Autismo, interocezione e Teoria della mente

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Perché capire se stessi richiede dati dal corpo


di Francesca Mela

Illustrazione in stile anime realistico di una persona seduta a un tavolo mentre analizza schemi e diagrammi. Sopra la testa è rappresentato il processo della teoria della mente (input, elaborazione, risposta), mentre dal corpo partono segnali luminosi che si disperdono prima di raggiungere il cervello. A destra compaiono difficoltà legate all’interocezione, come segnali corporei deboli, ritardo nella percezione e consapevolezza tardiva.

Capiamo gli altri. Leggiamo le situazioni. Teniamo il filo.

Eppure a volte non sappiamo cosa vogliamo, cosa sentiamo, cosa è davvero nostro.

In questo articolo esploriamo perché — e cosa c’entra il corpo con la capacità di capire se stessi.

La teoria della mente è tradizionalmente definita come la capacità di attribuire stati mentali agli altri — una definizione utile, ma che descrive solo una parte del processo. Costruire rappresentazioni degli stati mentali, anche i propri, richiede dati che vengono dal corpo. Quando questi dati sono poco accessibili, il sistema continua a funzionare, ma costruisce modelli a partire da quello che vede fuori, non da quello che sente dentro.

Per molto tempo l’autismo è stato descritto a partire da questa capacità: una difficoltà nella teoria della mente, tradotto in fatica a capire cosa pensano e cosa provano gli altri. Questa narrazione nasce da una linea di ricerca precisa — gli studi classici sulla falsa credenza, che hanno mostrato difficoltà, in molti bambini autistici, nell’attribuire a un’altra persona una mente diversa dalla propria. Da lì è partita una storia forte, che ha guidato per anni il modo in cui l’autismo è stato pensato, studiato e spiegato.

E descrive un fenomeno reale. Ci sono situazioni in cui la lettura degli stati mentali altrui richiede più tempo, più contesto, più supporto. Ma questa non è tutta la storia. La variabilità è grande: dipende dal contesto, dall’esperienza, dall’esposizione, dallo stato interno in quel momento. Ci sono ambienti in cui la lettura diventa precisa, relazioni in cui la comprensione è profonda, situazioni in cui tutto è chiaro — e altre in cui tutto si confonde.

Questa variabilità racconta qualcosa di importante: la teoria della mente non è un interruttore acceso o spento.

È un sistema. E come tutti i sistemi, funziona meglio quando ha buoni dati.

Il limite della definizione classica

Dire che la teoria della mente serve a capire gli altri è una semplificazione utile — ma è una semplificazione.

La teoria della mente è la capacità di costruire rappresentazioni degli stati mentali, e la parola chiave è costruire. Non si tratta di leggere qualcosa che è già scritto e pronto dentro di noi, ma di prendere dei segnali, organizzarli e trasformarli in significato. Un processo che vale sia verso l’esterno che verso l’interno — non solo verso gli altri, ma anche verso noi stessi.

Ogni volta che dici “sono stanco”, “questa cosa mi irrita”, “questa scelta è mia”, stai usando un modello della tua mente. Quel modello non arriva già confezionato. Nasce da un lavoro che inizia nel corpo: un peso nelle spalle, un’accelerazione, una tensione diffusa, una chiusura nello stomaco. La mente prende quei segnali e li organizza — li collega a un contesto, li confronta con esperienze passate, gli dà un nome, costruisce una narrazione coerente. E a quel punto compare la frase: “sono stanco”, “sono arrabbiato”, “questa cosa mi piace.”

Quella frase sembra immediata. In realtà è il risultato di un processo.

La teoria della mente entra proprio qui.

È il sistema che permette di dire: questo stato è mio, ha un significato, è collegato a questa situazione. E lo fa usando gli stessi meccanismi che usiamo per capire gli altri — attribuire una mente non è solo guardare fuori, è anche guardare dentro e dare forma a quello che troviamo.


Il corpo entra in scena

Da dove arrivano quei segnali? Dal corpo. Dall’interocezione — il sistema che registra cosa succede dentro: variazioni fisiologiche, attivazione, tensione, segnali viscerali. Questi segnali sono la materia prima. La teoria della mente costruisce il modello, l’interocezione fornisce i dati.

Questo passaggio ha effetti concreti anche sulle scelte. Secondo Antonio Damasio, le decisioni si basano su segnali corporei — i cosiddetti marcatori somatici — che orientano rapidamente verso ciò che è rilevante per l’organismo. Quando questi segnali sono poco accessibili o difficili da interpretare, la decisione si costruisce soprattutto a livello cognitivo, con meno ancoraggio all’esperienza interna.

Se i dati sono chiari, il passaggio è fluido. Se i dati sono deboli, intermittenti o difficili da leggere, il lavoro cambia. La mente continua a funzionare, continua a costruire significato — ma parte da un materiale più incerto.

Ed è qui che una frase prende il suo senso pieno:

la teoria della mente ha bisogno di input interocettivi per costruire un modello di sé.

Cosa dice Damasio sulle decisioni?

Antonio Damasio ha mostrato che le decisioni non si basano solo sul ragionamento, ma anche su segnali corporei.

Questi segnali sono chiamati marcatori somatici: variazioni fisiologiche (tensione, attivazione, sensazioni viscerali) che aiutano a orientare rapidamente le scelte.

Quando questi segnali sono accessibili, il cervello riconosce più facilmente cosa è rilevante e le decisioni diventano più rapide e coerenti.

Quando invece restano poco leggibili, la decisione si basa soprattutto su analisi e valutazioni cognitive, con un maggiore disallineamento tra ciò che si sceglie e ciò che si sente.

Il cervello decide anche con il corpo.
Quando il corpo parla piano, la decisione arriva più tardi.


Per approfondire

Bechara, A., Damasio, H., & Damasio, A. R. (2000). Emotion, decision making and the orbitofrontal cortex. Cerebral Cortex, 10(3), 295–307.

Damasio, A. R. (1994). Descartes’ Error: Emotion, Reason, and the Human Brain. New York: Putnam.

Damasio, A. R. (1996). The somatic marker hypothesis and the possible functions of the prefrontal cortex. Philosophical Transactions of the Royal Society B, 351(1346), 1413–1420.

cosa dice la ricerca

Questa connessione non è solo teorica. La ricerca ha già individuato un legame robusto tra interocezione e alessitimia — la difficoltà a identificare, distinguere e descrivere i propri stati emotivi. Non riguarda la presenza delle emozioni, ma la possibilità di riconoscerle e tradurle.

Diversi studi mostrano che una minore accuratezza interocettiva si associa a livelli più alti di alessitimia: la difficoltà non riguarda l’emozione in sé, ma l’accesso ai segnali che la rendono leggibile. In altre parole, quando il corpo fornisce dati poco chiari, la mente ha meno materiale su cui costruire significato.

Questo passaggio è particolarmente rilevante nell’autismo. Come evidenziato da Geoff Bird e Richard Cook, una parte significativa delle difficoltà emotive osservate nelle persone autistiche è spiegata dall’alessitimia più che dall’autismo in sé — una distinzione importante, che sposta il focus dal deficit alla qualità dei dati disponibili.

Il passaggio logico, a questo punto, è chiaro. Se l’interocezione fornisce i dati e l’alessitimia riflette una difficoltà a interpretarli, la teoria della mente si trova a lavorare su un materiale incompleto. E questo ha una conseguenza importante: quando i dati interni sono opachi, la mente continua a funzionare — costruisce modelli coerenti, si adatta, dà senso. Solo che quei modelli non partono da dentro.

Questo non riguarda solo il riconoscimento delle emozioni, ma la costruzione stessa degli stati mentali. Quando i segnali interni sono poco accessibili e difficili da tradurre, anche la rappresentazione mentale di sé diventa meno stabile — e questo si riflette nella teoria della mente non come un deficit globale, ma come una difficoltà situata, variabile, dipendente dalla qualità dei dati disponibili.

Alessitimia e autismo: cosa mostrano gli studi?

Geoff Bird e Richard Cook hanno evidenziato che molte difficoltà emotive osservate nelle persone autistiche sono spiegate dall’alessitimia, più che dall’autismo in sé.

L’alessitimia riguarda la difficoltà a identificare e descrivere le proprie emozioni, ed è spesso associata a una ridotta accessibilità dei segnali corporei.

Questo significa che il punto centrale non è la presenza o assenza di emozioni, ma la possibilità di accedere ai dati interni e trasformarli in esperienza consapevole.

Quando i segnali sono poco leggibili:
– le emozioni diventano difficili da nominare
– il modello interno resta meno definito
– la teoria della mente su di sé diventa più complessa

Il focus si sposta quindi dal deficit alla qualità e accessibilità delle informazioni su cui il sistema lavora.


Per approfondire

Shah, P., Hall, R., Catmur, C., & Bird, G. (2016). Alexithymia, not autism, is associated with impaired interoception. Cortex, 81, 215–220.

Bird, G., & Cook, R. (2013). Mixed emotions: the contribution of alexithymia to the emotional symptoms of autism. Translational Psychiatry, 3(7), e285.

Cook, R., Brewer, R., Shah, P., & Bird, G. (2013). Alexithymia, not autism, predicts poor recognition of emotional facial expressions. Psychological Science, 24(5), 723–732.

Come si vede nella vita quotidiana

Ragazzo in mezzo a un gruppo di amici: gli altri parlano e le loro parole raggiungono la sua mente, mentre il corpo resta evanescente e silenzioso. La scena rappresenta una forte lettura sociale unita a una scarsa percezione interna, con focus sull’adattamento cognitivo al contesto.

Questa cosa esce dai libri. Si vede subito nella vita quotidiana.

Una persona lavora per ore senza fermarsi — va avanti concentrata, produttiva, funziona. Il segnale di “basta” resta poco chiaro. Poi a un certo punto il corpo si presenta tutto insieme: stanchezza, irritazione, difficoltà a pensare. Arriva tardi, e arriva tutto in una volta.

Sei in una conversazione che va avanti da un po’. Rispondi, segui il filo, sei presente. Non senti niente di particolare. Poi a un certo punto — magari mentre torni a casa, magari la sera — arriva una stanchezza che non sai da dove viene. Il corpo stava accumulando da prima. Il segnale non è arrivato mentre succedeva.

Una scelta viene presa con attenzione: si valutano le opzioni, si costruisce un ragionamento, tutto torna. Eppure, qualche tempo dopo, compare una sensazione chiara: “questa cosa è lontana da me.” La scelta è corretta, il percorso è coerente. L’origine resta esterna.

Succede anche nelle cose più semplici. Un invito accettato subito, senza esitazione. Una disponibilità data in modo naturale. Poi il corpo arriva: tensione, stanchezza, voglia di ritirarsi. La risposta è giusta, è coerente, è veloce. Il passaggio interno resta indietro.

E poi c’è qualcosa di ancora più sottile — una forma di confusione che riguarda le emozioni. Entri in una stanza e qualcuno è agitato: dopo poco senti agitazione anche tu. Parli con una persona triste e dopo un po’ la tristezza è dentro. Le emozioni arrivano, a volte con molta intensità. Il punto è l’origine. Quando la lettura degli altri è più accessibile della lettura di sé, l’emozione dell’altro entra facilmente mentre quella propria resta più difficile da distinguere. Diventa meno chiaro dire: “questa cosa è mia”, “questa cosa arriva da fuori.”

In tutti questi casi la mente funziona — organizza, capisce, decide. Il punto è il timing. I dati arrivano dopo.

Questo diventa ancora più evidente nelle persone che ricevono una diagnosi di autismo in età adulta. Persone che per anni costruiscono un funzionamento solido: osservano gli altri, imparano le regole, capiscono cosa dire, quando dirlo, come stare nelle situazioni. E spesso lo fanno bene. Quando iniziano a raccontarsi, però, emerge qualcosa di molto preciso — una distanza.

“Capisco gli altri meglio di me.” “So cosa è giusto, ma non so cosa voglio.” “Mi accorgo dopo di come sto.”

L’esperienza interna è presente. La lettura in tempo reale resta difficile.

Questo chiarisce anche il motivo per cui la diagnosi può arrivare tardi. Il sistema regge, funziona abbastanza bene da sostenere la vita quotidiana. Nel tempo, però, qualcosa resta in sospeso: scelte che funzionano ma non convincono, relazioni che si tengono per adattamento, segnali del corpo che arrivano sempre dopo. Quando la lettura interna diventa più accessibile, succede spesso una rilettura — il passato si riorganizza, quello che c’era diventa leggibile.

Quando la lettura interna è intermittente, anche l’identità prende una strada particolare: si costruisce su ciò che è più accessibile — cosa funziona, cosa è coerente, cosa viene riconosciuto dagli altri. La teoria della mente continua a lavorare, costruisce modelli, dà senso, tiene insieme i pezzi. Ma quando i dati interni arrivano tardi o restano poco leggibili, il modello di sé si costruisce soprattutto a partire dall’esterno.

E qui il modello torna nella sua forma più chiara: la teoria della mente costruisce il significato, l’interocezione fornisce i dati. Quando i dati arrivano in ritardo, la mente continua a funzionare — costruisce, organizza, dà senso. Parte dall’esterno.

E a quel punto la domanda cambia forma. Non è più solo “capisco gli altri?”

Diventa: “riesco a leggermi mentre succedo?”

Cosa cambia, concretamente

Capire questo meccanismo cambia il modo in cui si lavora su di sé. Il punto è accedere prima ai dati — e questo richiede alcune cose concrete.

La prima è connettersi al corpo in modo attivo. Non serve “sentire tutto” — serve iniziare da poco. Respiro nel petto, tensione nelle spalle, peso nello stomaco. Tre punti sono sufficienti. L’attenzione può essere guidata: portarla lì, restarci qualche secondo, dare un nome semplice a quello che c’è. È un allenamento, non un’intuizione.

Un riferimento utile per orientarsi è il modello Bussola Attivazione–Disattivazione™ (B.A.D.): uno strumento per leggere i segnali corporei in termini di livello di attivazione. Troppa attivazione si sente come tensione, accelerazione, irritazione. Poca attivazione come rallentamento, fatica, chiusura. Non serve interpretare tutto subito — serve capire in che direzione si sta andando. Questo rende i segnali più leggibili e più utilizzabili.

Una nota sulle pratiche di mindfulness: possono essere utili, ma vanno usate con criterio. Per alcune persone l’attenzione interna può diventare rapidamente troppo intensa o disorganizzante. In questi casi serve gradualità, e spesso serve una guida — qualcuno che aiuti a dosare l’esperienza, a restare dentro una finestra tollerabile, a non trasformare l’ascolto in sovraccarico.

La seconda cosa è rallentare. Dare tempo al corpo di entrare, introdurre una pausa tra stimolo e risposta. Un invito, una richiesta, una decisione: uno spazio in cui qualcosa può emergere prima che la mente costruisca già tutto da sola.

La terza è usare anche i segnali tardivi. La stanchezza che arriva dopo, la chiusura che compare più tardi, il “non è mio” che si fa sentire quando è già passato un po’ di tempo — sono dati ugualmente validi. Indicano un timing diverso, non un errore.

La quarta è allenare la lettura retrospettiva: “Cosa ho sentito dopo?”, “Quando è arrivato?”, “Dove nel corpo?” Nel tempo, questo tipo di attenzione cambia qualcosa: i segnali iniziano ad arrivare prima, diventano più riconoscibili, diventano utilizzabili.


Quando il corpo entra prima, anche le scelte cambiano forma.

E cambia qualcosa di più specifico: il consenso. Quando il corpo entra tardi, anche il consenso arriva tardi — la risposta è corretta, coerente, adeguata, ma il passaggio interno entra dopo. Quando l’accesso interocettivo aumenta, il consenso diventa più stabile: il “sì” è più chiaro, il “no” arriva prima. I confini diventano corporei.

Questo non è un dettaglio.

È il punto in cui la lettura di sé diventa protezione di sé.

Articoli consigliati

Teoria della mente, interocezione e costruzione del sé
  • Carruthers, P. (2011). The Opacity of Mind
    Un testo chiave per comprendere l’idea che anche la conoscenza di sé utilizzi processi inferenziali, gli stessi impiegati per comprendere gli altri.
  • Bird, G., & Cook, R. (2013). Mixed emotions: the contribution of alexithymia to the emotional symptoms of autism
    Uno studio fondamentale che mostra come molte difficoltà emotive attribuite all’autismo siano in realtà legate all’alessitimia.
  • Shah, P., Hall, R., Catmur, C., & Bird, G. (2016). Alexithymia, not autism, is associated with impaired interoception
    Collega direttamente alessitimia e interocezione, chiarendo il ruolo dei segnali corporei nella costruzione dell’esperienza emotiva.

Corpo e decisioni
  • Damasio, A. R. (1994). Descartes’ Error
    Introduce il ruolo centrale del corpo nelle decisioni e nel funzionamento cognitivo.
  • Bechara, A., Damasio, H., & Damasio, A. R. (2000). Emotion, decision making and the orbitofrontal cortex
    Approfondisce il funzionamento dei marcatori somatici nel processo decisionale.

Per orientarsi nella pratica
  • Farb, N. A. S., et al. (2015). Interoception, contemplative practice, and health
    Una panoramica sul ruolo dell’interocezione nelle pratiche di consapevolezza e nella regolazione.

FAQ 

FAQ 1. Cos’è la teoria della mente?

È la capacità di capire cosa pensano, provano o intendono gli altri.
Permette di leggere espressioni, tono di voce, intenzioni e contesto sociale.

FAQ 2. Cos’è l’interocezione?

È la capacità di percepire ciò che accade nel corpo.
Respiro, battito, tensione, fame, segnali viscerali.

È la base da cui nasce la percezione interna di sé.

FAQ 3. Come si collegano teoria della mente e interocezione?

Funzionano come due sistemi diversi che lavorano insieme.

La teoria della mente costruisce un modello degli altri.
L’interocezione costruisce un modello interno.

Quando l’interocezione è poco accessibile, la lettura degli altri resta attiva, mentre la lettura di sé arriva più tardi o resta incompleta.

FAQ 4. Cosa succede nella vita quotidiana?

Le decisioni si basano su analisi, valutazione, scenari.

Il processo cognitivo è presente e spesso molto sviluppato.

Il corpo entra dopo.

Arrivano segnali come:
– stanchezza improvvisa
– saturazione
– senso di disallineamento

La persona si accorge di sé quando l’esperienza è già partita.

FAQ 5. Cos’è la contaminazione emotiva?

È una condizione in cui i segnali degli altri sono molto chiari, mentre quelli interni restano deboli o confusi.

Le emozioni altrui diventano il riferimento principale.

La persona sente molto gli altri e usa quei segnali per orientarsi, mentre il proprio stato interno resta meno definito.

Questo può portare a:
– adattarsi molto
– perdere il proprio ritmo
– confondere ciò che si prova con ciò che arriva dall’esterno

FAQ 6. Che ruolo ha l’alessitimia?

L’alessitimia riguarda la difficoltà a identificare e descrivere le proprie emozioni.

È spesso associata a una ridotta accessibilità dei segnali interni.

Quando le sensazioni corporee sono poco leggibili, anche le emozioni diventano più difficili da riconoscere e nominare.

FAQ 7. Perché alcune persone arrivano alla diagnosi da adulte?

Perché hanno sviluppato strategie efficaci di adattamento.

La teoria della mente funziona.
Il comportamento sociale è adeguato.

La difficoltà resta nel leggere sé stessi.

Questo porta a:
– funzionare all’esterno
– sentirsi poco definiti all’interno

La sofferenza c’è, ma resta senza nome per molto tempo.

FAQ 8. Si può allenare l’interocezione?

Sì.

L’interocezione si può allenare come una competenza.

Serve:
– rallentare
– portare attenzione al corpo
– dare un nome ai segnali

Esempi:
– osservare il respiro
– notare la tensione muscolare
– distinguere fame, stanchezza, attivazione

Non è qualcosa che compare all’improvviso.
Si costruisce con pratica e continuità.

FAQ 9. Perché questo cambia le decisioni?

Secondo il modello dei marcatori somatici di Damasio, le decisioni efficaci integrano segnali corporei.

Quando questi segnali diventano accessibili:
– le scelte diventano più rapide
– il senso di coerenza aumenta
– diminuisce il disallineamento tra ciò che si fa e ciò che si sente

✍️ Nota dell’autrice

Questo articolo fa parte del Manuale Punk per Autistici™, un progetto che sto costruendo da dentro:
da un corpo neurodivergente,
da un ascolto quotidiano
e da strategie costruite sul campo,
da un bisogno di cura che non vuole diventare correzione.

In questo manuale, punk significa:

– proteggersi senza chiedere scusa
– costruire strategie fuori norma
– resistere anche con un cioccolatino in tasca
– legittimare la stanchezza, il silenzio, la fuga
– e trovare parole che non ti chiedano di essere migliore,
ma più interə