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A volte ciò che sembra empatia, non lo è

La vera compassione ed empatia è nel chiedere: "Perché?"


di Lynne Soraya
(articolo originale Sometimes What Looks Like Empathy, Isn´t,
settembre 2011 su Psychology Today)

Traduzione di David Vagni

I cambiamenti non sono facili per quelli di noi nello Spettro Autistico. L´inizio di un nuovo anno scolastico è pieno di cambiamenti. Detto questo, è inevitabile che gli studenti Asperger si imbattano in alcuni scontri lungo la strada. Jeanne Holverstott ha recentemente scritto un interessante post su alcune delle sfide che ha vissuto attraverso gli occhi dei suoi clienti, giovani uomini AS.




Nel suo post, Jeanne ha scritto come sottiglezze relative alla percezione e alla posizione sociale, possano creare complicazioni inaspettate, per chi è dentro lo spettro, e non sempre facili da spiegare. Quando si tenta di dare un senso alle regole sociali, come si fa a trattare con dinamiche che disperatamente colpiscono le persone AS?


Pur essendo molto diversi tra noi, sono spesso scioccata dalla quantità di somiglianze. Mentre leggevo il post di Jeanne, mi sono ricordata di un incidente, nella mia vita, molto simile a quelli che ha descritto. Uno nel quale il linguaggio e la percezione, si mescolano per generare un effetto catastrofico, in un periodo della mia vita particolarmente delicato


Come ho scritto precedentemente la quarta elementare è stato un momento particolarmente difficile. Sono stata soggetta ad un livello di bullismo che non avevo mai sperimentato prima. E´ stato calcolato, coordinato, violento e senza sosta - e ha preteso un tributo terribile.


La mia nuova maestra era molto estroversa e centrata sulle persone, tratti che ne avrebbero dovuto fare un´insegnante ideale. Ma rapidamente venimmo in contrasto. Nel suo modo di pensare, essere solitari ed isolati era il peggior risultato possibile per chiunque. Io ero entrambi.


Non che volessi esserlo… ma venivo da una prospettiva completamente differente. Per me, l´isolamento era un posto molto meno doloroso del mondo in cui avevo speso il mio anno passato - un mondo in cui era impossibile distinguere la persona crudele da quella gentile, ed essere tra le persone significava vivere nel costante terrore, immaginando da dove e quando sarebbe arrivato il prossimo attacco. E, inconsapevolmente, la mia insegnante rese la situazione peggiore - nel tentativo di integrarmi nella sfera sociale della classe, mi "assegnò" un amico.



Questa era una situazione che ero stata condizionata a temere. Il peggior bullo nella mia scuola precedente - il leader che aveva diretto molti degli attacchi - era stata proprio la ragazza che mi era stata "assegnata" come amica, in quel caso da mia madre. La bambina si era risentita per questo, e me l´aveva fatta pagare, duramente. Ora avevo paura che si ripresentasse la stessa situazione con questa nuova ragazza.


Non avevo idea di come articolare i miei sentimenti, o come spiegare la dinamica che li aveva scatenati, così reaggii nell´unico modo che conoscevo. Aspettai finché pensai che nessuno stesse guardando, e mi precipitai nell´angolo più remoto del cortile. Dopo la mia prima defezione, quando i miei nuovi amici rientrarono in classe senza di me, la nostra insegnante la sgridò pubblicamente. Ora, questa ragazza, aveva una ragione valida per odiarmi - l´avevo messa negli impicci. Imbarazzata per aver causato vergnogna a questa ragazza, la evitai ancora di più.


Spaventata e insicura sul da fare spesi la maggiorparte delle mie giornate andando su e giù per i margini del cortile. Volevo amici, e contatto sociale, ma non avevo idea di come farlo avvenire con successo - non avevo gli strumenti. Non sapevo come identificare quello di cui avevo bisogno, o come chiedere aiuto. Così, mi rassegnai all´isolamento.


La mia maestra divenne sempre più preoccupata, e decise che era arrivato il momento di agire. Durante ogni mio allontanamento, mi guardava come un gufo, allerta per ogni segni di non socialità da parte mia. Quando lo vedeva, interveniva, e cercava di spingermi verso qualche forma di attività sociale.



Io non ero accondiscendente. La paura era un motivavatore potentissimo - e così trovai più e più modi per evitarla. Diventò una guerra aperta. Più lei mi spingeva ad essere socevole, più la mia paura ed ansia crescevano - e più io mi isolavo.


Con l´escalation di questa guerra, lo stesso avveniva per il mio livello di stress. Tornavo a casa ogni giorno sempre più tesa ed esausta. Vedendo questo, mio padre cercò di intervenire. Ma non importò quanto combattesse per spiegare le mie paure, incontrava solo frustrazione. Lei non poteva, o voleva, ascoltarlo - e la guerra continuava.


A monte di tutto il mio isolamento sociale, ho sempre eccelso accademicamente. In quello mi attenevo a standard altissimi, e lo stesso faceva mio padre. Ma con l´aumentare del mio livello di stress, questo si ripercosse sui miei voti. Un giorno, mentre guardavo sorpresa una grande "C" rossa scarabocchiata in cima al mio compito più recente, ebbi un tracollo nervoso.


Tutto il mio stress e la mia ansia bollirono uscendo dalla pentola. Cominciai a tremare ed iniziai a piangere. I miei compagni furono gentili e preoccupati, e mi chiesero cosa ci fosse che non andava. "Ho preso una C". Gli mostrai il compito. "Mio padre mi ucciderà per questo". Era una frase che avevo sentito dire ai miei compagni innumerevoli volte per manifestare il dispiacere dei genitori. Quando la usavano nessuno sembrava pensarci troppo sopra. Quando la usai io, mi si ritorse contro pessimamente.



Mio padre era dall´altra parte del ricevitore nel corso di una telefonata piena di panico. "Perché dici cose di questo genere", esplose mentre guidava verso casa. "Lo sai che non ti farei mai del male!" Io fui sorpresa dalla veemenza della sua reazione, e confusa. Perché erano tutti così sconvolti? Perché mi stavano prendendo così letteralmente? Mi domandavo cosa gli avessero detto - e come il significato delle mie parole fosse stato corrotto.


Posso solo immaginare la paura di mio padre quando ricevette questa telefonata - Lui sapeva fin troppo bene a cosa un´accusa errata poteva condurre. Eravamo già stati in questa situazione. Il mio tentativo mal ricevuto di usare il linguaggio tipico dei miei pari avrebbe portato ad una nuova investigazione familiare? La nostra famiglia sarebbe stata nuovamente fatta a pezzi da sospetti esterni?


Dall´esterno, le persone devono aver ammirato la mia maestra. "Guarda quanto si preoccupa per quella bambina", mi immagino dicessero, "Guarda quanto duramente prova ad aiutare quella povera e piccola bambina!". Ma dall´altro lato, la situazione sembrava molto differente.


La mia esperienza nella sua classe fu una delle peggiori in tutta la mia carriera scolastica. Non posso dire quante volte ho desiderato una singola parola da lei: "Perché?" I suoi obiettivi ed i miei erano gli stessi - io volevo socializzare almeno quanto lei voleva che lo facessi. Ma necessitavo di un aiuto che solo la comprensione poteva portare. E non lo ebbi.


Io non avevo una diagnosi - quindi posso solo immaginare come la maestra potesse avermi etichettata nella sua mente. Abusata? Disturbata? Indipendentemente dal nome col quale mi avesse classificato - era chiaro che mi vedeva come "altro".


Le mie migliori insegnati chiesero perché. Meglio ancora, spesso leggevano tra le righe e venivano con le risposte. E´ triste per me vedere che a fronte di tutta l´educazione e la consapevolezza, così tanti ancora non hanno imparato a fare lo stesso. La triste realtà è che a volte, quello che è mascherato da compassione ed empatia, in realtà è solo giudizio, sotto mentite spoglie.



Lynne Soraya ha scoperto di avere la Sindrome di Asperger una decina di anni fa. Ha iniziato a scrivere "The Aspie life" su Blogger e ora scrive "Asperger´s Diary" su Psychology Today, nella speranza che la sua storia possa aiutare le nuove generazioni.
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