Autismo e bullismo

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Vittime, aggressori e sopravvissuti

di Francesca Mela

Il bullismo lascia tracce che possono durare a lungo. Per alcune persone modifica il modo di entrare in una stanza, fidarsi degli altri o sentirsi al sicuro in un gruppo.

Le persone autistiche sono particolarmente esposte a questa esperienza. In questo articolo esploriamo perché accade, quali conseguenze può lasciare nel tempo e come riconoscere le dinamiche che lo alimentano per imparare, poco alla volta, a interromperle.

Che cos’è il bullismo?

La parola bullismo è entrata così tanto nel linguaggio quotidiano da aver perso, in parte, il suo significato. Viene utilizzata per descrivere una presa in giro, un litigio, un’offesa o qualsiasi relazione difficile.

La ricerca, invece, usa questa parola in modo molto più preciso. Comprendere questa differenza aiuta a capire perché il bullismo lasci ferite così profonde.

Il bullismo è una forma di aggressione intenzionale e ripetuta nel tempo, caratterizzata da uno squilibrio di potere tra chi aggredisce e chi subisce. Questo squilibrio può dipendere dalla forza fisica, dalla popolarità, dal numero di persone coinvolte, dall’età, dalla posizione nel gruppo o dalla capacità di influenzare gli altri.

L’aggressione può manifestarsi attraverso la violenza fisica, con spinte, calci o danneggiamento degli oggetti personali; attraverso quella verbale, fatta di insulti, prese in giro, umiliazioni e minacce; oppure in modo più sottile, con l’esclusione dal gruppo, l’isolamento, la diffusione di pettegolezzi e la manipolazione delle relazioni. Oggi tutto questo può continuare anche online, attraverso messaggi, social network, fotografie o video condivisi senza consenso.

L’elemento che accomuna tutte queste forme è la continuità. Il bullismo non coincide con un singolo episodio, ma con un’esperienza che si ripete nel tempo. Giorno dopo giorno la persona presa di mira inizia ad anticipare ciò che potrebbe accadere. Sceglie con attenzione dove sedersi, quale strada percorrere, quando parlare e quando rimanere in silenzio. Osserva continuamente le reazioni degli altri e ogni giornata diventa un esercizio di previsione.

Poco alla volta l’attenzione si orienta sempre di più verso il pericolo e sempre meno verso tutto il resto. È per questo che il bullismo coinvolge molto più dei singoli episodi di aggressione: finisce per modellare il modo in cui una persona osserva l’ambiente, interpreta le relazioni e costruisce la propria idea di sicurezza.

Perché le persone autistiche sono più esposte al bullismo?

Illustrazione in stile anime realistico di un ragazzo dai capelli lunghi e scuri in mezzo a un gruppo di coetanei che conversano tra loro. Pur circondato da altre persone, appare isolato e osserva l'ambiente con attenzione. L'immagine rappresenta la vulnerabilità sociale e il maggiore rischio di bullismo nelle persone autistiche.

Nel mio lavoro con gruppi di adulti autistici iniziamo parlando di sensorialità, emozioni, sovraccarico, strategie e relazioni. Poi la conversazione si sposta sulla scuola, sulle amicizie e sulla socializzazione. È in quel momento che, con una regolarità impressionante, emerge il bullismo.

La ricerca conferma questa esperienza.

Bambini e adolescenti autistici subiscono bullismo molto più frequentemente rispetto ai loro coetanei. Una metanalisi pubblicata nel 2016 ha stimato che circa il 44% degli studenti autistici sperimenta episodi di vittimizzazione a scuola, una probabilità circa tre volte superiore rispetto agli studenti neurotipici. Le forme più frequenti sono quelle verbali e relazionali: prese in giro, esclusione dal gruppo, isolamento e diffusione di pettegolezzi. Studi successivi hanno confermato questo quadro in diversi Paesi.

Perché accade?

È importante chiarire un punto: non è l’autismo a produrre il bullismo.

L’autismo descrive un modo diverso di percepire, interpretare e vivere il mondo. Il bullismo nasce quando un gruppo decide di trasformare una differenza in un motivo di esclusione, di derisione o di umiliazione. Le caratteristiche dell’autismo possono aumentare la vulnerabilità in alcuni contesti sociali, ma non rappresentano la causa del bullismo. La causa rimane sempre la scelta di prendere di mira qualcuno.

Molte persone autistiche attribuiscono un grande valore alla coerenza. Le parole hanno un significato, le regole aiutano la convivenza e la sincerità costruisce fiducia. Quando qualcuno dice qualcosa, viene naturale aspettarsi che le sue azioni seguano la stessa direzione.

Chi bullizza, invece, ragiona in modo diverso. Osserva il gruppo, fa piccoli tentativi, misura le reazioni e individua chi si imbarazza, chi prende sul serio una provocazione, chi continua a fidarsi o chi desidera essere accettato. Quando trova una reazione prevedibile, la utilizza ancora. E ancora.

Per una persona autistica tutto questo può richiedere un enorme lavoro di interpretazione. Ogni episodio porta con sé molte domande. Sta scherzando? Ride con me o di me? Gli altri hanno capito qualcosa che mi è sfuggito? Chi sta seguendo il gruppo? Chi potrebbe aiutarmi?

A questo si aggiungono altre difficoltà che, in un ambiente ostile, possono aumentare la vulnerabilità. Leggere rapidamente le intenzioni degli altri, cogliere l’ironia, il sarcasmo o i cambiamenti improvvisi nelle dinamiche del gruppo richiede un notevole lavoro cognitivo. Alcune persone si accorgono tardi che una presa in giro ha superato il confine dello scherzo, altre riconoscono di avere subito bullismo soltanto molti anni dopo.

Alcune caratteristiche possono anche rendere una persona più visibile agli occhi del gruppo. Restare in disparte durante l’intervallo, evitare il contatto oculare, parlare a lungo dei propri interessi, apparire molto rigidi nel seguire le regole, mostrare movimenti insoliti oppure fare un grande sforzo per adattarsi al gruppo senza comprenderne pienamente le regole implicite possono attirare l’attenzione di chi sta cercando un bersaglio.

Anche il modo di reagire può influenzare la scelta del bersaglio. Chi bullizza osserva quali comportamenti producono una risposta intensa, prevedibile o facilmente leggibile e tende a ripeterli, perché proprio quella reazione diventa il rinforzo del comportamento.

La differenza rende visibili. È il gruppo che decide se quella visibilità diventerà curiosità, accoglienza oppure esclusione.

Il bullismo prospera proprio in quei contesti in cui le intenzioni diventano difficili da leggere, le alleanze cambiano rapidamente, il sarcasmo sostituisce la comunicazione diretta e il significato delle parole dipende più dal contesto che dalle parole stesse. Orientarsi in questo scenario richiede un enorme lavoro cognitivo. È proprio in questo spazio di ambiguità che il bullismo trova terreno fertile.


Quando il cervello impara il pericolo

Illustrazione in stile anime realistico di una giovane donna che osserva con esitazione un gruppo di persone attraverso una porta socchiusa. Mentre gli altri conversano all'interno della stanza, lei rimane sulla soglia, valutando se entrare. L'immagine rappresenta l'ipervigilanza e il modo in cui il cervello, dopo esperienze di bullismo, può imparare a percepire le situazioni sociali come potenzialmente pericolose.

Il bullismo, prima o poi, finisce. La scuola termina, i compagni prendono strade diverse e gli aggressori escono dalla nostra vita. Il cervello, però, continua a fare ciò che ha imparato meglio: proteggerci.

Per mesi o per anni ha ricevuto lo stesso messaggio. L’ambiente sociale è pericoloso. Esporsi aumenta il rischio. Fidarsi può fare male. Così inizia a cercare il pericolo ancora prima che si presenti davvero.

Entrare in una stanza significa osservare rapidamente chi c’è, scegliere con attenzione dove sedersi, controllare le espressioni delle persone e cercare segnali di esclusione, di giudizio o di ostilità. Ogni nuovo gruppo viene confrontato, spesso senza che ce ne accorgiamo, con quelli del passato.

Questa risposta ha una sua logica. Il cervello cerca di evitare che l’esperienza dolorosa si ripeta. La difficoltà nasce quando quel sistema di allarme continua a funzionare anche molti anni dopo, in contesti completamente diversi.

Per alcune persone il risultato è un’ansia sociale persistente. Altre iniziano a evitare le situazioni di gruppo, rinunciano a nuove amicizie o limitano sempre di più la propria partecipazione alla vita sociale. Altre ancora sviluppano un quadro compatibile con il Disturbo Post Traumatico da Stress (PTSD) o con il Disturbo Post Traumatico Complesso (CPTSD), soprattutto quando il bullismo è stato intenso, ripetuto e si è protratto per molti anni durante lo sviluppo. Negli ultimi anni numerosi studi hanno mostrato come la vittimizzazione cronica rappresenti uno dei principali fattori di rischio per il trauma nelle persone autistiche.

A distanza di anni può bastare una riunione, un nuovo ambiente di lavoro, una battuta fra colleghi o l’ingresso in un’aula perché quel sistema di allarme torni ad attivarsi. Il corpo reagisce molto prima che la parte razionale della mente riesca a ricordargli che quella situazione appartiene al presente e non al passato.

Come abbiamo visto nell’articolo dedicato al trauma, il cervello diventa estremamente efficiente nell’imparare il pericolo. Ma il suo apprendimento non si ferma lì. Proprio come ha imparato il pericolo, può imparare, poco alla volta, anche la sicurezza.

Se stai vivendo una situazione di bullismo

Illustrazione in stile anime realistico di una giovane donna seduta in un ambiente scolastico, immersa nei propri pensieri mentre sullo sfondo alcuni coetanei parlano tra loro. Attorno a lei compaiono dubbi e paure legati alla richiesta di aiuto. L'immagine rappresenta il conflitto interiore, l'isolamento e la difficoltà di chiedere aiuto dopo aver subito bullismo.

Non affrontarlo da solo. Trova un alleato.
Il bullismo vive di isolamento. Parlane con un insegnante, un collega, un familiare, un amico o una persona di fiducia. Avere qualcuno che osserva la situazione dall’esterno rappresenta uno dei modi più efficaci per interrompere questa dinamica.

Metti per iscritto quello che succede.
Quando il bullismo si prolunga nel tempo, i ricordi possono confondersi e la persona che lo subisce può arrivare perfino a dubitare della propria percezione. Annotare episodi, date, luoghi e persone presenti aiuta a ricostruire i fatti e, se necessario, a documentarli.

Separa ciò che il gruppo fa da chi sei.
Il bullismo porta facilmente a pensare: “Sono io il problema.” In realtà il gruppo sceglie un bersaglio e trasforma una caratteristica in un pretesto. Quel pretesto non racconta il tuo valore come persona.

Dai priorità alla tua sicurezza.
Allontanarti da un gruppo tossico, chiedere un cambio di classe o di scuola, modificare un contesto di lavoro o interrompere una relazione che ti ferisce significa proteggerti. La priorità non è dimostrare di avere ragione, ma permettere a te stesso di stare al sicuro.

Perché è così difficile chiedere aiuto

Molte persone che vivono una situazione di bullismo cercano di affrontarla da sole. C’è chi teme di essere considerato una spia, chi ha paura delle conseguenze, chi pensa di preoccupare i propri genitori o immagina che l’intervento degli adulti possa peggiorare la situazione.

Per molti bambini e ragazzi autistici esiste anche un’altra difficoltà. La scuola è spesso il luogo in cui sperimentano maggiormente la sensazione di essere “quelli strani”. Raccontare di essere vittime di bullismo può sembrare l’ennesima conferma di quella diversità oppure alimentare la paura di essere giudicati ancora più fragili.

Sono timori profondamente comprensibili.

Però ricorda: chiedere aiuto non crea un problema. Permette a qualcun altro di vedere un problema che esiste già.

Prenditi cura di te

Illustrazione in stile anime realistico di una giovane donna che si allontana da un edificio e si dirige verso un sentiero illuminato dalla luce del sole. L'immagine rappresenta la scelta di proteggere sé stessi, allontanarsi da un contesto di bullismo e dare priorità alla propria sicurezza e al proprio benessere.

Molte persone autistiche possiedono un forte senso di giustizia. Quando subiscono un’ingiustizia nasce spontaneo il desiderio di restare, spiegare, convincere gli altri o dimostrare di avere ragione.

Quando ci si trova in una situazione di bullismo, però, la priorità cambia. La prima responsabilità è proteggere sé stessi.

Allontanarsi da un gruppo tossico, chiedere un cambio di classe o di scuola, modificare un contesto di lavoro o interrompere una relazione in cui il rispetto è venuto meno rappresentano strategie di cura. La strategia migliore è quella che aumenta la propria sicurezza, non quella che soddisfa il bisogno di dimostrare di avere ragione.

Prendersi cura di sé non significa rinunciare alla giustizia. Significa riconoscere che la propria sicurezza, il proprio benessere e la propria salute vengono prima di qualsiasi battaglia.

Quando la vittima diventa aggressore

Il bullismo lascia segni profondi e ognuno cerca di proteggersi come può.

Alcune persone imparano a scomparire. Altre evitano ogni situazione sociale. Altre vivono in costante allerta. E qualcuno scopre che attaccare per primo offre una sensazione di sicurezza.

È uno dei meccanismi più studiati nella psicologia del trauma: a volte chi è stato ferito finisce per utilizzare, almeno in parte, le stesse modalità relazionali che ha subito, perché sono quelle che il cervello ha imparato.

Il dolore può spiegare alcuni comportamenti. La responsabilità di cambiarli appartiene sempre alla persona. Comprendere questo meccanismo è importante.

Comprendere, però, non significa giustificare, ma riconoscere come si è arrivati fin lì, assumersi la responsabilità delle proprie azioni e scegliere di imparare modi diversi di stare nelle relazioni.

Il cervello continua a imparare.

Così come può imparare il pericolo, può imparare anche la sicurezza.

E se il problema fossi tu?

Illustrazione in stile anime realistico di un ragazzo che intimidisce un coetaneo davanti a un gruppo di spettatori. Sotto l'immagine è presente un riquadro con indicazioni per riconoscere i propri comportamenti, chiedere supporto, sviluppare strategie relazionali più rispettose e costruire relazioni sane. L'immagine invita a riflettere sul bullismo e sulla responsabilità personale.

Quando si parla di bullismo, quasi tutti pensano a qualcuno che hanno incontrato nella propria vita.

Molto più raramente ci si ferma a chiedersi: e se, almeno una volta, fossi stato io a far stare male qualcuno?

È una domanda scomoda, ma anche molto importante.

L’autismo descrive un modo diverso di funzionare, non il carattere di una persona. Esistono persone autistiche profondamente rispettose degli altri e persone autistiche che, come chiunque altro, possono ferire, escludere o umiliare qualcuno.

Perché succede?

Le strade possono essere diverse. C’è chi, dopo anni passati a sentirsi vulnerabile, scopre che attaccare per primo dà una sensazione di controllo. C’è chi desidera così tanto essere accettato dal gruppo da finire per ridere insieme agli altri, anche quando il bersaglio è una persona più fragile. C’è chi ripete modalità relazionali che ha visto per anni, senza essersi mai chiesto se esistesse un modo diverso di stare con gli altri. E c’è chi fatica ad accorgersi del momento in cui uno scherzo smette di essere condiviso e diventa umiliante.

Qualunque sia il motivo, una cosa rimane uguale: le intenzioni sono importanti, ma gli effetti lo sono ancora di più.

Più che chiedersi “Volevo fare del male?”, può essere utile osservare ciò che succede nell’altra persona.

  • Continua a cercare la mia compagnia oppure tende a evitarmi?
  • Quando mi chiede di smettere, accolgo la sua richiesta?
  • Il gruppo ride insieme oppure ride quasi sempre della stessa persona?
  • Se fossi io al suo posto, vivrei quella situazione con serenità?

Queste domande aiutano a distinguere uno scherzo condiviso da una dinamica di bullismo. Lo scherzo crea divertimento reciproco. Il bullismo crea uno squilibrio di potere: una persona si diverte mentre l’altra si sente ferita, umiliata o esclusa.

Accorgersi di avere fatto stare male qualcuno può essere difficile. Allo stesso tempo rappresenta un’occasione preziosa per fermarsi, assumersi la responsabilità delle proprie azioni e imparare modi diversi di stare nelle relazioni.

FAQ

1. Le persone autistiche subiscono bullismo più spesso?

Sì. Numerosi studi mostrano che bambini e adolescenti autistici hanno una probabilità significativamente maggiore di essere vittime di bullismo rispetto ai loro coetanei. Le forme più comuni sono l’esclusione dal gruppo, le prese in giro, l’isolamento e il bullismo verbale.

2. Perché le persone autistiche sono più vulnerabili al bullismo?

La vulnerabilità nasce dall’incontro tra alcune caratteristiche dell’autismo e un ambiente sociale ostile. La comunicazione diretta, la fiducia negli altri, la difficoltà di interpretare situazioni sociali molto ambigue o sarcastiche e il desiderio di appartenere al gruppo possono essere sfruttati da chi mette in atto comportamenti di bullismo.

3. È possibile accorgersi di avere subito bullismo solo da adulti?

Sì. Molte persone riconoscono ciò che hanno vissuto soltanto anni dopo. Durante l’infanzia o l’adolescenza possono aver interpretato alcuni episodi come semplici scherzi o aver pensato che quel modo di relazionarsi fosse normale. Questo non rende l’esperienza meno significativa né riduce le sue conseguenze.

4. Una persona autistica può diventare un bullo?

Sì. L’autismo non determina il carattere di una persona. Alcune persone possono riprodurre dinamiche apprese, cercare protezione attraverso l’aggressività, desiderare l’approvazione del gruppo o non accorgersi dell’effetto che i propri comportamenti hanno sugli altri. Comprendere questi meccanismi aiuta a modificarli, senza sottrarsi alla responsabilità delle proprie azioni.

5. Come posso capire se uno scherzo è diventato bullismo?

Uno scherzo diverte tutte le persone coinvolte. Nel bullismo, invece, il divertimento nasce quasi sempre a spese della stessa persona, che si sente umiliata, esclusa o ferita e fatica a interrompere la situazione.

6. Il bullismo può lasciare conseguenze anche molti anni dopo?

Sì. Il bullismo può contribuire allo sviluppo di ansia sociale, ipervigilanza, evitamento delle relazioni e, nei casi più gravi, di Disturbo Post Traumatico da Stress (PTSD) o Disturbo Post Traumatico Complesso (CPTSD). Con nuove esperienze relazionali e un adeguato supporto è possibile costruire, nel tempo, un senso di sicurezza diverso.

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Fonti e approfondimenti

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World Health Organization. (2020). INSPIRE: Seven strategies for ending violence against children.

✍️ Nota dell’autrice

Questo articolo fa parte del progetto Manuale Punk per Autistici: una raccolta di articoli, strumenti pratici e riflessioni dedicati alle persone autistiche che vogliono comprendersi meglio, proteggere le proprie energie e costruire una vita compatibile con il proprio funzionamento.

Niente formule magiche. Niente normalizzazione forzata. Solo strategie concrete, conoscenza scientifica e autodeterminazione neurodivergente.