THE INFORMANT!

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Il tema del truffatore affascinante, vero e proprio topos del cinema americano degli ultimi decenni, ha avuto un picco di popolarità negli anni 2000, decennio di uscita di questo The Informant!: un filone che già qualche anno prima aveva portato al cinema lo spielberghiano Prova a prendermi, interpretato da un ancor giovane Leonardo DiCaprio, e che in quello stesso 2009 aveva generato anche la commedia noir Colpo di fulmine – Il mago della truffa. Non c’è quindi da stupirsi che un cineasta come Steven Soderbergh – regista che da par suo si era ritagliato un posticino nella storia del cosiddetto heist movie, con la saga di Ocean’s Eleven – abbia voluto dire la sua nel genere, ispirandosi al quasi omonimo libro-inchiesta The Informant (a True Story), scritto dal giornalista Kurt Eichenwald. La vicenda è quella di Mark Whitacre, biochimico di successo segretamente alle prese con un disturbo bipolare, dirigente di un’importante multinazionale agroalimentare, che si ritrova coinvolto in un’indagine dell’FBI sulla sua stessa azienda: l’inchiesta, forse originata da una talpa interna, sembra coinvolgere alcuni alti dirigenti che – unendosi ad altre aziende in un vero e proprio cartello illegale – avrebbero manipolato il prezzo della lisina, additivo derivato del mais. Whitacre, toccato direttamente dall’indagine, sceglie di collaborare coi federali, portando allo smascheramento di una frode di dimensioni globali.

Ha il passo e il gusto estetico di certe commedie a stelle e strisce degli anni ‘60, questo The Informant!, nonostante l’azione si svolga nel 1992, e il mood dei titoli di testa possa far pensare ad alcuni classici del successivo – e ben più radicale – movimento della New Hollywood. Il filone di appartenenza del film di Soderbergh è dunque solo in modo generico quello della spy story: ci sono sì il ritmo, le svolte narrative e i rovesciamenti di fronte tipici del genere, ma il tutto è immerso in un’atmosfera di scanzonata levità, tesa innanzitutto a intrattenere lo spettatore in modo sornione quanto dissacrante. Ci si stupisce, guardando il film, di come un tema con un tale potenziale drammatico venga manipolato in modo così consapevolmente giocoso, tale da assumere un mood quasi surreale: un mood aumentato dall’esplosiva, magnetica imprevedibilità del protagonista – a sua volta condizionato in modo determinante, nei suoi comportamenti più vistosi, dal suo taciuto bipolarismo. Una simpatia magnetica, quella che lo spettatore prova per il Mark Whitacre col volto di Matt Damon (habitué del cinema del regista, qui ingrassato per l’occasione di oltre 10 chili) che fa passare in secondo piano le sue multimilionarie truffe e i danni provocati dalle sue azioni alla collettività.

Esplosivo, imprevedibilmente anarchico nei comportamenti, ma mai caricatura fine a se stessa, il Mark Whitacre di Damon è di fatto una di quelle adorabili canaglie che tanto piacevano al cinema americano di qualche decennio fa: un personaggio con cui, nonostante la condanna morale delle sue azioni, ci si immedesima molto facilmente, anche in virtù di un evidente spirito autoironico e di un ottimismo tanto irresistibile quanto contagioso. Certo, una parte del pubblico potrebbe trovare discutibile un approccio così scanzonato e (apparentemente) lieve a un tema come quello delle truffe perpetrate dalle corporazioni ai danni dei consumatori: eppure, forse, proprio la rutilante confezione di The Informant!, la scelta nel segno dell’immediatezza e la travolgente simpatia del suo protagonista, riescono a fare in modo che il suo messaggio arrivi in modo più diretto e, in un certo senso, anche più limpido. Intrattenendo, certo, provocando (tanti) sorrisi, senza tuttavia far mai spegnere il cervello.