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Come ve la cavavate con le interrogazioni?

Rivolgo questa domanda a tutti: a chi va ancora a scuola, a chi si è già diplomato da un pezzo, a chi va all'università. 
Come affrontavate le interrogazioni, le "verifiche verbali"? Le trovavate più o meno difficili di quelle scritte? Soffrivate di ansia da prestazione? Come gestivate il tutto? I vostri voti rimanevano pressoché inalterati tra lo scritto e il verbale o la differenza era tale da lasciare i vostri insegnanti basiti? Se trovavate le interrogazioni più facili, perché? Se trovavate le interrogazioni più difficili, un vero e proprio ostacolo insormontabile, perché? Pensate che l'Asperger abbia compromesso le vostre performances?
Raccontate pure le vostre esperienze.
Personalmente ho sempre trovato le interrogazioni parecchio frustranti. Crescendo ho cominciato a pormi delle domande in proposito e sono arrivata per via analitica a delle conclusioni che mi sembrano soddisfacenti. Nel mio caso funzionano; spero possano funzionare anche solo per uno di voi. 
Innanzitutto, il problema principale sta nei presupposti su cui si basa il concetto stesso di interrogazione e senza i quali tale "verifica verbale" risulta del tutto inattendibile. Elenco qui di seguito i presupposti:

1) L'interrogazione è fondamentalmente un dialogo, un botta e risposta continuo tra l'intervistatore e l'intervistato, il professore e l'interrogato. 
Ora, pensiamo al dialogo come a una corda che lega due persone, due menti, due pensieri. Il dialogo è un legame. E perché un legame funzioni è importante che entrambi gli interlocutori partecipino attivamente alla conversazione, si mostrino interessati alle rispettive opinioni, abbiano una certa capacità diplomatica ... insomma, che siano aperti all'altro. Il problema è proprio questo: l'Asperger (in realtà qualunque forma di autismo in generale) compromette questo aspetto comunicativo. Un asperger non è mai davvero interessato all'altro. Può interessarsi a quello che viene detto, certo, ma non è interessato ad avere un dialogo con una persona. Mi spiego meglio: ho come la sensazione che l'Asperger tolga alla persona quella spinta intrinseca, naturale e spontanea, di cercare una relazione con l'altro. La mente asperger è una mente che non ricerca il contatto con altre menti, è al contrario autocentrata e profondamente introversa
Questo tipo di approccio con il mondo esterno si esplica nella "non partecipazione attiva". Una persona asperger tende ad essere un'osservatrice, una personalità analitica, piuttosto che una personalità espansiva e perennemente coinvolta nelle faccende che si susseguono. Ritengo che questa caratteristica, questa tendenza a separarsi dal mondo per poterlo osservare meglio e ragionare su di esso invece di "farne parte", possa essere un enorme vantaggio nei campi artistici (nella scrittura creativa, ad esempio - l'asperger narratore che segue le vicende dei personaggi e osserva il loro mondo). Tuttavia risulta uno svantaggio nelle occasioni sociali perché le persone apparentemente non sembrano apprezzare questo modo di essere etichettandolo come "distaccato, freddo, disinteressato e robotico". Insomma, noi lupetti solitari abbiamo il nostro gran da fare per farci accettare in questo mondo che predilige la logica del branco. 
Tornando all'interrogazione in sé, dobbiamo pensare a un asperger come a quell'interlocutore che invece di tenere ben salda la corda (la famosa corda di prima), la tiene a malapena o addirittura la lascia. Non perché gli faccia schifo, ma perché non ne sente il bisogno. 
Ho sempre avuto la sensazione di non ricavare nessun piacere dalla relazione con gli altri. Non ho nessuna spinta interna, nessun "rinforzo positivo biologico" che mi sproni a ricercare ulteriori relazioni o addirittura ad approfondirle. Leggendo alcuni manuali diagnostici sull'Asperger (quelli rivolti ai neurotipici per spiegare loro la sindrome) ho avuto modo di scoprire che i neurotipici, quindi le persone comuni, in una conversazione sono concentrate sull'altra persona e non sul messaggio in sé. Esempio concreto: Marco racconta a Claudio un episodio infelice che lo ha visto protagonista il giorno prima. Claudio lo ascolta con interesse, ma la sua attenzione è focalizzata sulle emozioni che Marco sta provando durante il racconto, e non sul racconto in sé. 
Nello stesso manuale si spiegava come un asperger sia più portato a concentrarsi sulle parole nel tentativo di comprendere appieno il messaggio che gli viene riferito, anche a scapito delle emozioni dell'altro, che vengono totalmente o in buona parte ignorate. 
Trovo questa descrizione terribilmente veritiera. Sia chiaro (lo sottolineo per i neurotipici all'ascolto), non c'è crudeltà in questo modo di fare. Non è mancanza di empatia, è solo un diverso modo di funzionare. Un asperger non è concentrato sulle parole piuttosto che sulle emozioni al di là delle parole perché vuole mancare di rispetto ai sentimenti dell'altro. No, lo fa perché pensa al contrario che la più grande forma di rispetto che si possa avere nei confronti di qualcuno è ascoltare appieno quello che dice. Una sorta di "ha attirato la mia attenzione per dirmi questa cosa, probabilmente ritiene importante che io la ascolti". Ho voluto sottolinearlo perché scardinare lo stereotipo della mancanza di umanità e compassione che gli asperger si devono portare dietro.
Dunque, durante un'interrogazione ci si aspetta che l'interrogato abbia un interesse per il dialogo e questo lo porti a partecipare attivamente rispondendo alle domande. Quando questo meccanismo si inceppa, quando l'asperger risulta del tutto disinteressato alla conversazione, l'interrogazione è compromessa. Questa assenza di slancio verso gli altri, questa mancanza di interazione sociale è presente anche nella vita di tutti i giorni, al di fuori della scuola. Molti ragazzi e ragazze asperger mostrano delle evidenti difficoltà a rispondere alle domande, anche quelle banali. Non è una difficoltà di tipo cognitivo, non si tratta di "non saper rispondere" quanto piuttosto di "non volerlo fare". Questa mancanza di volontà non è di tipo oppositivo (pigrizia, scontrosità, svogliatezza), è più un "non sento il bisogno di farlo, non ne colgo la necessità". 
Per spiegarlo meglio a coloro che non hanno mai provato nulla di tutto questo, vi chiedo di ragionare sull'importanza della volontà e della necessità. Faccio quello che voglio. (gioco alla play perché mi piace) Oppure faccio quello di cui ho bisogno. (lavoro per necessità economica) Entrambe le frasi esprimono bene il concetto. Le persone si mettono in azione se hanno bisogno di farlo per motivi esterni oppure se traggono un piacere personale da quella particolare attività. Quando mancano entrambe le spinte della volontà e della necessità, si cade nel vortice dell'apatia (in questo post non patologica) o per usare una parola meno forte del disinteresse. Un asperger non prova piacere nella conversazione (no volontà) né sente il bisogno di partecipare alla conversazione (no necessità). Dunque è apatico nei confronti della conversazione.
Qualcuno mi fa una domanda. Non sento il bisogno di rispondere, la mia mente non ricerca il legame con l'altro, dunque i casi sono due: o mi costringo a rispondere in modo meccanico oppure non lo faccio e rimango apparentemente indifferente alla domanda, al tentativo dell'altro di creare un rapporto seppur occasionale e superficiale. Il non sentire il contatto umano come una necessità impellente è per un asperger un'arma a doppio taglio. Da una parte gli rende più sopportabile la solitudine, dall'altra ostacola ogni rapporto umano quindi anche l'amicizia e l'amore. 
Io alle interrogazioni provavo questo: un senso di distacco. Per me era difficile rispondere alle domande perché non sentivo la necessità di farlo. 

2) Si dà per scontato che uno studente rispetti e riconosca la gerarchia scolastica, che rispetti cioè la figura dell'insegnante come superiore all'alunno. Il fatto di accettare la posizione di superiorità del professore è importante perché dà valore anche alla sua capacità di dare valutazioni, quindi voti. Ora, gli asperger sono rinomati per mettere in discussione la realtà, per non accettare passivamente le gerarchie sociali e per essere del tutto privi di "maschere sociali", motivo per cui trattano tutti allo stesso modo. Ma visto che viviamo in una società piena di disparità e la scuola è la rappresentazione concreta di queste disparità, il fatto di mettere in discussione l'autorità del professore è inammissibile. 
Gli studenti sono tipicamente interessati a fare bella figura durante un'interrogazione, a dimostrare al professore di aver studiato e di sapere le cose. Perché? Perché riconoscendo la posizione di superiorità del professore danno peso al suo giudizio, che nel caso della scuola viene espresso in decimi. Un asperger è al contrario totalmente indifferente al giudizio altrui, non dà all'altro il potere di poterlo giudicare. "Se non rispetto te, non rispetto neanche la tua capacità di darmi un voto". 
Bisogna inoltre tener presente quella dose di narcisismo che l'Asperger si porta dietro. Certo, non si tratta di narcisismo patologico ma solo di una certa tendenza a svalutare gli altri e a celebrare invece le proprie capacità "solo io posso darmi un voto, solo io mi conosco" (meccanismo compensativo per sopportare il rifiuto sociale cui si è da sempre soggetti? forse).
Anche questa è da sempre stata un'enorme difficoltà per me. Non ho mai provato quella spinta interna a mostrarmi come un bel pacchetto ben confezionato per ricercare approvazione. Magari è brutto da dire, ma non ho bisogno di nessuno. Il fatto di non avere nessuna stima del professore mi portava a non preoccuparmi del voto che mi avrebbe dato, che trovavo al contrario insignificante. Alcuni professori vedevano in questo atteggiamento maturità (soprattutto se messo a paragone con la tendenza dilagante dei lecchini, passatemi il termine, che pensano solo ai voti), altri nichilismo adolescenziale, altri ancora puro narcisismo. A posteriori posso dire che si trattava di autismo.

Finiti i presupposti mi occuperei, spero brevemente stavolta, degli aspetti più tecnici per cui le interrogazioni sono state il mio tendine di Achille. 
La prima cosa che andava a mio svantaggio era la tendenza di bene o male tutti i professori di premiare più la performance che il contenuto. Ora, non tergiversiamo, l'Asperger non ti rende particolarmente carismatico. Io ho sempre avuto una certa inespressività, praticamente una faccia da poker, nonché una difficoltà piuttosto marcata di modulare la voce che risultava bassa, flebile, quasi un soffio. Dicevano fosse timidezza, ma no. Ero proprio io che non riuscivo a capire che tipo di volume fosse richiesto. Parlavo tra me e me (altro sintomo palesemente autistico), totalmente incapace di mettermi nei panni degli altri che mi dovevano ascoltare.
Un altro punto a sfavore è una forma di ansia sociale che colpisce chi ha la sindrome di Asperger. Si ha una certa difficoltà a performare, soprattutto vocalmente, in un contesto sociale. Da parte mia, non ho mai avuto problemi a presentare qualcosa alla classe, probabilmente perché le presentazioni si basano su un monologo esposto a un pubblico pressoché invisibile. Togliete le persone e mettete dei pupazzi, non mi fa differenza. Quando parlo, sono concentrato su quello che dico, punto. Gli altri spariscono nel nulla.
Tuttavia l'interrogazione mi dava problemi. Mi dava problemi perché era un dialogo in cui l'interlocutore, il professore, aveva il potere di interrompere in ogni momento a suo piacimento per fare domande che io non potevo in alcun modo prevedere. Ora, non sopporto gli imprevisti, ho bisogno di avere le cose sotto controllo quindi le interrogazioni mi generavano uno stress non indifferente, mi scaricavano le energie.
Inoltre bisogna tener presente la difficoltà, delle volte, a capire le intenzioni dietro la domanda. Come asperger, sono abbastanza letterale (anche se non me la cavo malissimo con le metafore, almeno non sempre) e questo essere abbastanza letterale mi dava non pochi problemi. Ero uno studente terribilmente analitico, di quelli che rispondono sulla base di come una domanda è formulata. Quindi se la domanda era formulata in modo errato, come spesso accade, io rispondevo alla domanda in sé rispettandone la formula, anche a scapito della vera intenzione del professore. Ho sempre odiato, ad esempio, le domande-tranello (o domande-aiuto come le chiamano i neurotipici) in cui viene esposta un'affermazione errata che invece di concludersi in un punto interrogativo procede con un oppure no? che dovrebbe essere ironico ma per un asperger letterale non fa che trasformare la domanda da "aperta" a "chiusa". Esempio banale: Di giorno il cielo sembra giallo, oppure no? 
Ecco, quel "oppure no" rende la domanda chiusa perché tecnicamente, così formulata, la domanda richiede una risposta binaria: sì o no. Quindi io rispondevo analiticamente in modo binario, perché la mia mente è fatta per essere precisa e purtroppo anche rigida. 
Dal punto di vista tecnico la mia risposta era corretta. Il problema è che il professore non era asperger, ma neurotipico, quindi non voleva una risposta tecnicamente corretta. Insomma, mi veniva richiesto implicitamente di ignorare l'analisi e tutti i vari tecnicismi e pensare solo all'intenzione. Quel oppure no? è ironico. Sta lì perché il professore vuole darti un suggerimento, ossia che l'affermazione precedente è errata, e ti invita a spiegare il perché. 
Questo per un neurotipico è scontato (loro parlano praticamente a caso, per messaggi cifrati e non si curano dei dettagli tecnici),ma per un asperger non solo non è scontato ma è addirittura frustrante perché ti porta a doverti chiedere perennemente cosa voglia il professore da te. Sarebbe molto più facile se la gente imparasse a formulare le domande.
Quindi le mie risposte tecnicamente perfette venivano bollate come superficiali e incomplete, e il mio atteggiamento come disinteressato, poco collaborativo. Chiaramente non potevo neanche sottolineare il fatto che fosse il professore ad essere incapace di formulare le domande nel modo appropriato, sarei stato impertinente.
Infine, ci sarebbe anche la difficoltà di parlare di argomenti che non interessano, ma penso che questa difficoltà colpisca in misura diversa un po' tutti, non solo gli asperger.

E voi? Come avete vissuto le interrogazioni? Avete trovato delle strategie che vi hanno portato notevoli benefici?
LinnaBlunottedamy
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Commenti

  • MarkovMarkov Pilastro
    Pubblicazioni: 10,755
    runavik ha detto:


    Quindi le mie risposte tecnicamente perfette venivano bollate come superficiali e incomplete, e il mio atteggiamento come disinteressato, poco collaborativo. Chiaramente non potevo neanche sottolineare il fatto che fosse il professore ad essere incapace di formulare le domande nel modo appropriato, sarei stato impertinente.


    E voi? Come avete vissuto le interrogazioni? Avete trovato delle strategie che vi hanno portato notevoli benefici?
    Io la penso così.
    Le uniche capacità reali sono quelle matematiche. La tipica sentenza "Io sono portato solo per le materie umanistiche e tu solo per quelle scientifiche" è in realtà una scusa. Nel 95% dei casi è una differenza solo apparente, dovuta al fatto che per un neurotipico le materie umanistiche richiedono meno capacità reali di quelle scientifiche e di conseguenza a loro sembra di essere portati per le materie umanistiche. Nel restante 5% dei casi troviamo quelli come Andrea Camilleri, Alessandro Barbero e... (motli altri) che effettivamente sono realmente portati per le materie umanistiche. Ma sono eccezioni. Sono tra l'altro sicuro che molti di loro, guarda caso, risulterebbero superiori alla media anche in matematica e fisica. 

    Questo riassume come ho risolto io. Mi sono appassionato solo alla matematica e ho spinto su di essa. Dopo aver ottenuto risultati in matematica anche esterni alla scuola, le prof delle materie umanistiche hanno iniziato a portare rispetto (seppur spesso solo dietro le quinte). Non ho mai fatto interrogazioni imbastite come facevano quelli "portati per le materie umanistiche, 95%", ma nonostante ciò alla fine mi davano 7 o 8.
    damy
  • maggiogiugnomaggiogiugno Membro
    Pubblicazioni: 38
    Noto che la maggioranza degli Asperger va all'università ovvero è gente brava portata per lo studio che trionfa nello studio....mia figlia invece è una ciuca patentata....va malissimo a scuola già bocciata in seconda superiore.....per lei è arabo matematica diritto economia fisica ....va benino solo nelle lingue.... italiano è brava nei temi ma poi quando c'è da studiare non so grammatica o epica va male.... è strano che un asperg vada così male a scuola no?
  • BlunotteBlunotte Veterano Pro
    Pubblicazioni: 676
    Semi OT.
    Ricordo di aver letto da qualche parte che infatti il topos dell'Aspie genietto a scuola, o nel suo campo specifico, poteva essere alquanto pericoloso... Ogni Aspie è diverso.
    @maggiogiugno attenzione che "andare male a scuola" è diverso dall'essere "ciuchi patentati": usare espressioni come quest'ultima potrebbe contribuire a far entrare tua figlia in un circolo vizioso per cui "se sono ciuca non ci arriverò mai, e quindi non val la pena cambiare strategia ecc.". Ci possono essere tanti motivi estrinseci che influiscono sul rendimento scolastico... compagni, ambiente, professori, stato d'animo generale (edit: vedo che in vecchi post hai scritto che non le interessa la scuola, che non esce e che ha paura di fare tutto... ma è anche in grado di fare la detective e scoprire cose dal tuo telefonino!)
    Il cambiamento di un fattore può capovolgere tutto. Io ho avuto alcuni compagni che negli ultimi 1-2 anni di scuola hanno messo il turbo e se la sono cavata egregiamente. Conta anche la diversa maturità che si ha a 16 anni o a 18-19.
    Scusa la franchezza, ma mi sembrava importante farti notare questo piccolo dettaglio, probabilmente inconscio, ma che poi può far danni...

    Intanto questo.
    Poi se me la sento rispondo al post iniziale (che bello non ne leggevo da tempo di così lunghi!)
    vera68GecoNemo
    ---- Per vari motivi, preferisco usare poco/per nulla la funzione messaggi privati. ----
  • vera68vera68 Pilastro
    Pubblicazioni: 2,843
    Rispondo con il senno di poi, nel senso che oggi so come funziono tendenzialmente. Io non avevo difficoltà a capire i concetti ma a esprimerli, oltretutto il blocco emotivo mi toglieva ogni raziocinio, così imparavo a memoria. Alla fine recitavo con naturalezza, ma recitavo. Vuoi sapere di Leopardi? Qualche figura manzoniana?... Aprivo il mio file nel cassetto della memoria e snocciolavo un discorso sempre uguale. Ero considerata brava e prendevo sempre 7 e 8
    Mi è sempre andata bene perché nessuno mi chiedeva una critica. Dovevi imparare il paragrafo del libro e io questo facevo.
    Diverso per la matematica, ho fatto un po' come Markov, la matematica mi ha fatto un po' da apripista e sopratutto il professore mi ha fatto un dono: quello di avere il diritto di parola e di opinione (opinione in matematica direi che possiamo tradurlo con tentativi di risoluzione, problem solving) ma si è confinato alla sola matematica, per il resto non facevo un discorso mio, di cui io ero padrona. Ripetevo e basta.

    Ora mi permetto di far coro a blunotte. A volte noi siamo l'immagine che noi vediamo riflessa negli occhi dell'altro. Se tu vedi tua figlia come una "ciuca patentata" @maggiogiugno lei si vede con il riflesso che tu stesso le rimandi.

    Per tutti ero quella chiusa introversa debole muta, l'incontro con un uomo, il mio professore di matematica, che ha visto invece prima di tutto una testa capace di ragionare ha fatto la differenza.
    Io ho scelto quell'indirizzo di scuola superiore perché si faceva poca matematica, poi in matematica mi ci sono laureata
    Sniper_OpsBlunotte
  • MarkovMarkov Pilastro
    Pubblicazioni: 10,755
    vera68 ha detto:

    il mio professore di matematica, che ha visto invece prima di tutto una testa capace di ragionare ha fatto la differenza.
    Io ho scelto quell'indirizzo di scuola superiore perché si faceva poca matematica, poi in matematica mi ci sono laureata

    Qualcuno nota le capacità reali :D
    vera68
  • maggiogiugnomaggiogiugno Membro
    Pubblicazioni: 38
    Grazie per vs risposte....ma vedo che al 95 per cento tutti vanno egregiamente a scuola.....lei no ha il libro di matematica cellofanato singolo da due anni.....manco si impegna....se ha la giornata no non impara nemmeno due righe a memoria di geografia x dire.......noi facciamo sacrifici per farla studiare ma un minimo sta a lei ......ha anche professori molto disponibili anche troppo .....a volta le mettono sei per due frasi dette alla meno peggio
  • vera68vera68 Pilastro
    Pubblicazioni: 2,843
    @maggiogiugno mia figlia che ha anche un alto potenziale, faceva così come la tua. Forse l'ho già scritto in qualche altro commento. Noi per due anni abbiamo avuto una tutor che le faceva due ore di studio. Specifico 20 minuti di studio e 1h,40 di risate, video su YouTube da "scemo + scemo" a gogò. Eppure così poco per volta l'ha acchiappata. Così... Con i video stupidi, perché era ciò che le piaceva. Con il mio "piano di battaglia" che mi ero prefissata quasi fossi stata un peesonal trainer di un atleta non avrei ricavato nulla, anzi avrei fatto solo danni. La nostra terapeuta (oggi lo capisco e ne sono conscia) mi ha tirato fuori dai giochi, ero troppo "dovere"... "dovere" "dovere" per come era fatta lei. Oggi è maggiorenne e non devo più né starle dietro e fa tutto da sola, tuttavia ha faticato molto, anzi direi che sta ancora combattendo, per togliersi di dosso la puzza della "handicappata" "svogliata" "ciuca patentata" che nonostante i nostri sforzi trapelava comunque dai nostri stessi atteggiamenti. Incoerenza tra mente e cuore la capiscono anche gli animali. E noi trasmettevamo incoerenza.

    Quel mio mentore ha visto davvero oltre, nessuna incoerenza... E il suo sguardo mi ha raggiunto
    Blunottedamy
  • maggiogiugnomaggiogiugno Membro
    Pubblicazioni: 38
    Vera68 accidenti mai avrei creduto......quel che racconti è sbalorditivo .... grazie x averlo condiviso
    vera68
  • passavodiquapassavodiqua Neofita
    Pubblicazioni: 3
    I miei voti scritti e orali erano per lo più uguali. L'unica differenza si notava se un argomento mi interessava più di un altro, e allora avevo voti del tipo "6,7,9,5,6" eccetera.

    Tra i problemi che avevo negli orali c'era sicuramente questa necessità di mostrare interesse, che la maggior parte delle volte non avevo la forza di fingere e risultava in "forza, un po' di vitalità" nel migliore dei casi e voti abbassati nel peggio. Poi a volte smettevo di parlare nel mezzo di un discorso (sia in interrogazioni che nelle presentazioni) non per ansia o paura di sbagliare, ma perché non avevo più la forza di parlare.

    Avevo un fortissimo rispetto per le decisioni dei professori, non perché fossero persone particolarmente meritevoli, ma perché la regola era che i professori decidono, e a me pareva abbastanza logico, anche quando non ero d'accordo. Le uniche volte che "contestavo" era per correggerli se dicevano qualcosa di sbagliato, e per fortuna loro non se la prendevano mai troppo.
    I miei compagni erano spesso quelli che contraddicevano i professori, e io non capivo mai perché.

    Condivido il rispondere alla domanda esattamente come è stata posta. Se mi viene chiesto A, io rispondo A... perché ti offendi se non ti dico anche B? Non me lo hai chiesto! É sempre stata un forte fonte di frustrazione, perché a volte provavo ad espandere e mi veniva detto "si ma questo non te l'ho chiesto".

    Non ho mai ben capito quale importanza avessero i voti come giudizio. I miei compagni spesso se la prendevano sul personale se ricevevano voti troppo bassi, a me non importava. Mi dicevano che avrei dovuto far presente che meritavo di più, ma lo vedevo come una perdita di tempo. Alla fine a nessuno importa più dei voti che ho preso, io nemmeno me li ricordo, e i professori hanno almeno un altro centinaio di studenti ogni anno...che me ne faccio di un voto in più?

    Che mi interrompessero mentre parlavo alle interrogazioni però mi dava fastidio. Alla fine avevo sempre questo "residuo" di informazioni di cui non sapevo come disfarmi, e in casi più estremi sembrava che mi stesse per esplodere la testa. Il passaggio improvviso da un argomento all'altro mi frastornava, e la mia lentezza non mi favoriva, spesso parlavo fuori turno.

    Ho visto nei commenti un confronto su materie scientifiche e umanistiche e io vorrei aggiungere la mia. Amo la letteratura, ma non vuol dire che a scuola prendessi buoni voti ad italiano, proprio perché non sapevo come esprimermi nelle interrogazioni o negli scritti, e finivo sempre a non porre le informazioni nel modo giusto.
    Con i calcoli ho trovato difficoltà perché non ho mai avuto lo stimolo di mettermeli a fare. Alle medie andavo bene, alle superiori andavo male tutto l'anno e poi a marzo cominciavo a prendere 7 e 8 mettendo giusto un paio d'ore di lavoro al giorno.

    L'unica cosa che veramente mi piaceva della scuola era trovare collegamenti tra le materie. Li capivo, li coglievo, ma poi provavo a spiegarli e nessuno capiva...per me erano ovvi, ma poi dovevo fare un discorso intero perché gli altri ci arrivassero.

    Trovo ironico il mio amore per la letteratura, perché anche io prendo tutto alla lettera, e poesie e testi non li capisco se non leggo l'analisi, ma mi divertono i giri di parole e le figure retoriche. Le poesie in particolare mi fanno impazzire se hanno una certa cadenza o allitterazioni, o sono nonsense.
    Blunotte
  • BlunotteBlunotte Veterano Pro
    modificato November 2020 Pubblicazioni: 676
    Per quanto riguarda le interrogazioni in sé, devo dire che non ricordo nulla di elementari e medie, tranne un paio di episodi alle medie dove fondamentalmente ho fatto delle figuracce perché non avevo studiato non prevedendo un'interrogazione oppure non avevo studiato bene/nel modo giusto. Tutto il resto rimosso... E di sicuro ce ne sono state. Penso ad esempio all'inglese...

    Le interrogazioni che ricordo sono quelle di liceo e università.
    Sono sempre andata meglio nello scritto che nell'orale, anche se in generale non posso lamentarmi dei voti che ho preso, nonostante varie performance oratorie tutt'altro che impeccabili.

    Nell'orale emergono difficoltà che a volte ho anche semplicemente se provo a raccontarti al bar il riassunto di una puntata di telefilm vista la sera prima. Se l'argomento per qualche motivo mi emoziona, se mi sento giudicata, se è una giornata no, se, se... varie ed eventuali... è molto probabile che non riesca a intavolare un discorso ordinato. Non mi vengono in mente i termini giusti, la sintassi si ingarbuglia...
    Credo sia perché vorrei dire tutto, i pensieri si ammucchiano in modo disordinato, la capacità di elaborazione verbale non riesce a tener dietro all'intuizione dei concetti... a volte è come se ci fosse un blocco e parte il pilota automatico, con mille conformismi e frasi fatte, per puro horror vacui.

    Delle interrogazioni del liceo ricordo anch'io che mi piaceva rispondere alla precisa domanda che mi veniva fatta. Mi infastidiva, invece, quando vedevo certe compagne partire con un discorso infinito per far vedere che avevano studiato, ma magari senza rispondere alla domanda specifica che era stata posta.

    Odiavo le domande del tipo "parlami un po' della cosa X", "parlami di un argomento a piacere".
    Linna
    Post edited by Blunotte on
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