Che cos’è e come funziona la “gioia autistica”

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di Marco Cadavero

Uno studio pubblicato di recente su Disability & Society (2025) ha raccolto, tramite questionario online, le voci di 86 adulti autistici per capire quando e come si manifesta la gioia autistica.
I risultati mostrano che molti la sperimentano spesso: emerge da immersione totale nelle attività, piaceri sensoriali e interessi profondi, in contesti favorevoli; le barriere principali sono sociali più che individuali. Implica integrare la gioia autistica in scuola, servizi e lavoro, con ambienti sensorialmente adatti e piena legittimazione degli interessi senza ridicolizzazione.

Punti-chiave

  • Questo studio guidato da persone autistiche ha riscontrato che la maggioranza dei partecipanti autistici sperimenta spesso gioia, mettendo in discussione le narrazioni dominanti che dipingono l’autismo come un “disastro”.
  • I temi chiave emersi dai partecipanti sono che l’autismo può essere una fonte di gioia, che è necessario creare le condizioni adeguate perché la gioia si manifesti e che le barriere derivano principalmente dalle altre persone, più che dall’autismo in sé.
  • È stata identificata un’ampia gamma di attività piacevoli, ma anche una notevole differenza tra individui.
  • Le raccomandazioni includono integrare la gioia autistica nei percorsi educativi e nelle soluzioni di supporto e promuovere una maggiore accettazione sociale delle modalità con cui le persone autistiche desiderano divertirsi, ad esempio poter coltivare i propri interessi preziosi senza essere ridicolizzate.
  • Nuove teorie accademiche potrebbero aiutarci a esplorare la gioia autistica in modo da identificare il potenziale autistico, riconoscere la diversità e prestare attenzione all’intero insieme di fattori coinvolti, dai diversi modi in cui le persone autistiche percepiscono il mondo fino alle caratteristiche dell’ambiente.

Introduzione

C’è un modo diverso di guardare all’autismo, che non parta dal deficit ma dalla possibilità di piena espressione della persona. Lo suggerisce uno studio recente pubblicato su Disability & Society e condotto dal ricercatore autistico Elliot Wassell: un’indagine partecipativa pensata per ascoltare direttamente le persone autistiche e capire quando e come nasce la gioia nelle loro vite quotidiane. Il lavoro mette in luce un dato che rovescia narrazioni consolidate: molti partecipanti riferiscono di provare spesso gioia e non “a dispetto” dell’autismo, ma anche grazie ad aspetti della loro esperienza autistica, quando il contesto è adatto. Questo messaggio, già emerso nelle presentazioni pubbliche del progetto e poi nell’articolo, sposta il fuoco dalle mancanze all’autenticità e alla qualità dell’esperienza autistica.

Che cosa intendiamo per “gioia autistica”

Per “gioia autistica” possiamo intendere stati di benessere intenso e autentico che emergono quando una persona autistica riesce a immergersi con continuità in attività o interessi significativi; quando può gustare esperienze sensoriali che calmano e regolano; quando le è consentito esprimersi senza mascherarsi, anche attraverso le proprie auto-stimolazioni; e quando tutto questo avviene in ambienti favorevoli – ritmi, luci, suoni, relazioni – che rispettano la differenza e non giudicano. Non stiamo parlando di una gioia “altra”: è la stessa gioia umana, che però nelle persone autistiche si costruisce e si manifesta spesso attraverso vie specifiche legate al loro specifico modo neurodivergente di fare esperienza, come mostrano i racconti e gli esempi raccolti nello studio.

Come è stato condotto lo studio

La ricerca ha utilizzato un questionario online con una domanda aperta (“che cosa ti dà gioia, perché, e che cosa potrebbe favorirla ancora di più?”), diffuso tramite la comunità di un’associazione autistica. In due settimane hanno risposto 86 adulti autistici. È un campione auto-selezionato, ma ricco di voci spesso trascurate: l’86% si identifica come donna, il 10% come non-binaria e il 4% come uomo. La scelta di una traccia aperta, affiancata da alcuni item descrittivi, ha permesso di intrecciare materiale qualitativo con riscontri quantitativi utili a delineare il quadro complessivo.

Che cosa dicono i risultati

Dai dati quantitativi di sintesi emerge che i partecipanti riconoscono con frequenza la presenza di gioia nelle loro vite e tendono a “perdersi” spesso in ciò che amano fare; molti apprezzano aspetti specifici dell’essere autistici e percepiscono la propria gioia come diversa da quella di chi non è autistico. Il grafico riassuntivo presentato da Wassell mostra livelli di accordo molto alti rispetto a queste affermazioni e, allo stesso tempo, un chiaro disaccordo verso l’idea che la società attuale renda facile alle persone autistiche realizzarsi pienamente. In altre parole, la gioia c’è, ma non è scontato che trovi un terreno adatto per esprimersi.

Le narrazioni raccolte fanno capire perché. Molti descrivono l’immersione totale in un’attività – lettura, studio, composizione, programmazione, camminate nella natura – come una corrente che trascina e sospende il tempo: quando le condizioni sono buone, la mente si concentra, il corpo si regola, il mondo smette di distrarre. Altri sottolineano la pienezza sensoriale: l’ordine di oggetti allineati, la trama di un tessuto, il ripetersi rassicurante di una melodia, la luce filtrata tra gli alberi. Non si tratta di dettagli eccentrici, ma di canali di benessere. “Mettere le cose in fila è piacevole… ordinare è uno dei piaceri più profondi della vita”, racconta una persona. Un’altra aggiunge: “Ascoltare una canzone in loop, sedersi sotto le stelle… tutte queste attività fanno cantare il mio cuore.” Sono immagini vive, che parlano di regolazione ed equilibrio, non di tantrum o di comportamenti problematici.

Accanto a immersione e sensorialità, lo studio evidenzia il ruolo degli interessi speciali e dell’apprendimento: coltivare una passione con cura genera competenza, significato e soddisfazione. Ma perché questo accada serve un ambiente favorevole. Qui i racconti sono molto chiari: servono spazi tranquilli e relazioni non giudicanti, serve la possibilità di auto-regolarsi (anche dondolandosi o stimolando i propri sensi attraverso lo stimming), serve il diritto a non dover per forza ricorrere al masking. Una testimonianza sintetizza bene il punto:

“La cosa più semplice – e a costo zero – che le persone non autistiche possono fare è accettare davvero che gli “interessi speciali” diano felicità e compimento; non dovremmo doverli nascondere”.

Una cornice teorica: dall’“assemblaggio” al monotropismo

Il contributo propone di leggere la gioia autistica come un assemblaggio — cioè una configurazione dinamica in cui disposizioni personali e condizioni ambientali si intrecciano e si co-determinano. Sul versante personale rientra, ad esempio, la tendenza al monotropismo (concentrare l’attenzione su pochi canali alla volta fino a entrare in stati di flusso/iperfocus); su quello ambientale contano ritmi, stimoli sensoriali, qualità delle relazioni e cornice culturale. Pensare per assemblaggi permette di evitare i riduzionismi: la gioia non è “solo” individuale né “solo” sociale, ma nasce dall’incontro fra caratteristiche neurodivergenti e contesti più o meno ospitali per quelle caratteristiche. In questa chiave, la gioia autistica diventa sia un indicatore di ambienti ben progettati sia una leva per riprogettarli: quando compare e si stabilizza, suggerisce che il contesto funziona; quando scarseggia, indica dove intervenire (tempi, luci, rumori, regole, aspettative).

Implicazioni: scuola, servizi, lavoro, cultura

Se la gioia autistica nasce dall’incontro fra disposizioni e contesti, allora educazione e supporti dovrebbero metterla a progetto, non lasciarla al caso. Nella scuola significa garantire tempi lunghi di immersione, spazi di regolazione sensoriale, percorsi che partano dagli interessi. Nei servizi significa adottare una prospettiva neuro-affermativa: riconoscere il valore regolativo delle auto-stimolazioni, negoziare accomodamenti sensoriali, evitare pratiche di normalizzazione che aumentano carico e sofferenza. Nel lavoro significa accettare che passione e cura possano contare più della competenza “a freddo”: la competenza spesso nasce dalla passione, se le barriere vengono rimosse e gli strumenti giusti sono disponibili. Anche sul piano culturale lo studio manda un messaggio semplice: lasciare in pace gli interessi altrui, senza ridicolizzarli, non è una concessione; è salute pubblica.

Onestà metodologica: che cosa non ci dice (ancora)

Come ogni ricerca esplorativa, anche questa ha limiti che è bene esplicitare. Il campione è di convenienza e auto-selezionato, perché reclutato online all’interno di una comunità autistica; è quindi prezioso per qualità e dettaglio dei racconti, ma non rappresentativo dell’intera popolazione. La sovra-rappresentazione di donne e persone non-binarie dà voce a gruppi storicamente marginalizzati, ma rende difficile generalizzare i risultati a tutti. La natura trasversale e auto-riferita dei dati non consente di stabilire nessi causali né validazioni indipendenti. Serviranno studi complementari, anche longitudinali e in contesti diversi, per approfondire quando e come la gioia autistica si attivi e come tradurla in linee guida operative.

Perché questo studio conta per i Disability Studies

Al di là del merito specifico, il lavoro di Wassell ha un valore epistemico: rimette al centro le voci autistiche, sfida la retorica dell’autismo esclusivamente come tragedia e propone una lente che guarda alla relazione fra persona e ambiente. È un invito a capovolgere la prassi: non “aggiustare le persone”, ma progettare contesti in cui la differenza possa esprimersi pienamente e condurre a piena realizzazione. In questa prospettiva, la gioia non è un vezzo individuale: è prova concreta che l’inclusione è possibile – e che fa bene a tutti.

Bibliografia

Wassell, E. (2025). Experiences of autistic joy. Disability & Society, 1–26. https://doi.org/10.1080/09687599.2025.2498417