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Ettore Majorana

Luigi Lucantoni

Categoria: Personaggio storico, scienziato, presunto Aspie.

In linea generale, Ettore Majorana viene descritto come un individuo geniale, dal carattere schivo e modesto. Il suo talento è stato definito profondo e sfuggente, anche agli occhi molti fisici a lui contemporanei.

Introduzione

Nasce a Catania nel 1906 da una famiglia di professionisti bene inseriti nell´insegnamento universitario e nella politica. Dopo le prime classi elementari, completate in casa sotto la guida del padre, Ettore studia da interno all´Istituto Massimo di Roma, diretto dai Gesuiti. Vi rimase allungo, continuando poi a frequentare da esterno la prima e la seconda liceo anche quando la famiglia, nel 1921, si trasferè nella capitale, per passare, soltanto al 3° anno, al Liceo statale Torquato Tasso dove conseguè la licenza nel 1923: i voti, tutti 7, 8 e 9 in matematica e fisica.

Da bambino diede precocemente prova di due attitudini in cui eccellerà sempre: la perizia, fin dall´età di 5 anni, nel gioco degli scacchi in cui si confrontò molto tempo dopo con Heisenberg, e la straordinaria capacità di calcolo. Già a 4 anni eseguiva a mente, con straordinaria rapidità, moltiplicazioni di numeri di 3 cifre. A mente si misurerà anche con Fermi, il quale riempiva invece di passaggi un´intera lavagna. Quando da bambino dava prova di questa strabiliante capacità si nascondeva sotto un tavolo per concentrarsi e per timidezza. Le fotografie mostrano un ragazzo serio e dall´aria molto assorta, soprattutto dallo sguardo molto intenso. Poiché gli anni del collegio coincidono anche con quelli della Grande guerra, è plausibile che fosse nato allora il suo interesse per le navi e le flotte; che da allora continuarono a esercitare su di lui un fascino attestato dalla presenza - nella sua biblioteca - dell´Almanacco navale italiano, dove si trovano argomenti relativi a problemi di politica navale, questioni tecniche attinenti la marina da guerra e informazioni dettagliate sulle principali navi a livello mondiale insieme a tabelle comparative delle flotte. L´interesse per quest´ultimo aspetto è confermato dalla presenza fra le sue carte di conteggi riguardanti le flotte da guerra di Stati Uniti, Francia, Germania, Giappone, Inghilterra, Italia.

Tornato in casa dopo che la famiglia si trasferè definitivamente a Roma nel 1921, Ettore ebbe, tra i suoi quattro fratelli, un legame di amicizia soprattutto con Luciano, più vicino a lui di età. Furono compagni di studi all´università, frequentarono lo stesso giro di amici e fecero gite insieme (in quelle occasioni lui e il fratello si erano conquistati la fama di essere spericolati avventurieri). Tutti i fratelli ebbero la possibilità di studiare musica; Ettore nei momenti di relax amava suonare il piano. La sorella Maria ricordava di quando il fratello, nelle notti di villeggiatura sull´Etna, le indicava il cielo, le stelle e i pianeti: le definè "piccole lezioni di astronomia". Le piaceva ricordarlo mentre le insegnava a chiamare per nome le stelle.

Gli anni dell´ università

La precocità del genio di Ettore venne riconosciuta abbastanza rapidamente. Fermi anni dopo arrivò a definirlo il più grande fisico teorico dei suoi tempi, ma al tempo stesso gli attribuiva carenza di "buon senso". Emilio Segrè, che fu il primo a segnalare al gruppo di via Panisperna le qualità straordinarie di Ettore scrive: "….era assai superiore ai suoi nuovi compagni sia come intelletto sia come profondità ed estensione di cultura matematica e, per certi aspetti, soprattutto come potere di astrazione e abilità nella matematica pura, era anche superiore a Fermi". Amaldi affermò che "…la scelta di alcuni dei problemi da lui trattati, i metodi seguiti nella loro trattazione e, più in generale, la scelta dei mezzi matematici per affrontarli, mostrano una naturale tendenza a precorrere i tempi, che in qualche caso ha quasi del profetico". Anche Werner Heisenberg, col quale Ettore strinse amicizia durante il soggiorno a Lipsia del 1933, rimase colpito dalle sue qualità, ma si rese anche conto di quanto gli riuscisse difficile stabilire rapporti col mondo esterno.

Nell´autunno del 1923 Majorana s´iscrisse al biennio d´ingegneria dell´Università di Roma. Frequentava poco le lezioni, ma quando era in aula sedeva regolarmente accanto al suo grande amico Gastone Piqué. Era suo costume aiutare gli altri studenti (i compagni si rivolgevano a lui come consulente per la soluzione dei problemi più difficili, in particolare di matematica), e a Gastone, in occasione di un esame aveva fornito una spiegazione difforme da quella seguita dal libro di testo, che l´amico ebbe modo d´illustrare agli esaminatori suscitando la loro meraviglia. Durante quegli anni Ettore appariva molto sensibile alle amicizie, con un carattere aperto, socievole, lontano dall´immagine che diede di sé anni dopo, in particolare al rientro dal soggiorno in Germania, quando si chiuse in una pratica di vita solitaria. Alla fine del biennio Ettore frequentava la scuola d´ingegneria. Il gruppo di studenti più brillanti, con lui in testa, era sempre più critico sui sistemi d´insegnamento. Amaldi ha riferito che Ettore "sentiva che si perdeva troppo tempo su dettagli inutili e non ci si soffermava a sufficienza sulla sintesi generale necessaria a uno studio serio e sistematico. Questa convinzione era profondamente radicata in lui, tanto che di frequente dava origine ad animate, e a volte accese, discussioni con alcuni dei professori".

Majorana non era, però, molto forte in disegno (nei suoi appunti le figure sono molto rare) e gli amici lo prendevano in giro raccontando la famosa storiella di quando Ettore, durante il corso di geometria proiettiva, aveva preso un enorme foglio di carta e dopo alcune ore di lavoro vi aveva disegnato la sua costruzione che era completamente esatta dal punto di vista concettuale, ma piccolissima e collocata di sbieco in un angolino, mentre il resto del foglio era rimasto intatto. La scena veniva raccontata con abbondanza di particolari e tutto culminava con la descrizione dell´espressione di rimprovero e impazienza del professore che contrastava nettamente con l´aria rispettosa ma imperturbabile e leggermente distratta assunta nel frattempo da Ettore. Lui ascoltava questi racconti con un´aria vagamente divertita, come se il tutto riguardasse un´altra persona, e alla fine faceva qualche commento acuto e spiritoso su tutta la faccenda e sul racconto che ne era stato fatto. Da ripetute affermazioni dell´amico Gastone, sappiamo inoltre che Ettore in politica come in religione era agnostico, ciò non di meno si mostrò un deciso antifascista.

L´ incontro con Fermi

In tutte le occasioni in cui Ettore parlava di sé adottava toni spesso ironici e fortemente autocritici, benché fosse comunque perfettamente consapevole delle sue potenzialità. Intanto nel 1927 si era già creata la cerchia di fisici attorno a Fermi, ma lui non ne faceva ancora parte. Durante l´autunno e nella prima parte dell´inverno di quell´anno, Segrè (già membro dell´equipe di via Panisperna) parlava spesso delle straordinarie capacità di Majorana, e nello stesso tempo continuava a cercare di convincere costui a seguire il suo esempio: facendogli notare che la scuola d´ingegneria non era per lui, mentre gli studi di fisica sarebbero stati molto più in sintonia con le sue aspirazioni scientifiche e le sue attitudini speculative. Alla fine Ettore si decise a dare personalmente un´occhiata.

A distanza di molti anni Edoardo Amaldi ricordava bene il primo colloquio di Majorana con Fermi:

"Fu in quell´occasione che lo vidi per la prima volta. Da lontano appariva smilzo, con un´andatura timida, quasi incerta…gli occhi vivacissimi…".

In quell´occasione Fermi gli mostrò rapidamente le linee generali del modello statistico dell´atomo, al quale stava lavorando. Majorana ascoltò con interesse, chiese informazioni sul problema matematico e andò via senza fare commenti né tanto meno manifestare le sue intenzioni. Secondo il racconto di Amaldi "il giorno dopo, nella tarda mattinata, si presentò all´Istituto, entrò diretto nello studio di Fermi e gli chiese, senza alcun preambolo, di vedere la tabella che gli era stata posta sotto gli occhi per pochi istanti il giorno prima. Avutala in mano, estrasse dalla tasca un fogliolino su cui era scritta un´analoga tabella da lui calcolata a casa nelle ultime 24 ore, trasformando […] l´equazione del secondo ordine non lineare di Thomas-Fermi in un´equazione di Riccati che poi aveva integrato numericamente". Ettore non spiegò per quale via fosse riuscito a controllare l´esattezza dei risultati ottenuti da Fermi, prendendosi il gusto di lasciare sbalorditi gli astanti. Dopo quell´esperienza decise di trasferirsi a fisica e cominciò a frequentare l´Istituto.

Circa tre volte la settimana Fermi faceva lezioni ad Amaldi, Segrè, Rasetti e Majorana; a volte era presente anche Corbino. Segrè ricorda che spesso Ettore diceva qualcosa tipo:

"E´ al di sotto della mia dignità. Perché dovrei imparare queste cose? Le fate in modo infantile; si dovrebbero fare cosè, e a volte ce lo faceva vedere".

A quanto pare Fermi non reagiva in modo particolare, ma più tardi decise che si sarebbero visti loro due soli. Probabilmente capiva bene che l´intelligenza esigente di Majorana lo spingeva a riformulare ogni cosa a suo modo. In ogni caso Ettore non frequentava regolarmente queste "sedute pedagogiche", sebbene partecipasse a molte conversazioni e discussioni. Non provò mai a cimentarsi col lavoro sperimentale. Dunque si fece notare anche per lo spirito ipercritico, che lo spingeva a sottolineare la minima contraddizione il più lieve errore, tanto da meritare il soprannome di "Grande Inquisitore". Anche Heisenberg, ricordando il suo soggiorno a Lipsia, disse di lui: "Si capiva subito che era un fisico molto in gamba. Quando faceva un´osservazione era sempre estremamente puntuale". Anche nella cerchia di Fermi era noto per avere una capacità di calcolo straordinaria. "Non solo faceva completamente a memoria calcoli numerici assai complessi, ma eseguiva a mente, in venti o trenta secondi, anche il calcolo letterale di integrali definiti sufficientemente complicati da richiedere per un abile matematico un notevole numero di passaggi: eseguiva anche la soluzione dei limiti letterali o numerici e datava direttamente i risultati finali". Amaldi ricorda ancora che una volta lui e Fermi fecero una gara:

"Si trattava di calcolare una espressione, se ben ricordo un integrale, che Fermi doveva calcolare facendo uso della lavagna e Majorana a memoria. Mentre tutti noi stavamo a guardare in silenzio, Fermi scriveva passaggi e passaggi a gran velocità tanto da riempirne una lavagna di dimensioni normali: Majorana stava voltato da un´altra parte con lo sguardo fisso a terra. Quando Fermi giunse al risultato e disse: ‘Ecco, ho fatto´, Ettore rispose: "Anch´io" e dette il risultato numerico ".

In quello stesso periodo Majorana strinse un´altra grande amicizia col figlio omonimo di Giovanni Gentile, fisico anche lui, che si era appena trasferito all´ateneo romano. I due ebbero anche una forte affinità intellettuale, che andava ben oltre i confini della scienza. Del resto affinità extra-scientifiche Ettore le aveva anche col vecchio amico Gastone: erano appassionati entrambi di teatro. Di lè a poco, per motivi analoghi, nacque un´amicizia anche con Amaldi. Quest´ultimo si distingueva da Ettore per un forte senso della realtà; entrambi tuttavia avevano una natura affettuosa e riservata al tempo stesso. "Il suo carattere piuttosto chiuso era una manifestazione di timidezza e lo portava ad allacciare solo con una certa difficoltà rapporti con persone conosciute da poco" ricorda Amaldi. Ma poi precisa "Sotto un apparente isolamento dal prossimo non solo di fatto ma anche di sentimenti, si nascondeva una sensibilità vivissima che lo portava a stringere solo raramente rapporti di amicizia: ma allora questi erano dotati della profondità caratteristica della sua regione di origine".

Gli anni successivi

Negli anni seguenti i rapporti di Majorana con gli altri rimasero amichevoli, ma non s´inserè nella vita di gruppo, non assunse responsabilità didattiche e sembra che seguisse la sua ispirazione personale. Aveva l´abitudine di abbozzare le formule principali di una teoria o una tabella di risultati numerici su un pacchetto di sigarette Macedonia, di cui era un accanito fumatore. Scriveva con una grafia molto minuta e ordinata, finché duravano le sigarette. Alla fine, accartocciato il pacchetto nella mano, lo buttava via con tutto il lavoro. Da un sommario esame dei suoi manoscritti è evidente come Majorana seguisse contemporaneamente filoni diversi d´interesse, che lo portarono a elaborare il grosso dei suoi lavori nel giro di pochissimi anni. E´ notevole che già nel 1929 egli avesse individuato con tanta lucidità problematiche che vennero chiarite non prima dei successivi tre anni. Le sue idee erano più che mai estranee alla maggioranza dei fisici dell´epoca. Vista con gli occhi di oggi, una delle sue teorie appare chiaramente come uno di quei modelli che non pretendono di rappresentare la realtà ma vogliono indagare sul tipo di matematica necessaria per produrre certi risultati.

Il 1933 segnò il massimo periodo di Majorana nell´ambiente scientifico, con le sue visite a Lipsia e Copenaghen, ospite di Heisenberg e Bohr. Il suo soggiorno presso la città tedesca iniziò il 19 gennaio di quell´anno; era stato spronato da Fermi a intraprendere il viaggio. L´incontro con Heisenberg lo segnò profondamente sul piano della riflessione come su quello umano. Apparve inusuale, per il suo usuale riserbo, l´apprezzamento che fece nei confronti del fisico tedesco, del quale dichiarò di apprezzare la cortesia e la simpatia. Infatti fra i due nacque una vera amicizia, che li portò anche a confrontarsi nel gioco degli scacchi. In quell´ambiente, Majorana fu notato anche dal fisico Gleb Wataghin, che lo ritrasse cosè:

"Non praticava sport o ginnastica; molte volte faceva delle lunghe passeggiate da solo. Poco comunicativo. Ma lo incontravamo ogni tanto, il sabato. Era molto critico: trovava che tutta la gente che incontrava era impreparata o stupida...".

Anni dopo Heisenberg lo descrisse cosè:

"Era un uomo molto brillante e allo stesso tempo un tipo molto teso. Faceva un lavoro eccellente. Era sempre estremamente pessimista nei riguardi della fisica. Cercavo sempre di indurlo a scrivere degli articoli e cosè alla fine scrisse un ottimo lavoro".

In effetti il fisico tedesco gli fece anche molta pubblicità nelle riunioni scientifiche; ma Majorana aveva le sue difficoltà a comunicare. Ricordò ancora Heisenberg:

"Naturalmente la gente cercava di parlare con lui ed egli era sempre molto gentile, molto cortese, e molto schivo. Era assai difficile tirargli fuori qualcosa. Eppure appariva subito evidente che era un ottimo fisico. […] forse non era pessimista riguardo alla fisica in particolare, ma piuttosto riguardo alla vita in generale. Era un tipo complesso. A volte pensavo che nella vita forse aveva avuto delle esperienze difficili con altre persone, magari con le ragazze, o qualcosa del genere. Non so. In ogni caso non riuscii a comprendere come un uomo cosè giovane, un personaggio cosè brillante, potesse essere cosè pessimista. Era una persona molto attraente, quindi mi piaceva che fosse nel nostro gruppo di Lipsia. Cercavo di vederlo spesso e veniva alle nostre gare di ping pong. Allora mi sedevo con lui e gli facevo delle domande non solo sulla fisica, ma anche sulle sue faccende private e cosè via. Cercavo di tenermi in contatto con lui. Era molto interessante e allo stesso tempo molto teso, cosè che quando qualcuno gli parlava entrava in un certo stato di agitazione".

La necessità che Ettore stesso sentiva di chiacchierare col fisico tedesco doveva nascere dal bisogno di entrambi di andare oltre la fisica, per comprendere il mondo e il rapporto dell´uomo col mondo.

Nella primavera successiva il viaggio di Majorana proseguè per Copenaghen, presso Niels Bohr. Dalle lettere che scrisse durante quel soggiorno traspaiono le sue impressioni nei confronti del fisico danese, del quale lo divertiva l´indole, a suo dire, bonaria e (sotto alcuni aspetti) goffa. Sulla vita condotta da Ettore a Copenaghen c´è un´interessante testimonianza di Léon Rosenfeld, il cui soggiorno nella città coincise per circa due settimane con quello del fisico italiano. Il ricordo è in una lettera inviata ad Amaldi nell´agosto 1964:

"Rammento che Majorana si faceva vedere in Istituto in compagnia di Placzeck. Era molto timido e si accontentava di ascoltare senza prendere parte alle conversazioni, anche se l´espressione dei suoi occhi rivelava che egli ascoltava attentamente e aveva le sue proprie idee… L´unico, apparentemente, con cui conversava liberamente era Placzeck, presumibilmente perché lo conosceva già da Roma. Il risultato fu che si attaccò a Placzeck, e in effetti non lo si vide mai senza di lui. Ciononostante, una volta riuscii a sentire la sua voce. Eravamo insieme, noi tre, in un caffè vicino all´Istituto […].Placzeck ed io conversavamo, e Majorana ascoltava. A un certo punto espressi il desiderio di poter usare alcune note scritte da Placzeck. Questi era d´accordo, ma osservò che erano alquanto lunghe, e ne aveva solo una copia. Io dissi: "Non importa, mia moglie le copierà". Allora, improvvisamente, Majorana parlò e, senza muovere un muscolo del suo viso, esclamò: "E´ la moglie ideale!".

Da Copenaghen Majorana rientrò a Roma verso il 12 aprile per trascorrevi alcune settimane. Il 6 maggio tornò di nuovo a Lipsia, che salutò con entusiasmo. Lè riprese le lunghe conversazioni con Heisenberg, delle quali dette notizia alla madre con queste parole: "Sono in rapporti cordiali con Heisenberg che ama le mie chiacchiere e mi insegna pazientemente il tedesco". Nel frattempo Ettore stava seguendo con viva ansia l´evolversi della politica nazista. Dalle sue lettere egli descriveva la situazione della Germania con grande lucidità, senza mai cedere all´emotività. Lui voleva soprattutto capire in che modo la situazione si fosse evoluta in quella direzione.

L´inizio della depressione

Subito prima del suo ritorno dalla Germania, il 27 luglio, contrariamente alle sue abitudini, Majorana scrisse alla madre una lettera dei toni piuttosto tesi, seguita da una seconda a distanza di circa una settimana in cui annunciava la partenza per il giorno successivo: il 4 agosto. Al suo rientro a Roma aveva una forte gastrite, i cui sintomi si erano già manifestati all´estero. Da allora frequentò sempre meno l´Istituto di via Panisperna, si chiuse nei suoi studi e condusse una vita appartata. Dinanzi all´involuzione che la vita civile subiva in una parte dell´Europa si aprivano due strade: quella del coinvolgimento accettata da Heisenberg, e quella della protesta pubblica indicata da Einstein. Ettore le escluse entrambe. Il suo appartarsi, il suo ritirarsi nel privato, può apparire dunque come la scelta del "rifiuto": rifiuto radicale della società e della politica, dapprima realizzato nell´isolamento, quindi nella definitiva scomparsa. Quale fosse il suo stato d´animo si può dedurre dalla testimonianza della sorella Maria, che in un´intervista di molti anni dopo ricordava come Ettore al suo ritorno fosse cambiato. Era "un po´ depresso, più solitario, si era chiuso un po´ in se stesso… Poi smise di frequentare l´Istituto di fisica, dove invece prima andava sempre, stava alzato la notte, più che altro a studiare, riceveva molte lettere dall´estero che lui rimandava indietro". Amaldi fece notare che le ore che da allora Ettore trascorreva nel suo studio erano in numero "eccezionale". Si deve dunque pensare he qualche evento abbia potuto turbare l´ultima parte del suo soggiorno in Germania. Sicuramente Ettore fu profondamente colpito dalla notizia del suicidio del collega Ehrenfest, avvenuto all´inizio dell´autunno 1933. Si erano incontrati a Lipsia e insieme avevano conversato proprio sul lavoro di Majorana. Ehrenfest soffriva da tempo di una grave depressione. L´anno dopo l´intera famiglia di Ettore fu colpita dalla morte del padre Fabio Massimo. Negli anni seguenti la situazione non mutò affatto; Amaldi raccontò che:

"Non pochi tentativi fatti da Giovanni Gentile, Jr., da Emilio Segrè e da me per riportarlo a fare vita normale furono senza risultato. Ricordo che nel 1936 non usciva che raramente di casa, neanche per andare dal barbiere, cosè che i capelli gli erano cresciuti in modo anormale; in quel periodo qualcuno degli amici che era andato a trovarlo gli mandò a casa, non ostante le sue proteste, un barbiere. Nessuno di noi riuscè però mai a sapere se facesse ancora della ricerca in fisica teorica; penso di sè, ma non ne ho alcuna prova". Forse non dava più alla fisica la preminenza assoluta che le aveva attribuito un tempo, ma i suoi interessi intellettuali erano vivissimi, se si considerano sia il numero eccezionale di ore dedicate allo studio, sia i campi del sapere di cui si occupava, testimoniati ancora da Amaldi: economia, politica, marineria, e soprattutto l´impegno, ora accentuato, nella filosofia: "tanto da spingerlo a meditare a fondo le opere di vari filosofi, in particolare quelle di Schopenhauer". "Conosceva la filosofia come pochi, […] leggeva tutte le grandi enciclopedie di medicina, dall´inizio alla fine. In genere non leggeva libri di fisica, quasi mai. Leggeva libri di letteratura. Quasi non dormiva; passava notti intere leggendo".

Dunque, quella di Majorana appariva non l´inerzia di una crisi depressiva, quanto piuttosto il distacco dal mondo.

Le ragioni del suo comportamento restano oscure e non autorizzano ad alcuna ricostruzione, se non fantasiosa e arbitraria, della sua condizione esistenziale. Quello che si sa è il suo maggiore interessamento alla politica e alla filosofia, con particolare attenzione al pessimismo schopenhaueriano. La riflessione sul profondo disagio dell´epoca certamente non gli era estranea. Largamente presente nella letteratura, la coscienza della crisi storica fu presente al suo spirito inquieto, e venne a sommarsi alla situazione di disadattamento personale che è testimoniata da tutti coloro che lo incontrarono ed ebbero familiarità con lui. Forse un indizio di questa riflessione si può vedere anche nella sua costante predilezione per lo scrittore più problematico di quei decenni, Luigi Pirandello. In Ettore, assiduo spettatore del teatro pirandelliano, dovettero trovare una profonda risonanza la solitudine e la sofferenza che sottendono l´ideologia della perdita di identità e del grande drammaturgo. Proprio Amaldi descrisse Majorana:

"come un personaggio di Pirandello carico di problemi che portava con sé, tutto solo; un uomo che aveva saputo trovare in modo mirabile una risposta ad alcuni quesiti della natura, ma che aveva cercato invano una giustificazione alla vita, alla sua vita, anche se questa era di gran lunga più ricca di promesse di quanto essa non sia per la stragrande maggioranza degli uomini".

Il caso Majorana

Nel 1937, inaspettatamente, Ettore si mostrò disponibile a partecipare a un concorso per una cattedra di fisica teorica all´università di Napoli. Questo gesto rivelava il suo desiderio di comunicazione con il mondo, dopo quattro anni di assenza e di silenzio. D´altra parte erano stati gli amici a spronarlo (mettendosi in contatto col fratello Luciano, che era il canale più efficace) e non senza difficoltà. Aggiudicatosi la cattedra, Majorana si trasferè a Napoli dove insegnò per otto settimane, dal 13 gennaio, giorno della lezione inaugurale, al 25 marzo 1938. La sera di quello stesso 25 marzo Ettore s´imbarcò sul "postale" diretto a Palermo, dopo aver inviato, poche ore prima, al direttore dell´istituto di fisica, una lettera che dice:

"Caro Carelli, ho preso una decisione che era ormai inevitabile. Non vi è in essa un solo granello di egoismo, ma mi rendo conto delle noie che la mia improvvisa scomparsa potrà provocare a te e agli studenti. Anche per questo ti prego di perdonarmi, ma soprattutto per aver deluso tutta la fiducia, la sincera amicizia e la simpatia che mi hai dimostrato in questi mesi. Ti prego anche di ricordarmi a coloro che imparato a conoscere e ad apprezzare nel tuo istituto, particolarmente a Sciuti, dei quali tutti conserverò un caro ricordo almeno fino alle undici di questa sera, e possibilmente anche dopo. E. Majorana".

Cominciò cosè il "caso Majorana", rimasto irrisolto fino ad ora. La decisione di scomparire enunciata nel primo messaggio venne smentita da una seconda lettera, spedita da Palermo in data 26 marzo. Ettore vi annunciava la decisone di tornare a Napoli: "Caro Carelli, spero che ti siano arrivati insieme il telegramma e la lettera. Il mare mi ha rifiutato e ritornerò domani all´albergo Bologna, viaggiando forse con questo stesso foglio, ho però intenzione di rinunziare all´insegnamento. Non mi prendere per una ragazza ibseniana perché il caso è differente. Sono a tua disposizione per ulteriori dettagli. Aff.mo E. Majorana". Ma Ettore fu atteso invano. Lo stesso giorno da Palermo aveva spedito un telegramma ai fratelli Salvatore e Luciano (che si erano recati a Napoli), nel quale ordinava loro di conservargli la camera in cui si trovavano i suoi indumenti e carte. I toni erano di nuovo rassicuranti, contrariamente al funereo biglietto di congedo ritrovato poi dai fratelli stessi sul tavolo della sua stanza in una busta indirizzata alla famiglia: "…. Ho un solo desiderio: che non vi vestiate di nero. Se volete inchinarvi all´uso, portate pure, ma per non più di tre giorni, qualche segno di lutto. Dopo ricordatemi, se potete, nei vostri cuori e perdonatemi, Aff.mo Ettore".

Le lettere di Majorana, vergate in tono fermo, lucido e meditato, contengono qualche elemento di ambiguità. Il termine "scomparsa", ad esempio, poteva significare sia morte che sparizione. Si può ritenere che egli volesse non soltanto sottrarsi agli altri, ma lasciare dietro di sé un enigma. Soltanto l´indecifrabilità del suo destino avrebbe reso totale la sottrazione.

"Vestito di blu, con l´aria triste, rimase un po´ perplesso; evidentemente si aspettava qualcosa di diverso".

Cosè Majorana apparve nell´aula grande di fisica sperimentale dell´Università di Napoli per la lezione inaugurale del suo corso, a uno dei suoi sei allievi, Sebastiano Sciuti. Costui, molti anni dopo, lo ricordava vivamente:

"Era piuttosto piccolo, con una voce piacevole. Restava in disparte, non partecipava alla vita dell´Istituto, le ricerche che vi si svolgevano non potevano avere interesse per lui".

Come gli studenti, sembrava anche lui

"terrorizzato, però colloquiava con la lavagna e ci ignorava abbastanza. Ma se si faceva una domanda, si voltava. Gli occhi colpivano: evidentemente era una persona che aveva dentro un fuoco, e questo fuoco si vedeva attraverso gli occhi".

Delle sue lezioni sono rimasti gli appunti. Queste pagine manoscritte colpiscono per l´impostazione discorsiva - il testo prevale rispetto alle formule matematiche - e allo stesso tempo dettagliata dei singoli argomenti. Vi compaiono perfino figure e tabelle ordinate. Nei pochi mesi trascorsi a Napoli, Majorana

"condusse - riferisce Amaldi - una vita estremamente riservata". Le lezioni al mattino e nel tardo pomeriggio lunghe passeggiate solitarie nei quartieri più animati della città. "Io ebbi soprattutto l´impressione che fosse un uomo molto solo" disse una delle sue studentesse.

Ma si era legato di amicizia col Carrelli, col quale s´intratteneva dopo le lezioni conversando di argomenti di fisica. "Majorana era pessimista per natura ed eternamente scontento di se stesso (e non solo di se stesso). Nei seminari di solito taceva. Interrompeva talvolta il suo silenzio per fare qualche commento sarcastico, una osservazione paradossale anche se pertinente" dice Bruno Pontecorvo nella sua biografia di Enrico Fermi.

"Ricordo che terrorizzava i fisici stranieri"

Nessuno può avere la pretesa di ricostruire la matrice filosofica del modo di pensare di Majorana. Tuttavia alcune sue affermazioni sparse in testi meno tecnici di quelli pubblicati sulle riviste di fisica rilevano che certamente si poneva dei problemi, per cosè dire, di principio se non addirittura strettamente epistemologici. Rispetto alle convinzioni dominanti dei fisici dell´epoca, lui mostrava una spregiudicatezza testimoniata da numerosi esempi. L´idea di conferire vita propria alla struttura formale delle teorie nate da alcuni fatti sperimentali originari, ma poi in grado di generare previsioni anticipando successive scoperte, è a dir poco non ortodossa per quelle che erano le convinzioni dominanti tra i fisici dell´epoca. Tuttavia Ettore si rendeva conto della difficoltà di usare precocemente linguaggi matematici troppo evoluti e preannunciava l´intenzione di concentrare la sua didattica su un´accurata introduzione degli strumenti formali.

Referenze

Luisa Bonolis - "I grandi della scienza" anno V, n. 27, giugno 2002, LE SCIENZE.


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