Autismo e sensorialità. Parte 3: il tatto

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La pelle è un confine affollato

di Francesca Mela

Tutto ciò che conosciamo del mondo arriva attraverso i nostri sensi.

I colori di un tramonto, il profumo del pane appena sfornato, il rumore della pioggia, la consistenza di un tessuto, il gusto del caffè, la sensazione di equilibrio mentre camminiamo, il battito del nostro cuore.

Ogni secondo i nostri sistemi sensoriali raccolgono una quantità enorme di informazioni provenienti dall’ambiente e dal nostro stesso corpo. Il cervello le organizza, le interpreta, attribuisce loro un significato e costruisce, istante dopo istante, la nostra esperienza del mondo.

La sensorialità non è un unico argomento. Vista, udito, tatto, gusto, olfatto, propriocezione, sistema vestibolare e interocezione partecipano insieme a questa costruzione.

Nel primo articolo siamo partiti dalla vista. Nel secondo dall’udito.

Questa volta il confine è molto più vicino.

È la pelle.

Sentire attraverso la pelle

Appoggia una mano sul tavolo.

Senti la superficie sotto le dita, la pressione nei punti in cui la pelle incontra il piano, la temperatura, la consistenza. Adesso fai scorrere lentamente un dito.

È cambiato quasi tutto.

La pelle riceve continuamente informazioni su ciò che accade nel punto in cui il nostro corpo incontra il mondo. Pressione, vibrazione, movimento, temperatura, consistenza, stiramento, prurito e dolore appartengono a un sistema somatosensoriale molto più complesso di quello che chiamiamo semplicemente tatto.

Recettori diversi presenti nella pelle e nei tessuti rispondono a caratteristiche diverse dello stimolo. Alcuni permettono di rilevare pressioni leggere e dettagli molto fini, altri rispondono allo stiramento della pelle o alle vibrazioni. Terminazioni nervose specializzate partecipano alla percezione della temperatura, del prurito e degli stimoli potenzialmente dannosi.

Queste informazioni viaggiano verso il sistema nervoso centrale, dove vengono organizzate e integrate. Il cervello deve capire che cosa sta succedendo, dove, con quale intensità e per quanto tempo. Deve distinguere uno stimolo continuo da uno intermittente, qualcosa che rimane fermo da qualcosa che si muove sulla pelle, un contatto previsto da uno improvviso.

E questo lavoro continua mentre facciamo tutt’altro.

In questo momento i vestiti stanno toccando gran parte del tuo corpo. La sedia esercita pressione in alcuni punti. I piedi incontrano il pavimento o le scarpe. I capelli possono sfiorare il collo o il viso. La temperatura dell’aria raggiunge la pelle. Forse un elastico stringe leggermente, una cucitura preme, una corrente d’aria passa su una mano.

Una parte di queste informazioni arriva alla coscienza. Un’altra può rimanere sullo sfondo finché qualcosa cambia: la manica si sposta, una mosca si posa sul braccio, una goccia d’acqua scende lungo la schiena, qualcuno ci appoggia improvvisamente una mano sulla spalla.

Anche dove avviene il contatto conta. Le diverse zone del corpo hanno densità e tipi di recettori differenti e occupano quantità diverse di spazio nelle rappresentazioni somatosensoriali del cervello. Per questo riconosciamo con enorme precisione piccoli dettagli con i polpastrelli e molto meno precisamente due punti vicini applicati, per esempio, sulla schiena.

Ma l’esperienza tattile contiene anche altro.

Possiamo riconoscere una superficie come liscia, ruvida, morbida o appiccicosa. Possiamo trovare piacevole una pressione profonda e irritante uno sfioramento leggerissimo. Possiamo cercare il fresco delle lenzuola, il calore dell’acqua, il peso di una coperta, il pelo di un animale o una particolare consistenza sotto le dita.

Possiamo grattarci perché qualcosa prude e scoprire che produrre volontariamente un altro stimolo modifica ciò che stavamo sentendo. Possiamo ridere quando qualcuno ci fa il solletico e ottenere un risultato completamente diverso provando a riprodurre lo stesso gesto da soli.

Il tatto, quindi, racconta molto più della semplice presenza di un contatto.

Racconta che cosa, dove, quanto, per quanto tempo, con quale movimento e in quale momento. E l’esperienza finale dipende anche da ciò che il cervello si aspettava, da quello che stavamo già sentendo e da ciò che sta accadendo nel resto del corpo.

Per questo due stimoli apparentemente simili possono produrre esperienze completamente diverse.

Quando il cervello organizza il tatto in modo diverso

Ragazza in stile anime realistico accarezza un cane dal pelo morbido davanti a un negozio di tessuti e coperte.

Nell’autismo le differenze sensoriali fanno parte dei criteri diagnostici e possono riguardare anche il tatto. Iperreattività, iporeattività e ricerca sensoriale possono convivere nella stessa persona, in combinazioni che cambiano a seconda dello stimolo, della zona del corpo, del contesto e del momento.

Una persona può percepire come estremamente intenso uno sfioramento leggero e cercare pressioni profonde. Può amare essere avvolta strettamente in una coperta e sentire continuamente la cucitura di una maglietta. Può immergere volentieri le mani nell’acqua e avere bisogno di prepararsi a lungo prima di entrare nella doccia. Può cercare alcune consistenze con le dita e provare un disagio immediato quando una texture diversa entra in contatto con il corpo.

Nella stessa esperienza possono convivere ricerca, piacere e fatica.

La ricerca sperimentale conferma soprattutto una cosa: il quadro è molto variabile. Gli studi che misurano le soglie tattili nell’autismo hanno prodotto risultati differenti. In alcuni sono emerse soglie più basse per particolari tipi di vibrazione o una maggiore sensibilità ad alcuni stimoli; in altri le soglie di rilevazione del tocco, della temperatura o del dolore sono risultate simili a quelle dei gruppi di confronto. Zona del corpo e tipo di stimolazione possono cambiare ulteriormente i risultati.

Soglia sensoriale e reattività sensoriale descrivono cose diverse.

La soglia sensoriale indica quando uno stimolo diventa percepibile. La reattività sensoriale riguarda ciò che quell’esperienza produce nella persona: quanto cattura l’attenzione, quanto risulta piacevole o fastidiosa, quanto è facile continuare ciò che si stava facendo, quanto rapidamente ci si abitua e quante risorse richiede gestirla.

Posso accorgermi di una cucitura più o meno alla stessa intensità di un’altra persona e continuare a sentirla per ore, mentre per lei passa rapidamente sullo sfondo. Posso rilevare normalmente una pressione e viverla come molto piacevole. Posso percepire uno stimolo leggerissimo e avere una risposta intensa perché arriva improvvisamente, in una zona particolarmente sensibile o in un momento in cui il sistema sta già elaborando moltissime altre informazioni.

In laboratorio possiamo applicare uno stimolo controllato a una determinata parte del corpo e misurare quando viene percepito. Nella vita reale quel contatto arriva insieme ai vestiti sulla pelle, alla temperatura, al movimento, ai rumori, alle richieste cognitive, alla presenza di altre persone, alle esperienze precedenti e alla possibilità di prevedere o controllare ciò che sta accadendo.

E poi dobbiamo considerare anche il tempo.

Un contatto può essere perfettamente tollerabile per pochi secondi e diventare progressivamente più presente dopo dieci minuti. Una sensazione inizialmente intensa può attenuarsi. Un’altra può continuare a richiamare l’attenzione. La stessa maglietta può risultare comodissima in una giornata e molto più presente sulla pelle in un’altra.

Prevedibilità e controllo contribuiscono a loro volta all’esperienza. Toccare volontariamente una superficie, ricevere un contatto atteso e venire sfiorati all’improvviso producono condizioni sensoriali differenti. Il cervello dispone di informazioni diverse su ciò che sta per accadere, sul momento in cui accadrà e sulla possibilità di interromperlo.

Per alcune persone autistiche queste differenze hanno effetti piccoli. Per altre attraversano gran parte della giornata: vestirsi, lavarsi, pettinarsi, tagliare le unghie, andare dal parrucchiere o dal dentista, stare vicino ad altre persone, dormire sotto le coperte, scegliere una sedia, camminare scalzi, abbracciare qualcuno.

A questo punto cercare un unico livello di «sensibilità tattile» non ha molto senso.

Dobbiamo porci domande più precise.

Che cosa tocca la pelle? Dove? Con quale pressione? Si muove? Quanto dura? È previsto? Posso controllarlo? Posso interromperlo? Che cosa stavo sentendo prima? Che cosa succede dopo?

Il tatto è una mappa, non una soglia.

Che cosa dice la ricerca

La ricerca sulla sensorialità tattile nell’autismo mostra un quadro eterogeneo. Le differenze osservate cambiano a seconda del tipo di stimolo, della zona del corpo, del metodo utilizzato e della caratteristica che viene misurata.

Soglie tattili e vibrazione
Gli studi psicofisici hanno prodotto risultati differenti. Blakemore e colleghi (2006), per esempio, trovarono negli adulti autistici una maggiore sensibilità a una vibrazione di 200 Hz, mentre per una vibrazione a 30 Hz le soglie erano comparabili a quelle del gruppo di controllo. Cascio e colleghi (2008) rilevarono una maggiore sensibilità alla vibrazione sull’avambraccio, insieme a soglie simili per altre forme di stimolazione tattile e termica. Questi risultati suggeriscono che parlare di una sensibilità tattile globalmente «più alta» o «più bassa» descrive poco la complessità del fenomeno.

Soglia e reattività sono dimensioni diverse
Altri studi, utilizzando batterie di test somatosensoriali, hanno trovato soglie di rilevazione e di dolore comparabili tra persone autistiche e gruppi di controllo, insieme a differenze in alcuni aspetti dell’elaborazione sensoriale. Le esperienze di iperreattività o iporeattività riportate nella vita quotidiana possono quindi comprendere processi più ampi della semplice capacità di rilevare uno stimolo. Attenzione, adattamento, contesto, previsione e integrazione delle informazioni contribuiscono all’esperienza finale.

Tocco piacevole e tocco affettivo
Una parte della ricerca studia il cosiddetto affective touch, spesso attraverso carezze lente che coinvolgono anche le fibre C-tattili. Alcuni studi hanno osservato nell’autismo differenze nell’elaborazione neurale o fisiologica di questi stimoli. Il rapporto tra attività delle fibre C-tattili, esperienza soggettiva e piacere è però complesso: uno stesso tipo di contatto può essere piacevole, neutro o spiacevole a seconda della persona e del contesto. Gli studi più recenti invitano quindi a considerare il tocco affettivo come il risultato di più sistemi che lavorano insieme.

Auto-tocco e prevedibilità
Quando produciamo noi stessi un contatto, il cervello può prevederne alcune conseguenze sensoriali. È uno dei motivi per cui farsi il solletico da soli produce generalmente un’esperienza diversa dal riceverlo da qualcun altro. Studi sull’autismo hanno trovato che questa attenuazione dell’auto-tocco può essere presente anche nelle persone autistiche, mentre possono emergere differenze nell’intensità complessiva attribuita ad alcuni stimoli. Controllo e prevedibilità rimangono quindi componenti importanti da distinguere dalla semplice intensità fisica del contatto.

Una mappa ancora incompleta
Le revisioni della letteratura sottolineano la grande variabilità dei risultati e la difficoltà di ricondurre le esperienze tattili autistiche a un unico meccanismo. Inoltre, molte situazioni molto presenti nei racconti degli adulti autistici, come il passaggio dalla pelle asciutta a quella bagnata, le transizioni di temperatura, la doccia o alcune attività quotidiane di cura personale, sono state studiate molto meno delle soglie sensoriali misurabili in laboratorio.

Per questo la ricerca disponibile ci offre una parte importante della mappa, mentre la conoscenza esperienziale può indicare anche territori che la ricerca deve ancora esplorare in modo adeguato.


Che cosa può cambiare nel tatto

Dentro quella mappa può cambiare molto.

Una pressione può essere particolarmente intensa, uno sfioramento difficilissimo da ignorare, una vibrazione appena percettibile oppure una determinata consistenza immediatamente sgradevole. Alcuni stimoli si fanno sentire subito, altri arrivano più lentamente. Alcune sensazioni le cerchiamo: le vogliamo più forti, più lunghe, più presenti. Altre continuano a occupare l’attenzione quando per chi ci sta accanto sono già passate sullo sfondo.

E tutte queste caratteristiche possono presentarsi nella stessa persona.

Come abbiamo fatto con vista e udito, possiamo smontare l’esperienza e guardare più da vicino che cosa cambia.

Intensità e pressione

Ragazza in stile anime realistico rannicchiata tra grandi cuscini, stringe un cuscino al petto ed è avvolta da una coperta pesante.

Un capello sul collo può diventare insopportabilmente presente. Una cucitura può continuare a farsi sentire per ore. Una mano che sfiora appena il braccio può richiamare l’attenzione ogni singola volta che si muove.

Poi la stessa persona può infilarsi sotto una coperta pesante, schiacciarsi tra due cuscini o chiedere un massaggio abbastanza energico da far preoccupare chi guarda.

L’intensità fisica dello stimolo non basta a prevedere come verrà vissuto.

Per alcune persone autistiche il contatto deciso, stabile e uniforme è piacevole o più facile da elaborare. Altre cercano proprio la compressione: rannicchiarsi sotto coperte pesanti, premere il corpo contro una superficie, indossare abiti aderenti, ricevere massaggi profondi.

Altre adorano il contatto delicato. Oppure vogliono una pressione forte sulle spalle e leggerissima sulle gambe. Una coperta pesante è fantastica, una cintura stretta diventa una presenza continua. Un massaggio energico è perfetto, una mano appoggiata sulla schiena per cinque minuti finisce per occupare l’intero universo.

La ricerca restituisce questa complessità. Gli studi psicofisici sulle persone autistiche hanno trovato risultati diversi a seconda dello stimolo e del tipo di pressione misurata. Alcuni hanno rilevato una maggiore sensibilità a particolari stimoli meccanici, altri soglie comparabili a quelle delle persone non autistiche. Una singola soglia misurata in laboratorio racconta quindi solo una parte dell’esperienza tattile.

Misurare quanta forza viene esercitata sulla pelle ci dice qualcosa sulla pressione. Per capire l’esperienza dobbiamo sapere anche quale sistema sensoriale incontra, in quale zona del corpo e in quale momento.

C’è poi una differenza importante tra produrre una pressione e riceverla.

Premere, stringere, schiacciare, strofinare, rannicchiarsi, infilarsi tra due cuscini. Quando produciamo direttamente lo stimolo possiamo regolarne continuamente forza, posizione e durata. Se vogliamo più pressione, aumentiamo. Se cambia qualcosa, ci aggiustiamo. Quando basta, smettiamo.

Una coperta pesante rimane sotto il nostro controllo. Un abbraccio coinvolge un’altra persona. Entrano nella scena il momento in cui arriva, quanto dura, dove stringe, quanto stringe e la possibilità di scioglierlo. Lo stesso abbraccio stretto può essere magnifico con una persona, sgradevole con un’altra, perfetto oggi e troppo lungo domani.

Vale anche la pena ridimensionare la fama quasi magica conquistata dalla pressione profonda nel mondo dell’autismo. Coperte pesanti, indumenti compressivi, massaggi e altre forme di pressione profonda vengono utilizzati da molte persone e possono essere molto piacevoli. Quando queste strategie sono state studiate come interventi, però, i risultati sono stati variabili. Alcuni studi hanno osservato effetti positivi in alcune persone, mentre per strumenti specifici, come i giubbotti zavorrati, le revisioni hanno trovato prove insufficienti di efficacia. E anche negli studi che riportano benefici la variabilità individuale rimane notevole.

Qui, in realtà, stiamo facendo due domande diverse: questa sensazione mi piace e mi aiuta? e questa tecnica è un intervento efficace per le persone autistiche?

Alla prima può rispondere soprattutto la persona che la usa.

Questo cambia anche il modo in cui leggiamo le reazioni degli altri.

«L’ho appena sfiorato.»

«Ho tirato pochissimo.»

«Era solo una carezza.»

Queste frasi descrivono quello che abbiamo fatto noi.

Dall’altra parte della pelle può essere successa tutta un’altra cosa.

Più forte e più fastidioso appartengono a due scale diverse.

Movimento sulla pelle

Ragazza in stile anime realistico osserva una goccia d’acqua scorrere lentamente lungo il proprio avambraccio, accanto a una fontana.

Una mano appoggiata sul braccio e una mano che scorre sul braccio possono esercitare una pressione simile. Per il sistema tattile, però, sono due stimoli molto diversi.

Quando qualcosa si muove, lo stimolo cambia continuamente. Cambia il punto di contatto, cambia la pressione, cambia la porzione di pelle coinvolta. Il sistema nervoso segue una traiettoria: da dove parte, dove va, quanto velocemente si sposta, quando si ferma.

Una carezza. Una goccia d’acqua che scende lungo la schiena. Un insetto sul braccio. I capelli che continuano a passare sul collo. Il lenzuolo che si muove sui piedi ogni volta che cambiamo posizione.

La stessa leggerezza può diventare un’esperienza completamente diversa a seconda di come si muove.

Velocità, direzione e continuità contano. Un movimento lento e regolare può essere meraviglioso. Uno sfregamento rapido può essere piacevole e regolatorio. Oppure può succedere esattamente il contrario. E un movimento intermittente ha una caratteristica tutta sua: ogni volta ricomincia.

Poi ci sono movimenti che cerchiamo apposta.

Passare avanti e indietro le dita su un tessuto. Strofinare una superficie. Accarezzare il pelo di un animale sempre nella stessa direzione. Sfregare le mani o i piedi. Far scorrere il pollice cento volte sul bordo perfetto di un oggetto.

Quando produciamo noi il movimento possiamo scegliere velocità, pressione, traiettoria e durata. Possiamo ripetere esattamente la parte interessante. Rallentare, premere di più, cambiare direzione, fermarci.

Con il contatto prodotto da un’altra persona una parte di questo controllo scompare.

Il solletico rende la differenza quasi comica.

Provare a farsi il solletico da soli è un’attività dall’indice di successo piuttosto miserabile. Quando produciamo volontariamente un movimento, il cervello dispone già di informazioni sull’azione e può prevederne parte delle conseguenze sensoriali. La risposta al nostro stesso tocco viene così attenuata.

Questo succede anche nelle persone autistiche. Gli studi hanno osservato che il tocco prodotto da noi stessi viene attenuato rispetto a quello che arriva dall’esterno. Possono cambiare l’intensità o le caratteristiche con cui viene percepito uno stimolo, ma toccarsi ed essere toccati rimangono due esperienze sensoriali diverse.

Nella vita quotidiana, però, sapere che arriverà una carezza lascia ancora parecchie cose da scoprire: quando comincerà, dove andrà la mano, quanto premerà, quando si fermerà. Una mano sulla schiena può partire dalla spalla, scendere, rallentare, fermarsi, ripartire. Per chi compie il gesto è magari una carezza distratta. Chi la riceve può invece percepirne ogni centimetro.

Una persona può quindi passare mezz’ora ad accarezzare una texture e scostarsi immediatamente quando qualcuno le passa una mano sul braccio. Può cercare continuamente stimoli tattili e desiderare che i contatti prodotti dagli altri siano annunciati, precisi e brevi.

Ricerca tattile e difficoltà con il contatto possono abitare tranquillamente nello stesso corpo.

Per capire l’esperienza servono allora altre domande oltre al «gli piace essere toccato?».

Che cosa si muove sulla pelle? Quanto velocemente? In quale direzione? Con quale pressione? Il movimento è continuo o intermittente? Quanto dura? Quanto è prevedibile?

Texture e consistenze

Ragazza in stile anime realistico manipola con entrambe le mani uno slime trasparente ed elastico, arricchito con piccole perline colorate.

Ci sono tessuti che chiedono proprio di essere toccati.

Passi davanti a una coperta morbida e la mano parte. Velluto, pelo di un animale, legno levigato, pietre lisce, superfici ruvide, silicone, carta, sabbia: alcune consistenze possono avere un’attrazione tattile potentissima. Le tocchiamo, ci torniamo sopra, cerchiamo con le dita esattamente quel punto.

Altre consistenze diventano difficilissime da ignorare.

Una crema che rimane sulle mani. La sabbia attaccata alla pelle. Un tessuto che gratta. Qualcosa di viscido, appiccicoso o granuloso. Le mani sporche di farina o di impasto. Un asciugamano con la consistenza sbagliata. Il maglione bellissimo che sulla pelle sembra avere precise intenzioni ostili.

La texture dipende da molte caratteristiche insieme. Morbidezza, ruvidità, attrito, aderenza, elasticità, umidità e temperatura si combinano mentre esploriamo una superficie. Basta cambiarne una perché possa cambiare anche l’esperienza.

Negli studi sulle texture è emerso che persone autistiche e non autistiche potevano riconoscere in modo simile quanto una superficie fosse ruvida. Ma questo non significava necessariamente viverla allo stesso modo. Per alcuni stimoli emergevano valutazioni soggettive più estreme e, durante il contatto, sono state osservate anche differenze nelle risposte cerebrali.

In altre parole, possiamo essere d’accordo sul fatto che un tessuto sia ruvido e avere esperienze molto diverse quando lo tocchiamo. Riconoscere una caratteristica e stare bene o male mentre la sentiamo sono due cose diverse.

Uno studio qualitativo pubblicato nel 2023 ha chiesto a dieci adulti autistici di esplorare diversi tessuti, portare i propri preferiti e raccontare la loro esperienza. Le caratteristiche dei materiali incidevano sul benessere e i partecipanti raccontavano le strategie sviluppate nel tempo per gestire le proprie esigenze sensoriali.

Un lavoro più recente su 86 adulti autistici ha allargato il quadro: la sensibilità tattile legata all’abbigliamento può influenzare quali vestiti una persona riesce a indossare, la partecipazione ad alcune situazioni sociali, l’espressione di sé attraverso l’abbigliamento e il rapporto con la propria immagine. Tra le strategie raccontate compaiono controllare attentamente i capi prima dell’acquisto e comprare più copie dello stesso vestito quando finalmente se ne trova uno sensorialmente adatto.

Perché con i vestiti la texture acquista una caratteristica fondamentale: resta.

Una maglietta accompagna il corpo per ore. Si muove quando ci muoviamo, sfrega in alcuni punti, aderisce in altri, cambia quando sudiamo. Cuciture, elastici, bordi, reggiseni, calze, colletti ed etichette aggiungono pressioni e consistenze diverse sulla stessa superficie corporea.

Per questo tagliare un’etichetta può essere una modifica minuscola dell’indumento e una modifica gigantesca dell’esperienza.

E conta dove.

Una consistenza che adoriamo sotto le dita può essere terribile sul viso. Possiamo amare camminare scalzi sull’erba e sentire continuamente un filo d’erba rimasto dentro una scarpa. Possiamo accarezzare volentieri una lana ruvida con la mano e scegliere per vestirci soltanto tessuti morbidissimi.

Conta anche se qualcosa è asciutto o bagnato. Un tessuto piacevole da asciutto può diventare pesante e aderente quando è umido. I capelli bagnati si appoggiano alla pelle in modo diverso. La sabbia asciutta scorre tra le dita; quella bagnata aderisce. Una crema cambia progressivamente consistenza mentre viene assorbita.

Qui iniziamo già a capire perché attività apparentemente semplici come vestirsi, lavarsi, asciugarsi o mettere la crema possano contenere parecchie esperienze sensoriali una dentro l’altra. Ci torneremo.

E naturalmente possiamo cercare le texture.

Toccare ripetutamente un materiale, strofinarlo tra le dita, passare l’unghia su una superficie, affondare le mani nella sabbia, nell’acqua o in altri materiali può essere interessante, piacevole o regolatorio. A volte conta l’intera consistenza. A volte esiste quel punto preciso dell’oggetto che ha esattamente la sensazione giusta e quindi, con grande senso della misura, lo toccheremo altre quattrocento volte.

Le preferenze tattili possono diventare estremamente specifiche.

«Morbido», «ruvido» o «appiccicoso» sono categorie enormi. Per la persona che le sente, però, le differenze possono essere precisissime.

Texture in bocca

Ragazza in stile anime realistico osserva un cucchiaio con piccole sfere gelatinose, circondata da alimenti con consistenze diverse.

Quando mangiamo, bocca e lingua raccolgono continuamente informazioni sulla consistenza del cibo. Morbido, croccante, gommoso, cremoso, fibroso, granuloso, viscido, asciutto, friabile. Ma anche uniforme oppure pieno di pezzi, compatto oppure capace di cambiare consistenza mentre lo mastichiamo.

E qui possono comparire preferenze estremamente precise.

Possiamo amare lo yogurt e non tollerare uno yogurt con pezzi di frutta. Mangiare una mela croccante e rifiutarla quando diventa farinosa. Apprezzare una crema perfettamente liscia e accorgerci immediatamente di un minuscolo grumo. Cercare cibi molto croccanti perché offrono una sensazione intensa a denti e mandibola, oppure preferire consistenze morbide e prevedibili.

La consistenza di un alimento, inoltre, cambia mentre lo mangiamo. Si rompe, si scioglie, si mescola con la saliva, diventa più morbido o più viscoso. Un boccone può quindi attraversare diverse esperienze tattili prima di essere deglutito.

Questo aiuta anche a capire perché due alimenti che per noi appartengono alla stessa categoria possano essere completamente diversi per chi li mangia.

Due pomodori possono avere un sapore simile, ma uno essere sodo e uniforme e l’altro molle, acquoso, con buccia e semi molto più percepibili. Perfino lo stesso alimento può cambiare abbastanza da diventare un’altra esperienza: temperatura, maturazione e cottura possono modificarne la consistenza.

E qui i prodotti industriali hanno una caratteristica che, dal punto di vista sensoriale, può diventare estremamente importante: sono molto più prevedibili.

Una fragola può essere dolce oppure acidissima, soda oppure molle, asciutta oppure molto succosa. Può avere semi più percepibili, parti ammaccate, fibre, zone più mature di altre. Due fragole prese dalla stessa confezione possono offrire esperienze sensoriali sorprendentemente diverse.

Un cracker industriale tende invece ad avere ogni volta quasi lo stesso sapore, la stessa croccantezza, lo stesso spessore, la stessa quantità di sale e lo stesso modo di rompersi in bocca.

Ci sono molte meno sorprese.

Questo può contribuire alla preferenza di alcune persone autistiche per prodotti confezionati, marche precise o catene di ristorazione molto standardizzate. Non necessariamente perché quei cibi siano più buoni o preferibili dal punto di vista nutrizionale, ma perché permettono di sapere con una buona approssimazione che cosa succederà in bocca prima ancora di mangiarli.

E quando siamo fuori casa questa prevedibilità può diventare ancora più preziosa.

Chi viaggia con una persona fortemente selettiva sul piano alimentare conosce bene il problema: ristorante nuovo, piatti sconosciuti, ingredienti preparati in modo diverso, consistenze impossibili da prevedere. Trovare una catena conosciuta anche dall’altra parte del mondo può significare sapere che, almeno lì, esiste qualcosa che con buona probabilità sarà uguale a quello già mangiato cento volte.

Le grandi catene di fast food hanno letteralmente salvato parecchi pranzi e parecchie cene di famiglie con persone autistiche in viaggio.

La standardizzazione, naturalmente, non è assoluta. Anche un prodotto confezionato può cambiare e due ristoranti della stessa catena possono preparare qualcosa in modo leggermente diverso. Ma la variabilità tende a essere molto più contenuta rispetto a quella di molti alimenti freschi o preparati sul momento.

Nelle persone autistiche le caratteristiche sensoriali degli alimenti, comprese le texture, sono frequentemente associate alla selettività alimentare. Anche qui, quindi, conviene andare un po’ oltre il semplice «non gli piace».

Possiamo chiederci:

Che cosa succede in bocca?

È troppo molle? Troppo duro? Ci sono pezzi inattesi? La consistenza cambia durante la masticazione? Rimane qualcosa sui denti o sul palato? Richiede molta masticazione? Il cibo che normalmente funziona oggi ha una consistenza diversa?

A volte quello che dall’esterno sembra un rifiuto inspiegabile corrisponde a una distinzione sensoriale estremamente precisa.

E naturalmente, quando mangiamo, i sistemi sensoriali fanno allegramente saltare i confini dei nostri paragrafi. Tatto, gusto e olfatto lavorano insieme alla temperatura, alla propriocezione di bocca e mandibola e persino ai suoni prodotti dalla masticazione.

L’alimentazione meriterebbe quindi un discorso molto più ampio. Qui stiamo guardando soltanto una parte dell’esperienza: che cosa sente il corpo quando il cibo entra in bocca.

Vibrazione

Ragazza in stile anime realistico, in pigiama davanti allo specchio del bagno, si lava i denti con uno spazzolino elettrico.

La vibrazione è una successione rapidissima di piccoli movimenti che possiamo sentire attraverso la pelle e i tessuti.

La incontriamo continuamente. Il telefono che vibra in tasca. Lo spazzolino elettrico. Il rasoio. Un asciugacapelli tenuto in mano. Un trapano. Il motore dell’autobus sotto il sedile. La lavatrice durante la centrifuga. I bassi della musica che attraversano il pavimento, il divano o direttamente il corpo.

E possiamo adorarla.

C’è chi cerca le vibrazioni, appoggia il corpo agli altoparlanti, tiene volentieri in mano oggetti che vibrano o trova profondamente piacevole sentire il motore di un mezzo attraverso il sedile. La vibrazione può essere interessante, piacevole, regolatoria, persino qualcosa in cui immergersi.

Per altre persone alcune vibrazioni diventano immediatamente troppo presenti. Uno spazzolino elettrico può sembrare enorme dentro la bocca. Un rasoio può far vibrare molto più della piccola zona sulla quale è appoggiato. Il telefono sul tavolo può produrre una sensazione che sembra continuare ben oltre il punto di contatto.

Una vibrazione lenta e marcata è molto diversa da una rapidissima e sottile. Contano l’intensità e la frequenza, ma anche la superficie attraverso cui arriva, la zona del corpo che la riceve e quanto profondamente sembra propagarsi.

Blakemore e colleghi (2006) fecero percepire due tipi diversi di vibrazione alla pelle di adulti autistici e non autistici. Una era più lenta, a 30 Hz, l’altra molto più rapida, a 200 Hz. Poi misurarono quanto poteva diventare debole la vibrazione prima che la persona smettesse di percepirla.

Il risultato cambiava a seconda della frequenza. Con la vibrazione più rapida, a 200 Hz, le persone autistiche riuscivano a percepire stimoli più deboli rispetto al gruppo di confronto. Con quella a 30 Hz, invece, questa differenza non compariva.

Frequenze diverse non producono semplicemente la stessa sensazione a velocità diverse. La pelle dispone di diversi tipi di recettori meccanici, che rispondono in modo diverso alle caratteristiche della vibrazione. Lo studio non ci dice con certezza quale meccanismo produca la differenza osservata nelle persone autistiche, ma ci mostra che persino all’interno della vibrazione la sensibilità può cambiare a seconda del tipo di stimolo.

Cascio e colleghi (2008), usando un altro protocollo, trovarono a loro volta una maggiore sensibilità alla vibrazione sull’avambraccio negli adulti autistici studiati.

Altri studi hanno trovato risultati differenti. Non possiamo quindi concludere che le persone autistiche siano semplicemente «più sensibili alle vibrazioni». Possiamo dire che in alcuni studi e con determinate vibrazioni sono emerse differenze di sensibilità.

Per capire l’esperienza di una persona dobbiamo essere più precisi.

Quale vibrazione? A quale frequenza? In quale zona del corpo?

E poi nella vita reale le vibrazioni raramente arrivano da sole.

Lo spazzolino elettrico vibra, ma contemporaneamente tocca denti, gengive, lingua e labbra, produce rumore, schiuma e sapore. L’autobus vibra mentre si muove, fa rumore e accelera. Il phon produce vibrazione, calore, aria e suono.

Quello che chiamiamo «fastidio per la vibrazione» può quindi essere una componente di un’esperienza multisensoriale molto più affollata.

E vale anche il contrario. I bassi di una canzone possono essere ascoltati dalle orecchie e sentiti nel corpo.

A quel punto il confine tra ascoltare e toccare diventa parecchio meno netto.

Temperatura

Ragazza in stile anime realistico attraversa la porta di casa vestita per l’inverno, passando dal calore del camino a un ambiente esterno innevato.

Entrare in un letto con le lenzuola fredde. Uscire di casa in inverno. Togliersi i vestiti. Mettere un piede nell’acqua. Uscire dalla doccia con la pelle bagnata.

La temperatura è una componente continua dell’esperienza tattile. La pelle contiene recettori sensibili alle variazioni termiche e il sistema nervoso elabora informazioni sul caldo e sul freddo. Quando le temperature raggiungono determinati estremi entrano in gioco anche i sistemi che segnalano uno stimolo potenzialmente dannoso, e l’esperienza può diventare dolorosa.

Nell’autismo, gli studi sulle soglie termiche restituiscono risultati eterogenei. Alcune ricerche hanno trovato differenze nella sensibilità al caldo o al freddo, altre risultati comparabili a quelli dei gruppi di controllo.

Inoltre percepire una temperatura e percepire il dolore prodotto da quella temperatura sono due misure diverse.

Gli studi sulle soglie termiche rispondono a domande come: quando inizi a sentire caldo? Quando inizi a sentire freddo? Quando questo calore diventa doloroso?

Nella vita quotidiana può diventare fondamentale anche un’altra domanda:

Che cosa succede quando passo da una condizione all’altra?

Per alcune persone il punto critico sembra essere proprio la transizione. Dall’ambiente caldo all’aria fredda. Dai vestiti alla pelle scoperta. Dall’asciutto al bagnato. Dall’acqua calda all’aria sulla pelle bagnata.

La doccia è un esempio particolarmente interessante. Alcuni adulti autistici raccontano una forte difficoltà nel momento di spogliarsi e iniziare a bagnarsi, seguita dalla possibilità di rimanere sotto l’acqua calda molto a lungo e con piacere. Poi arriva un’altra transizione: chiudere l’acqua, uscire, sentire l’aria sulla pelle bagnata, asciugarsi, rivestirsi.

Qui dobbiamo distinguere chiaramente quello che sappiamo dalla ricerca da quello che emerge dall’esperienza. Le transizioni termiche della vita quotidiana nell’autismo sono state studiate molto meno delle soglie di caldo e freddo. Il tema delle transizioni compare nei racconti di persone autistiche, mentre la ricerca disponibile lo intercetta ancora poco.

Se misuriamo soltanto la soglia termica, possiamo trovare che una persona percepisce caldo e freddo in modo simile al gruppo di confronto. Quella stessa persona può però organizzare intere parti della giornata intorno alla difficoltà di spogliarsi, entrare nell’acqua e uscirne.

Non c’è contraddizione. Stiamo semplicemente facendo domande diverse.

E non succede soltanto in bagno. Cambiare stanza, uscire all’aperto, togliere una giacca, infilarsi sotto le coperte, passare dal sole all’ombra o sentire una corrente d’aria sulla pelle comportano cambiamenti dell’esperienza termica.

Per capire la propria mappa possiamo quindi osservare sia quali temperature ci fanno stare bene, sia che cosa succede durante i passaggi.

L’acqua può essere piacevole. È il passaggio che costa.

Dove

Ragazza in stile anime realistico ride e si rannicchia sul divano mentre un’altra persona le fa il solletico sul fianco.

La pelle ricopre tutto il corpo, ma il corpo non sente tutto allo stesso modo.

I polpastrelli riescono a distinguere dettagli minuscoli. La schiena lavora con una precisione diversa. Viso, labbra, mani e piedi hanno caratteristiche sensoriali proprie, legate anche alla densità e al tipo di recettori presenti e a quanto spazio viene dedicato a quelle informazioni nelle aree somatosensoriali del cervello.

Possiamo verificarlo con un esperimento semplicissimo. Se due punti molto vicini toccano contemporaneamente un polpastrello, riusciamo a distinguerli come due contatti separati. Sulla schiena devono essere molto più distanti perché accada la stessa cosa. È la discriminazione di due punti, uno dei modi classici con cui viene studiata la risoluzione spaziale del tatto.

A questa diversa sensibilità delle zone del corpo si aggiunge la nostra geografia personale.

Possiamo amare una pressione forte sulle spalle e desiderare un contatto delicatissimo sul viso. Tollerare benissimo qualcosa sulle mani e reagire immediatamente quando arriva sul collo. Cercare continuamente stimoli sui piedi e trovare molto intensa qualsiasi cosa tocchi il cuoio capelluto.

Nell’autismo questa geografia può essere particolarmente importante. Gli studi che confrontano stimoli applicati in zone corporee diverse mostrano che la risposta tattile può cambiare anche in funzione del punto del corpo coinvolto.

In uno studio su bambini autistici, il punto del corpo in cui veniva applicato lo stimolo aiutava a prevedere quanto il bambino avrebbe mostrato una reazione di difesa o rifiuto. Il materiale utilizzato, invece, era più legato a quanto il contatto veniva giudicato piacevole o spiacevole.

In pratica, che cosa tocca la pelle e dove la tocca possono cambiare aspetti diversi dell’esperienza.

Una mano sulla spalla, sul viso, sulla testa, sulla pancia o sul piede può avere caratteristiche fisiche simili e significati completamente diversi. Alcune zone sono abitualmente esposte al contatto con altre persone; altre appartengono a uno spazio corporeo che proteggiamo molto di più. Qui sensorialità, storia personale, relazione e contesto possono sovrapporsi.

Poi ci sono le attività quotidiane.

Il parrucchiere lavora sul cuoio capelluto e vicino alle orecchie. Il dentista entra nella bocca. Lavarsi il viso coinvolge occhi, naso e labbra. Tagliare le unghie concentra pressione e movimento sulle estremità delle dita. Pettinarsi significa trascinare una forza attraverso capelli e cuoio capelluto.

Dire «ha problemi a farsi pettinare» è quindi troppo vago.

Potrebbe pesare la trazione dei capelli. La pressione della spazzola sul cuoio capelluto. Un nodo che produce improvvisamente uno stimolo più forte. Il contatto vicino alle orecchie. Il movimento imprevedibile. Oppure una combinazione di queste cose.

Dopo esperienze ripetutamente intense, può bastare anche ciò che le precede. Vedere arrivare la spazzola, il tagliaunghie o lo spazzolino da denti può già provocare una reazione, perché il corpo sa che cosa sta per succedere.

Per costruire una mappa tattile possiamo allora provare a disegnare davvero il corpo e farci domande più precise. Dove mi piace essere toccato? Dove cerco pressione? Dove uno sfioramento diventa enorme? Dove preferisco produrre io il contatto? Dove cambia tutto a seconda della giornata?

Durata, ripetizione e adattamento

Ragazza in stile anime realistico guarda con fastidio una mano appoggiata sulla propria spalla mentre è seduta sul divano.

Una mano sulla spalla per un secondo può essere piacevole. La stessa mano rimasta lì per trenta può diventare LA MANO.

Il tatto ha una durata.

Un elastico stringe per ore. Una cucitura accompagna ogni movimento. I capelli continuano a sfiorare il collo. Un braccialetto si sposta sul polso. Qualcuno ci accarezza ripetutamente nello stesso punto. Uno stimolo che all’inizio occupava pochissimo spazio può diventare progressivamente più presente.

Ma può succedere anche il contrario.

Il sistema nervoso tende ad adattarsi ad alcuni stimoli continui o ripetuti. Quando indossiamo un vestito, per esempio, inizialmente possiamo sentirne chiaramente il contatto su molte parti del corpo. Dopo un po’ gran parte di quelle informazioni può scivolare sullo sfondo. Lo stimolo continua a esistere, ma la risposta percettiva può attenuarsi e possiamo avvertirlo molto meno.

Una cucitura può tornare a farsi sentire a ogni movimento. Un’etichetta può sembrare nuova ogni volta che sfrega. Un capello sul viso può richiamare l’attenzione ancora, e ancora, e ancora.

Qui durata e movimento si intrecciano. Se il contatto rimane stabile, le informazioni che arrivano cambiano poco. Se invece cambia continuamente posizione, pressione o ritmo, a ogni movimento c’è qualcosa di nuovo da elaborare.

A volte siamo proprio noi a cercare una ripetizione: strofinare sempre lo stesso punto di un tessuto, passare le dita sulla stessa superficie, grattare, premere, accarezzare ritmicamente. In questo caso conosciamo lo stimolo e possiamo riprodurlo come vogliamo. Sappiamo cosa arriva dopo anche perché siamo noi a produrlo.

La ripetizione imposta dall’esterno può essere un’esperienza completamente diversa. Un dito che continua a picchiettare sulla pelle. Qualcuno che ci accarezza avanti e indietro quando vorremmo che si fermasse. Un tessuto che sfrega nello stesso punto a ogni passo. Invece di sparire progressivamente dalla nostra attenzione, lo stimolo può tornarci ogni volta.

Gli studi sull’adattamento tattile nell’autismo hanno cercato di misurare proprio che cosa accade alla percezione dopo che il sistema è stato esposto per un po’ a uno stimolo. In alcuni esperimenti sono emerse differenze tra persone autistiche e non autistiche, ma i risultati cambiano a seconda del tipo di stimolo e del compito utilizzato. Non abbiamo quindi una regola generale secondo cui le persone autistiche «si abituano meno» al tatto.

Ed è utile ricordarlo nella vita quotidiana, dove «prima o poi si abituerà» viene spesso trattato come una certezza.

Qualche volta succede. Qualche volta lo stimolo continua a essere presente. Qualche volta diventa progressivamente più difficile da sostenere. E qualche volta siamo noi a cercare proprio quella ripetizione perché produce esattamente la sensazione che vogliamo.

Alla nostra mappa possiamo quindi aggiungere altre domande:

Quanto dura? Rimane uguale o cambia? Dopo un po’ lo sento meno, allo stesso modo o di più? Ogni ripetizione è prevedibile? La sto scegliendo? Posso fermarla?

Perché anche nel tatto «ormai dovresti esserti abituato» è un’ipotesi, non una misura del sistema nervoso.

Prurito, grattamento e sfregamento

Ragazza in stile anime realistico seduta alla scrivania si gratta ripetutamente l’avambraccio, leggermente arrossato, mentre studia.

Il prurito ha pochissima pazienza.

Compare e porta con sé un’istruzione piuttosto convincente: gratta qui.

È una sensazione somatosensoriale particolare perché contiene una forte componente motivazionale. Il sistema rileva qualcosa sulla pelle e genera l’impulso ad agire proprio su quella zona. E noi spesso rispondiamo producendo volontariamente uno stimolo più intenso.

Ci grattiamo.

Il grattamento attiva altri segnali tattili e nocicettivi che possono modificare temporaneamente l’esperienza del prurito. Per qualche momento qualcosa cambia. A volte arriva anche quella sensazione estremamente precisa di aver trovato esattamente il punto giusto.

Facciamo qualcosa di simile in molte altre situazioni. Strofiniamo una zona che pizzica. Massaggiamo un muscolo. Premiamo dove sentiamo tensione. Sfregiamo una parte del corpo che ha appena ricevuto un colpo. Produciamo una sensazione per modificarne un’altra.

Grattare, graffiare, strofinare e premere possono però comparire anche in assenza di prurito.

Molte persone autistiche descrivono gesti tattili ripetitivi usati come stimming, per regolarsi: strofinare sempre lo stesso punto della pelle, passare le unghie sul braccio, premere forte una zona del corpo, pizzicare, grattare, cercare ripetutamente una sensazione intensa e molto precisa.

Il gesto può avere un ritmo, un’intensità e una modalità specifici e comparire più spesso durante la concentrazione, l’attivazione, il sovraccarico, l’attesa, la stanchezza o quando sentiamo il bisogno di regolarci.

Qui ci stiamo muovendo soprattutto sul terreno della conoscenza esperienziale. La ricerca specifica su queste forme di stimming tattile negli adulti autistici è ancora limitata, mentre nei racconti delle persone autistiche compare una grande varietà di comportamenti ripetitivi attraverso cui vengono cercate e prodotte sensazioni.

Alcuni non creano problemi al corpo. Altri possono diventare così intensi o frequenti da lasciare irritazioni, escoriazioni, lividi, callosità o ferite.

Se una persona si graffia perché quella pressione, quel dolore o quel movimento la aiuta a regolarsi, sapere questo ci permette di fare una domanda molto più utile: quale caratteristica della sensazione sta cercando?

Pressione? Attrito? Resistenza? Intensità? Ripetizione? Una sensazione molto localizzata?

Una volta capito questo, possiamo cercare modalità che mantengano quella funzione riducendo il costo per il corpo. Comprendere perché un comportamento serve alla persona e proteggerla dalle conseguenze fisiche non sono obiettivi incompatibili.

Lo stesso vale quando osserviamo qualcuno dall’esterno.

«Si gratta continuamente» descrive ciò che vediamo.

Può esserci prurito. Può esserci una condizione dermatologica. Può esserci ricerca sensoriale. Può essere uno stim regolatorio. Possono esserci più cose contemporaneamente.

Il gesto è visibile. La sensazione che sta cercando o modificando, molto meno.

Piacevole, spiacevole, neutro

Ragazza in stile anime realistico al lavatesta del parrucchiere mentre le vengono massaggiati i capelli bagnati e insaponati.

Una carezza può essere leggerissima e meravigliosa. Oppure leggerissima e irritante. Oppure possiamo sentirla perfettamente e pensare: sì, c’è una mano sul mio braccio. Fine del comunicato.

Percepire un contatto e trovarlo piacevole sono due cose diverse.

Il sistema somatosensoriale ci informa sulle caratteristiche fisiche dello stimolo, ma questo non determina da solo se l’esperienza sarà piacevole, spiacevole o neutra. Contano il tipo di contatto, la zona del corpo, il contesto, le aspettative, le esperienze precedenti e anche chi ci sta toccando.

Una parte interessante della ricerca riguarda il cosiddetto tocco affettivo (affective touch).

Nella pelle pelosa esistono fibre nervose chiamate C-tattili, particolarmente responsive a carezze lente e delicate. Per molto tempo sono state raccontate quasi come una specie di autostrada biologica della carezza piacevole. La faccenda è più complessa: queste fibre partecipano all’elaborazione del contatto affettivo, ma il piacere che proviamo non dipende soltanto dalla loro attivazione. Una stimolazione che le attiva efficacemente non deve necessariamente risultare piacevole.

Negli studi sull’autismo sono state osservate differenze nell’elaborazione cerebrale e fisiologica del tocco affettivo. Quando però si chiede alle persone come vivono quel contatto, il quadro diventa molto meno uniforme.

In uno studio del 2024, Capiotto e colleghi hanno sottoposto adulti autistici e non autistici a diverse condizioni di contatto, misurando contemporaneamente come veniva valutata soggettivamente l’esperienza e come reagiva il sistema nervoso autonomo.

Gli adulti autistici attribuivano punteggi più alti sia alla componente piacevole sia a quella spiacevole del tocco rispetto al gruppo di confronto. Sul piano fisiologico emergeva invece un risultato diverso: nelle persone non autistiche il tocco affettivo produceva una maggiore risposta autonomica rispetto al tocco di controllo, mentre nel gruppo autistico questa differenza non compariva.

Esperienza riferita e risposta fisiologica, quindi, non raccontavano esattamente la stessa cosa. Una risposta soggettiva più intensa non corrispondeva necessariamente a una maggiore risposta autonomica del corpo.

E poi c’è il neutro.

Possiamo amare essere accarezzati da una persona e trovare irritante lo stesso movimento prodotto da un’altra. Desiderare una carezza sulla testa e detestarla sul braccio. Cercare un abbraccio quando siamo tranquilli e sentire lo stesso abbraccio come troppo intenso quando siamo sovraccarichi. Oppure possiamo percepire perfettamente un contatto senza attribuirgli una particolare qualità piacevole o spiacevole.

Questo conta soprattutto quando il contatto ha un significato sociale. Abbracci, baci, strette di mano, pacche sulle spalle e carezze vengono spesso interpretati prima attraverso il loro significato relazionale: è affetto, quindi dovrebbe essere piacevole.

La pelle, però, riceve comunque pressione, movimento, temperatura, durata e posizione.

Posso voler bene a qualcuno e trovare meraviglioso il suo abbraccio. Posso voler bene alla stessa persona e preferire che non mi abbracci. Posso cercare moltissimo il contatto fisico e avere regole estremamente precise su come deve avvenire.

Per capire che cosa ci piace possiamo tornare ancora una volta alla nostra mappa:

Che cosa mi piace? Dove? Con quale pressione? Con quale movimento? Da chi? Quanto a lungo? In quali momenti?

Quando il tatto richiede più energia

Ragazza in stile anime realistico, appena rientrata a casa, si sfila le scarpe seduta sul bordo del letto, con aria stanca.

Il tatto lavora continuamente.

I vestiti sulla pelle, la sedia sotto il corpo, i piedi nelle scarpe, i capelli sul collo, la temperatura dell’aria. Poi ci muoviamo e cambiano pressioni, sfregamenti e punti di contatto. Tocchiamo oggetti, superfici, persone. Qualcuno tocca noi.

Gran parte di questo lavoro può procedere sullo sfondo.

In altri momenti, invece, la pelle diventa un posto molto affollato.

Una cucitura continua a farsi sentire. I pantaloni stringono proprio lì. I capelli toccano il viso. La pelle è sudata e i vestiti aderiscono. Qualcuno ci appoggia una mano sulla spalla mentre stiamo cercando di concentrarci. Nessuno di questi stimoli deve necessariamente essere enorme. È l’insieme che può cominciare a chiedere parecchie risorse.

Il costo aumenta anche quando dobbiamo gestire continuamente ciò che sentiamo.

Spostare la maglietta. Sistemare le calze. Togliere un capello. Cambiare posizione sulla sedia. Allontanare una mano. Resistere all’impulso di grattarsi. Cercare una pressione che aiuti. Continuare un’attività mentre una parte dell’attenzione rimane agganciata a qualcosa sulla pelle.

E poi ci sono le giornate in cui uno stimolo normalmente gestibile acquista improvvisamente molto più peso. Stanchezza, stress, sovraccarico, dolore, caldo, sonno e carico sensoriale complessivo possono modificare quanto spazio abbiamo a disposizione per elaborare anche il tatto.

Una maglietta portata cento volte può diventare insopportabilmente presente. Un abbraccio abitualmente piacevole può durare troppo. I capelli sembrano dappertutto. La pelle vuole semplicemente meno roba addosso.

C’è anche un altro costo che rischia di passare inosservato: anticipare il contatto.

Sapere che dovremo lavarci i capelli, andare dal dentista, tagliare le unghie, mettere una crema, cambiarci, entrare nella doccia o affrontare una situazione in cui altre persone ci toccheranno può richiedere energia già prima che il primo contatto avvenga.

Quando poi l’attività contiene molte sensazioni insieme, il conto cresce ancora.

Pensiamo alla doccia: spogliarsi, cambiare temperatura, primo contatto con l’acqua, getto sulla pelle, acqua sul viso, shampoo, cuoio capelluto, capelli bagnati, asciugamano, aria sulla pelle umida, rivestirsi.

Chiamarla semplicemente «fare una doccia» è una sintesi amministrativa piuttosto aggressiva.

E qui torna utile quello che raccontano molti adulti autistici: un’esperienza può essere piacevole e richiedere comunque molte risorse. Possiamo apprezzare l’acqua calda, il parrucchiere, un abbraccio o un massaggio e avere comunque bisogno di recuperare dopo.

Il costo, infatti, non sempre è evidente mentre l’esperienza sta avvenendo. Possiamo riuscire a vestirci, lavarci, stare dal parrucchiere, ricevere una visita medica o partecipare a una situazione sociale. Poi arriva il bisogno di togliere vestiti, evitare altri contatti, stare soli, cercare una pressione precisa, sdraiarsi, fare stimming o semplicemente lasciare al sistema il tempo di tornare a una condizione più stabile.

Riuscire a fare qualcosa ci dice che quella cosa era possibile, ma non ci dice quanto è costata.

Per capirlo dobbiamo guardare anche quello che succede prima, durante e dopo.

Quanto mi costa tollerarla?

Come faccio a capire che qualcosa sulla pelle mi sta pesando?

Ragazza in stile anime realistico seduta sul marciapiede si sfila uno stivaletto dopo essersi accorta di aver indossato le scarpe al contrario.

A volte è evidente.

Una cucitura gratta, una persona ci tocca e ci scostiamo, l’acqua è troppo intensa, un elastico stringe. Individuiamo lo stimolo, sappiamo dove si trova e sappiamo cosa vorremmo cambiare.

Altre volte arriviamo prima al fastidio e solo dopo alla sua origine.

Siamo irritabili. Continuiamo a sistemarci i vestiti. Cambiamo posizione. Ci tocchiamo ripetutamente una parte del corpo. Abbiamo voglia di toglierci tutto di dosso. Ogni nuovo contatto sembra aggiungere qualcosa a un sistema già pieno.

E magari la responsabile è una calza girata male da tre ore.

Una volta mi sono infilata gli UGG al contrario, scarpa destra sul piede sinistro e viceversa, e sono uscita di casa senza accorgermene. Evidentemente riuscivo a camminarci. Poi, quando ero già fuori, me ne sono accorta. Da quel momento dovevo toglierli immediatamente. Non potevo tenerli ai piedi un secondo di più e sono rimasta a piedi nudi.

Le scarpe erano al contrario anche cinque minuti prima. Ai miei piedi non era cambiato niente. Era cambiato il fatto che finalmente avevo individuato che cosa stavo sentendo.

Molti stimoli tattili hanno una caratteristica particolare: rimangono con noi. I vestiti continuano a toccarci, le scarpe continuano a contenere i piedi, la sedia continua a premere sul corpo, i capelli continuano a sfiorare la pelle. Possiamo quindi accorgerci del sovraccarico quando si è già accumulato parecchio.

Può essere utile osservare i piccoli comportamenti che compaiono prima.

Mi tiro continuamente le maniche? Sistemo il colletto? Mi tolgo e rimetto le scarpe? Sposto i capelli? Mi gratto o mi strofino più spesso? Cerco pressione? Evito che qualcuno mi tocchi? Mi irrigidisco durante un contatto? Ho improvvisamente bisogno di vestiti larghi, pelle scoperta, una coperta pesante o una particolare texture?

Sono informazioni.

Possiamo anche fare una specie di inventario della pelle.

Partire dalla testa e scendere: capelli, viso, collo, spalle, torace, braccia, mani, vita, gambe, piedi. Che cosa sta toccando ogni zona? Quanto preme? Si muove? È caldo, freddo, asciutto, umido? C’è qualcosa che continua a richiamare l’attenzione?

A volte basta individuare un singolo elemento e modificarlo. Togliere una calza. Cambiare maglietta. Legare i capelli. Lavarsi le mani per eliminare una consistenza. Spostarsi dalla sedia. Allentare qualcosa.

E poi osservare che cosa succede.

Tolgo le scarpe e respiro meglio. Cambio vestiti e diminuisce l’irritabilità. Mi lego i capelli e riesco di nuovo a concentrarmi. Mi avvolgo in una coperta e il corpo comincia a rallentare.

Non dobbiamo necessariamente capire tutto al primo colpo. Possiamo modificare qualcosa e vedere se l’esperienza cambia.

Nei giorni in cui sembra che qualsiasi cosa sia diventata troppo, può essere utile partire da una domanda molto concreta:

Che cosa sta sentendo la mia pelle in questo momento?

Qualche volta la risposta è sorprendentemente concreta.

E se devo capirlo in un’altra persona?

Ragazza in stile anime realistico osserva un bambino che tira il colletto della maglietta lontano dal collo, mentre sul letto sono disponibili altri capi tra cui scegliere.

Con il tatto abbiamo un problema particolare: noi vediamo il contatto, l’altra persona sente il contatto.

Vediamo che la maglietta è morbida. Che l’acqua è tiepida. Che abbiamo sfiorato appena un braccio. Che la spazzola è passata piano. Tutte informazioni utili, ma raccontano ciò che è successo dalla nostra parte della pelle.

Possiamo allora osservare che cosa cambia nella persona insieme a ciò che cambia nell’ambiente.

Può scostarsi, irrigidirsi, proteggere una parte del corpo, togliersi un indumento, tirarlo continuamente, rifiutare le scarpe, strofinarsi la pelle, grattarsi, premere una zona, aumentare lo stimming, cercare una coperta o un oggetto, allontanare una mano. Può comunicare meno, diventare più agitata oppure improvvisamente molto ferma.

Un singolo comportamento ci offre un indizio. La sequenza ci racconta molto di più.

Possiamo guardare:

situazione → contatto → cambiamento → risposta → recupero

Che cosa stava succedendo? Quale parte del corpo era coinvolta? Il contatto era leggero o profondo, fermo o in movimento? È arrivato all’improvviso? Quanto è durato? C’erano caldo, sudore, vestiti aderenti, capelli bagnati, una texture particolare?

E soprattutto: che cosa succede quando modifichiamo una di queste cose?

Una persona comincia ad agitarsi mentre viene pettinata. Possiamo osservare se la risposta compare quando la spazzola incontra un nodo, quando tira il cuoio capelluto, quando passa vicino alle orecchie, dopo un certo numero di passate o già nel momento in cui vede la spazzola.

Possiamo provare un’altra spazzola, dividere i capelli in sezioni, cambiare la pressione, rendere i movimenti più prevedibili, fare delle pause oppure lasciare che sia la persona a tenere o guidare la spazzola. Poi osserviamo che cosa cambia.

Lo stesso modo di procedere può essere utile quando ci si veste, ci si lava, si tagliano le unghie, si mette una crema, ci si asciuga, si va dal parrucchiere o si affronta una visita medica.

«Non vuole» contiene pochissime informazioni.

E naturalmente possiamo chiedere.

Parole, gesti, immagini, CAA, indicazione, scelta tra alternative, avvicinamento e allontanamento possono permettere alla persona di comunicarci preferenze e fastidi. Possiamo offrire scelte concrete: forte o piano, qui o qui, questa maglia o quella, spazzola A o B, adesso o tra poco, continua o pausa.

L’osservazione ci permette di formulare ipotesi. Quando la comunicazione è accessibile, possiamo verificarle insieme alla persona.

Questo è particolarmente importante con il tatto perché la reazione visibile può sembrarci sproporzionata rispetto allo stimolo che abbiamo prodotto.

«L’ho sfiorato appena.»

Può essere vero.

Rimane da scoprire come è stato quello sfioramento dall’altra parte della pelle.

Quando una risposta compare improvvisamente, cambia molto o riguarda dolore, prurito, bruciore o una zona precisa del corpo, dobbiamo considerare anche possibili cause fisiche. Una scarpa può essere sensorialmente difficile e può anche avere una cucitura che ferisce. Una persona può grattarsi per regolarsi e può anche avere una dermatite. Un dente può essere difficile da spazzolare e può anche fare male.

Capire la sensorialità significa osservare meglio, non spiegare automaticamente tutto con l’autismo.

Il comportamento ci mostra che sta succedendo qualcosa. La mappa la costruiamo insieme alla persona.

Strategie: costruire il proprio repertorio

Ragazza in stile anime realistico sceglie e raccoglie in una borsa diversi oggetti e materiali utili per il proprio comfort sensoriale.

Le strategie tattili funzionano quando partono da quello che succede davvero sulla nostra pelle. Possiamo ridurre uno stimolo, modificarlo, renderlo più prevedibile, aggiungerne uno che ci aiuta oppure cambiare completamente il modo in cui svolgiamo un’attività.

L’obiettivo è costruire un repertorio personale: provare, osservare cosa succede e conservare ciò che funziona.

  • Vestiti: scegliere i tessuti anche in base a come stanno sulla pelle; eliminare etichette; cercare capi con poche cuciture o cuciture piatte; preferire abiti larghi oppure aderenti se la pressione uniforme è piacevole; provare la biancheria al rovescio quando le cuciture disturbano; comprare più copie di un capo che funziona particolarmente bene. Anche avere vestiti diversi per giornate sensorialmente diverse può essere utile.
  • Pressione: se la pressione profonda è piacevole o regolatoria, possiamo sperimentare coperte pesanti, cuscini da stringere, indumenti aderenti, massaggi o altre forme di compressione. Non esiste una quantità giusta in generale: alcune persone cercano molta pressione, altre pochissima, altre ancora la desiderano soltanto in determinate zone o momenti.
  • Texture: tenere a disposizione materiali piacevoli da manipolare, scegliere asciugamani, lenzuola e tessuti compatibili con il proprio profilo, usare guanti quando una consistenza deve essere toccata e risulta particolarmente difficile. Creme, detergenti e prodotti per il corpo possono essere scelti anche in base alla sensazione che lasciano sulla pelle.
  • Doccia e bagno: lavorare soprattutto sulle transizioni. Scaldare prima la stanza, preparare asciugamano e vestiti, regolare l’acqua prima di entrare, scegliere getto e pressione, usare un soffione diverso, sedersi oppure procedere per parti. Se il primo contatto dell’acqua sulla pelle è particolarmente intenso, si può entrare sotto la doccia con una maglietta addosso e toglierla quando il corpo si è adattato, oppure tenerla per tutta la doccia se rende l’esperienza accessibile.
  • Separare le operazioni: lavare corpo e capelli nello stesso momento è una convenzione, non una necessità. Si può fare la doccia con una cuffia e lavare i capelli separatamente nel lavandino, oppure dividere l’igiene in momenti diversi della giornata o in giorni diversi. Si può anche lavare una parte del corpo alla volta.
  • Dopo la doccia: scegliere asciugamani della consistenza giusta, tamponare oppure strofinare secondo la propria preferenza, usare un accappatoio, asciugare subito alcune zone particolarmente sensibili, scaldare l’ambiente e concedersi tempo prima di vestirsi. Se la doccia richiede recupero, quel tempo può entrare direttamente nell’organizzazione della giornata.
  • Capelli: provare spazzole e pettini diversi, districare prima le punte, procedere per sezioni, tenere i capelli vicino alla radice mentre si scioglie un nodo per ridurre la trazione sul cuoio capelluto, scegliere acconciature e lunghezze che riducano il carico tattile. Anche lavaggio, asciugatura e pettinatura possono essere distribuiti in momenti diversi.
  • Denti e bocca: sperimentare testine di dimensioni diverse, setole più o meno morbide, spazzolino manuale o elettrico, dentifrici con sapori e consistenze differenti, quantità minori di prodotto e acqua a temperature diverse. Anche qui possiamo capire quale elemento pesa davvero: pressione, vibrazione, schiuma, sapore, movimento o combinazione di più stimoli.
  • Contatto con altre persone: chiedere prima di toccare, concordare zona, pressione e durata, permettere alla persona di iniziare il contatto o guidarlo. «Più forte», «più piano», «fermo», «basta» sono informazioni sensoriali preziose. Anche negli abbracci possiamo scegliere quanto stringere, quanto muoverci e quanto restare.
  • Transizioni di temperatura: preparare vestiti e coperte, scaldare il bagno prima di spogliarsi, vestirsi in più passaggi, usare strati facili da aggiungere o togliere, lasciare che il corpo abbia qualche minuto per adattarsi. Se il problema è il cambiamento, possiamo intervenire sulla velocità del cambiamento.
  • Stimming tattile: tenere a disposizione oggetti e superfici che offrano pressione, attrito, resistenza o texture interessanti. Se grattare, pizzicare o sfregare produce una sensazione regolatoria ma comincia a lesionare la pelle, possiamo cercare la stessa proprietà sensoriale attraverso modalità più sostenibili per il corpo.
  • Ridurre il carico prima che diventi enorme: cambiare una maglietta, togliere le scarpe, legare i capelli, lavare via una consistenza dalle mani, modificare la posizione, interrompere un contatto. Piccoli interventi precoci possono liberare parecchie risorse.
  • Preparare il recupero: dopo parrucchiere, dentista, doccia, visita medica o altre esperienze tattilmente intense possiamo programmare meno richieste, più autonomia sul contatto e accesso agli stimoli che ci regolano. Anche il dopo fa parte della strategia.

E poi ci sono tutte quelle soluzioni che abbiamo inventato spontaneamente negli anni: cinque magliette identiche, il proprio asciugamano, un piede fuori dalle coperte, i calzini al rovescio, la doccia a un certo orario, la crema precisa, l’oggetto da strofinare, i capelli sempre raccolti.

La domanda è: che cosa mi pesa esattamente e quale parte dell’esperienza posso modificare?

Se il problema è l’acqua sulla pelle, lavoriamo sull’acqua. Se sono i capelli bagnati, separiamo i capelli. Se è spogliarsi, lavoriamo sulla transizione. Se è l’asciugamano, cambiamo asciugamano.

Non serve vincere contro la doccia, ma uscirne puliti, possibilmente con ancora qualche punto energia nella barra.

La sensorialità ci protegge. E ci nutre.

Ragazza in stile anime realistico sdraiata a piedi nudi nell’erba, con una mano tra le piante e l’altra appoggiata su una grande pietra scaldata dal sole.

Dopo aver parlato di cuciture, capelli sul collo, docce, spazzole, dentisti e creme appiccicose, rischiamo di raccontare soltanto metà della storia.

Perché il tatto può essere anche una fonte enorme di piacere.

Il pelo di un animale sotto le dita. Le lenzuola fresche. L’acqua calda sulla pelle. Affondare le mani nella sabbia. Una pietra perfettamente liscia. Il sole sulle gambe. Un massaggio fatto esattamente con la pressione giusta. Una coperta pesante. Camminare scalzi sull’erba. Strofinare tra le dita quel tessuto che ha proprio quella consistenza.

A volte cerchiamo queste sensazioni deliberatamente. Ci torniamo. Le ripetiamo. Costruiamo piccoli rituali tattili perché sappiamo che al nostro corpo piacciono.

E questo è ricerca sensoriale tanto quanto premere, dondolare, strofinare o manipolare un oggetto.

Possiamo cercare il caldo o il fresco, la pressione, il movimento, la vibrazione, una superficie ruvida o morbidissima. Possiamo desiderare una sensazione intensa oppure minuscola e precisissima. Possiamo avere una texture preferita da anni e incontrarne una nuova che entra immediatamente nella collezione delle cose da toccare ogni volta che passiamo di lì.

Anche il contatto con altre persone può appartenere a questa parte della mappa.

Nelle testimonianze di alcune persone autistiche ricorre, per esempio, una particolare preferenza: pressione forte, poco movimento e durata. Un abbraccio stretto, fermo e lungo può risultare molto più piacevole di una sequenza di carezze leggere.

Se riprendiamo quello che abbiamo visto fin qui, possiamo capire meglio che cosa contiene quell’abbraccio: la pressione è stabile, la superficie di contatto è ampia, il movimento è ridotto e lo stimolo rimane relativamente prevedibile. Per alcune persone questa combinazione può essere estremamente piacevole e regolatoria.

Qui siamo soprattutto nel territorio della conoscenza esperienziale. È una configurazione raccontata da alcune persone autistiche, una delle molte possibilità della sensorialità tattile. Altre persone preferiscono abbracci brevi, leggeri, in movimento o forme diverse di contatto.

Persino la domanda «Ti piacciono gli abbracci?» a questo punto diventa troppo piccola.

Quali abbracci? Quanto stretti? Quanto fermi? Quanto a lungo? E con chi?

Un abbraccio mette insieme quasi tutto quello di cui abbiamo parlato: pressione, movimento, durata, prevedibilità, zona del corpo, controllo, relazione.

E poi ci sono animali, acqua, vento, sole, terra, tessuti, superfici, oggetti. Il mondo è pieno di cose che possono far stare bene la pelle.

Conoscere la propria sensorialità significa anche sapere che cosa cercare.

Possiamo scegliere vestiti piacevoli da avere addosso, lenzuola in cui è bello infilarsi, una doccia con la temperatura e la pressione che amiamo, oggetti che le mani cercano volentieri, modi di entrare in contatto con le persone adatti alla nostra mappa.

La stessa pelle che qualche volta chiede basta può altre volte chiedere:

ancora.

E qualche volta non serve cercare una funzione ulteriore, chiedersi se quella sensazione ci regola, migliora qualcosa o serve a raggiungere un obiettivo.

La cerchiamo perché ci piace.

Si sta bene.

FAQ

1. Le persone autistiche sono tutte ipersensibili al tatto?

Le differenze tattili possono assumere forme molto diverse. Una persona può essere molto sensibile ad alcuni stimoli, percepirne altri con minore intensità e cercarne attivamente altri ancora. Può amare la pressione profonda e sentire moltissimo gli sfioramenti, cercare alcune texture e avere una forte avversione per altre.

Anche zona del corpo, durata, movimento, prevedibilità e momento della giornata possono cambiare l’esperienza.

Per questo è più utile parlare di profilo sensoriale tattile che cercare un unico livello di sensibilità.

2. Perché posso desiderare un abbraccio e infastidirmi se qualcuno mi sfiora?

Perché sono esperienze tattili molto diverse.

Un abbraccio può offrire pressione forte, stabile e distribuita su una superficie ampia del corpo. Uno sfioramento è leggero, si muove sulla pelle e può richiamare continuamente l’attenzione. Contano anche prevedibilità, durata, controllo e persona coinvolta.

Nelle esperienze di alcune persone autistiche ricorre proprio la preferenza per pressione forte, immobilità e durata, mentre i contatti leggeri e mobili risultano molto più intensi o sgradevoli.

Cercare il contatto fisico e avere una forte sensibilità tattile possono quindi convivere benissimo.

3. Perché lavarsi, fare la doccia o lavarsi i denti può essere così impegnativo?

Queste attività contengono molti stimoli contemporaneamente.

La doccia comprende spogliarsi, cambiamenti di temperatura, passaggio dall’asciutto al bagnato, pressione e movimento dell’acqua, sapone, shampoo, capelli bagnati, asciugamano e poi il ritorno ai vestiti.

Lavarsi i denti coinvolge bocca, gengive e labbra, insieme a setole, movimento, pressione, sapore, schiuma, acqua e spesso rumore o vibrazione.

Nelle testimonianze di adulti autistici emerge anche l’importanza delle transizioni sensoriali: per alcune persone entrare nell’acqua richiede molta energia mentre stare sotto la doccia diventa piacevole. Anche uscire rappresenta una nuova transizione. Questo aspetto appartiene soprattutto alla conoscenza esperienziale e la ricerca specifica è ancora limitata.

L’acqua può essere piacevole. È il passaggio che costa.

4. Coperte pesanti e pressione profonda aiutano le persone autistiche?

Possono essere molto piacevoli e utili per alcune persone. Altre le trovano neutre o sgradevoli.

Gli studi sugli interventi basati sulla pressione profonda hanno prodotto risultati variabili e le prove disponibili non indicano un effetto regolatorio universale. Questo significa che vale la pena partire dalla risposta individuale: quale pressione piace, dove, per quanto tempo e in quali momenti.

Una coperta pesante, un indumento compressivo o un massaggio possono essere utili se quella particolare forma di pressione piace o aiuta la persona..

5. Grattarsi, strofinarsi o premere il corpo può essere stimming?

Sì. Grattare, strofinare, premere, pizzicare o produrre ripetutamente altre sensazioni sulla pelle possono avere funzioni diverse. Possono rispondere a prurito o fastidio fisico, ma possono anche essere forme di ricerca sensoriale, stimming o regolazione.

Questa interpretazione deriva in buona parte dalla conoscenza esperienziale delle persone autistiche, mentre la ricerca specifica su molte forme di stimming tattile negli adulti è ancora limitata.

Quando il gesto danneggia la pelle, possiamo cercare di capire quale caratteristica sensoriale sta fornendo: pressione, attrito, intensità, ritmo, resistenza, localizzazione. Questa informazione permette di cercare modalità capaci di conservare la funzione regolatoria proteggendo il corpo.

Il gesto ci dice che sta succedendo qualcosa. Capirne la funzione ci dice dove guardare.

Fonti e riferimenti scientifici

Blakemore, S.-J., Tavassoli, T., Calò, S., Thomas, R. M., Catmur, C., Frith, U., & Haggard, P. (2006). Tactile sensitivity in Asperger syndrome. Brain and Cognition, 61(1), 5–13. DOI: 10.1016/j.bandc.2005.12.013.
Studio psicofisico sulla sensibilità tattile negli adulti con sindrome di Asperger. Gli autori hanno trovato una maggiore sensibilità alla vibrazione a 200 Hz, ma non a 30 Hz, e differenze nell’intensità e nella qualità attribuite ad alcuni stimoli. L’attenuazione del contatto autoprodotto rispetto a quello prodotto dall’esterno risultava presente anche nel gruppo autistico.

Cascio, C. J., McGlone, F., Folger, S., Tannan, V., Baranek, G. T., Pelphrey, K. A., & Essick, G. K. (2008). Tactile perception in adults with autism: A multidimensional psychophysical study. Journal of Autism and Developmental Disorders, 38(1), 127–137. DOI: 10.1007/s10803-007-0370-8.
Studio multidimensionale della percezione tattile negli adulti autistici, comprendente tocco leggero, vibrazione, caldo, freddo e dolore termico. I risultati differivano a seconda dello stimolo esaminato: alcune soglie erano comparabili a quelle del gruppo di controllo, mentre emergevano differenze per la vibrazione e il dolore termico. Mostra bene perché una singola misura di “sensibilità tattile” descriva solo una parte dell’esperienza.

Tommerdahl, M., Tannan, V., Cascio, C. J., Baranek, G. T., & Whitsel, B. L. (2007). Vibrotactile adaptation fails to enhance spatial localization in adults with autism. Brain Research, 1154, 116–123. DOI: 10.1016/j.brainres.2007.04.032.
Studio sull’adattamento vibrotattile negli adulti autistici. Esamina come l’esposizione precedente a una stimolazione tattile influenzi la successiva capacità di localizzare lo stimolo, mostrando differenze rispetto al gruppo di controllo nell’effetto prodotto dall’adattamento.

Cascio, C. J., Moana-Filho, E. J., Guest, S., Nebel, M. B., Weisner, J., Baranek, G. T., & Essick, G. K. (2012). Perceptual and neural response to affective tactile texture stimulation in adults with autism spectrum disorders. Autism Research, 5(4), 231–244. DOI: 10.1002/aur.1224.
Studio sulla percezione di texture con differenti qualità affettive negli adulti autistici. Le valutazioni di ruvidità e piacevolezza erano in larga parte simili tra i gruppi, ma per alcuni stimoli emergevano risposte soggettive più estreme e differenze nell’attivazione cerebrale. Sostiene l’idea che texture apparentemente simili possano produrre esperienze molto diverse.

Cascio, C. J., Lorenzi, J., & Baranek, G. T. (2016). Self-reported pleasantness ratings and examiner-coded defensiveness in response to touch in children with ASD: Effects of stimulus material and bodily location. Journal of Autism and Developmental Disorders, 46(5), 1528–1537. DOI: 10.1007/s10803-013-1961-1.
Studio che esamina separatamente il materiale dello stimolo e la zona del corpo coinvolta. La localizzazione corporea contribuiva maggiormente a predire le risposte comportamentali di difensività tattile, mentre il materiale era maggiormente associato alla piacevolezza riferita. Mostra l’importanza del “dove”, oltre che del “che cosa”, nell’esperienza tattile.

Kyriacou, C., Forrester-Jones, R., & Triantafyllopoulou, P. (2023). Clothes, sensory experiences and autism: Is wearing the right fabric important? Journal of Autism and Developmental Disorders, 53, 1495–1508. DOI: 10.1007/s10803-021-05140-3.
Studio qualitativo sulle esperienze di dieci adulti autistici rispetto a tessuti e abbigliamento. I partecipanti descrivevano l’influenza delle caratteristiche sensoriali dei vestiti sul benessere e sulla vita quotidiana e le strategie sviluppate nel tempo per scegliere e gestire i capi.

Bestbier, L., & Williams, T. I. (2017). The immediate effects of deep pressure on young people with autism and severe intellectual difficulties: Demonstrating individual differences. Occupational Therapy International, 2017, 7534972. DOI: 10.1155/2017/7534972.
Studio sugli effetti immediati della pressione profonda in giovani autistici con disabilità intellettiva grave. Alcuni partecipanti mostrarono cambiamenti positivi, mentre altri risposero diversamente. Gli autori sottolineano proprio l’importanza della variabilità individuale e della valutazione della risposta della singola persona.

Taylor, C. J., Spriggs, A. D., Ault, M. J., Flanagan, S., & Sartini, E. C. (2017). A systematic review of weighted vests with individuals with autism spectrum disorder. Research in Autism Spectrum Disorders, 37, 49–60. DOI: 10.1016/j.rasd.2017.03.003.
Revisione sistematica sull’utilizzo dei giubbotti zavorrati (weighted vests) nelle persone autistiche. Le evidenze disponibili non risultavano sufficienti per considerarli una pratica evidence-based. È uno degli esempi della distinzione tra uno stimolo pressorio che può essere gradito o utile alla singola persona e l’efficacia dimostrata di uno specifico strumento come intervento.

Schirmer, A., Croy, I., & Ackerley, R. (2023). What are C-tactile afferents and how do they relate to “affective touch”? Neuroscience & Biobehavioral Reviews, 151, 105236. DOI: 10.1016/j.neubiorev.2023.105236.
Revisione sul ruolo delle afferenze C-tattili nell’elaborazione del tocco. Le fibre C-tattili rispondono in modo particolare ad alcune forme di contatto lento e delicato e contribuiscono all’elaborazione del tocco affettivo, ma il rapporto tra loro attivazione e piacevolezza è più complesso di una corrispondenza diretta.

Capiotto, F., Romano Cappi, G., Mirlisenna, I., Mazza, A., Cicinelli, G., Lauritano, C., Keller, R., & Dal Monte, O. (2024). Autonomic and hedonic response to affective touch in autism spectrum disorder. Autism Research, 17(5), 923–933. DOI: 10.1002/aur.3143.
Studio sulla risposta soggettiva e autonomica al tocco affettivo negli adulti autistici. Sono emerse differenze sia nella valutazione edonica di alcune caratteristiche del contatto sia nella risposta autonomica, mostrando ancora una volta che percezione fisica e qualità piacevole o spiacevole dell’esperienza costituiscono dimensioni distinte.

Ferrer Knight, A., & Birtles, D. (2025). ‘I feel trapped in my safe clothes’: The impact of tactile hyper-sensitivity on autistic adults. Autism, 29(11), 2727–2740. DOI: 10.1177/13623613251366882.
Studio condotto su 86 adulti autistici sull’impatto dell’ipersensibilità tattile legata all’abbigliamento. I partecipanti descrivevano conseguenze sulla scelta dei vestiti, partecipazione sociale, espressione personale e benessere, insieme a numerose strategie pratiche, come controllare attentamente i capi prima dell’acquisto e comprare più copie degli indumenti sensorialmente adatti.

Mikkelsen, M., Wodka, E. L., Mostofsky, S. H., & Puts, N. A. J. (2018). Autism spectrum disorder in the scope of tactile processing. Developmental Cognitive Neuroscience, 29, 140–150. DOI: 10.1016/j.dcn.2016.12.005.
Revisione della letteratura sull’elaborazione tattile nell’autismo attraverso misure cliniche, comportamentali, psicofisiche e neurobiologiche. Il quadro complessivo mostra una notevole eterogeneità dei risultati e sostiene la necessità di distinguere le diverse componenti del tatto invece di parlare di una singola sensibilità tattile autistica.

Moore, D. J. (2015). Acute pain experience in individuals with autism spectrum disorders: A review. Autism, 19(4), 387–399. DOI: 10.1177/1362361314527839.
Revisione sull’esperienza del dolore acuto nelle persone autistiche. La letteratura sperimentale e le osservazioni durante procedure mediche non sostengono una semplice interpretazione dell’autismo come condizione caratterizzata da insensibilità al dolore: emergono risposte normali, aumentate o comunque più complesse rispetto allo stereotipo della “soglia del dolore alta”.

✍️ Nota dell’autrice

Questo articolo nasce dall’incontro tra ricerca scientifica, esperienza clinica e testimonianze di persone autistiche. Quando la letteratura propone più spiegazioni per uno stesso fenomeno, vengono presentate come ipotesi complementari, rispettando la complessità dell’autismo e l’attuale stato delle conoscenze.

Questo articolo fa parte del progetto Manuale Punk per Autistici: una raccolta di articoli, strumenti pratici e riflessioni dedicati alle persone autistiche che vogliono comprendersi meglio, proteggere le proprie energie e costruire una vita compatibile con il proprio funzionamento.