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Il nome sbagliato
"Ma dottore, mio figlio non può avere un deficit di attenzione. Quando gioca alla PlayStation sta concentrato per tre ore." Quel genitore ha perfettamente ragione — e proprio questo è il problema. Dall'ADHD alla dislessia, dalla discalculia all'autismo, le etichette diagnostiche del neurosviluppo confondono sistematicamente l'osservabile con il meccanismo, il termometro con la febbre. In questo articolo ripercorro l'errore strutturale che accomuna l'intero paradigma nosografico e propongo un modo diverso di pensare le diagnosi: non come scatole, ma come ecosistemi.

L’intervista della Prof.ssa Uta Frith: cosa ne pensiamo?
Tony Attwood e Michelle Garnett rispondono all'intervista di Dame Uta Frith su TES Magazine, in cui la ricercatrice propone di restringere la diagnosi di autismo ai soli casi con disabilità intellettiva. La loro risposta è clinica e personale: Michelle Garnett, lei stessa autistica e ADHD diagnosticata in età adulta, soddisfa tutti i criteri del DSM-5 tranne il Criterio D. Attwood e Garnett smontano le affermazioni di Frith sul masking, sulla mancanza di basi scientifiche e sulla storia della diagnosi, con l'autorevolezza di chi ha valutato migliaia di persone autistiche in quarant'anni di pratica clinica.

Lo spettro non è collassato: è stato costruito male
Dame Uta Frith, pioniera della ricerca sull'autismo, ha dichiarato di non credere più nello "spettro autistico" e propone di riservare la diagnosi ai casi con disabilità intellettiva. In questo articolo analizzo perché la sua intuizione di fondo è corretta — lo spettro unidimensionale non funziona — ma la soluzione che propone è sbagliata su tre fronti: storico, genetico e clinico. I dati dicono il contrario di quello che pensa: l'autismo con la maggiore coerenza biologica è proprio quello che lei vorrebbe espellere dalla categoria.

