Lo slogan "Nulla su di noi senza di noi" è diventato uno dei princìpi cardine dell'advocacy contemporanea sulla disabilità. Nella sua essenza, esprime un'idea morale importante: le persone con disabilità non dovrebbero essere escluse dalle decisioni che riguardano la loro vita.
In molti contesti, questo principio è insieme ragionevole e necessario. Ma l'autismo solleva questioni difficili a cui lo slogan, da solo, non sa rispondere.
Chi è esattamente il "noi" senza il quale nulla può essere deciso? Si riferisce in primo luogo alle persone autistiche in grado di autorappresentarsi in modo autonomo? E le persone autistiche non verbali, con grave disabilità intellettiva,[1] o che necessitano di supervisione e assistenza per tutta la vita? E che cosa accade quando le persone più visibili nel discorso pubblico sull'autismo sono spesso quelle meno toccate dalle forme più gravi della condizione?
Che cosa accade quando le persone più visibili nella discussione pubblica sull'autismo sono spesso quelle meno colpite dalle forme più gravi della condizione, e che forse non sarebbero state diagnosticate vent'anni o trent'anni fa?
Sono domande che è diventato sempre più difficile ignorare.