tutti un altro uomo: si era vestito elegante e seppe persino sorridere alla consegna dello Strega. Ma furono giorni che passarono all´istante. Qualche settimana dopo Cesare si recò a Milano su invito di alcuni amici intenzionati a celebrare quel suo riconoscimento, ma non trovò la forza di presentarsi al pranzo organizzato in suo onore. Si recò invece dall´amico Lajolo, che gli regalò una nuova pipa e lo convinse a farsi accompagnare al ricevimento (durante il quale Cesare mostrò una certa apatia). Il giorno dopo Pavese ripartì per andare al mare, ma quell´ambiente gli aggravò l´esaurimento e lo incupì ancor di più. Doveva rimanervi fino alla fine di agosto, ma scappò dopo qualche giorno senza dir nulla a nessuno, diretto a Santo Stefano: voleva parlare ancora una volta col Nuto. La campagna parve rasserenarlo; non confidò all´amico il suo tormento, né l´assurdo proposito che andava maturando (parlò, come sempre, di libri, di politica, di piante) e annunciò addirittura un possibile matrimonio con Constance: avrebbe incontrato a Roma la sorella di costei per farsi dare una risposta.


L´indomani Pavese partì per Roma, fu il suo ultimo viaggio. Tornò 2 giorni dopo a Torino, la notizia sperata non era venuta. Quello fu il colpo di grazia finale, che bastò a ricordargli il suo fallimento definitivo. “Non ho sposato te” gli aveva detto la donna dalla voce rauca tanti anni prima “perché sai fare poesie ma non sei buono per una donna”, da allora si era aperto quel precipizio nel quale ora sprofondava. Si convinse che tutto era inutile, che non aveva più nulla da scrivere, che non era adatto alla politica, che non valeva né per le donne né per gli amici né per se stesso.


Una sera uscì per assistere a un concerto, in una sala da ballo; lì incontrò una ragazza con la quale uscì. Il 17 agosto scrisse alla sorella (che si trovava a Serralunga) una lettera sofferta e confusa; al ché, l´indomani, lei accorse preoccupata da lui. Lo trovò con gli occhi infossati, arrossati, di una magrezza impressionante e soprattutto apatico. Pavese passò 2 giorni di seguito a bruciare lettere, scritti, documenti e foto. La mattina stranamente era divenuto mite e gentile con Maria, senza lamentarsi più per l´asma o l´insonnia. In quei giorni anche le pagine del diario furono lasciante in bianco; l´ultima frase del Mestiere di vivere scritta in data 18 agosto diceva: “Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più”. Si sentì spesso al telefono con la ragazza conosciuta al ballo. La mattina del 26 agosto pregò la sorella di preparargli la solita valigetta che usava per i viaggi brevi. Quel giorno si recò alla redazione dell´Unità, vi trovò Paolo Spriano, un giovane amico, e gli chiese solamente se nell´archivio del giornale ci fosse una sua foto. Spriano gliene mostrò parecchie e Cesare scelse quella che lo ritraeva con l´aria più triste; la prese e se ne andò sorridente. Alle prime ore del pomeriggio, dopo aver messo nella valigia i Dialoghi con Leucò, Pavese lasciò il suo appartamento con un semplice cenno di saluto, come sempre. Si recò all´Albergo Roma, dove si fece dare una camera con telefono al 3° piano. Telefonò a 3-4 sue conoscenti invitandole invano a cena. L´ultima telefonata la fece alla ragazza conosciuta al ballo e la risposta che ricevette da lei fu dura – la ricorderà la centralinista di servizio all´albergo: “Non vengo perché sei un musone e mi annoi”. A quel punto Cesare agganciò e non uscì più da quella stanza. Solo la sera successiva del 27 agosto irruppe nella suite un cameriere allarmato, che lo trovò senza vita, disteso sul letto. Sul comodino c´erano 16 bustine aperte dei sonniferi che aveva ingerito per uccidersi, con accanto i Dialoghi con Leucò aperto alla prima pagina doveva aveva lasciato scritto: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”.



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