Invecchiare nello spettro autistico: cosa emerge dalla ricerca più recente

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di Marco Cadavero

Un anno fa, su queste pagine, abbiamo pubblicato la traduzione di un articolo di Gavin Stewart che faceva il punto su cosa sappiamo (e non sappiamo) su autismo e invecchiamento. La questione che emergeva era netta: meno dell’1% della ricerca sull’autismo si è occupata di persone autistiche di mezza età o anziane, lasciando milioni di adulti senza risposte sui propri bisogni di salute lungo il corso della vita.

A febbraio 2026 Nature ha dedicato al tema un’inchiesta a firma di Miryam Naddaf (“Ageing with autism”, vol. 650, pp. 538–540) che riprende la questione e la aggiorna con i dati pubblicati nell’ultimo biennio. È un’occasione utile per tornare sull’argomento, perché nel frattempo la ricerca si è mossa — anche se non quanto servirebbe — e perché alcune nuove evidenze meritano di essere rese note alla comunità autistica italiana che resta, in larga parte, ancora estranea a questo dibattito.

Una popolazione che cresce, una ricerca che arranca

Il primo dato è demografico. Uno studio pubblicato su Molecular Psychiatry nel 2026, basato sull’analisi di dati provenienti da oltre 200 paesi, stima che il numero di persone autistiche con 70 anni o più sia passato da circa 894.700 nel 1990 a quasi 2,5 milioni nel 2021, con una proiezione che indica il raddoppio entro il 2040 (Tian et al., 2026).

L’aumento è solo in parte spiegabile con la crescita demografica della popolazione mondiale. Pesano due fattori: il miglioramento della consapevolezza diagnostica e — soprattutto — la modifica dei criteri introdotta circa un decennio fa, che ha permesso di diagnosticare l’autismo anche in età adulta. Prima di allora, intere generazioni di persone autistiche sono cresciute senza una cornice interpretativa per le proprie esperienze, escluse da criteri che erano pensati esclusivamente per l’infanzia.

Le proporzioni del fenomeno sono impressionanti: il più ampio studio britannico sulla prevalenza dell’autismo negli adulti suggerisce che fino al 75% delle persone autistiche tra i 20 e i 49 anni e oltre il 90% di quelle sopra i 50 anni siano oggi non diagnosticate (O’Nions et al., 2023) — dato che, come ricordava Stewart nell’articolo precedente, sale al 97% per chi ha 60 anni o più.

Eppure, la ricerca resta sbilanciata. Tra il 1980 e il 2021 sono stati pubblicati oltre 40.200 articoli sull’autismo nell’infanzia e nell’adolescenza, contro appena 174 articoli sull’autismo in età avanzata (Mason et al., 2022). Solo lo 0,4% degli studi sull’autismo dal 2012 ha incluso persone autistiche di mezza età o anziane. Come sintetizza in modo lapidario Gregory Wallace, neuropsicologo della George Washington University intervistato da Naddaf: «non sappiamo praticamente nulla».

I rischi per la salute: nuove evidenze sul Parkinson e sulla demenza

Sul fronte dei rischi di salute, l’inchiesta di Nature aggiunge tasselli rilevanti rispetto al quadro già tracciato da Stewart.

Wallace e colleghi hanno presentato a un convegno del 2024 i risultati di un’indagine condotta su circa 250.000 persone autistiche, persone con disabilità intellettiva o entrambe: il rischio di sviluppare sintomi associati alla malattia di Parkinson risulterebbe tre volte più elevato rispetto alla popolazione generale. Il dato si collega a precedenti studi genetici che avevano associato l’autismo a mutazioni del gene PARK2, coinvolto nella malattia di Parkinson (Glessner et al., 2009).

L’interpretazione, però, è e resta complessa. Molte persone autistiche presentano fin dalla prima infanzia differenze nella coordinazione motoria, ed è difficile stabilire se i sintomi parkinsoniani osservati in età avanzata siano una complicazione dovuta all’invecchiamento o affondino le loro radici in caratteristiche presenti fin da sempre. A questo si aggiunge un fattore iatrogeno: gli adulti autistici hanno avuto, nel corso della vita, una probabilità più alta di assunzione di psicofarmaci — antipsicotici e antiepilettici in particolare — il cui uso prolungato può effettivamente produrre effetti collaterali simil-parkinsoniani che si manifestano tardivamente. Anche escludendo questa variabile, il rischio resta comunque elevato.

Pattern simili emergono per le condizioni neurodegenerative. Il più ampio studio nel suo genere, pubblicato nel 2025 e basato su 90 milioni di cartelle cliniche (di cui 114.582 relative a individui autistici), ha rilevato che fino al 35% degli adulti autistici sopra i 64 anni aveva una diagnosi di demenza, contro il 10% della popolazione generale (Vivanti et al., 2025).

Questi numeri vanno presi con cautela: gli studi basati su cartelle cliniche includono solo le persone autistiche che hanno avuto un contatto con il sistema sanitario o che possiedono una diagnosi formale, lasciando fuori la maggioranza sommersa di cui si parlava sopra. Ma il segnale è coerente con quanto già evidenziato da Stewart sui maggiori rischi cardiovascolari, di osteoporosi, ansia, depressione e sull’aspettativa di vita ridotta documentata da O’Nions et al. (2024).

Dentro il cervello che invecchia: il paradosso dei “meccanismi compensatori”

Non tutto, però, va nella direzione di un peggioramento. Alcuni studi di neuroimaging suggeriscono che certe reti neurali nelle persone autistiche mostrino meno cambiamenti legati all’età rispetto a quelle delle persone non autistiche.

Hilde Geurts (Università di Amsterdam) ha trovato che, se una differenza esisteva all’inizio della vita, restava presente anche più avanti, ma il divario tra persone autistiche e non autistiche non si ampliava con l’età (Bathelt, Koolschijn & Geurts, 2020). Le persone autistiche, in altre parole, non sembravano essere soggette a un invecchiamento accelerato del cervello.

Questo dato ha portato Blair Braden (Arizona State University) a parlare di “meccanismi compensatori incredibili” negli adulti autistici più anziani. In uno studio longitudinale su 25 adulti autistici e 25 non autistici tra i 40 e i 70 anni, seguiti fino a 5 anni con prove di memoria visiva (Walsh et al., 2022), il quadro che emerge è però più articolato: una parte del gruppo autistico mostra un declino mnestico accelerato, un’altra parte resta stabile. Nel sottogruppo che declina, si osserva un aumento del volume d’acqua nell’ippocampo — possibile indizio di atrofia.

Uno studio più ampio pubblicato nel 2025, che ha testato la memoria di lavoro spaziale per sette anni in adulti più anziani con tratti autistici e neurotipici, non ha trovato differenze nei pattern di declino tra i due gruppi (Ghai et al., 2025). Gli stessi autori invitano alla prudenza: i risultati vanno replicati su persone con diagnosi confermata, non solo con tratti autistici.

Il quadro resta dunque eterogeneo, e questa è probabilmente l’osservazione più importante. Come ricorda Ruth Carper (San Diego State University), l’autismo è di per sé condizione eterogenea, e quando si guarda all’invecchiamento la variabilità si amplifica, perché ogni persona ha attraversato un’intera vita di esperienze uniche. Cercare un “profilo medio dell’autistico anziano” rischia di essere fuorviante quanto lo è cercarlo a qualsiasi altra età.

Menopausa e salute delle donne autistiche: un ambito ancora marginale

Uno dei punti più rilevanti dell’inchiesta — e uno dei più trascurati nella letteratura — riguarda la salute delle donne autistiche, in particolare nella transizione menopausale.

Gli studi condotti finora suggeriscono che la menopausa, che si manifesta tipicamente tra i 44 e i 55 anni, possa esacerbare i tratti autistici e rappresentare una fase particolarmente difficile. In un’indagine su 242 persone autistiche assegnate femmine alla nascita con più di 40 anni, Charlton et al. (2025) hanno rilevato — rispetto alla popolazione di controllo — sintomi psicologici della menopausa più intensi (ansia, affaticamento, umore deflesso) e sintomi fisici più marcati (cefalee, dolori muscolari e articolari).

A questo si aggiunge una difficoltà strutturale di accesso: le persone autistiche che attraversano la menopausa riferiscono di ricevere informazioni e assistenza inadeguate prima, durante e dopo tale periodo di transizione. Il problema non è soltanto biomedico, ma sistemico: i servizi sanitari raramente sono attrezzati per riconoscere come l’esperienza autistica modifichi la percezione e la comunicazione dei sintomi, l’aderenza terapeutica, la tolleranza degli effetti collaterali.

Come ricorda Sondra Williams, una delle voci raccolte da Naddaf, le donne sono ampiamente trascurate dalla ricerca, nonostante le stime attuali indichino che oltre un terzo delle persone autistiche è di genere femminile.

Dal cosa al perché: i limiti che restano

L’inchiesta di Nature coincide con quanto Stewart aveva già evidenziato sul piano dei limiti metodologici — e li articola ulteriormente.

Il primo limite è la scarsità di studi longitudinali. La quasi totalità della letteratura disponibile è trasversale: fotografa la condizione di adulti autistici a una certa età, ma non li segue nel tempo. Senza dati longitudinali, distinguere ciò che è propriamente “invecchiamento autistico” da ciò che è effetto di coorte (cioè di esperienze condivise da generazioni cresciute senza diagnosi e senza supporti) resta un’operazione difficile (se non impossibile). Lauren Bishop (Università del Wisconsin–Madison) sta conducendo dal 2022 uno studio longitudinale su adulti autistici con 40+ anni, che mira a costruire un dataset integrato di marcatori cerebrali, mentali, fisici e cardiovascolari. È uno dei primi tentativi sistematici in questo campo.

Il secondo limite è la sottorappresentazione di chi ha disabilità intellettiva e maggiori bisogni di supporto. Come già notava Stewart, gran parte della letteratura sull’autismo adulto si è concentrata su persone diagnosticate tardivamente, spesso con profili cognitivi medio-alti. Questo significa che ciò che oggi sappiamo dell’invecchiamento autistico riguarda in larga misura una sottopopolazione specifica, mentre i bisogni delle persone con maggior necessità di supporto restano largamente non documentati.

Il terzo limite è il gender gap: l’autismo è stato storicamente concettualizzato come “condizione maschile”, e i bias diagnostici hanno prodotto una sottodiagnosi sistematica nelle donne, con cascate di conseguenze sulla composizione dei campioni di ricerca.

Sul piano delle prospettive di ricerca, Braden sta avviando — in collaborazione con organizzazioni di advocacy — studi su tessuto cerebrale post-mortem, per indagare differenze cellulari e molecolari. Wang (Università della Florida) sta usando il neuroimaging per studiare le difficoltà motorie negli autistici tra i 40 e i 60 anni, con particolare attenzione alle modificazioni strutturali di cervelletto e gangli della base.

Una lettura più articolata: oltre la lente del solo rischio

Vale la pena fermarsi su un punto che né Stewart né l’inchiesta di Nature tematizzano in modo esplicito, ma che è importante per chi prova a tradurre questi dati in pratiche di cura e di supporto.

La quasi totalità della letteratura qui discussa restituisce un profilo costruito attorno al rischio: le persone autistiche “hanno più probabilità di”, “presentano rischi aumentati per”, “mostrano declini in”. È una lente legittima e necessaria — i rischi di salute sono reali e documentati, e ignorarli sarebbe irresponsabile — ma è parziale.

Il modello biopsicosociale, che è oggi la cornice di riferimento dell’OMS attraverso l’ICF, invita a integrare il dato clinico con i fattori contestuali: gli ambienti, le relazioni, l’accesso ai servizi, le opportunità lungo il corso di vita. In questa prospettiva, le domande utili non sono solo quali rischi corrono gli adulti autistici che invecchiano, ma anche quali ambienti producono o aggravano questi esiti, quali supporti potrebbero renderli evitabili, quali competenze mancano nei servizi che li prendono in carico. La maggiore prevalenza di ansia e depressione in età avanzata, ad esempio, è difficile da leggere senza considerare decenni di esperienze di non riconoscimento, di ambienti scarsamente accessibili dal punto di vista sensoriale e comunicativo, di accesso tardivo o mancato a diagnosi e supporti. Le difficoltà di accesso ai servizi sanitari descritte da Mansour et al. (2024) raccontano almeno tanto delle persone autistiche quanto dell’organizzazione dei servizi.

Anche le evidenze più incoraggianti — i “meccanismi compensatori” di Braden, la stabilità di certe reti neurali — meritano cautela interpretativa. Vanno lette come indicatori di plasticità e risorsa, non come argomenti per ridurre l’investimento in supporti: la traiettoria di un singolo individuo dipende molto da come la sua condizione incontra l’ambiente in cui vive. Il punto, in definitiva, non è se l’autismo “protegga” o “esponga” rispetto all’invecchiamento, ma come costruire condizioni di vita in cui invecchiare bene sia possibile, anche per quella parte di popolazione autistica oggi poco rappresentata nella ricerca, nella clinica e nei servizi.

Cosa serve, ora

Riprendendo e ampliando le indicazioni di Stewart, e provando a calarle nel dibattito italiano:

  • Studi longitudinali che seguano persone autistiche lungo decenni, con campioni eterogenei per genere, livello di supporto richiesto, presenza o meno di disabilità intellettiva.
  • Protocolli sociosanitari specifici per l’invecchiamento autistico, attenti alle differenze sensoriali, comunicative e alla tolleranza farmacologica.
  • Formazione di psichiatri, geriatri, medici di medicina generale, ginecologi, neurologi sull’autismo adulto e sulle sue manifestazioni in età avanzata.
  • Partecipazione delle persone autistiche anziane nella definizione delle priorità di ricerca e di servizio, in coerenza con i principi di co-progettazione che informano oggi gran parte delle politiche del Terzo Settore.
  • Continuità con il dibattito sull’invecchiamento attivo e sul Long Term Care: la Legge 33/2023 e il successivo D.lgs. 29/2024 hanno aperto in Italia una stagione di riforma delle politiche per le persone anziane, con un’attenzione esplicita ai temi della domiciliarità, dell’integrazione socio-sanitaria e della prevenzione della non-autosufficienza. È un’occasione importante per portare dentro questo dibattito anche la specificità dei profili neurodivergenti, perché ambienti di cura, RSA, servizi domiciliari e percorsi di invecchiamento attivo siano accessibili anche a chi ha profili sensoriali, comunicativi e cognitivi atipici.

In Italia, dove la diagnosi di autismo in età adulta resta un percorso non sempre lineare e dove la maggior parte dei servizi sull’autismo è ancora orientata all’età evolutiva, costruire competenza sull’invecchiamento autistico è una direzione di lavoro che riguarda direttamente la generazione di adulti autistici di oggi — e che si intreccia naturalmente con la riforma in corso sulle politiche per le persone anziane.

Come dice Sondra Williams chiudendo l’inchiesta di Nature: vorrei vedere più ricerca e più comprensione di come l’invecchiamento riguardi gli adulti autistici, non tanto per me, quanto perché vorrei che i miei nipoti e i miei figli non si trovassero ad affrontare la stessa incertezza che affronto io oggi.


Riferimenti

Bathelt, J., Koolschijn, P. C., & Geurts, H. M. (2020). Age-variant and age-invariant features of functional brain organization in middle-aged and older autistic adults. Molecular Autism, 11, 9. https://doi.org/10.1186/s13229-020-0316-y

Charlton, R. A., Happé, F. G., Shand, A. J., Mandy, W., & Stewart, G. R. (2025). Menopause-related experiences in autistic adults assigned female at birth. Journal of Women’s Health, 34, 622–634.

Ghai, S. et al. (2025). Spatial working memory across seven years in older adults with autistic traits. The Gerontologist, 65, gnaf096.

Glessner, J. T. et al. (2009). Autism genome-wide copy number variation reveals ubiquitin and neuronal genes. Nature, 459, 569–573.

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Mason, D., Stewart, G. R., Capp, S. J., & Happé, F. (2022). Older age autism research: A rapidly growing field, but still a long way to go. Autism in Adulthood, 4(4), 290–303.

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