Il film sarà proiettato all’interno dell’evento Aspie Saturday Film, che si tiene presso la sede di Roma di CuoreMenteLab. Clicca qui per prenotare gratuitamente.
Christian Wolff, autistico savant, è una figura sfuggente, inafferrabile. Chiamato semplicemente “Il contabile” dai poliziotti che gli danno la caccia, l’uomo viene contattato da numerose organizzazioni criminali, che utilizzano la sua straordinaria abilità coi numeri per riciclare denaro sporco o individuare eventuali traditori. Christian si tiene in contatto coi suoi clienti tramite una misteriosa voce robotica con cui interagisce telefonicamente, forse un’intelligenza artificiale, forse una persona in carne e ossa che maschera la sua vera identità. Quando “la voce” assegna a Christian un lavoro apparentemente più tranquillo del solito – l’indagine su un apparente ammanco di denaro nelle casse della compagnia Living Robotics – la situazione si fa inaspettatamente pericolosa: il direttore finanziario della compagnia, Ed Chilton, viene infatti trovato morto poco dopo l’inizio delle indagini, mentre la persona che ha scoperto l’ammanco, la contabile Dana Cummings, viene presa di mira da alcuni sicari. Sarà Christian a proteggerla, rivelandole anche la sua straordinaria abilità nei combattimenti e nelle tecniche militari; nel frattempo Raymond King, un dirigente del Dipartimento del Tesoro che in precedenza aveva incrociato la sua strada con quella di Christian, si mette sulle sue tracce, aiutato dalla giovane analista Marybeth Medina.
È interessante e lodevole, il tentativo compiuto dal regista Gavin O’Connor con questo The Accountant, che consegna alla storia del cinema il suo primo, autentico supereroe autistico. C’era già stata in realtà, nel 2008, la protagonista del film d’arti marziali thailandese Chocolate, giovane e invincibile combattente cresciuta coi film di Bruce Lee e Tony Jaa, capace di fronteggiare da sola una pericolosa organizzazione criminale; ma è pur vero che il film di O’Connor, forte di un protagonista popolare come Ben Affleck, ha avuto ben altro impatto sul pubblico e più in generale sull’immaginario cinematografico di questi anni, in particolare quello legato alla condizione autistica. Un impatto che, a dispetto dei tiepidi riscontri della critica – e del disappunto di alcune associazioni americane, che hanno criticato la violenza presente nel film, e il fatto che “l’eroe” fosse presentato come un criminale – ha convinto la produzione a mettere anche in cantiere un possibile sequel; un progetto, quest’ultimo, che a tutt’oggi sembra essere ancora in piedi. È importante specificare che The Accountant, quindi, non nasce come un film con pretese di realismo, o come un’opera di divulgazione, ma piuttosto come un prodotto di puro intrattenimento; un’opera volta a stimolare l’identificazione con un certo personaggio da parte degli spettatori appartenenti a una specifica comunità – come è stato fatto, di recente, per tante altre minoranze, sessuali e/o di genere.
Visto in quest’ottica, e pur con tutti i distinguo del caso, il film di Gavin O’Connor raggiunge sostanzialmente il suo obiettivo. Ben Affleck, in particolare, è decisamente efficace in un ruolo che richiede sia una certa dose di fisicità, sia una modulazione della (non) espressività facciale che renda bene l’idea di un personaggio poco avvezzo alle interazioni sociali, e al contrario molto portato a focalizzarsi sui compiti che di volta in volta gli vengono assegnati. Il film segue parallelamente, in modo abbastanza efficace, il passato del protagonista – a partire dalla sua precoce diagnosi di autismo, dalla decisione dei genitori di non affidarlo a un centro specializzato, e dalla rigidissima educazione militare avuta da suo padre – e la sua indagine nel corpo della Living Robotics, che gli dà anche la possibilità di sviluppare un’embrionale (e invero non molto approfondita) love story col personaggio interpretato da Anna Kendrick. La sceneggiatura riesce abilmente a sfruttare la curiosità rispetto al passato del personaggio, facendolo evolvere parallelamente nel passato – da bambino fragile e bullizzato a macchina per combattere efficacemente addestrata da suo padre – e in un presente che svela lentamente tratti inaspettati del suo carattere. Un vero e proprio puzzle, quello della vita di Christian e del modo in cui si è avvicinato all’ambiente criminale, che viene completato soltanto nella parte finale, in cui presente e passato del personaggio si ricongiungono.
Dal punto di vista strettamente cinematografico, si può certo rilevare le occasionali forzature presenti nella trama di The Accountant, lo scarso approfondimento del rapporto con la “spalla” femminile Dana, gli snodi poco credibili che costellano una struttura thriller che a volte pare essere sul punto di perdere la bussola, divisa com’è tra tre sottotrame distinte (il passato del protagonista, la fuga di Christian e Dana dai sicari della Living Robotics, e la caccia intentata all’uomo dai due esponenti del Dipartimento del Tesoro). Si può anche rilevare l’improbabilità di un’evoluzione come quella presentata nel film per un personaggio che, nella sua versione infantile, viene descritto come necessitante di un livello di supporto piuttosto alto; oltre all’ovvia presenza di stereotipi nell’introduzione della figura del più classico autistico savant – figura che, da Rain Man in poi, continua a dominare, pur in forme di volta in volta diverse, la narrazione audiovisiva della condizione. Tuttavia, il film di O’Connor non nasconde i confini delle sue stesse ambizioni – che si limitano a voler inserire la descrizione non-patologica di una condizione nella struttura di un blockbuster – lasciando giustamente ad altri il compito della vera divulgazione. In questo senso, considerando la consapevolezza dei suoi stessi limiti, quella di The Accountant può dirsi un’operazione sostanzialmente riuscita.




