Neuroqueer: Il sequestro ideologico della neurodiversità

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Una critica dal punto di vista biopsicosociale

di David Vagni, Francesca Mela, Marco Cadavero

Il libro “Neuroqueer” di Nick Walker affascina perché offre un messaggio emotivamente potente: “Non sei rotto, sei oppresso”. L’autismo viene riletto non come condizione neurobiologica, ma come identità politica da “performare” come atto di resistenza contro le norme sociali.

Tuttavia, questa visione nasconde un’insidia intellettuale pericolosa: il sequestro ideologico della neurodiversità. Walker propone un costruttivismo sociale radicale che, di fatto, cancella la biologia. Se l’autismo è solo una “performance” sovversiva e la sofferenza deriva esclusivamente dallo stigma sociale, che ne è del dolore sensoriale fisico, delle disfunzioni esecutive o delle disabilità gravi che richiedono assistenza continua?

Questa narrazione privilegia chi ha le risorse cognitive per trasformare la propria condizione in una battaglia identitaria, ma silenzia ed esclude chi vive difficoltà funzionali profonde, delegittimando la ricerca scientifica e il bisogno di cure mediche come forme di oppressione.

La vera neurodiversità non deve negare la realtà per affermare i diritti. Sosteniamo invece un approccio biopsicosociale: l’autismo è una realtà biologica (neurosviluppo), un’esperienza psicologica (identità) e una condizione sociale (contesto). Riconoscere le basi biologiche non significa patologizzare, ma validare i bisogni reali di supporto. La vera liberazione non sta nel negare i propri limiti, ma nel costruire una società che integri scienza, diritti e assistenza concreta per tutte le persone nello spettro, non solo per quelle che possono “performarlo”.

The word "NEURODIVERSITY" in bold letters, with half the letters rendered in organic, biological texture (neurons, DNA), the other half being spray-painted over with dripping ideological graffiti symbols. A small figure tries to protect the original letters. Street art meets scientific diagram. High contrast, urban texture, limited palette. Aspect ratio 1.91:1.

Il libro sta circolando molto nella comunità autistica online, soprattutto tra giovani adulti: “Neuroqueer” (in originale “Neuroqueer Heresies”) è scritto da Nick Walker, un accademico statunitense autistico. Il libro parla alle persone autistiche: la tua differenza non è un problema medico, è resistenza politica. Smetti di nasconderti e “performa” liberamente la tua neurodivergenza.
Per molte persone che hanno sofferto anni di incomprensione, stigma e masking forzato, questo messaggio è una rivelazione. È emotivamente liberatorio. Ed è comprensibile che lo sia.
Il problema è che un’idea può essere emotivamente potente e intellettualmente sbagliata allo stesso tempo. E quando si tratta di autismo – una condizione che riguarda milioni di persone con esperienze, bisogni e livelli di funzionamento molto diversi tra loro – gli errori teorici hanno conseguenze reali.
Questo articolo analizza un’operazione intellettuale specifica: l’appropriazione del termine “neurodiversità” da parte del costruttivismo sociale radicale, una corrente filosofica che nega le basi biologiche dell’autismo, riduce tutta la sofferenza a oppressione sociale, e presenta come “liberazione” quello che è solo un nuovo conformismo con segno invertito.
Noi sosteniamo invece un approccio ecologico e biopsicosociale alla neurodiversità: uno che riconosce le basi biologiche dell’autismo, rispetta l’esperienza vissuta delle persone autistiche, valorizza la ricerca scientifica, e lavora per cambiamenti sociali concreti. Uno che tiene insieme scienza, diritti e supporto. Tutte e tre le cose insieme.

Noi sosteniamo che la neurodiversità è una realtà biologica da comprendere, un’esperienza psicologica da rispettare, e una condizione sociale da accomodare

Chi è Nick Walker e cosa sostiene

Nick Walker è un accademico statunitense, autistico, che insegna psicologia somatica alla California Institute of Integral Studies. Nel 2021 ha pubblicato “Neuroqueer Heresies” (tradotto in italiano semplicemente come “Neuroqueer”), un libro che ha avuto grande successo soprattutto tra giovani adulti autistici e nella comunità online della neurodiversità.

Walker parte da un’osservazione condivisibile: le persone autistiche vengono spesso trattate come “rotte” da aggiustare, costrette a mascherare i propri tratti per adattarsi alle aspettative sociali. Questo masking, documentato dalla ricerca, causa burnout, depressione e sofferenza reale. Fin qui, niente di controverso.

Ma Walker va oltre. La sua teoria centrale si articola in questi punti:

Il “neuroqueering”
  • L’autismo non è (solo) una condizione neurologica, ma un’identità che si può “performare”
  • “Performare” significa: mettere in atto attivamente, come atto politico di resistenza
  • Proprio come la teoria queer sostiene che il genere si performa attraverso atti ripetuti, Walker dice che la neurodivergenza si può “queerare” – rendere sovversiva – attraverso pratiche intenzionali
  • Nelle sue parole: “Nuovi modi di muoversi e usare il corpo creano nuovi percorsi neurali e rendono possibili nuove manifestazioni di coscienza”
La sofferenza come prodotto sociale
  • Tutta (o quasi tutta) la sofferenza autistica deriva da fattori sociali
  • Stigma, mancanza di accomodamenti, oppressione della società neurotipica
  • Se l’ambiente fosse giusto, l’autismo sarebbe solo differenza, non difficoltà
La liberazione dalla biologia
  • “Nessunǝ è biologicamente condannatǝ a una vita normale”
  • Possiamo liberarci dalle categorie diagnostiche e dalle aspettative neurotipiche
  • Basta “performare” consapevolmente la nostra neurodivergenza

Perché queste idee hanno avuto tanto successo? Perché sono emotivamente potenti. Dire a qualcuno che ha sofferto per anni “Non sei tu il problema, è la società” è incredibilmente liberatorio. Dire “La tua differenza è resistenza politica” trasforma lo stigma in orgoglio. Per molte persone, soprattutto quelle diagnosticate da adulte dopo anni di incomprensione, questo messaggio è una rivelazione.

Il problema è che un’idea può essere emotivamente potente e allo stesso tempo intellettualmente sbagliata. E le conseguenze di questo errore non sono astratte: ricadono su persone reali, con bisogni reali.

Due significati diversi di “neurodiversità”

Prima di entrare nel merito del testo di Nick Walker, è necessario chiarire una distinzione fondamentale che Neuroqueer Heresies (tradotto in italiano semplicemente come Neuroqueer) sistematicamente oscura: quella tra la neurodiversità come fatto biologico descrittivo e la “neurodiversità” come reinterpretazione ideologica promossa dalla corrente post-strutturalista dei disability studies.

La neurodiversità originale (Singer, Grandin, e la comunità scientifica)

Judy Singer, che ha coniato il termine nel 1998, intendeva qualcosa di molto specifico:

  • La variazione neurologica esiste naturalmente nella popolazione umana (è un fatto biologico, come la biodiversità)
  • Alcune di queste differenze vengono patologizzate in modo eccessivo o inappropriato
  • Le persone neurodivergenti meritano rispetto, accomodamenti e autodeterminazione
  • Questo è compatibile con il riconoscimento delle basi biologiche
  • È compatibile con la ricerca neuroscientifica
  • È compatibile con i bisogni di supporto quando servono

Questo approccio si chiama “biopsicosociale”: tiene insieme biologia (il cervello funziona davvero in modo diverso), psicologia (conta come vivi questa differenza) e società (l’ambiente fa la differenza). Tutti e tre i livelli contano, nessuno esclude gli altri.

La “neurodiversità” secondo Walker

Walker prende lo stesso termine ma ci mette dentro qualcosa di completamente diverso:

  • La neurodiversità non è un fatto biologico, ma una costruzione sociale
  • Le categorie diagnostiche sono strumenti di potere, non descrizioni di realtà
  • La sofferenza deriva quasi totalmente da fattori sociali
  • Il corpo e la mente neurodivergenti si possono “performare” come atto politico
  • La scienza medica è un sistema di oppressione, non un metodo di conoscenza

Questa è teoria critica post-strutturalista importata dai disability studies nella loro versione più radicalmente costruttivista. Non è neuroscienza. Non è psicologia. È filosofia politica applicata all’autismo.

Perché questa confusione è un problema

Quando Walker usa la parola “neurodiversità”, sembra parlare della stessa cosa di cui parlano Singer, Grandin, i ricercatori, gli attivisti storici. Ma non è così. Sta facendo un’operazione di sostituzione: prende un termine legittimo e riconosciuto, lo svuota del contenuto originale (biologico e scientifico), e ci mette dentro un’ideologia politica specifica.

Il risultato? Una persona che legge Walker pensando di informarsi sulla neurodiversità in realtà sta assorbendo una teoria filosofica molto particolare, che molti fautori della neurodiversità originale non condividono affatto.

Questa confusione terminologica non è accidentale. È strategicamente utile: permette a Walker di presentarsi come parte di un movimento ampio e legittimo mentre avanza posizioni che molti fautori di quel movimento non condividono affatto.

La neurodiversità non è un’ideologia da abbracciare: è una realtà biologica da comprendere, un’esperienza psicologica da rispettare, e una condizione sociale da accomodare.


Quando la liberazione ideologica dimentica la realtà biologica, chi ne paga il prezzo?

Un’analisi critica del libro di Nick Walker.

Ideologia “Neuroqueer”
  • L’autismo è una “performance” politica.
  • La sofferenza deriva solo dalla società.
  • Nega l’importanza delle basi biologiche e mediche.
  • Esclude chi non vuole o non può performare
  • La diagnosi è vista come oppressione.
Modello Biopsicosociale
  • L’autismo è una realtà neurobiologica.
  • La sofferenza è reale e multifattoriale.
  • Integra scienza, psicologia e sociale.
  • Include tutto lo spettro.
  • La diagnosi è uno strumento di supporto.

⚠️ L’Errore della “Performance”

“Nessunǝ è biologicamente condannatǝ a una vita normale.”

Walker sostiene che possiamo “scegliere” di performare la neurodivergenza.

MA LA REALTÀ È DIVERSA:

I problemi sensoriali, le crisi epilettiche e le difficoltà esecutive non sono scelte politiche. Sono realtà fisiche involontarie. Performarle significa prendere in giro chi non può farne a meno.

Chi viene lasciato indietro dal costruttivismo radicale?

🔇 Persone non verbali
🧩 Disabilità intellettiva
🏥 Chi ha bisogno di cure
🆘 Chi necessita di assistenza

La vera Neurodiversità: Il Modello Biopsicosociale

Non dobbiamo scegliere tra diritti e scienza. Dobbiamo integrare:

BIOLOGICO
Genetica, neurologia, neurosviluppo reale.
PSICOLOGICO
Identità, vissuto personale, emozioni.
SOCIALE
Ambiente, lotta allo stigma, inclusione.

Approfondimento critico

1. Il vuoto epistemologico

Neuroqueer Heresies non è un testo scientifico, né pretende di esserlo; eppure formula asserzioni fattuali sulla natura della cognizione umana, sulla validità dei costrutti diagnostici e sull’eziologia della sofferenza psicologica. Lo fa senza citare un singolo studio empirico, senza confrontarsi con decenni di ricerca neuroscientifica, genetica e psicologica.

Questo non è un dettaglio stilistico. È un problema strutturale che colloca il lavoro di Walker nella categoria della speculazione ideologica, non della teoria fondata. Quando si afferma che l’autismo non è un disturbo ma una “forma naturale di variazione neurologica”, si sta facendo un’affermazione che contiene una parte di verità, ma che richiede distinzioni cruciali. Per alcune persone autistiche, questa descrizione coglie qualcosa di reale della loro esperienza; per altre, con compromissioni funzionali significative o sofferenza intrinseca, è riduttiva o fuorviante. Il problema non è l’affermazione in sé, ma il modo in cui Walker la presenta: come verità universale, senza sfumature, senza riconoscere l’eterogeneità dello spettro, e soprattutto senza alcun ancoraggio alla letteratura empirica. Non è una posizione scientifica argomentata: è una posizione ideologica proclamata.

Il risultato è un edificio teorico costruito su fondamenta di sabbia: suggestivo, emotivamente risonante per un certo pubblico, ma intellettualmente fragile al primo contatto con la realtà clinica e scientifica.

Un confronto con lavori come quello di Happé, Ronald e Plomin (2006) sulla “fractionable triad”, che dimostra come l’autismo non sia un’entità monolitica ma un insieme di tratti con basi genetiche parzialmente indipendenti, o la ricerca longitudinale sugli interventi, o gli studi di neuroimaging sulla connettività corticale, avrebbe potuto ancorare il discorso alla realtà. Walker sceglie di ignorare questa letteratura perché integrarla richiederebbe ammettere complessità che il suo framework non può contenere.


2. L’influenza della corrente post-strutturalista dei disability studies

Per capire Walker bisogna capire da dove viene intellettualmente. Non dalla ricerca sull’autismo, non dalla psicologia, non dalle neuroscienze, ma dalla corrente post-strutturalista dei disability studies, quella più influenzata dalla teoria critica e dal costruzionismo sociale radicale.

C’è una mossa retorica che merita attenzione fin da subito. Walker non parla di “modello medico” della disabilità, come fa la letteratura accademica. Parla di “paradigma della patologia”. La scelta terminologica non è innocente: “medico” è descrittivo e relativamente neutro, “patologia” è già una condanna. Rinominando il bersaglio, Walker aumenta artificialmente il contrasto con la propria posizione. Chi vorrebbe difendere la “patologia”? È più facile demolire un nemico che hai già delegittimato nel nome. Questo è un esempio del linguaggio strategicamente caricato che pervade il testo: non si argomenta contro il modello medico mostrandone i limiti reali, lo si scredita ribattezzandolo.

Questa tradizione, con radici nei lavori di autori come Lennard Davis, Shelley Tremain, e nella rilettura foucaultiana della disabilità, sostiene posizioni come:

  • La disabilità è interamente un prodotto di costruzioni sociali e barriere ambientali
  • Le categorie diagnostiche sono strumenti di controllo biopolitico, non descrizioni di realtà
  • Il corpo e la mente “impaired” sono essi stessi costrutti discorsivi
  • La scienza medica è un sistema di potere, non un metodo di conoscenza

Applicato alla disabilità fisica, questo framework ha prodotto contributi utili, evidenziando come l’ambiente costruito disabiliti le persone con mobilità ridotta. Ma anche lì presenta limiti evidenti: una persona paraplegica non cammina non solo perché mancano le rampe, ma perché il suo midollo spinale è lesionato.

Applicato alla neurodiversità, il framework diventa ancora più problematico, perché le condizioni neurologiche sono più facilmente “invisibilizzabili” nel loro substrato biologico. Walker può permettersi di ignorare la neurobiologia dell’autismo in modi che sarebbero ridicoli se parlasse, ad esempio, di paralisi cerebrale.

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3. “Neuroqueering”: il concetto che rivela tutto

Il cuore problematico del libro emerge nel concetto di neuroqueering come verbo, ovvero l’idea che si possa attivamente “performare” la neurodivergenza come atto di sovversione delle norme neurotipiche.

Walker scrive: “Siamo psiche incarnata, mente-corpo. Nuovi modi di muoversi e usare il corpo creano nuovi percorsi neurali e rendono possibili nuove manifestazioni di coscienza“. E ancora: “Nessunǝ è biologicamente condannatǝ a una vita normale“. La metafora centrale è quella dell’armadio, presa in prestito dalla teoria queer: “Le forme possibili della pratica neuroqueer e i suoi orizzonti sono infiniti: dopotutto, lo spazio fuori da un armadio è sempre infinitamente più vasto dello spazio al suo interno“.

Queste affermazioni contengono nuclei di verità che Walker distorce fino a renderli irriconoscibili. Lo fa attraverso un linguaggio evocativo e volutamente suggestivo, tipico della tradizione post-strutturalista da cui proviene: formulazioni ad effetto che privilegiano la risonanza emotiva e politica sulla precisione concettuale, e che servono a mascherare le lacune nell’argomentazione. Dove manca il rigore, sopperisce la retorica.

È vero che la neuroplasticità esiste e che nessuno è “condannato” a una vita predeterminata: il cervello si modifica in risposta alle esperienze, le traiettorie di sviluppo sono influenzate da molteplici fattori, gli esiti non sono scritti nei geni. Ma la neuroplasticità opera entro vincoli biologici, non li abolisce. Un cervello autistico può sviluppare strategie compensatorie, può apprendere nuove abilità, può modificare alcuni pattern di risposta, ma non diventa un cervello neurotipico, né viceversa. Walker, il cui lavoro accademico si colloca nell’ambito degli studi psichedelici e delle pratiche somatiche trasformative, sembra proiettare sulla neurodiversità una visione della coscienza come radicalmente malleabile, plasmabile attraverso pratiche intenzionali. È una visione coerente con quel campo di studi, ma che non si applica alla struttura neurologica di base. La formulazione “biologicamente condannatǝ a una vita normale” rivela il problema: Walker concepisce la biologia come prigione da cui evadere, non come substrato materiale con cui costruire. La liberazione autentica non consiste nel negare i propri vincoli biologici, ma nel costruire una vita significativa che li riconosca.

È vero che il camouflaging e il masking esistono e sono problematici: molte persone autistiche imparano a mascherare i propri tratti per adattarsi alle aspettative sociali, e questo è documentato come fattore di rischio per burnout, depressione e ideazione suicidaria (Cassidy et al., 2018; Lai et al., 2019). Walker critica giustamente il masking come adattamento forzato alle norme neurotipiche. Ma la sua soluzione è peggiore del problema che identifica. Il “neuroqueering” non libera dal masking: lo sostituisce con un’altra maschera. Chi abbandona la maschera neurotipica viene implicitamente invitato a indossare la maschera dell’autistico prototipico secondo l’ortodossia di Walker: politicamente allineato con la teoria critica, che vive la propria condizione come identità politica, che “resiste” al sistema neuronormativo. Chi non si conforma a questo modello, chi vive il proprio autismo in modi diversi, chi cerca supporto clinico o chi semplicemente vuole affrontare le proprie difficoltà senza farne una battaglia ideologica, viene escluso o accusato di mentalità colonizzata. Non è liberazione: è un cambio di copione.

Non siamo né cervelli da correggere né identità da performare. Siamo persone, con una neurologia, una storia e dei bisogni.

Questo è il punto in cui l’impianto teorico collassa sotto il peso delle proprie contraddizioni.

L’autismo non si performa. Suggerire il contrario non è solo un errore teorico: è un insulto all’intera comunità autistica, in particolare a chi vive quotidianamente con difficoltà che non ha scelto e che non può “smettere di performare”. La disregolazione sensoriale che porta una persona a non tollerare certi tessuti, suoni, luci non è un atto politico: è un’esperienza neurologica involontaria. I meltdown non sono performance art. Le difficoltà di funzione esecutiva che impediscono a qualcuno di organizzare la propria giornata non sono resistenza al capitalismo: sono limitazioni funzionali concrete che richiedono supporto concreto.

L’applicazione della teoria della performatività butleriana al neurologico tradisce una confusione categoriale fondamentale. Indipendentemente da cosa si pensi della teoria di Butler applicata al genere (dove il dibattito è aperto e legittimo), il problema è l’estensione indebita a un dominio completamente diverso. I ruoli di genere, le aspettative sociali, le norme comportamentali associate al maschile e femminile sono costrutti che variano tra culture e epoche storiche. Le differenze nella connettività corticale, nell’elaborazione sensoriale, nel funzionamento dei circuiti neurali no: sono misurabili, replicabili, influenzabili dalle esperienze di vita ma presenti prima di qualsiasi socializzazione.

Walker prende strumenti teorici sviluppati per analizzare fenomeni socio-culturali e li applica a fenomeni con substrati biologici documentati, come se il passaggio fosse ovvio. Non lo è. È un salto logico che richiede giustificazione, e Walker non la fornisce.


4. Il costruzionismo sociale come negazione della realtà

Sottostante all’intero progetto di Walker c’è un costruzionismo sociale radicale che, applicato alla neurodiversità, produce conseguenze assurde. Come ha argomentato Ian Hacking (1999), esiste una differenza cruciale tra affermare che le classificazioni sono costrutti sociali (cosa spesso vera e utile) e affermare che i fenomeni classificati siano essi stessi costrutti sociali (cosa spesso falsa e fuorviante). Walker confonde sistematicamente questi due piani.

Se l’autismo è primariamente un costrutto sociale imposto da strutture di potere normalizzanti, allora:

  • Le differenze nella connettività corticale documentate dal neuroimaging sono irrilevanti o inesistenti
  • La componente genetica (ereditabilità stimata ~80% negli studi sui gemelli; Tick et al., 2016) è un’illusione ideologica
  • Le traiettorie evolutive atipiche osservabili fin dai primi mesi di vita sono artefatti dell’osservazione medicalizzante
  • Le difficoltà che precedono qualsiasi diagnosi o etichettatura sociale sono… cosa, esattamente?

Walker non affronta queste implicazioni perché affrontarle significherebbe ammettere che il suo framework non regge il confronto con la realtà empirica. Il trucco retorico consiste nel non menzionare mai i dati scomodi, nel costruire un discorso che esiste in un universo parallelo dove le neuroscienze non esistono.

È istruttivo notare che il costruzionismo radicale applicato alla cognizione non viene applicato ad altri domini medici. Nessuno sostiene seriamente che il diabete sia una “forma naturale di variazione metabolica” la cui sofferenza deriva solo dallo stigma sociale. Nessuno propone di “performare” l’epilessia come atto di resistenza. L’autismo riceve questo trattamento perché i suoi effetti si manifestano in domini che culturalmente consideriamo più “mentali”, ma questa è una fallacia dualista, non una verità scientifica.


5. La sofferenza come falsa coscienza

Uno degli aspetti più insidiosi del framework neuroqueer è il trattamento della sofferenza. Walker, seguendo una linea comune nella corrente costruttivista dei disability studies, attribuisce il disagio quasi esclusivamente a fattori sociali: stigma, mancanza di accomodamenti, oppressione neuronormativa.

Questo è parzialmente vero e parzialmente una distorsione pericolosa.

È vero che il minority stress contribuisce significativamente alla sofferenza delle persone neurodivergenti. La ricerca di Lai et al. (2019) e Cassidy et al. (2018) documenta il ruolo della discordanza persona-ambiente e dello stigma. È vero che ambienti più accomodanti riducono il disagio. Nessuno contesta questo.

Ma è falso che tutta la sofferenza sia riducibile a fattori sociali. L’ansia interocezione-correlata, la disregolazione emotiva, le difficoltà di elaborazione sensoriale, le difficoltà nelle funzioni esecutive, l’alessitimia, i problemi di sonno, le comorbidità gastrointestinali: questi non sono prodotti dello stigma. Sono peggiorati dallo stress, ma non sono causati da esso. Esistono indipendentemente dal contesto sociale e richiedono interventi che vanno oltre l’attivismo.

Il framework di Walker, portato alle sue conseguenze logiche, implica che chi soffre nonostante un ambiente supportivo stia soffrendo di falsa coscienza, non ha ancora capito che la sua sofferenza è socialmente costruita. Questa è una forma di gaslighting teorizzato, che delegittima l’esperienza vissuta in nome di una purezza ideologica.

C’è un detto nella comunità autistica: “Se hai conosciuto una persona autistica, hai conosciuto una persona autistica“. La teoria di Walker sulla neurodiversità ignora sistematicamente questa verità fondamentale. Non tiene conto dell’esperienza e della storia di vita della molteplicità di persone neurodivergenti: le loro traiettorie diverse, i loro bisogni diversi, i loro modi diversi di vivere e dare senso alla propria condizione. Nel suo tentativo di antagonismo verso il sistema, Walker promette liberazione, ma lo spazio che crea “oltre l’armadio” è paradossalmente più angusto della gabbia da cui vorrebbe liberare: uno spazio dove è permesso essere autistici solo in un modo specifico, quello conforme alla sua visione.

C’è un’ironia profonda in tutto questo. Walker opera in un ambiente teorico ossessionato dai privilegi e dalle posizioni di potere. Eppure questa attenzione non gli consente di vedere che sta parlando dalla posizione di un autistico privilegiato: maschio, bianco, americano, colto, con un dottorato, con una cattedra universitaria, capace di articolare teorie complesse, con una piattaforma da cui farsi ascoltare (mentre attacca Judy Singer, donna australiana). Da questa posizione, prescrive agli altri autistici come dovrebbero vivere la propria condizione, cosa dovrebbero rifiutare, come dovrebbero resistere. È la stessa dinamica di potere che critica negli altri, riprodotta con segno invertito.

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6. Il tradimento di Singer e l’appropriazione del termine

Judy Singer, che ha coniato il termine “neurodiversità” nel 1998, ha espresso disagio profondo per come il concetto è stato appropriato. Nel suo libro del 2017, all’interno del suo blog e nei suoi interventi pubblici successivi, Singer ha criticato esplicitamente la deriva identitaria e costruttivista del movimento che lei stessa ha contribuito a fondare.

Singer intendeva la neurodiversità come concetto ecologico e biologico, l’idea che la diversità cognitiva sia una risorsa per la specie umana, analogamente alla biodiversità. Non intendeva negare le basi neurologiche, eliminare la ricerca, delegittimare i supporti, o trasformare condizioni cliniche in pure identità performative.

Walker rappresenta esattamente la deriva che Singer critica. Il fatto che Singer, autistica, fondatrice del concetto, attivista di lunga data, venga ora marginalizzata dal movimento che ha creato, mentre Walker viene celebrato, rivela la dinamica ideologica in atto: non conta cosa dici, conta se sei allineato con l’ortodossia corrente.

Vale la pena notare che non si tratta di una critica retrospettiva. In Italia, l’Associazione Spazio Asperger ONLUS, promuove dal 2010 un approccio alla neurodiversità esplicitamente biopsicosociale, come dichiarato nel proprio manifesto fondativo. Questa posizione, che integra il riconoscimento delle basi biologiche con l’attenzione ai fattori psicologici e sociali, e che sostiene i diritti e l’autodeterminazione delle persone neurodivergenti senza negare i bisogni di supporto, rappresenta una tradizione di attivismo scientificamente fondato che precede e contrasta la deriva costruttivista. L’esistenza di organizzazioni e attivisti che mantengono questa linea dimostra che la scelta non è tra paradigma patologico e costruttivismo radicale: esiste una terza via, più rigorosa e più rispettosa della complessità reale dell’esperienza neurodivergente.

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7. Chi parla per chi: il problema della rappresentatività

Walker è una persona autistica che scrive sull’autismo. Questo gli conferisce una prospettiva interna. Ma non lo rende rappresentativo dell’intera popolazione autistica, che è esattamente la pretesa implicita del suo discorso.

L’autismo è una condizione profondamente eterogenea. Va da persone con QI elevato, carriere accademiche e capacità di produrre teoria sofisticata, a persone con disabilità intellettiva severa, comunicazione minima e bisogno di supporto intensivo. Queste ultime non scrivono libri. Non tengono conferenze. Non dominano i discorsi online.

Il framework neuroqueer funziona per un sottogruppo specifico: persone autistiche con elevate competenze linguistiche, spesso diagnosticate tardivamente, con capacità metacognitive sviluppate e orientamento politico allineato con la teoria critica. Per loro, “neuroqueering” può essere un’esperienza soggettivamente liberatoria.

Ma questo sottogruppo non è l’autismo. E costruire teoria universalizzante a partire da un’esperienza particolare è un errore metodologico basilare, lo stesso errore, ironicamente, che Walker imputa alla ricerca tradizionale fatta da neurotipici.

Come ha osservato Ginny Russell (2020), esiste una tensione irrisolta tra l’autismo come condizione dimensionale altamente eterogenea e la tendenza del movimento identitario a presentare narrative relativamente uniformi. Le persone autistiche con alto bisogno di supporto, con disabilità intellettiva, o che descrivono la propria condizione in termini di difficoltà vengono sistematicamente escluse o implicitamente accusate di mentalità colonizzata. Ma non sono le uniche. Sono escluse anche le persone autistiche non interessate alla politica identitaria, che vogliono semplicemente affrontare le proprie difficoltà quotidiane; quelle che avrebbero bisogno di cure nel senso originario del termine, qualcuno che si prenda cura di loro; quelle con una mentalità scientifica e pragmatica, poco inclini alle battaglie ideologiche. In sostanza, sono escluse le tante persone autistiche che hanno fatto e stanno facendo percorsi di vita differenti da quello previsto dalla narrativa neuroqueer.

La retorica di Walker, però, non si appropria solo del termine “neurodiversità”: colonizza l’intero discorso sull’autismo. Il risultato è la marginalizzazione sistematica delle persone autistiche con disabilità intellettiva e/o non verbali, e delle loro famiglie. Queste persone esistono, hanno bisogni concreti e urgenti, e non possono parlare per sé stesse nei termini richiesti dal framework neuroqueer. Quando i genitori o i caregiver tentano di dare voce a questi bisogni, vengono accusati di parlare “sopra” le persone autistiche, di perpetuare narrative patologizzanti, di non rispettare l’autonomia. Ma quale autonomia ha una persona che non può comunicare i propri bisogni, che necessita assistenza continua, che senza supporto non sopravvivrebbe? Il framework di Walker non ha spazio per queste realtà, quindi le cancella dal discorso. Il silenzio su queste esistenze non è un’omissione: è una scelta teorica con conseguenze concrete.


8. Le conseguenze pratiche: chi paga il prezzo

Le idee hanno conseguenze. Il framework neuroqueer, diffondendosi, produce effetti concreti.

Legittimazione dell’autodiagnosi come equivalente alla valutazione clinica. Se l’autismo è un’identità da performare piuttosto che una condizione da valutare, chiunque può “identificarsi come” autistico. Questo diluisce le risorse diagnostiche già scarse e confonde il quadro epidemiologico. Le cliniche specializzate riportano lunghe liste d’attesa intasate da persone che hanno “deciso” di essere autistiche sulla base di contenuti social, mentre chi ha bisogni clinici urgenti aspetta.

Nuove gerarchie interne alla comunità. Chi abbraccia l’identità neuroqueer con entusiasmo diventa “autistico autentico”; chi cerca supporto medico, chi beneficia di farmaci, chi utilizza il linguaggio del deficit per descrivere la propria esperienza viene implicitamente patologizzato. La pressione sociale verso una narrativa insieme trionfale e vittimista silenzia chi sta male. C’è una dinamica psicologica preoccupante in questo meccanismo: una ferita narcisistica, fatta di esperienze reali di esclusione e incomprensione, che invece di essere elaborata viene esaltata e alimentata dall’eco-chamber ideologica. Il risultato non è guarigione ma cristallizzazione del risentimento.

Alienazione di potenziali alleati. Clinici e ricercatori che potrebbero essere aperti a integrare prospettive neurodivergenti vengono respinti da un framework che tratta la loro disciplina come intrinsecamente oppressiva. Il risultato è polarizzazione, non progresso.

Copertura per tagli ai servizi. Se l’autismo non è una disabilità ma solo “differenza”, perché finanziare supporti costosi? L’ironia è che il framework apparentemente radicale di Walker può essere cooptato da agende neoliberiste di austerità.


9. Il framework biopsicosociale come alternativa reale

L’approccio biopsicosociale, sostenuto da molti ricercatori e attivisti autistici, non è un compromesso timido tra paradigma medico e paradigma sociale. È un framework teoricamente più sofisticato di entrambi.

Livello biologico: L’autismo ha basi genetiche e neurologiche documentate. Le differenze nella connettività cerebrale, nell’elaborazione sensoriale, nel funzionamento dei sistemi neurotrasmettitoriali sono reali e misurabili. Questo non è riduzionismo, è riconoscimento della materialità dell’esperienza.

Livello psicologico: L’esperienza soggettiva dell’autismo è mediata da processi cognitivi, emotivi, identitari che non sono riducibili alla neurobiologia. Il modo in cui una persona interpreta e integra la propria neurodivergenza fa differenza. Qui c’è spazio per l’agentività, per le narrative personali, per la costruzione di significato.

Livello sociale: Il contesto ambientale, culturale, relazionale modula profondamente l’espressione e l’impatto della condizione. Stigma, barriere, mancanza di accomodamenti producono sofferenza evitabile. L’attivismo per cambiamenti sociali è legittimo e necessario.

È importante chiarire una distinzione spesso trascurata. Il “sociale” nel modello sociale della disabilità promosso dalla corrente post-strutturalista è un sociale politico e collettivo: strutture di potere, discorsi dominanti, sistemi di oppressione da smantellare attraverso l’azione politica. Il “sociale” nel modello biopsicosociale è qualcosa di diverso: è il contesto ecologico in cui la persona vive, analizzabile attraverso il modello di Bronfenbrenner (1979). Include il microsistema (famiglia, scuola, lavoro, relazioni dirette), il mesosistema (interazioni tra microsistemi), l’esosistema (contesti che influenzano indirettamente: servizi sanitari, politiche locali, comunità), e il macrosistema (cultura, valori, leggi). Questo sociale non è solo da combattere: è da comprendere, navigare, e quando possibile modificare a favore della persona. È un sociale che può essere ostile ma anche supportivo, che include barriere ma anche risorse. La differenza non è solo terminologica: determina se l’unica risposta possibile è l’antagonismo politico o se esistono anche interventi individuali, familiari, comunitari che possono migliorare concretamente la vita delle persone.

La forza di questo framework è che tiene insieme tutti e tre i livelli senza ridurre gli uni agli altri. Walker collassa tutto nel sociale, commettendo un errore speculare a quello del riduzionismo biologico che pretende di criticare.

Il paradigma biopsicosociale non è un compromesso tra medicina e attivismo. È l’unico framework abbastanza ampio da contenere la complessità di chi siamo.


10. Cosa si perde con il costruttivismo radicale

Quando la neurodiversità viene sequestrata dal costruttivismo sociale, si perdono cose concrete.

Si perde la ricerca. Se l’autismo è un costrutto sociale imposto dal potere medico, perché studiarne le basi biologiche? Questa posizione delegittima decenni di ricerca che hanno prodotto comprensione reale, comprensione che può tradursi in supporti migliori, interventi più mirati, identificazione più precoce.

Si perdono i supporti materiali. Se la sofferenza è solo oppressione sociale, la risposta appropriata è solo attivismo politico. Ma le persone autistiche che beneficiano di supporto farmacologico per l’ansia, di interventi per la regolazione sensoriale, di strutturazione ambientale, di terapia occupazionale: queste persone hanno bisogni che non si risolvono con la teoria critica.

Riconoscere le basi biologiche dell’autismo non significa patologizzare. Negare i bisogni di supporto in nome dell’identità, invece, significa abbandonare.

Si perde l’eterogeneità. Il framework costruttivista, paradossalmente, omogeneizza l’esperienza autistica. Tutti diventano guerrieri identitari che resistono all’oppressione neurotipica. Ma le persone con alto bisogno di supporto, quelle che descrivono la propria condizione come disabilità: queste persone scompaiono dalla narrativa.

Si perde il dialogo. Clinici e ricercatori che potrebbero essere alleati vengono trattati come agenti dell’oppressione. L’approccio biopsicosociale permette collaborazione; il costruttivismo radicale permette solo antagonismo.


11. Il danno specifico di Walker

Nel panorama della corrente costruttivista dei disability studies, Walker fa un danno particolare per alcune ragioni.

La patina di legittimità interna. Walker è autistico, quindi il suo discorso viene percepito come “voce autentica”. Questo lo isola dalle critiche che verrebbero rivolte a un teorico non autistico che dicesse le stesse cose. Ma essere autistico non rende automaticamente le proprie teorie sull’autismo corrette: altrimenti dovremmo dare uguale peso a Temple Grandin e a Walker, che dicono cose incompatibili.

L’accessibilità del testo. Walker scrive bene, in modo chiaro e appassionato. Neuroqueer Heresies è più leggibile di molta teoria accademica. Questo lo rende più influente presso un pubblico non specialistico, che è anche meno equipaggiato per identificarne i problemi.

Il marchio “neuroqueer”. L’ibridazione con la teoria queer dà al framework un’aura di radicalità progressista che lo rende attraente per un certo pubblico. Criticare Walker diventa facilmente assimilabile a posizioni conservatrici, il che scoraggia la critica interna.

Il tempismo. Walker emerge in un momento di espansione massiva dell’interesse per l’autismo, specialmente online, specialmente tra giovani adulti che cercano quadri interpretativi per le proprie difficoltà. Il suo messaggio, “non sei rotto, sei oppresso; la tua differenza è resistenza”, è enormemente seducente. Ma la seduzione non è verità.


Conclusione: recuperare la neurodiversità

Neuroqueer Heresies è un libro che dice a un certo pubblico esattamente quello che vuole sentirsi dire. Questo spiega il suo successo e rivela i suoi limiti.

Le eresie autentiche sono scomode per tutti, compreso chi le pronuncia. Le eresie di Walker sono confortanti per il suo pubblico e scomode solo per chi ne è escluso, il che le rende, strutturalmente, non eresie ma ortodossie di gruppo.

Il pensiero critico autentico sulla neurodiversità richiede qualcosa di più difficile: la capacità di tenere insieme la critica delle pratiche patologizzanti e il riconoscimento delle basi biologiche; la valorizzazione dell’identità neurodivergente e l’attenzione ai bisogni di supporto; la voce delle persone autistiche e la consapevolezza che nessuna voce singola rappresenta una popolazione eterogenea.

Walker offre una scorciatoia ideologica che evita questa complessità. Ma le scorciatoie hanno un costo, e quel costo è pagato dalle persone neurodivergenti che non rientrano nella narrativa trionfale, che hanno bisogno di supporto che il framework neuroqueer implicitamente delegittima, che soffrono in modi che non si lasciano ridurre a oppressione sociale. Molte di queste persone non vogliono sentirsi vittime impotenti in rivolta permanente contro un sistema oppressivo. Vogliono intraprendere un percorso di crescita personale e abilitativo, non per scontrarsi con il mondo ma per diventare artefici del proprio destino, sviluppare autonomia, costruirsi una vita che abbia senso per loro. Questa aspirazione, profondamente sana, viene delegittimata dal framework neuroqueer come collaborazionismo con l’oppressore.

Il costruttivismo radicale si sta posizionando come la voce della neurodiversità. Se non viene contestato dall’interno, da persone autistiche con credibilità sia scientifica che nella tutela dei diritti, rischia di diventare l’unica narrativa disponibile.

Walker non rappresenta la neurodiversità. Rappresenta una specifica corrente ideologica che ha sequestrato quel termine. Nominare questa distinzione è il primo passo per recuperare il concetto, e per restituirlo a un framework che rispetti la scienza, le persone e soprattutto i loro bisogni.

La vera liberazione non consiste nel negare i propri vincoli biologici, ma nel costruire una vita significativa che li riconosca. L’autodeterminazione parte dalla realtà, non dalla sua negazione.


Riferimenti