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La pena dell´isolamento: Asperger e il suicidio

Speriamo che questo spaccato di vita possa migliorare la comprensione della vita interiore di molti Asperger. Per il contenuto emotivo del testo sconsigliamo la lettura a persone in momenti di fragilità


di Lynn Soraya

Articolo originale: The Pain of Isolation: Asperger´s and Suicide


Tradotto da Oskene, revisione di David Vagni


Qualche anno fa era apparso un articolo pubblicato in merito al fatto di crescere un bambino con sindrome di Asperger intitolato “Il mio bambino di 10 anni voleva morire”. Non ero una fan dell´articolo, il quale era venato da un tono di pietà/sensazionalismo endemico per la maggior parte della copertura mediatica sull´autismo, ma il titolo ha catturato la mia attenzione. Sebbene fosse stato scelto per creare un effetto shock (e da allora è stato modificato) non mi ha scioccato per niente.. .




Anzi, ha colpito un nervo – vedi, io ho avuto il mio primo contatto con il suicidio quando avevo 13 anni.


Recentemente, sembra che una vera e propria burrasca di eventi, sia pubblici che privati, abbia riportato alla memoria questi fatti con particolare forza – la copertura mediatica sul tema del suicidio che è schizzata in risposta al recente gruppo di suicidi di gay teenager, una telefonata che mi ha informato della grave perdita di un amico, una notifica di Facebook che è arrivata nella mia e-mail, informandomi del suicidio del membro di un gruppo Asperger – e così avanti. Date le circostanze ho trovato difficile non parlarne.


Quando ho cercato su Google i termini “suicidio” e “Asperger” sono rimasta sorpresa da quanto frequentemente l´argomento sia trattato in modo confuso – perché una persona con sindrome di Asperger sarebbe portata al suicidio? A me, la risposta a questo quesito pare ovvia. Il bisogno di legarsi agli altri costituisce un bisogno umano fondamentale. La vera definizione dell´Asperger è avere delle difficoltà nell´appagare questa necessità. Quindi, come ci si può meravigliare che una persona con queste difficoltà possa cadere nella disperazione?


L´isolamento, è una caratteristica della vita di molte persone nello spettro, e l´isolamento può essere doloroso.


Assumere che quanti nello spettro vivono una condizione di solitudine non soffrano per questo, costituisce un presupposto pericoloso che isola ulteriormente.


Per me l´isolamento e la solitudine, erano gli aspetti più dolorosi nel percorso di crescita all´interno dello spettro, e io non li ho vissuti neppure tanto negativamente come è successo invece ad altri. Io sono stata molto aiutata e supportata, cosa che a tanti altri non è successa. Grazie a questo, io ho avuto più successi precoci. Comunque i primi passi che ho provato a fare, sono stati mandati fuori strada dal bullismo.


Tutta la fiducia che avevo costruito fu decimata - e mi ritirai in me stessa ancora di più di quanto non avessi fatto prima. Ero disperatamente sola, ma non mi fidavo delle mie capacità. Le mie esperienze successive mi convinsero del fatto che il mio barometro fosse "off". Non riuscivo a distinguere un amico da un nemico che aveva intenzione di farmi del male. Temevo il dolore del tradimento, così evitavo gli altri.


Il corso delle cose cominciò a cambiare quando mio padre decise di risposarsi. La famiglia della mia matrigna era profondamente legata alla sua comunità ecclesiastica così lei cercò di coinvolgere anche me. Mi iscrisse alla loro scuola estiva.


Durante la prima attività della giornata, un´altra ragazza attaccò discorso con me e noi parlammo per tutta la durata dell´attività. Mentre ci avvicinavamo alla fine, io ero sicuro di voler essere sua amica - ma non avevo idea di come fare. Mentre l´ansia mi paralizzava, vedevo un´altra opportunità sociale scorrermi davanti.


Ma quando lei mi guardò e disse, "possiamo essere amici?", sollevata, ho accettato con entusiasmo. Nessuno era mai stato così diretto con me prima di allora, e io lo presi come un buon segno. Mentre gli altri interpretavano la mia reticenza come un segno di freddezza, lei sembrava guardare attraverso di essa, per incontrarmi là dove ero veramente. Diventammo migliori amiche. Ero felice. Finalmente mi sentivo nuovamente parte di una comunità.


Restammo vicine fino a pochi anni dopo, quando le cose cominciarono a cambiare. All´inizio non lo realizzai - non riuscivo a sentire la distanza che si stava creando tra di noi. Ma quando, un´altra ragazza cominciò a frequentare la nostra scuola, le cose presero una brutta piega. Dopo scuola, io andai a cercare la mia amica, ma non si fece trovare da nessuna parte.


Quando finalmente ripartii per tornare a casa, sola e confusa, vidi la mia amica con questa nuova ragazza camminare insieme davanti a me, ridacchiando, e sbirciando da sopra le proprie spalle dopo avermi oltrepassato. Mi sentivo persa e non sapevo cosa fare - dovevo raggiungerle? Smettere di continuare ad evitarle?


Un giorno, mentre stavano camminando verso casa sul lato opposto della strada, si fermarono e mi chiamarono. Mi stavano invitando ad aggiungermi a loro? La nuova ragazza attraversò la strada saltellando. Quando raggiunse il mio lato della strada, spinse qualcosa verso di me, "Qui". Era una delle due "collane dell´amicizia" che io e la mia amica ci eravamo scambiate. Mentre la fissava, la nuova ragazza continuò senza mezzi termini "non ti vogliamo più attorno".


Stordita, sentivo le lacrime cominciare a formarsi...non volevo che le ragazze mi vedessero piangere così mi girai e presi a correre. Lo feci appena dentro casa subito prima di scoppiare. Piansi. Gridai. Mi infuriai. Sopraffatta dalle mie emozioni, non vidi arrivare il problema successivo finché non fù troppo tardi.


Lo stress e le emozioni estreme hanno sempre amplificato la mia sensibilità sensoriale - soprattutto quella uditiva. Questo divenne un problema quando il cane della mia matrigna arrivò correndo, allarmato dalla mia esplosione. Un cane di media taglia, con un forte latrato che anche nelle migliori circostanze era un assalto per le mie orecchie. Nel mio stato iper-eccitato, ogni latrato si faceva sentire come un calcio alla testa.


Facendo un balzo indietro, tirai dei colpi con le mani al di sopra delle mie orecchie e gli gridai di smetterla, ma questo servì solo a sconvolgerlo ancora di più. Avanzò su di me, abbaiando ancora più forte. Vedendo che mi si avvicinava e comprendendo la mia ansia è scattato l´istinto protettivo del miocane – anche se era la metà dell´altro, l´ha caricato e ha iniziato a riabbaiargli contro, stando sulle sue gambe posteriori per guardarlo negli occhi.


Ora lui stava abbaiando a me e al mio cane, perfino più freneticamente, e gli ho urlato di nuovo di smetterla. Lui non lo fece. Se possibile, sembrava che abbaiasse ancora più forte. Sopraffatta e lottando per gestire l´assalto furioso della mia sovraeccitazione, cercai disperatamente un modo per farlo smettere.


Finchè non lo presi a calci.


Il guaito sorpreso che ne seguì mi colpì come una secchiata di acqua ghiacciata sul viso. Che cosa avevo fatto? Caddi sulle mie ginocchia "Oh tesoro, mi dispiace così tanto!" esclamai chiamandolo a me. "Per favore, vieni qui..." Piangevo strisciando dietro di lui, lo raggiunsi in sala da pranzo. Nervoso e confuso, mi guardò con la coda dell´occhio e se ne andò evitandomi.


Alla fine, sono riuscita a calmarlo a sufficienza da riuscire ad avvicinarlo. Gli ho avvolto le braccia attorno al collo e in lacrime mi sono scusato di nuovo, mentre tastandolo cercavo di capire se avesse delle lesioni. Dopo essermi convinta che era più confuso che ferito, lo lasciai andare, guardandolo correre via. Prosciugata mi sono seduto a guardare ciecamente il muro della sala da pranzo, rivedendo i rifiuti sperimentati nel corso degli anni, alla luce del mio recente comportamento.


"Forse hanno ragione..." ho pensato "Forse hanno ragione a rifiutarmi. Prima di tutto, che tipo di persona sono? Per prendere a botte un animale indifeso come quello....Lui non capiva!" Sopraffatta, con furia e odio verso me stessa, sono corso in bagno, e ho spalancato l´armadietto dei medicinali, esaminandone il contenuto. Che cosa avrebbero fatto? Quale mi avrebbe fatto morire?


Sono rimasta delusa nel constatare che i miei genitori non vi avevano messo niente di più forte di qualche medicina per il raffreddore. Chiudendo la porta, fissai allo specchio il mio volto in lacrime e pensai alle mie opzioni. Cosa avrei potuto fare? Tagliarmi le vene?


La mia coscienza non avrebbe potuto lasciarmi creare tutto quel casino perchè poi lo ripulisse qualcun altro. La parte logica della mia mente soppesò, ponendosi una domanda "Cosa succederebbe se fallissi? Che cosa succederebbe se riuscissi solo a ferirti o a sfigurarti? Poi, avresti a che fare con tutto ciò che hai adesso, e ben altro". Questo spense le mie “aspirazione”.... di certo non volevo peggiorare le cose. Quindoi mi sono rassegnata ad andare avanti.


Lynn Soraya: Qual è il valore di una storia? Ho scritto quasi tutta la mia vita ... ma, per molti anni, è rimasta una cosa privata, uno strumento per lavorare con i miei problemi più difficili. Quasi dieci anni fa, mi sono trovata di fronte a uno dei periodi più difficili della mia vita. Ho scoperto di avere la sindrome di Asperger, una condizione dello spettro autistico.
La prima cosa che ho fatto è stata leggere - qualsiasi cosa su cui potessi mettere le mani. Poi, come ho sempre fatto di fronte a un problema da risolvere, ho scritto. Quello che ho trovato è che il riconoscermi come Asperger ha riempito un vuoto nella storia della mia vita, che non ero mai stata in grado di spiegare. Ha legato dei fili sospesi. Ha reso l´immagine di tutta la mia vita.
Quello che ho trovato in questo cammino, è che le storie di altre persone portano indizi vitali per me e per dare un senso alla mia vita. Così, quando ho esplorato le mie esperienze, ho cominciato a chiedermi ... se le storie degli altri erano così preziose per me, era mai possibile che altri potessero essere aiutati dalla mia storia? Fu così che ho iniziato a scrivere il mio blog ... prima a "La vita Aspie" su Blogger quindi "Diario di un Asperger" qui su Psychology Today.
Lo scopo è quello di utilizzare le storie, mia e degli altri, per costruire consapevolezza e aiutare le persone come me. La mia speranza è che le storie, le informazioni e le risorse condivise aiutino il mondo a comprendere che la vita, per le persone nello spettro può essere difficile, ma, può essere anche ricca e preziosa.
Chi è nello spettro autistico ha molto da offrire al mondo - la sfida è quella di sfruttare i loro punti di forza, e di lavorare con le loro differenze. La tolleranza e la comprensione sono la chiave. Le abilità possono venire in qualsiasi configurazione.

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