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  • Febbraio 22, 2019
  • By Marco Minniti

Vengo anch’io

Posted In: Recensioni

Di nuovo, la strada. Sembra esserci un legame particolare, una fascinazione quasi esoterica, che unisce le tematiche dell’ (su grande schermo) e il genere del road movie. Una dimensione, quella del cinema viaggiante, che da Rain Man in poi non ha più abbandonato il della . Solo nel 2018, e in Italia, ben tre hanno raccontato la Sindrome di utilizzando questo filone, pur con toni e implicazioni diversissimi: Quanto basta di Francesco Falaschi, il recente In viaggio con Adele di Alessandro Capitani, e questo Vengo anch’io, diretto (e interpretato) dal duo comico composto da Corrado Nuzzo e Maria Di Biase. Al di là dello stupore (positivo nonostante un racconto che è ancora, inevitabilmente, parziale) per il fatto che la neurodiversità inizi finalmente ad essere esplorata con cognizione di causa anche alle nostre latitudini, vale la pena soffermarsi a riflettere su come la dimensione del viaggio (e di quel che è tanto temuto, quanto spesso necessario per le persone nello spettro) venga sovente scelta come filtro per il racconto di vite Asperger. La strada come metafora di , ma anche come scoperta di un proprio, possibile, spazio di vita.

Su quella strada, il diciottenne Aldo (interpretato dall’ottimo Gabriele Dentoni) ci si mette in realtà con la speranza di rinsaldare un legame interrotto, quello con suo padre Alessandro, che lo abbandonò in tenera età (l’uomo è interpretato da Alessandro Haber, curiosamente presente anche nel film di Falaschi e in quello di Capitani). Con lui, l’assistente sociale Corrado, non meno problematico, licenziato dal centro in cui lavorava perché dipendente da psicofarmaci, e fermamente deciso a suicidarsi; e Maria, galeotta che ha appena scontato la sua pena e spera di riconciliarsi con sua figlia Lorenza. Tre loser, quindi, tre storie diverse con tre destinazioni diverse, venute a contatto in un momento cruciale e destinate a influenzarsi reciprocamente e in modo decisivo. Le storie che vivranno, durante il loro attraversamento dello stivale da Segrate al porto di Brindisi, comprenderanno conflitti e peripezie tragicomiche, improbabili locande di provincia, empori da rapinare (per finta, o forse no) e posti di blocco improvvisati, finendo per far collimare la destinazione finale. Una destinazione che li porterà a creare un nuovo e decisivo legame.

Non è l’autismo di Aldo, il tema centrale di Vengo anch’io, che piuttosto descrive le vite di tre personaggi donando a ognuno il giusto spazio, e mostra la composizione di un (nuovo) nucleo “familiare” secondo le regole rodate della commedia on the road. Nondimeno, la trattazione del personaggio del giovane Asperger è (per quanto caricaturizzata, com’è giusto in una commedia) consapevole e abbastanza rispettosa: il fatto che, in uno dei dialoghi, venga esplicitamente pronunciata la parola “neurotipico”, è già in questo indicativo. L’Aldo interpretato da Gabriele Dentoni è letterale, logorroico, divertente per la sua estrema sincerità e realmente in difficoltà (in alcuni dei passaggi più riusciti e credibili del film) quando si tratta di maneggiare le . Il suo è un catalogo di certo estremizzati, ma mai in modo tale da scadere nella macchietta: ed è anche apprezzabile il modo in cui il film irride allo stereotipo dell’Asperger necessariamente genio e , smontandolo, durante la divertente sequenza della partita a carte nella locanda.

Tra citazioni cinefile (The Blues Brothers nella scena in cui Maria esce dal carcere, ma soprattutto Amarcord, quando Dentoni rifà il verso a Ciccio Ingrassia nella sequenza dell’albero) e camei assortiti (Ambra Angolini, Vincenzo Salemme e Aldo Baglio, tra gli altri) Vengo anch’io segue esattamente i binari che ci si aspetta, restando attento a non sconfinare nel campo della comicità volgare e pecoreccia, pur evitando parimenti la melassa di un eccessivo sentimentalismo. In parte caricaturale, certo semplificato ma sincero nei suoi intenti, il film di Nuzzo e Di Biase si regge sul sicuro e solido affiatamento tra i due comici, a cui si aggiungono in modo efficace Dentoni e la Cristel Caccetta che dà il volto alla figlia della protagonista; il messaggio che se ne ricava è quello di una celebrazione della , certo, ma di una famiglia sui generis e poco convenzionale. Tanto apparentemente mal assortita da risultare, nella sua simpatia, assolutamente credibile.

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