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Fernand Deligny

riotriot Moderatore
modificato December 2020 in I pionieri

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Un’esperienza molto interessante, e quasi misconosciuta, è stata quella messa in atto da Fernand Deligny con ragazzi autistici non verbali alla fine degli anni ‘60 del secolo scorso.

Non era uno psicologo e neanche uno psichiatra ma un pedagogo. Il periodo storico in cui questa sua esperienza “prese vita” era quello che portò ai moti del Maggio francese del ‘68, periodo in cui tutto ciò che riguardava il sapere nel suo modo di essere messo in pratica fino ad allora, era messo completamente in discussione.
Deligny è ritenuto maestro del psicanalista e filosofo Pierre-Felix Guattari e del filosofo Gilles Deleuze, la cui comune critica politica alla psicanalisi e ai suoi metodi divenne col tempo divergente dal pensiero educativo di Deligny, il quale poi si staccò da questo movimento per fondare il suo progetto.

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(Il finale de "I 400 colpi" di François Truffaut, in cui si vede il regista (sul sedile posteriore della vettura e girato di spalle) mentre riprende con la troupe Jean-Pierre Léaud che interpreta Antoine, il ragazzo che termina sul mare la sua lunga fuga)

Il suo primario interesse era già per i bambini “difficili”, quelli con un tale livello di pericolosità sociale da renderli emarginati e ritenere irrecuperabili. Erano ladri, ribelli e teppisti e come si può immaginare, non frequentavano le scuole. Questo lo portò, oltre che ad occuparsi di questi ragazzi, anche a collaborare col regista François Truffaut, scrivendo o forse solo suggerendogli la scena finale de “I 400 colpi”, film del 1959, che è il lungo piano sequenza in cui il ragazzo protagonista, Antoine, così simile ai ragazzi da lui seguiti, in fuga dal riformatorio, giunge al mare come allegoria della libertà sognata.
Per i francesi, dire “Les quattecent coups” equivale a “fare il diavolo in quattro” e anche all’essere un ribelle, che è quello che infatti interpreta il ragazzo.

Truffaut si occuperà anche di autismo a proposito di Victor dell'Aveyron, protagonista del film “Il ragazzo selvaggio” (1970), scritto a partire da una  storia vera.
Bisogna però dire che in quel periodo sia le teorie sull’Autismo, che personaggi come Kanner ed Asperger, erano ancora del tutto sconosciuti, e questo vale anche per Deligny.

Per lui, sarà l’incontro in clinica con ragazzi non verbali a focalizzare il suo interesse educativo su di loro. Sarà Guattari a convincerlo di trasferirsi sui monti delle Cévennes per iniziare un “tentativo” con bambini diagnosticati come "psicotici", le cui capacità comunicative sono fortemente compromesse (oggi diremmo non verbali). Così, Deligny si trasferisce a Graniers, un borgo isolato, e lì vicino, in un luogo isolato, fonda un accampamento in cui porta un gruppo di questi bambini e ragazzi.

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(Janmari)

Il ragazzo che più l’aveva interessato era Janmari, un dodicenne che diverrà poi icona del suo documentario “Ce gamin-là”, di cui metto il link a fine post. Potrete capire il contenuto del documentario leggendo quanto segue.

Senza nessun aiuto dalle istituzioni ma solo da parte di alcuni suoi amici e colleghi, oltre ad un gruppo di studenti universitari che durante le occupazioni si prestarono a lui come volontari, e di alcuni abitanti del luogo come pastori e contadini, pian piano gli accampamenti divennero una quindicina, ma non collegati tra di loro.

Come dichiarerà egli stesso, in seguito, non seguiva nessun metodo pedagogico ma solo un suo “sentire”.
Gli accampamenti erano spartani, senza luce, con l’acqua da raccogliere dai torrenti vicini, insomma senza quei comfort della vita comune, ed i ragazzi erano liberi di girare pur se sorvegliati dagli studenti ma non in modo invasivo.

Le attività erano quindi di effettiva sopravvivenza: l’essenziale per nutrirsi e per condurre una vita pulita e dignitosa.
Le attività erano svolte dagli studenti senza chiedere la partecipazione ai ragazzi, e senza attuare nessun tipo d’intervento educativo: se i ragazzi non palavano, nessuno li induceva a farlo, e così per le altre attività.

Il ritmo essenziale e ripetitivo delle giornate, era scandito dagli eventi sensoriali: il rumore dello spaccare la legna, il rumore dello spazzare a terra, i profumi della preparazione del pane e del cibo, i colori della natura coi suoi alberi, animali e dello scorrere della giornata dal sorgere mattutino del sole al suo tramontare, il sapore e la consistenza degli oggetti che spesso i ragazzi portavano alla bocca, per capirli.

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(Le "vie di fuga" e i "fiori")

Liberi di girovagare, spesso si allontanavano per quelle che Deligny definì “vie di fuga”.
Torna qui la sua conoscenza dei comportamenti di fuga così come succedeva in precedenza coi ragazzi difficili, che fuggivano dagli istituti in cui venivano “rieducati” e che aveva fatto includere nel film di Truffaut con la fuga di Antoine.
Ma queste “vie di fuga” non erano semplici fughe: portavano spesso sempre a luoghi specifici e, durante il tragitto, a punti che si possono definire come intimi, in cui questi ragazzi, per qualche stimolo che ricevevano dal luogo stesso, mostravano un aumento delle stereotipie.
Janmari, ad esempio, arrivava ad un piccolo torrente che in un dato punto formava una piccola e turbolenta pozza. Forse il suono o forse il movimento dell’acqua,  inducevano il ragazzo ad una sosta ipnotica e, inginocchiato lì, le sue stereotipie aumentavano in una specie di danza che eseguiva con quell’acqua che scorreva.
Gli studenti, in maniera discreta, li seguivano per segnarne il percorso, differente per ogni ragazzo, e segnarne i punti di stereotipie aumentate che chiamavano “fiori”.

Ogni sera, quando tutto era tranquillo e i ragazzi dormivano (ma dire ragazzi è solo per semplificare il racconto, mentre dobbiamo intendere bambini e bambine, ragazzi e ragazze), era il momento in cui gli studenti (e le studentesse) raggiungevano Deligny nell’appartamento che aveva affittato a Graniers, e lì, tutti insieme, studiavano e discutevano queste mappe, queste “vie di fuga”.

Deligny aveva compreso che sia la ripetitività dei giorni sempre uguali, la mancanza cioè di bruschi cambiamenti, e sia la mancanza di azioni educative, stavano funzionando.
In questa libertà di movimento, di silenzio reciproco, tutto si focalizzava solo sulle azioni possibili: da un fuggire ad un osservare uno studente mentre eseguiva un lavoro, piano piano, mese dopo mese, fu l’osservare gli altri agire a interessare maggiormente i ragazzi che, sempre un po’ per volta, iniziarono così anche ad imitare l’agire degli studenti, diventando anche parte attiva nei lavori utili alla comunità.
Nel documentario, vedremo come una bambina imita lo studente che usa un martello per lavorare un pezzo di legno, e Janmari aiutare una studentessa nella preparazione del pane. Tutto sempre rigorosamente nel rispetto del mutismo dei ragazzi che, al più, emettevano solo suoni ma non parole.

Le “vie di fuga” non cessarono di esistere, ma i “fiori”, i luoghi delle stereotipie, diventavano meno evidenti, meno importanti, perché le stereotipie diminuirono.

L’esperimento di Deligny rimase per tantissimi anni attivo e lui vi si dedicò fino al sopraggiungere della sua morte, avvenuta nel 1996.

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(Deligny e Janmari)

Oltre al documentario, produsse dei libri il cui più importante è “Una zattera sui monti”, purtroppo ormai fuori catalogo, che narra proprio di questa esperienza coi ragazzi autistici, che però al tempo erano definiti come “psicotici”, come Janmari, che in precedenza era stato diagnosticato come irrecuperabile.

Dai suoi scritti:
“Janmari capitò qui per caso. I professori avevano deciso che era ineducabile, si batteva la testa contro i muri, non si scostava davanti alle macchine, non camminava ma correva tutto il giorno sulla punta dei piedi, era affascinato dall’acqua che scorre. Il 14 luglio 1967 abbiamo imbarcato Janmari. Si trattava di tramare un ambiente che gli consentisse di esistere… Sono passati undici anni, ora ne ha ventitré, anche se gliene daresti molti meno. Vive qui, calmo, felice a quel che sembra. A volte entra in casa, verifica se gli interruttori funzionano, squadra la stanza con uno sguardo senza vita, si scalda un caffè che lappa con evidente piacere. Sta ore in piedi con le mani incrociate dietro la schiena, vuoto, assente, si bilancia su una gamba e sull’altra, in un movimento interminabile. Ecco uno che è riuscito a evitare l’ospedale psichiatrico, che non sarà rinchiuso. Era irrecuperabile, invivibile. Allora lo abbiamo fatto deragliare, uscire dalle rotaie che lo condannavano a vivere tutta una vita confinato in un’istituzione. Un deragliatore, ecco quello che sono, è già qualcosa…”

Oggi è praticamente dimenticato dai dibattiti. Alcuni suoi collaboratori ancora proseguono la professione, ma è difficilissimo sentir parlare del valore sperimentale di quel suo metodo che definirei “dolce”, e che bisogna inquadrare in quell’epoca in cui proprio i metodi clinici attuati nelle istituzioni erano messi fortemente in discussione, periodo in cui il nostro Franco Basaglia iniziava a lottare per la chiusura dei manicomi, come avvenne con la legge 180, perché non bisogna dimenticare che gli autistici di grado più severo avevano davanti a sé anche qui da noi solo la via dell’Istituzionalizzazione, termine edulcorato che, nella realtà, significava rinchiuderli in manicomio, ovvero luoghi di “contenimento sociale” così come la legge 36 del 1904 li definiva.

Il link al documentario "Ce gamin, là"


 





AntaresValentaNemomariadimagdavera68
Post edited by riot on

Commenti

  • riotriot Moderatore
    Pubblicazioni: 6,256
    Un esempio di "istituzionalizzazione". Qui siamo nell'Ospedale psichiatrico di Deir el Qamar, Libano, 1982.
    Bambini con camicia di forza legati ad un termosifone. Ma se cercate foto degli ospedali prichiatrici, vedrete che le condizioni non erano migliori negli altri Paesi.



    Ospedale psichiatrico di Deir el Qamar Libano nel 1982 - José Nicolas Corbis via Getty Images
    (foto di José Nicolas Corbis via Getty Images)


  • mariadimagdamariadimagda Membro Pro
    modificato 3 January Pubblicazioni: 119
    E adesso come vengono trattati negli istituti i casi severi di autismo ? Forse non voglio sapere....
    Post edited by riot on
  • riotriot Moderatore
    Pubblicazioni: 6,256
    mariadimagda ha detto:

    E adesso come vengono trattati negli istituti i casi severi di autismo ? Forse non voglio sapere....

    per i più piccoli, se la propira famiglia può tenerli, stanno con loro, altrimenti rivolgendosi al tribunale dei minori vengono assegnati ad una casa-famiglia.
    nel primo caso però il problema più grande è il "dopo di noi", cioè quando i genitori diventano troppo anziani o muoiono. C'è una legge del 2016 che si chiama esattamente "Dopo di Noi" e che si estende a tutte le disabilità. A questo punto entrano in gioco associazioni e cooperative che si occupano della domiciliazione e cura delle persone disabili.
    Un altro strumento della legge attuale è il conferimento di un trust che garantisce all'erede le finanze e le proprietà lasciate dalla famiglia.


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