Il film sarà proiettato all’interno dell’evento Aspie Saturday Film, che si tiene presso la sede di Roma di CuoreMenteLab. Clicca qui per prenotare gratuitamente.
In un 2014 in cui il cinema neozelandese aveva appena finito di offrire al pubblico le meraviglie digitali – invero meno autentiche e “magiche” di quanto non si potesse immaginare – della trilogia di Lo Hobbit di Peter Jackson, usciva in sordina un piccolo film indipendente, diretto dall’ancor giovane James Napier Robertson; un’opera, questo The Dark Horse, che si sarebbe fatta notare soprattutto nei circuiti di un art cinema locale che aveva in autori come Jane Campion e lo stesso Jackson i suoi più illustri predecessori. L’ispirazione del film di Napier Robertson (lo ricordiamo per il recente Joika – A un passo dal sogno, dalle tematiche in parti affini) era la storia reale di Genesis Potini, maestro di scacchi Maori alle prese con un disturbo bipolare; una vicenda, quella di Potini, che nel 2003 aveva già ispirato un documentario a opera di Jim Marbrook, qui co-produttore.
Storia di redenzione e speranza inserita in un preciso e fecondo filone cinematografico, pur se calata in un contesto di inusitata durezza, The Dark Horse narra la storia di “Gen”, così come lo chiama suo fratello maggiore Ariki, un gigante tanto gentile d’animo quanto perennemente distaccato dalla realtà, baciato da un soprannaturale talento per il gioco degli scacchi. L’uomo, dopo l’ennesimo esaurimento nervoso, decide di offrirsi come insegnante nel club di scacchi degli “Eastern Knights”, frequentato da ragazzi in condizioni di disagio psicologico e/o sociale: un gruppo di allievi apparentemente poco portati per un gioco che richiede tanta concentrazione e disciplina. Nonostante lo scetticismo del responsabile dell’associazione, spaventato dagli sbalzi di umore di Gen e dalla sua imprevedibilità, il protagonista persegue tenacemente l’obiettivo di preparare i giovani per un’importante competizione nazionale, arrivando anche a spendere per l’associazione il denaro che suo fratello gli aveva prestato per pagarsi l’affitto.
Vera e propria star del cinema neozelandese – lo si ricorda nel cult movie Once Were Warriors, ma anche nel recente Avatar – La via dell’acqua – Cliff Curtis veste in modo mimetico e dolente i panni di Gen, tratteggiando con grande versatilità la figura di un personaggio tanto imponente fisicamente quanto, con ogni evidenza, segnato da una grande fragilità emotiva. Un protagonista che, come nella tradizione del genere, sceglie di affrontare i suoi demoni interiori donando consapevolmente il suo talento a una comunità che sente progressivamente più vicina, e trovando empatia e riconoscimento in un gruppo di giovani dalle storie in parte simili. Una passione, la sua, che viene letteralmente risvegliata e vivificata dallo scambio reciproco con i suoi nuovi, apparentemente improbabili allievi.
Emotivamente forte e dalla sostanza “edificante” – senza nulla togliere alla pregnanza della sua rappresentazione – The Dark Horse non lesina comunque in momenti di crudo realismo; un realismo che emerge in particolar modo quando viene descritto il contrasto tra la riscoperta passione di Gen – opportunamente rispecchiata in quella dei ragazzi – e i suoi stretti legami familiari. Una tensione, quest’ultima, che si concretizza soprattutto nel contrasto dell’uomo col fratello maggiore Ariki, che non accetta che suo figlio Mana (predestinato a seguire le sue orme nella “famiglia allargata” di una gang di motociclisti) faccia parte della classe di quello zio così atipico. La violenza potenziale che emerge dal dramma familiare dei tre personaggi rappresenta, nel film, un’apprezzabile scelta nel segno del realismo, in un film comunque all’insegna di un mood positivo e ottimista.
Una commistione, quella tra cinema “ispirazionale” e crudo ritratto della vita di strada (e del disagio mentale), che fa di The Dark Horse un’opera piccola quanto preziosa, capace di nutrirsi della strabordante emotività delle sue tematiche senza farsene schiacciare. Un esempio di cinema neozelandese capace di andare oltre la dimensione prettamente locale di molte opere analoghe, e di toccare con mestiere e onestà intellettuale corde emotive universali.




