Doppia empatia, una spiegazione

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di Rachel Zamzow

Traduzione a cura di Elena Offerente

La teoria della doppia empatia mette in discussione l’idea che le difficoltà sociali siano specifiche dell’autismo. Essa suggerisce che i problemi derivino da una discrepanza di prospettiva tra persone autistiche e non autistiche.

La difficoltà nell’affrontare le interazioni sociali pervade anche i primi resoconti sull’autismo. Questo tratto distintivo della condizione ha informato le teorie prevalenti sulle sue radici così come la progettazione di molti trattamenti per l’autismo.

Ma una linea di ricerca emergente supporta uno sguardo maggiormente complesso sulle abilità sociali delle persone autistiche. I sostenitori di un’ipotesi ribattezzata “problema della doppia empatia” ritengono che le interruzioni della comunicazione tra persone autistiche e non autistiche siano un problema a doppio senso, causato da difficoltà di comprensione di entrambe le parti. Questo “doppio problema” sfida le teorie di lunga data sull’autismo che vedono nelle carenze sociali delle persone con autismo il motivo del fallimento delle interazioni. Inoltre, fa eco ai principi della neurodiversità nel presupposto che le persone autistiche abbiano semplicemente un modo diverso di comunicare piuttosto che un modo carente. “Come teoria, corrisponde alla fenomenologia autistica proveniente dalle testimonianze dall’interno”, afferma il ricercatore autistico Damian Milton, docente di disabilità intellettive e dello sviluppo presso l’Università del Kent nel Regno Unito.

Sebbene il sostegno scientifico alla teoria sia in aumento, non è ancora solido come una roccia. Non tutti i ricercatori sono in accordo con questa nuova direzione, afferma Matthew Lerner, professore associato di psicologia, psichiatria e pediatria alla Stony Brook University di New York. “Il problema della doppia empatia è una teoria più giovane dal punto di vista empirico [cioé dei dati, NdR]”, afferma.

Che cos’è il problema della doppia empatia?

La base della teoria è che una mancata corrispondenza tra due persone può portare a una comunicazione difettosa. Questo scollamento può verificarsi a molti livelli, dagli stili di conversazione al modo in cui le persone vedono il mondo. Maggiore è la disconnessione, maggiore sarà la difficoltà che le due persone avranno a interagire.

Nel caso dell’autismo, il divario comunicativo tra persone con e senza la condizione può verificarsi non solo perché le persone autistiche hanno difficoltà a comprendere le persone non autistiche, ma anche perché le persone non autistiche hanno difficoltà a capire loro. Il problema, secondo la teoria, è reciproco. Ad esempio, la difficoltà nel leggere le espressioni facciali dell’altra persona può ostacolare le conversazioni tra persone autistiche e non autistiche.

Quali sono le origini della teoria?

Questa concezione delle questioni sociali nell’autismo come una strada a doppio senso è vecchia di decenni. Attivisti autistici come Jim Sinclair sostengono sin dagli anni ’90 che le modalità di comunicazione autistiche sono in conflitto con quelle neurotipiche.

Milton ha coniato per la prima volta il termine “problema della doppia empatia” in un articolo del 2012. Questa idea gli ha dato modo di riformulare l’ipotesi, a lungo sostenuta, secondo cui gli individui nello spettro hanno una compromissione della teoria della mente – la capacità di dedurre le intenzioni o i sentimenti degli altri – per includere potenziali fraintendimenti da parte di persone non autistiche.

Quali Sono le prove a sostegno?

Invece di concentrarsi su come le persone autistiche si comportano nelle situazioni sociali, nuovi studi indagano su come si comportano le persone non autistiche quando interagiscono con persone autistiche. I risultati suggeriscono che i punti ciechi delle persone non autistiche contribuiscono al divario comunicativo. Ad esempio, in uno studio, le persone non autistiche hanno avuto difficoltà a decifrare gli stati mentali delle persone autistiche rappresentate attraverso le animazioni. Altri lavori mostrano che gli individui non autistici hanno difficoltà a interpretare accuratamente le espressioni facciali delle persone autistiche.

Le persone non autistiche possono anche esprimere giudizi affrettati nei confronti delle persone autistiche che impediscono, riducono o inaspriscono le interazioni tra i due. Ad esempio, le persone non autistiche possono essere inclini ad avere prime impressioni negative sulle persone autistiche senza conoscere la loro diagnosi – giudicandole meno avvicinabili e più goffe delle persone neurotipiche – o a giudicarle erroneamente come ingannevoli.

Ma le difficoltà sociali non sono una caratteristica distintiva dell’autismo?

Sì, molte prove dimostrano che le persone con autismo differiscono da quelle senza la condizione in diversi ambiti sociali, come le espressioni facciali, i modi di parlare e lo sguardo (sebbene quest’ultima nozione possa essere incerta).

D’altro canto, numerosi studi mostrano anche che i problemi sociali e comunicativi delle persone autistiche non sono evidenti quando interagiscono con altre persone autistiche. Ad esempio, nel gioco del “telefono”, in cui un messaggio viene trasmesso sottovoce da una persona all’altra, catene di otto persone autistiche mantengono la fedeltà del messaggio proprio come fanno gruppi di otto persone non autistiche. È solo in gruppi misti di persone autistiche e non autistiche che il messaggio si degrada rapidamente.

Ci sono altri segnali che indicano che le persone nello spettro si connettono bene tra loro. Le persone autistiche riferiscono di sentirsi più a loro agio con altre persone autistiche che con persone non autistiche. Molti adolescenti autistici preferiscono interagire con coetanei autistici rispetto a quelli non autistici. Inoltre, le persone autistiche spesso sviluppano un maggiore senso di relazione e condividono più cose su loro stesse quando conversano con altre persone nello spettro. Una delle ragioni di questo modello potrebbe essere che le persone autistiche sono meno attente alle norme sociali tipiche, come la reciprocità conversazionale, e quindi non si preoccupano più di tanto quando queste regole non vengono seguite.

Il principio di compatibilità sociale può estendersi oltre le diagnosi di autismo fino ai tratti dell’autismo. Ad esempio, più due persone non autistiche si valutano simili in una valutazione dei tratti autistici, più valutano vicino il loro rapporto di amicizia.

Come si concilia dunque questa teoria con il pensiero attuale sull’autismo?

Il problema della doppia empatia è in contrasto con diverse idee ampiamente condivise sulle persone autistiche, vale a dire che le loro difficoltà sociali sono intrinseche, dice Milton. Ad esempio, uno dei principali criteri diagnostici per l’autismo, come delineato nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, è “deficit persistenti nella comunicazione sociale e nell’interazione sociale in molteplici contesti”. Allo stesso modo, la teoria della motivazione sociale dell’autismo sostiene che le persone con autismo hanno una ridotta spinta all’interazione sociale.

La nuova teoria non è necessariamente incompatibile con queste idee, afferma Simon Baron-Cohen, professore di psicopatologia dello sviluppo presso l’Università di Cambridge nel Regno Unito. Invece, evidenzia l’importanza di esaminare entrambi gli aspetti delle interazioni sociali oltre a concentrarsi esclusivamente su i modi in cui le persone autistiche si discostano dalla norma.

I ricercatori sull’autismo stanno cambiando il loro approccio alla luce del problema della doppia empatia?

Alcuni sì. Ad esempio, gli scienziati stanno ripensando il modo in cui esaminano le abilità sociali, chiedendo una revisione degli studi sull’autismo per valutare i punti di forza, piuttosto che i limiti, della comunicazione autistica. I ricercatori stanno anche trovando modi per sondare le dinamiche delle interazioni sociali invece di studiare il comportamento isolato di persone sdraiate in uno scanner cerebrale o sedute davanti a un computer, afferma Noah Sasson, professore associato di scienze comportamentali e cerebrali presso l’Università del Texas a Dallas. “Ero un po’ stanco di ripetere gli stessi studi sull’elaborazione del volto e sul tracciamento oculare che avevo fatto e che in realtà non ci dicevano molto di nuovo”, dice Sasson.

Inoltre, i ricercatori che studiano la codifica predittiva – il modo in cui le persone formano modelli interni del mondo esterno – stanno esplorando come una mancata corrispondenza nelle previsioni delle persone potrebbe ostacolare le loro interazioni. Ad esempio, se le aspettative di una persona autistica su come potrebbe svolgersi una conversazione divergono da quelle di una persona non autistica, la loro interazione potrebbe vacillare.

Tuttavia, non tutti sono convinti, o addirittura consapevoli, della teoria, dice Lerner. Alcune domande centrali della teoria rimangono senza risposta, dice. Ad esempio, i ricercatori stanno ancora cercando di capire perché la comunicazione sia più fluida quando le persone autistiche interagiscono tra loro rispetto a quando interagiscono con persone non autistiche. Inoltre, gran parte delle prove esistenti a sostegno di questa teoria si basa su resoconti aneddotici e piccoli studi.

Se la teoria risultasse valida, quali sarebbero le sue implicazioni?

Oltre a suggerire nuove prospettive di ricerca, il problema della doppia empatia può aiutare a spiegare perché alcune valutazioni e trattamenti dell’autismo falliscono, dice Sasson. Ad esempio, le misure standard delle abilità sociali non sembrano prevedere come si comportano le persone autistiche nelle interazioni sociali reali.

Inoltre, le terapie progettate per insegnare alle persone autistiche abilità sociali normative non sono poi così efficaci nell’aiutarle ad affrontare situazioni di vita reale, come stringere amicizie, suggeriscono gli studi. “Molto spesso l’enfasi viene posta esclusivamente sul cambiamento della persona autistica”, dice Milton. Valutare le situazioni sociali che circondano le persone autistiche e trovare modi per facilitare i loro stili di comunicazione unici potrebbe essere un approccio più utile, dice.

Allo stesso modo, il problema della doppia empatia sottolinea l’importanza di programmi di formazione – ad esempio, per i medici o le forze dell’ordine – che aiutino le persone non autistiche a interagire in modo appropriato con le persone autistiche.

La teoria suggerisce anche possibili cause di problemi di salute mentale nelle persone autistiche, ha suggerito un team di ricercatori in un articolo pubblicato a gennaio. Essere regolarmente fraintesi può portare alla solitudine e a sentimenti di isolamento. E i tentativi di conformarsi alle norme sociali sopprimendo la propria identità possono essere estenuanti, dicono molti esperti.

Link all’articolo originale: https://www.thetransmitter.org/spectrum/double-empathy-explained/?fspec=1